Enrico Pugliese: un intellettuale militante

Enrico Pugliese era una persona di grande vitalità e con una forte personalità. Queste due sue caratteristiche, unite al suo timbro di voce e al suo fisico, non lo facevano passare inosservato. Riusciva a entrare e a segnare la vita delle persone con facilità. Le molte testimonianze e ricordi di chi l’ha conosciuto rilasciate dopo la sua scomparsa, hanno restituito un Enrico poliedrico. In questi giorni sono state raccontate molte versioni di Enrico e tutte vere.
Sui molti Pugliese che giravano per convegni, assemblee e aule universitarie, lui ci scherzava sopra. Una volta mi disse che ci doveva essere un suo sosia che partecipava alle conferenze al posto suo. E su questa boutade ci ritornava soprattutto quando lo accusavano di qualche particolare efferatezza ideologica, come accadde una volta con un noto accademico milanese al che lui rispose che questa cosa forse l’avrà detto l’altro Pugliese ma lui proprio no (io ne sono testimone oculare e auricolare).
Esistevano molti Enrico Pugliese perché aveva molti interessi e faceva molte cose. Non era solo un importante accademico ma anche un acuto ricercatore che viveva fortemente anche la dimensione politica della sua ricerca e dei soggetti sociali indagati. Lavoro politico e lavoro scientifico erano strettamente intrecciati nella sua prassi accademica. Non a caso è stato uno dei più importanti e originali allievi di Manlio Rossi-Doria che, come ricordava sempre lo stesso Enrico, sosteneva che bisognava sporcarsi le scarpe per capire il mondo. Sporcarsi le scarpe non significava solo scendere nelle strade e andare nei campi per parlare con le lavoratrici e i lavoratori, disoccupate e disoccupati; significava anche fare inchiesta, dove “ricerca e pratica sociale, lavoro scientifico e impegno per un radicale cambiamento sociale si intrecciano”. Inoltre, continuando sempre con le parole di Enrico Pugliese, il metodo dell’inchiesta
“supera l’alternativa schematica tra approccio quantitativo e approccio qualitativo e scava in terreni nuovi individuando rapporti di potere, ingiustizie sociali, forme di oppressione economica e culturale, discriminazioni, ma anche aspettative di cambiamento e trasformazioni sociali e culturali. Infine, più che teorizzare l’approccio interdisciplinare, la pratica dell’inchiesta pone fianco a fianco studiosi di diversa formazione che beneficiano del confronto reciproco e dell’arricchimento che viene dal rapporto con il contesto sociale e umano della ricerca. Si pone in primo piano la condizione umana e la soggettività delle persone, analizzate attraverso il rapporto diretto con le persone nella loro quotidianità, mettendo a confronto l’approccio dello studioso con il punto di vista direttamente espresso dai soggetti interessati” (Enrico Pugliese, “L’Inchiesta tra ricerca scientifica e pratica sociale” in E. Pugliese (a cura di), L’inchiesta sociale in Italia: orientamenti, contenuti e metodo, Carocci, 2009, pp. 3 e 8).
Ho conosciuto Enrico Pugliese attraverso i suoi articoli su “il manifesto”. Erano gli inizi degli anni ‘80 del secolo scorso ed era cominciata la guerra ideologica contro la Cassa del Mezzogiorno che poi era essenzialmente la guerra ideologica contro l’intervento pubblico nel mercato e di cui il Mezzogiorno e le disoccupate e i disoccupati meridionali furono le vittime principali. Quando leggevo le sue analisi che sapevano dosare con maestria rigore e ironia, i suoi articoli che in brevi e illuminanti righe demistificavano la retorica degli oziosi, dei poveri immeritevoli e dell’arte di arrangiarsi, sentivo una viva partecipazione dell’intellettuale che raccontava la vita quotidiana e i sentimenti delle figure sociali che mi circondavano e che io conoscevo. Questa comunanza e conoscenza diretta dei soggetti sociali e del loro vissuto venivano dalla pratica politica quotidiana nel Centro di Coordinamento Campano, fondato nel 1969 insieme a Giovanni Mottura, Fabrizia Ramondino e altri studenti e operai. Qui ritengo che risieda l’originalità di Enrico Pugliese come militante e come accademico. In tutti e due i ruoli, è stato profondamente atipico. Da un lato, non era un mero intellettuale “impegnato” ma militante nel senso che questa parola aveva assunto negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Militante perché stava con una parte (quella dei più deboli, degli oppressi) che, attenzione, non era il partito che rappresentava e organizzava una classe ma che partecipava attivamente alla vita del movimento di lotta per il lavoro, dei disoccupati, a cui si aggiunsero poi negli anni gli immigrati e il movimento antirazzista.
L’atipicità di Pugliese in quanto intellettuale militante era dovuta alla peculiarità della sua militanza che non si riduceva all’azione di lotta e di propaganda ma che era arricchita dalla voglia di accrescere la coscienza di classe attraverso il riconoscimento dei soggetti sociali e delle loro condizioni di vita. Non era dunque una ricerca finalizzata a individuare suggerimenti di policy (come si direbbe oggi) ma era inchiesta sociale per costruire un intellettuale collettivo politico finalizzato alla costruzione di un’alternativa. Questa sua esperienza di inchiesta e pratica politica veniva portata nell’Accademia senza però rinunciare al rigore scientifico. Non perché così voleva l’Accademia ma perché così doveva essere nel metodo dell’inchiesta sociale.
Quando mi sono iscritto alla facoltà di Sociologia di Napoli, ho capito che l’Enrico Pugliese che scriveva gli articoli sul manifesto e l’Enrico Pugliese dei comizi erano anche il professore di Sociologia del lavoro. Non era un’omonimia ma erano proprio la stessa persona. E seguendo il corso e i suoi seminari (all’epoca si facevano tanti seminari ed erano parte essenziale dei corsi) ho potuto constatare che i vari Pugliese si tenevano insieme, erano del tutto coerenti.
La sua militanza e la sua combattività le portava anche nella vita universitaria e soprattutto nel dibattito scientifico. Ho un ricordo molto vivo della sua posizione riguardo all’allora imperante appello alla flessibilità della forza lavoro come soluzione della disoccupazione giovanile di massa. Nel suo bel libro Sociologia della disoccupazione pubblicato dal Mulino nel 1993, si leggeva benissimo la parabola verso la precarietà che la proposta della flessibilità lavorativa avrebbe poi preso con decisione. Non solo, ha anche mostrato come la disoccupazione sarebbe diventata occupazione cambiandone la definizione operativa, come ha poi fatto effettivamente più volte l’Istat negli anni seguenti.
Enrico Pugliese è anche stato uno dei più importanti studiosi delle migrazioni e ha portato la sua militanza anche nel campo degli studi migratori. A questo proposito cito ancora un mio ricordo personale che riguarda la Conferenza nazionale dell’immigrazione tenutasi a Roma nel giugno del 1990 a cui partecipai in quanto obiettore di coscienza presso il Jesuit Refugee Service di via degli Astalli. Allora la tematica più dibattuta riguardava la stima della presenza straniera soprattutto della sua componente irregolare. Circolavano i numeri più disparati, con gli studiosi (soprattutto demografi) che proponevano delle stime molto basse che non superavano le 500.000 persone mentre i politici proponevano numeri molto più alti. Fu proprio in occasione della Conferenza che un ministro sparò la cifra di otto milioni di stranieri e fu proprio allora che Enrico Pugliese intervenne per smontare tutte le stime esagerate, attraverso un rigoroso discorso scientifico che partiva dalla definizione di straniero, immigrato e immigrato regolare e irregolare (e ne approfittò anche per dimostrare che la parola clandestino, allora andava per la maggiore, non aveva nessun base scientifica ma esprimeva solo il pregiudizio verso gli immigrati). La vis polemica era del militante ma il rigore scientifico era del professore universitario che conosceva tutte le indagini dell’epoca o perché le aveva fatte lui o perché ne aveva discusso con le ricercatrici o i ricercatori che le avevano realizzate.
Anche il suo metodo didattico aveva una forte peculiarità, in quanto durante le sue lezioni portava ad interrogarci sulla realtà sociale e sul nostro senso comune. Per questo motivo per me restano memorabili le sue lezioni sull’immigrazione, su cui il senso comune e la propaganda politica operavano delle deformazioni che ne lasciavano contorni indefiniti e su cui prosperavano miti e luoghi comuni. Enrico Pugliese cominciava col chiedere a noi studentesse e studenti quanti immigrati ci fossero in Italia e che lavori facessero. Il più delle volte le risposte rispecchiavano il senso comune allora prevalente che immaginava una vera e propria invasione di immigrati nullafacenti. Il professore Pugliese, lo stesso Pugliese che in sede di Conferenza nazionale sull’immigrazione si scagliò con tutta la sua forza dialettica contro il ministro che allora stimava in circa 8 milioni gli immigrati presenti in Italia, seguitava paziente nelle lezioni con il chiedere le ragioni di quelle affermazioni. E allora in aula si apriva un dibattito in cui si decostruiva il senso comune sull’immigrazione e lo si sostituiva con una visione scientifica del fenomeno.
Altra lezione per me memorabile è stata quella, condotta insieme a Enrica Morlicchio, sul welfare state. Si cominciò con l’affrontare la questione della definizione di welfare state, passando in rassegna criticamente tutte le traduzioni del termine e le definizioni allora in voga, per poi arrivare all’interpretazione dell’intreccio tra la composizione di classe, il conflitto e lo Stato all’origine delle politiche di welfare. Questo ricordo ci porta a introdurre un’altra linea di ricerca affrontata da Enrico Pugliese: quella delle politiche sociali.
Esiste un altro campo di studi che ha conosciuto un significativo contributo di Enrico Pugliese e di cui poco si parla, quello dell’invecchiamento. Con il volume La terza età. Anziani e società in Italia pubblicato dal Mulino nel 2011, mostra come, grazie alla medicina e al miglioramento delle condizioni socioeconomiche, la vecchiaia è diventata una lunga fase della vita, fatta di una “terza età” in cui si può tornare padroni attivi del proprio tempo e di una “quarta età”, che è quella della dipendenza. Il passaggio dall’una all’altra dipende dalle condizioni specifiche degli individui e dalle politiche sociali. In questo volume ha anticipato quello che un decennio più tardi diventerà centrale nel dibattito pubblico italiano, la dimensione sociale dell’invecchiamento.
Per chiudere, voglio ricordare un altro insegnamento di Pugliese, l’imprescindibilità della dimensione storica per l’interpretazione di ogni fenomeno sociale. Tutti i suoi contributi presentano un’analisi sociale fondata storicamente per spiegare le ricorrenze e le innovazioni dei fenomeni nel tempo storico. Un approccio che è stato alla base del suo ultimo volume, Storia sociale dell’emigrazione italiana, pubblicato dal Mulino e che io ho avuto la fortuna e l’onore di cofirmare.