Gli Asini - Rivista

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Il buco. Fantasie bagnolesi

Illustrazione di Federica Ferraro
12 Febbraio 2026
Gianluca D’Errico

“Forse sto capenno” (Senese, 1976)

Se dovessimo scrivere, necessariamente a più mani perché due non basterebbero, un romanzo sulle città post industriali italiane non avrei dubbi solo sul titolo: il buco.
Inteso come fosso, buca, quella che scavi in spiaggia da bambino. Il buco evoca sicuramente un vuoto (e in molte città in cui fabbriche di medie o grandi dimensioni sono state chiuse, un vuoto, non solo geografico e urbanistico, è quello che hanno lasciato: lo abbiamo scritto più volte anche su gli Asini; un vuoto sociale, esistenziale, politico). Ma “buco” è anche un vuoto in cui prima o poi si trova un fondo: se vai giù e poi ancora giù, alla fine qualcosa la trovi. Cosa c’è in fondo al buco delle città italiane?

Al centro dell’ex area industriale di Bagnoli c’è un posto che tutti i napoletani sanno nominare e se ne ascoltano il suono, sanno di cosa parliamo: la colmata.

Ecco: direi che oggi, Dicembre 2025, il fondo del buco per l’intera città di Napoli è la colmata. Un luogo fisico, ma anche retoricamente un simbolo e, politicamente, l’oggetto del contendere. 

Vabbuò, per spiegare c’è bisogno di un grande sforzo di fantasia. 

Immaginate un fazzolettone di cemento, grande 195 mila metri quadrati (se avete difficoltà a figurarvelo, tenete presente che un campo da calcio è grande, mediamente, 7000 metri quadrati); questi 28 campi da calcio di cemento uno accanto all’altro immaginateli dentro l’area della più grande azienda siderurgica del Mezzogiorno; siamo a Napoli ovest, fino ai primi decenni del ‘900 zona termale e luogo di villeggiatura, Balneolis si diceva, poi capitale di ferro e acciaio. Ferropoli era il nome di uno dei cinema del quartiere, per dire. 

Ma perché realizzare la colmata?

Altro sforzo: provate ad immaginare di essere il proprietario di una villa sul mare, tipo quella di Montalbano, a tre metri dalla spiaggia. Avete un bel patio, un giardino, ma non vi basta: volete più spazio, per parcheggiare le macchine, rimessare la barchetta…e allora fate una bella colata (colmata) di cemento che invade anche la spiaggia e, perché no, si allarga anche un po’ in mare; la vostra operazione ridefinisce la linea naturale della costa. La guardate soddisfatto. 

Nel 1963 a Bagnoli successe, grosso modo, proprio questo: nel “delirio siderurgico” di quegli anni la fabbrica voleva più spazio, allargarsi, colonizzare territorio… “ma ‘sto cazzo di mare fa finire la terra”, e il corpo grosso dell’acciaieria, gli altoforni e tutto il resto erano troppo vicini alla linea di costa. La colmata, questo grigio immenso tappetone, “invase” il mare. 

E già raccontata così è un disastro. Se aggiungiamo che questo fazzolettone non fu realizzato “solo” con cemento ma con un miscuglio di resti di lavorazione dell’altoforno, pozzolana e appunto cemento, cominciamo ad avere idea di cosa parliamo. È scientificamente accertato che il pappone che forma questa crosta innaturale è avvelenato e avvelenante.

Come in ogni racconto pesante, farsa e tragedia si mischiano (anche loro a formare una lega inestricabile): la colmata non servì a granché. La megalomania rimase quasi sterile. Lo sviluppo formidabile che si era immaginato non avvenne, tutt’altro: nei tre decenni a venire, dopo il ’63, il sogno industrialista, anche napoletano, cominciò a scricchiolare, prima impercettibilmente poi con crepe sempre più visibili. La fabbrica chiuse negli anni Novanta. Il tappetone è ancora lì. 2025.

La chiusura della fabbrica, con le sue contraddizioni, alcune delle quali vive ancora oggi, con il semi mistero che avvolse la decisione di smettere la produzione proprio dopo la realizzazione di alcuni progetti di ammodernamento, con tutti gli effetti sociali sul quartiere e sulla città, è raccontata minuziosamente e mirabilmente da Ermanno Rea ne La dismissione, un libro che tutti quelli che si occupano di post industrialismo dovrebbero leggere.

Le pagine più dense, a mio avviso, sono quelle in cui si racconta di alcuni ex operai bagnolesi che, in cura presso i servizi di assistenza psicologica presenti in quartiere, elencano le loro paure come tasselli che formano un affresco di sofferenza derivante innanzitutto dall’essersi disintegrata la loro identità lavorativa e quindi sociale e politica.

Questo fu. Storia di capitalismo e nevrosi, sofferenze, non solo fisiche, e inquinamento. La chiusura dell’Ilva di Bagnoli fu un pezzo, sicuramente il più grosso, di una più generale agonia industriale in città: nel ventennio Settanta/Novanta del secolo scorso il nerbo produttivo di Napoli e provincia, che pur a modo suo esisteva, andò in frantumi. E la città ne risultò trasformata, indebolita per molti aspetti.

Ma non è quella storia che qui raccontiamo: è il fondo del buco che ci interessa. La deindustrializzazione partenopea è la cornice, è il terreno in cui il buco si scavò. Andiamo al fondo.

Per capire veramente bisogna abbandonare di nuovo il terreno crudele, eppure confortante, della realtà e osare, ancora, l’immaginazione.

 

“America che d’è?” (Lanzetta, Senese, 1986)

Immaginate l’enorme area industriale di Porto Marghera, immaginatela dismessa, chiusa e non ancora bonificata. Lasciatela lì per qualche decennio, ci cresce dentro di tutto: quelle che erano siepi diventano arbusti, le radici sfondano l’asfalto, le carcasse dei capannoni stanno, orbe d’infissi, accasciate al suolo. Placide, anche. Tutto l’inquinamento che ha covato in pancia per anni, in qualche modo sopravvive. Inerte, ma anche pericoloso, come un killer che è ancora seduto, ma ti guarda minaccioso.
E adesso immaginate ancora, qualche chilometro più in là, nel palazzo di governo della città, il sindaco di Venezia annunciare: “Faremo la coppa America di vela, qui a Venezia! Gli atleti si alleneranno nelle acque davanti Porto Marghera, nell’area dell’ex fabbrica ci saranno gli alloggi degli atleti. Dobbiamo dire grazie alla coppa. Grazie ad essa ci sarà un’accelerazione del processo di bonifica”. Un’accelerazione, dice proprio così. E poi aggiunge: “che grande occasione!”.
Quale potrebbe essere la reazione dei veneziani? 

Ora dismettete la fantasia e correte a Napoli, dove tutto questo è veramente accaduto. Per quella strana caratteristica, tutta partenopea, secondo la quale l’inimmaginabile diventa ordinarietà, l’annuncio del sindaco c’è veramente stato, l’area in questione è appunto quella in cui operò la più grande acciaieria del sud Italia, l’Italsider (Ilva poi). Area occidentale, Bagnoli. Quella del buco. Le strutture che serviranno alla gara costruite… sulla colmata.

La lingua non mente mai: “la colmata” e “il colmo” hanno la stessa radice.
“Acceleratore di bonifica e di trasformazione” è stato detto pure qua: magari non direttamente del sindaco, ma da influenti “tifosi”, imprenditori con l’acquolina.
I Bagnolesi attendono la bonifica dell’enorme ex area industriale da decenni. E quello che essa dovrebbe diventare l’hanno visto, per ora, solo nelle “carte”.
Il fulcro della congerie di testi amministrativi e legislativi che riguarda Bagnoli sta, al netto di una storia ingarbugliata, ingiusta e meschina, in due atti: il PRARU, Piano di risanamento ambientale e rigenerazione urbana e nella legge 582 del 1996.
Leggendo queste due “carte” i napoletani fanno fesso al pensiero (si auto ingannano per spirito di sopravvivenza). C’è scritto che la rigenerazione urbana ha un fine preciso, nobile, netto: bonificare tutto e ripristinare la linea di costa, eliminando totalmente la colmata; creando una spiaggia, pubblica, per tutti. Quasi commovente. Sarebbe il risarcimento, simbolico e concreto al tempo stesso, ai cento anni di sbrego industrialista, all’asbestosi che guadagnarono i polmoni degli operai napoletani, a “il mare non bagna Napoli” (e dipende pure da dove sei nato, se a Posillipo o a Cavalleggeri, amata Ortese), alle ville a Capri dell’altissima borghesia napoletana che, nella più ineguale delle città europee, faceva il paio con il mare marrone metallico puzzolente del litorale flegreo e ad un eccetera eccetera mai esaustivo.
Altra caratteristica, a dir la verità non solo partenopea questa ma del Paese tutto, è che quello che sta scritto nelle “carte” sottostà ab aeterno et in aeternum all’alea del forse. Forse si realizzerà.
I napoletani non sono stupidi, ingannano il pensiero, dicendosi: “Forse la bonifica ci sarà, forse no. Ma se ci sarà, sarà fatta come sta scritto nelle carte!”. È poco, pochissimo, ma è il pochissimo che ha accompagnato, e in qualche modo protetto, la città. È quello che non ha fatto impazzire, definitivamente, la comunità a fronte dell’enorme tributo che essa ha offerto al distorto incubo sviluppista che a Bagnoli si inverava, in carne e metallo.

Da un anno i napoletani, altro accadere tipico in città, sono stati scippati anche del pochissimo. Nel 2024 questo scippo rappresenta se stesso in un’immagine, una foto: la stretta di mano tra il Sindaco della città e il Presidente del Consiglio (siamo ai limiti della fantascienza, i nomi contano il giusto).
Facciamo un altro sforzo, forse l’ultimo: immaginiamo che, ad un nostro schioccare di dita, le mani dei due rappresentanti istituzionali, quelle che si stanno stringendo nell’accordo, si allontanino impercettibilmente, quei due tre centimetri per quei due tre secondi, giusto per vedere cosa c’è lì in mezzo, non nascosto ma protetto dai palmi. A chi vuole e sa vedere appaiono due cose. La prima riguarda le “carte” (la legge): semplice semplice, si scrive, modificando le norme, che la colmata non verrà più rimossa se non per il 10%. Alcuni scrivono che questo è il costo, altissimo, che la città paga in cambio di più di un miliardo di finanziamenti per realizzare la bonifica.
Il fazzolettone di cemento “sporco” resta là. Adesso sta scritto pure nelle carte. In soldoni significa che il mare continuerà a “non bagnare Napoli”, che i ceti popolari flegrei una propria (vera) spiaggia non l’avranno mai. 

L’altra cosa che sta tra le mani dei due è la Coppa America di vela. “Che grande occasione”: per chi?

 

“O nemico mio” (Del Prete, Senese, 1978)

“Noi parliamo di mare, di bosco, ancora di lavoro per chi da queste parti è disoccupato cronico. E questi (i padroni, gli amministratori, i legislatori) ci dicono investimenti, barche da ricchi, opportunità. Ma opportunità di che? Per chi? Vorremmo farci un bagno e asciugarci le ossa al sole. A questo si riduce la nostra rivoluzione? Sì. Ed è già tantissimo, lo hanno fatto diventare tantissimo. Vorremmo che su questa terra rinascesse la parola tutti, per tutti.” È un vecchio uomo flegreo che parla. Uno di quelli che nell’acciaieria ci ha buttato il sangue, che la storia l’ha vista tutta. E queste parole, che dette da chiunque altro puzzerebbero di stantia retorica, nella sua bocca assumono la durezza del ferro e, insieme, il sapore della malinconia.

Guardandola dall’alto, da una delle strade che si arrampicano sulle colline che stanno dietro al mare, questa terra è maledettamente bella. Forse la bellezza è la sua maledizione. Una maledizione tutta umana però: non c’entrano le divinità, siamo fuori dal mito, e nemmeno la natura che pure ne fa una terra ballerina, di fuoco e terremoti. È la maledizione prodotta da chi, dopo cento anni, continua a volerne estrarre “ricchezza” per pochi.

 

 

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