I sonnambuli e l’inverno demografico nel rapporto Censis

Una decina di anni fa, nei pressi del centenario della Grande guerra, usciva anche in Italia un libro dello storico Christopher Clark intitolato I sonnambuli. Il sonnambulismo richiamato da Clark era quello dei potenti di inizio Novecento, che non sapevano vedere la tragedia che stava per scatenarsi. Quella stessa cecità descritta da Stefen Zweig ne Il mondo di ieri. Sonnambuli, oggi, sembra dirci l’ultimo Rapporto Censis, siamo tutti noi – chi più chi meno, in base al nostro ruolo e alle nostre responsabilità. Incapaci di muoverci per porre riparo alle tante catastrofi da tempo annunciate, che paiono potersi scaricare sul nostro Paese in tempi via via sempre più ravvicinati (per non dire della drammatica incapacità di agire da parte dei potenti di oggi sulla scena internazionale, naturalmente).
Il cinquantasettesimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, reso pubblico alla fine del 2023, è una lettura assai poco confortante. A maggior ragione perché fondata su dati di analisi del presente e di previsione che, nei diversi àmbiti, vengono presentati sulla scorta di un lavoro che l’istituto di ricerca presieduto da Giuseppe De Rita svolge da più di cinquant’anni.
Anche in questa edizione, il Rapporto, nelle sue oltre 400, fittissime pagine, compone il ritratto di una società alle prese con una complessiva incapacità, a cominciare dalle proprie classi dirigenti, di tenere uno sguardo lungo per mettere in pratica interventi di ampio respiro capaci di arginare quello che, comunemente, chiameremmo declino; e che, via via, si osserva negli andamenti delle curve e degli istogrammi dei grafici di cui il volume è disseminato. Molte delle informazioni presentate, va detto, sono per lo più note agli addetti ai lavori, che lungo l’anno solare intercettano i diversi report che istituti di ricerca pubblici e privati rendono pubblici. Il Censis, ancora una volta, ha il merito di renderli disponibili – con l’aggiunta interpretativa e la rilettura alla luce dei suoi precedenti Rapporti – in un unico corpus, legando via via tra loro le diverse aree tematiche e evidenziando le conseguenze che politiche sbagliate, di brevissimo respiro e, dunque, spesso controproducenti, portano con sé.
Il sommarsi di indicatori preoccupanti – dovremmo dire negativi, ma faremmo torto al tentativo di chi ha stilato il rapporto di non lasciarsi andare a un pessimismo assoluto – non è certo cosa nuova ed era già presente nelle edizioni precedenti. Oggi, tuttavia, tocca considerare come “le tensioni e gli affanni” di questi ultimi anni siano diventati evidenti anche a grandi pezzi di società, un tempo più propensi a credere all’illusione della congiuntura sfavorevole. Se la direzione resta quella indicata come stella polare del modello capitalistico largamente dominante, la crescita, ad essa non possono non riconoscersi associate le fratture e le diseguaglianze che hanno ridisegnato negli anni, e negli ultimi anni in particolare, lo scenario sociale. La “promessa salvifica” della crescita non sembra più sufficiente a tenere in vita la convinzione – che via via si è trasformata in speranza, sempre più flebile – dell’arrivo imminente di periodi più favorevoli. Né a sostenere la fiducia in un futuro di ripresa, che possa ridurre le preoccupazioni e riaprire gli orizzonti della vita delle persone.
I sintomi di un clima così poco favorevole sono molteplici, alcuni più significativi e gravi perché propri delle classi di età più giovani, a cominciare dal rovesciamento del senso del lavoro. Il meccanismo lavoro-sacrificio in cambio di nuovi consumi e miglioramento presunto negli stili di vita si è inceppato. Lo si vede da diversi indicatori. Due esempi. La percentuale dei lavoratori che non hanno intenzione di aumentare le ore di lavoro per poter consumare di più; la disponibilità a lavorare più a lungo solo in cambio di consistenti incrementi della retribuzione. Nel complesso, emerge una perdita della centralità del lavoro nella vita delle persone, come già alcuni studi hanno indicato (si veda, ad esempio, F. Coin, Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita, Einaudi, 2023), con un ribaltamento delle priorità nella vita di ciascuno: se oggi il lavoro è sempre più spesso povero e scarico di prospettive ad esso si tenta di sostituire altro. Utile uno sguardo alla tabella, fra le tante, che indica il potenziale inespresso della partecipazione al lavoro, con i diversi motivi di inattività. Un dato che andrebbe sempre tenuto presente nell’analisi degli indicatori sull’occupazione, spesso letti superficialmente guardando solo al dato macro tendenziale, considerando che, in termini assoluti, il numero di persone tra i 15 e i 64 anni che non lavorano e non cercano lavoro nel 2022 si è assestato a 12 milioni e 845 mila unità. A fronte di un tasso di occupazione nella stessa fascia di età pari al 60% (contro circa il 70% a livello europeo, UE27). Nel frattempo, il principe degli indicatori del benessere, il Pil, mostra la corda; rispetto, ad esempio, a quello francese, che nel 2022 ha raggiunto i 2.639 miliardi, il 35,6% in più rispetto all’Italia.
Una crescita debole, e fragile. Che per giunta ricade in maniera profondamente diseguale sugli individui. Le conseguenze non si fanno attendere e si riconoscono nei diversi settori. Un dato ad esempio è quello delle presenze nelle strutture ricettive italiane, dove i connazionali sono in calo (-3,4%, da gennaio 2022 a luglio 2023) a fronte di una crescita evidente degli stranieri (+12,4% nel stesso periodo).
Naturalmente è impossibile riprendere qui i tanti aspetti trattati dal Rapporto, il cui interesse mi pare consistere proprio nella presentazione incrociata dei dati, con sovrapposizioni che aiutano il lettore a comprendere i meccanismi di causa-effetto che definiscono oggi una società come quella italiana. Tuttavia, un tema non può essere trascurato neppure nello spazio di un articolo di rivista ed è quello demografico.
Anche in questo caso, come per molti altri temi discussi nel Rapporto, è l’incapacità mostrata dalla classe politica che si è data il cambio nel corso degli ultimi trent’anni di tenere uno sguardo lungo e scegliere strade di intervento che fossero meno legate alla ricerca del consenso e più alla crescita del Paese – intendendo evidentemente in questo caso per crescita qualcosa che va al di là del pur fondamentale dato economico – a risultare spiazzante. E, al tempo stesso, a costituire ulteriore motivo di sconforto rispetto a un futuro non troppo lontano, in cui chi ricopre cariche pubbliche, soprattutto, ma anche chi svolge ruoli dirigenziali nel privato sappia rinunciare al sé per ri-osservare il noi con una panoramica sufficientemente ampia.
Da quanto tempo parliamo di “inverno demografico”? Da quanto tempo i demografi ci tengono aggiornati sulle tendenze della popolazione? Cito, fra i tanti possibili, un articolo di Massimo Livi Bacci, pubblicato nel 2018, in cui si segnalava che le nascite erano scese sotto il mezzo milione nel 2015 e sarebbero state intorno alle 450 mila quell’anno (M.Livi Bacci, Un’Italia più piccola e più debole? La questione demografica, “il Mulino”, n. 5/2018). A che punto siamo? I nati nel 2022 sono stati 393 mila e le previsioni per il 2050 (domani) ci pongono davanti a tre scenari possibili. Nel migliore di essi, in base ai dati Istat, il numero delle nascite scenderebbe di altre 28 mila unità; ma secondo le più pessimistiche proiezioni del Censis questo dato peggiorerebbe ulteriormente, arrivando a toccare anche un meno 104 mila, dunque senza raggiungere neppure i 300 mila nuovi nati ogni anno. Si consideri che nel 2008 erano più di 577 mila (tralasciando gli anni del boom, naturalmente: nel 1964 le nascite furono più di 1 milione).
Dati del genere non possono che riversarsi con un impatto devastante sul peso delle diverse classi di età nella popolazione italiana, che ad oggi sfiora i 59 milioni, ma con un pezzo sempre più “pesante” di ultra 64 enni (oggi pari a oltre 14 milioni di persone, il 24,1% del totale). Un dato che, nel 2050, si stima possa arrivare a incidere per il 34,5%, a fronte di un calo degli under 34, che passerebbero dall’attuale 32,9% a un 28,7%. Il tutto in uno scenario complessivo che vedrà, o se preferiamo vedrebbe, un calo della popolazione in circa un quarto di secolo di quasi 5 milioni di persone.
Pochi nati, tanti vecchi. Meno nuovi cittadini per la crescita, sempre più vecchi bisognosi di assistenza. Un dato strutturale a questo punto pressoché certamente negativo, con un saldo naturale fortemente negativo. “Meno nati, meno donne in età feconda, meno giovani e un’onda prorompente di anziani”, con una popolazione attiva stimata in 8 milioni in meno sempre al 2050. Un incubo per chi dovrà tenere in piedi un sistema di Welfare che già oggi mostra molte crepe, con diversi livelli da regione a regione, aspettando le modifiche costituzionali con cui l’attuale governo vorrebbe ridisegnare gli equilibri in una autonomia regionale differenziata meglio definibile come “secessione dei ricchi” (cfr. G. Viesti, Contro la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza, 2023).
Il tentativo da parte degli estensori del Rapporto Censis di non ammorbare il lettore con toni troppo pessimistici è certamente apprezzabile. Tuttavia, appare difficile non lasciarsi prendere dallo sconforto, soprattutto se si cede alla tentazione di dare uno sguardo all’azione delle forze politiche oggi presenti in Parlamento e, in particolare, all’azione di governo. Diversi, a questo proposito, potrebbero essere gli spunti. Si pensi, fra i tanti, alla questione del salario minimo, che tiene insieme tutte le dimensioni sin qui tirate in ballo: l’occupazione e il lavoro, la disaffezione al lavoro intesa come etica dello sviluppo dell’individuo, la crescita delle giovani generazioni, la progressiva perdita demografica del Paese, in buona parte definibile in un contesto che è quello delle difficoltà della condizione giovanile italiana. Scrive, in una breve annotazione biografica Fulvia Antonelli, all’interno di un recente articolo: “quando ero cameriera la mia paga oraria secondo regolare contratto era di 5 euro l’ora. Naturalmente le ore lavorate non erano quelle dichiarate in busta paga, e nemmeno quelle pagate: 6 ore di fatto al posto di 4 ore sulla carta a turno. In quel caso il salario minimo a 9 euro avrebbe aiutato, ma forse cambiando gli addendi il risultato sarebbe stato uguale e in busta paga sarebbero arrivate solo due ore di lavoro. Senza controlli sul lavoro e senza solidarietà tra lavoratori ogni discorso non vale” (Fuori i soldi! Lavoro, welfare, reddito, “Gli Asini”, 2 dicembre 2023). Ecco, questo, fra i tanti possibili, mi pare un punto decisivo. Se chi è cresciuto in un contesto sociale ed economico sufficientemente garantito non si darà da fare per ricostruirlo anche per le generazioni più giovani, e per giunta velocemente, gli scenari peggiori prospettati dalle indagini come quella del Censis che ogni anno ci vengono sottoposte si concretizzeranno. E tra qualche decennio verremo ricordati anche noi come sonnambuli incoscienti.