Gli Asini - Rivista

Educazione e intervento sociale

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Guardiamo indietro per andare avanti

Illustrazione di Dario Sostegni
17 Maggio 2026
Matteo Tamburini

In tarda serata, quando finalmente i due bambini piccoli si sono addormentati, una visita della polizia è, diciamo così, una sorpresa sgradita.
Erano da poco passate le 21. Qualcuno suona il campanello. Allarmato, mi affaccio alla porta e vedo che ci sono due poliziotti, con le pistole al fianco e i giubbetti antiproiettile. Mi spiegano che uno dei miei vicini di casa li ha chiamati perché sentiva un bambino piangere «violentemente». Mi hanno chiesto di entrare. Gli ho detto di no.
Fortuna che non erano agenti dell’ICE, che dicono di avere il diritto di entrare in casa della gente senza mandato. Fortuna che comunque ho un rischio minimo (ma non inesistente) di essere detenuto e deportato, perché ho la doppia cittadinanza. Fortuna che sono fenotipicamente “bianco” (su questo avrò da ridire), visto che incontri di questo tipo con la polizia troppo spesso finiscono in tragedia, sproporzionatamente per le persone di colore.
Questo aneddoto è avvenuto a Bellingham, stato di Washington, in un angolo democraticissimo degli Stati Uniti. Peccato che il nostro deputato alla Camera e le nostre due senatrici non abbiano mai votato contro i continui contributi militari alla distruzione di Gaza – in parte per compiacere la Boeing, che oltre a fare gli aerei per l’aviazione civile è anche la maggior fornitrice di munizioni per la mattanza israeliana.
Un angolo democraticissimo degli Stati Uniti in cui l’associazione pacifista di cui faccio parte è stata bollata come «seminatrice di odio» che «non merita di far parte della nostra comunità» da un altro poliziotto tuttora in servizio.
Da quindici anni insegno (matematica) in una università di Nativi Americani, il Northwest Indian College, dove continuo a imparare dei modi in cui il governo degli Stati Uniti ha cercato (e, in vie attualmente più delicate, continua a cercare) di eliminare lo specchio scomodo dei suoi popoli originari. Trump vuole che si torni a insegnare una storia patriottica degli Stati Uniti. Difficile farlo quando i nonni di tutta una comunità hanno sofferto la rimozione forzata dalle proprie famiglie quando erano bambini, per poi essere affidati a scuole la cui missione era «uccidere l’indiano per salvare l’uomo», subendo punizioni corporali se parlavano le loro madrelingue. Vale però la pena dire che, imparando questa storia, imparo anche tutti i modi in cui i vari popoli indigeni hanno resistito e trovano sempre modi di riaffermare la loro sovranità.
Questo sorvolo storico sugli Stati Uniti è colorato dal modo in cui ce lo raccontiamo: la chiave di lettura che ho internalizzato è quella di un graduale progresso, dell’arco morale dell’universo che pian piano curva verso la giustizia (così lo descrisse Martin Luther King). Ma il pessimismo del mio intelletto in questi giorni pesa gravemente sull’ottimismo della volontà indirizzata a un futuro progressivamente, collettivamente migliore del presente. Mi chiedo spesso cosa pensassero del futuro i miei nonni paterni, durante i giorni duri dell’occupazione nazista, mentre erano sfollati con due bambini piccoli sulla montagna pistoiese.
Mi chiedo cosa si immaginavano del futuro i nonni o bisnonni di Alex Pretti e Greg Bovino. Il primo un discendente di nonni italiani immigrati negli Stati Uniti che è stato ammazzato dagli agenti dell’ICE a Minneapolis, mentre li filmava e aiutava una donna ad alzarsi. Il secondo un discendente di nonni italiani immigrati negli Stati Uniti che era a capo degli agenti dell’ICE, e che ha gettato fango sul primo, accusandolo di voler massacrare gli agenti che gli hanno sparato alle spalle mentre lo tenevano fermo a terra. Sicuramente i nonni immigrati di entrambi hanno dovuto affrontare discriminazioni razziste nei loro confronti da parte dei “bianchi” degli Stati Uniti. E sicuramente hanno dovuto scegliere come posizionarsi, come tantissimi altri immigrati: combattere la discriminazione nei propri confronti, e far causa comune con tutti gli altri discriminati, in primis le persone di fenotipo africano? Oppure fare di tutto per passare dalla parte dei “bianchi”, per assimilarsi alla società dominante, e quindi schierandosi a loro volta contro i neri e gli altri immigrati? È una scelta abbastanza attuale, anche in Italia, credo.
E questa scelta mi assilla. Al di là di vari tipi di azione politica e associazionistica che mi coinvolgono, la domanda che adesso mi pongo quotidianamente è: in un mondo come questo, cosa devo insegnare ai figli? A parole, ma anche (e soprattutto) con l’esempio?
Nel cercare di trovare risposte, mi confronto sempre con(tro) il mondo moderno, che ad ogni angolo mi e ci invita ad abdicare alle nostre responsabilità familiari e collettive nei confronti dell’educazione delle nuove generazioni. L’esempio che più mi ha colpito nell’ultimo anno è stata una recensione (sul «New York Times») di uno “Yoto”, l’ennesimo aggeggio elettronico per intrattenere i bimbi, che però non ha uno schermo. La giornalista che ha scritto la recensione ci condivide, en passant, che lei ha spesso passato delle serate a letto con le figlie per farle addormentare ascoltando insieme a loro le storie raccontate da questo coso. Non riuscivo a credere ai miei occhi quando l’ho letto. La giornalista/madre, invece di leggere libri, o raccontare storie, di rendersi in qualche modo protagonista di quel momento delicato, si mette anche lei ad ascoltare le storie di un dispositivo elettronico con le figlie. E si dice contenta perché il coso ha aiutato la sua famiglia a ridurre il tempo che le bambine passano di fronte ai vari schermi che le circondano.
Le storie disponibili, a pagamento, per questo coso insegneranno a quelle bambine qualcosa su come interagire, sia singolarmente che collettivamente col mondo che le circonda? E cosa impareranno sulla responsabilità verso le generazioni future vedendo una mamma che abdica così alla sua autorevolezza? Cosa riprodurranno con i loro figli?
Non lo dico perché nella mia famiglia abbiamo definitivamente abolito gli schermi o gli aggeggi elettronici. Ma, pur conoscendo in modo molto concreto la fatica delle lunghe giornate, anche a costo di addormentarmi mentre leggo, voglio essere io a fare la voce narrante per l’ora della nanna.
Resta comunque la domanda: ma quali storie raccontare? I libri disponibili commercialmente sono davvero migliori rispetto a quello che ci offrono i vari gadget elettronici? E, a maggior ragione, sono davvero migliori del folclore che abbiamo sostituito con i cartoni della Disney?
C’è sicuramente una storia che voglio imparare a raccontare. Io sono cresciuto con la storia del diluvio universale della Bibbia, ma storie di diluvi o alluvioni sono molto comuni in culture diverse. In particolare, il popolo Lhaq’temish, per cui lavoro, ha anche lui una storia di una grande alluvione. L’ho sentita raccontare per la prima volta su YouTube, dal capo ereditario (ora defunto) della tribù. Mi sembra importante citare la mia fonte su YouTube a causa della lunga tradizione degli europei di estrarre conoscenza e materie prime dai popoli indigeni. E mi sento libero di citarla proprio perché è stata resa pubblica.
Al contrario della storia biblica, quando il vecchio profeta prevede l’arrivo del diluvio non si preoccupa di salvare gli animali – piuttosto, la comunità crea delle canoe per salvare tutti i propri bambini, e consegna loro gli strumenti materiali e culturali che serviranno per vivere nel mondo dopo il recedere delle acque.
Ecco, questo è l’ottimismo della volontà che mi è rimasto, ostinatamente, ogni notte, quando accompagno i bambini a letto, nonostante le guerre, i poliziotti, o i vicini di casa che li chiamano.

Quando l’oceano hanno attraversato
in cerca d’opportunità e speranza
il viaggio certo facile ‘un è stato
per poi trovare molta intolleranza
e chi ha sofferto quand’era immigrato
può scegliere una nuova circostanza
Combattere la discriminazione
o stare dalla parte del padrone.

Passata la terza generazione
trovarsi in Minnesota a comandare
di bulli mascherati un’invasione
ed altri sciagurati a spaventare
oppure prendere una posizione
agir, manifestar, videografare
Al crocevia puoi scegliere la strada
difender la giustizia, oppur la spada

E sappi che qualunque cosa accada
nel mondo che ti abbraccia e ti circonda
per quanto sia difficile la strada
ancora c’è una saggezza profonda
afferrala, non lasciare che cada
o che il mondo moderno la nasconda
coi suoi specchietti lisci e affascinanti
che oltreoceano furon devastanti

I popoli nativi vanno avanti
ma ci rivolgon sempre una domanda
che si rivela tra le più assillanti
e all’aria tutti i nostri piani manda.
Può darsi ci si senta titubanti
se il subalterno un attimo comanda.
Lo chiedono ogni giorno, anche adesso:
«Sei certo di conoscere te stesso?»

È un compito difficile e complesso,
guardarsi in altri specchi e ricordare
che quel che c’han venduto per progresso
ha avuto conseguenze molto amare
e quando quel ricordo vien soppresso
gli stessi orror continueremo a fare.
Guardiamo indietro per andare avanti
…

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