Dov’è il mondo?

Meno di un anno fa, a Bologna, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare un dialogo fra Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, e l’antropologa Ruba Salih, svoltosi all’Università di Bologna. “Io mi vergogno profondamente quando mi trovo accanto a dei palestinesi. Mi vergogno da occidentale, mi vergogno come parte di una società che non solo non riesce a fermare quello che sta succedendo, ma è anche corresponsabile”, aveva detto allora Francesca Albanese. Oggi, grazie al suo lavoro di ricerca, quella corresponsabilità si è ancor più precisata nell’economia del genocidio, che Francesca Albanese ha puntualmente descritto nel report From economy of occupation to economy of genocide, presentato al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite due giorni fa. Un rapporto dove il legame fra morte e denaro, fra annientamento di un popolo e profitti aziendali si precisa in nomi, dati, prove: un vero affronto al capitalismo senza freni e senza legge ormai imperante, e che sta costando a Francesca Albanese attacchi feroci, a partire da quello dell’amministrazione Trump, che ne ha chiesta l’immediata rimozione dall’incarico. Nel ripubblicare le parole che ascoltammo a Bologna, esprimiamo qui il nostro sostegno e tutta la nostra gratitudine per il lavoro che Francesca Albanese sta svolgendo con rara integrità morale e professionale.
Questo testo è un’ampia sintesi del dialogo svoltosi all’Università di Bologna il 9 settembre 2024 tra Ruba Salih, antropologa, e Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Ringraziamo le autrici per la disponibilità alla pubblicazione e la revisione della trascrizione.
Ruba Salih
Sono un’antropologa, ma sono anche figlia di palestinesi che hanno perso le loro case due volte: nel 1948, quando erano solo dei bambini, e nel 1967, quando erano studenti in Europa. Sono stati tagliati fuori con forza dalle loro case, dalla loro terra, dalla loro famiglia perdendo per sempre il diritto di vivere in esse. Di conseguenza, mi è impossibile parlare in modo distaccato e imparziale. Inoltre, non credo nell’imparzialità come posizione epistemologica: nessuno di noi può essere imparziale rispetto a nessun tema.
In questo senso, penso che non possiamo esimerci dal riconoscere che questo è un momento emotivamente doloroso. Più che di un momento, si tratta di una storia che non comincia il 7 ottobre 2023. Forse inizia nel 1917, quando gli inglesi decisero che la terra di Palestina sarebbe stata il luogo su cui costituire un focolare nazionale per la popolazione ebraica discriminata.
Attraversando il 1948 e arrivando ad oggi – con il genocidio del popolo palestinese a Gaza – questa storia ha assunto una connotazione di violenza e di ferocia senza precedenti.
Un messaggio ricevuto da un amico giornalista da Gaza lo scorso ottobre diceva: “dsx”.
È uno dei tanti messaggi che ci sono giunti da Gaza negli ultimi mesi: le voci di giornalisti, operatori umanitari, organizzatori sociali, padri, madri e studenti che ci raccontano le scelte disumane che devono fare – come ad esempio decidere chi soccorrere sotto le macerie basandosi su chi ha la maggiore possibilità di sopravvivere – o la lotta quotidiana per trovare acqua e cibo.
Ricordiamo che questo massacro travolge un popolo ferito e violato più volte, la cui storia individuale e collettiva è scandita da una sequenza di massacri. Questa memoria diviene intrinsecamente parte dell’identità collettiva e individuale, come nel caso della scelta dei nomi. Mio zio – per esempio – è nato nel 1948 e il suo nome era Abul Harb, il figlio della guerra.
La vita del popolo palestinese è scandita dalla sequenza di eventi violenti a cui sono stati sottoposti: la Nakba nel 1948, la Naksa nel 1967, il massacro di Sabra e Shatila nel 1982, la sequenza di bombardamenti indiscriminati (2008, 2012, 2016, 2018, 2022). Ma si devono ovviamente ricordare anche le forme quotidiane di violazione sistematica del diritto internazionale e di umiliazione della popolazione, i checkpoint, il muro di separazione, l’esproprio giornaliero di case, di terre, di risorse naturali, le leggi di apartheid all’interno dello Stato di Israele, gli attacchi indiscriminati dei coloni illegali, la rapina di risorse naturali, l’assedio e la prigionia di Gaza negli ultimi 17 anni, l’espropriazione violenta dell’indigenità.
Di fronte a tutto questo: dov’è il mondo, dov’è la legge?
Questa è la prima domanda che vorrei porti.
Ma vorrei introdurre anche un’altra riflessione. I palestinesi, da nazione “superflua”, sono diventati oggi il prisma, il veicolo simbolico-politico di una possibilità di riscatto per tutto il mondo, di una visione di giustizia radicale, quindi globale. Ne deriva che in Palestina si gioca non solo il diritto alla vita dei palestinesi, ma il senso profondo di una possibile coesistenza su questo pianeta basata sul rispetto della vita umana in quanto tale, sul rispetto della terra e non sulla sua conquista violenta. La lotta si carica, perciò, di obiettivi di portata globale quale la costruzione di un sistema di giustizia etico che finalmente renda davvero universali gli strumenti del diritto, finora segnati dalla storia coloniale e neocoloniale che li ha forgiati.
C’è davvero in gioco la possibilità di riscatto o il salvataggio di una visione del mondo che ha a cuore una certa idea di giustizia e che ancora crede in questi strumenti?
Francesca Albanese
Occuparsi di Palestina è sempre stata un’esperienza dolorosa, ma gli ultimi 11 mesi li ho vissuti con un senso particolare di smarrimento. Qualcosa di me se ne è andato con questo genocidio, e non tornerà più.
Il rischio, oggi, è quello di una pulizia etnica di massa, l’ultima tappa che resta per la pulizia etnica della Palestina, perché questo è ciò che fa Israele approfittando delle situazioni di caos da esso stesso create, come ha fatto nel ‘48 e nel ‘67.
Ciò che sta succedendo adesso ci sta rieducando alle parole, ha bucato la bolla dell’amnesia coloniale che da bravi occidentali ci siamo costruiti attorno. Noi abbiamo dimenticato che per secoli le relazioni internazionali dell’Europa sono state relazioni di dominio, di assoggettamento, di sfruttamento, di espropriazione e di colonialismo.
Alla luce di ciò, non desta alcuna sorpresa quello che sta accadendo oggi. Lo shock è legato al non capire come si possa tollerare una situazione del genere dopo la Seconda guerra mondiale.
Io mi vergogno profondamente quando mi trovo accanto a dei palestinesi. Mi vergogno da occidentale, mi vergogno come parte di una società che non solo non riesce a fermare quello che sta succedendo, ma è anche corresponsabile.
Quando parlo di corresponsabilità lo faccio con piena coscienza giuridica, perché stare a guardare i palestinesi che vengono uccisi, vuol dire essere complici.
Lo ripeto spesso, a scanso di equivoci: non vanno giustificati i crimini che sono stati commessi da palestinesi nei confronti di israeliani nel corso di decenni di resistenza allo spossessamento, all’occupazione illegale, al furto di terra, casa, sogni e vita. Non c’è dubbio sul fatto che siano stati commessi anche dei crimini e non li giustifico, però non possono essere equiparati alla magnitudo del contesto nel quale sono stati commessi. Per quanto un atto di resistenza possa essere illegale se si risolve nell’uccisione o cattura di un civile, quel crimine non invalida la resistenza in quanto tale. La resistenza rimane un diritto riconosciuto dal diritto internazionale, e rappresenta una conquista dei popoli che hanno spezzato le catene di centinaia di anni di colonizzazione.
Tuttavia, mentre un atto di resistenza può essere criminale e come tale va investigato e giudicato, cosa dire di un atto che emana da un’occupazione che è ontologicamente illegale?
L’illegalità è stata stabilita dal diritto internazionale, che negli ultimi mesi ha visto importanti sviluppi. Uno consiste nella richiesta – da parte di Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale – del mandato di arresto per due politici israeliani e tre leader di Hamas (tutti uccisi successivamente da Israele). Questo genera rabbia perché l’inchiesta della Corte penale avrebbe potuto concludersi già dieci anni fa: i presupposti per i crimini di guerra erano già presenti, in quanto le colonie sono crimini di guerra e sono state lo strumento attraverso cui Israele ha continuato a rubare terra ai palestinesi. Il furto di terra si è tradotto nell’abbattimento di case, nello sfollamento forzato della popolazione, nonché nella distruzione di vite.
Poi ci sono tre casi aperti presso la Corte di giustizia internazionale, l’organo giudiziario più importante nell’ordinamento sovranazionale. La prima è la sentenza con cui si riconosce l’illegalità dell’occupazione. A luglio 2024 la Corte ha stabilito che Israele deve smantellare la propria presenza civile e militare nel territorio occupato, e che i palestinesi debbano ricevere un risarcimento per le loro sofferenze e delle facilitazioni al ritorno per coloro che sono stati sfollati. È un principio di giustizia perché concerne le sofferenze storicamente patite da questo popolo, in particolare a partire dal 1948.
Due casi sono legati al genocidio, il più importante dei quali è stato promosso dal Sudafrica nel dicembre 2023. Il Sudafrica è un paese che si è liberato da secoli di colonialismo. Per cinquant’anni questo sistema ha preso il volto dell’apartheid, ovvero un sistema istituzionalizzato di discriminazione razziale: il Sudafrica è sempre stato legato al popolo palestinese, perché in esso vede riflessa la propria tragedia.
Se non ci fossero stati gli estremi, la Corte avrebbe dismesso il caso. Invece – prima di entrare nel merito della questione – ha ordinato misure cautelari (ribadite a gennaio, a marzo, a maggio) che prevedono la cessazione delle ostilità, a partire da Rafah. Nessuna di queste misure cautelari è stata osservata da Israele, mentre il resto della comunità internazionale è rimasto a guardare. L’ultimo caso è quello intentato dal Nicaragua nei confronti della Germania per complicità con Israele in atti di genocidio a causa del supporto militare garantito a Israele da Berlino dopo il 7 ottobre 2023.
Il punto centrale, anche alla luce di questi sviluppi, è: cosa ne resta del diritto internazionale? Il diritto è uno strumento neutro, non è di parte, è un insieme di regole volte a distinguere ciò che è permesso da ciò che non lo è. Israele viola il diritto internazionale da più di 75 anni e ignora tutte le risoluzioni emanate dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sulla base di questo dovrebbe essere quanto meno messo almeno in mora dalla comunità internazionale, come accadde a suo tempo al Sudafrica. Cosa succede, invece? Il diritto internazionale, pur essendo uno strumento neutro, rimane uno strumento nelle mani del più forte. Quindi il problema non è il dettato normativo, ma chi lo applica.
Una comunità internazionale che decide di violare il diritto è una comunità che accetta di vivere senza regole, è una società che non ci protegge più. Questa violazione impedisce ogni azione a difesa dei palestinesi, ma si traduce anche nella soppressione delle libertà fondamentali – come la libertà di espressione, critica e associazione – anche nei paesi occidentali. Come esempio significativo, in Germania è stato arrestato il più alto numero di ebrei dall’epoca dell’Olocausto perché hanno manifestato in solidarietà con il popolo palestinese.
Ruba Salih
Vorrei focalizzare l’attenzione su un tema cruciale: la disumanizzazione dei palestinesi.
La bibliografia sulla questione palestinese-israeliana conta oltre 1.300.000 titoli, tra libri, saggi e articoli. Non si può certo sostenere che non ci sia abbastanza informazione sul tema. Il problema della disumanizzazione va affrontato con la consapevolezza dell’attiva capacità e volontà di non sapere, oppure di filtrare ciò che si legge e si conosce attraverso uno sguardo che è già segnato dal preconcetto. Perciò, a mio parere, si tratta di una questione molto complessa che affonda le radici nella costruzione dell’Occidente come potenza, una potenza che nasce basandosi sull’esclusione della vita degli altri.
In Israele, la disumanizzazione dei palestinesi non è una reazione allo sdegno, alla rabbia e alla paura seguiti al 7 ottobre, ma è un discorso costruito nel corso di decenni. Una disumanizzazione che continua a reificare la differenza abissale attribuita alla vita israeliana rispetto a quella palestinese, una differenza che riverbera tutti i giorni nei nostri media, i quali veicolano l’idea che si possa difendere la vita umana escludendo quella degli “altri”.
Il colonialismo di insediamento ha come obiettivo l’eliminazione dell’indigenità palestinese. I palestinesi possono vivere (se possono vivere) solo come individui, ma non come popolo. Il genocidio in corso a Gaza ci mostra anche che l’obiettivo è quello di eliminare quanti più palestinesi possibile, in modo pianificato.
Perciò, come possiamo continuare a dire ai nostri studenti che il diritto internazionale è uno strumento neutro? Lo stesso Karim Khan racconta in un’intervista che lo strumento del diritto internazionale, figlio di una storia coloniale e neocoloniale che è ancora aperta, nasce per garantire la sicurezza di alcuni e non di altri. Come possiamo ancora (e qui faccio l’avvocato del diavolo) guardare in faccia i nostri studenti e dire: “C’è il diritto internazionale, non vi preoccupate, la vita umana è sacra, la vita umana è uguale per tutti”?
Francesca Albanese
Credo che la disumanizzazione sia l’elemento comune a tutti i genocidi, a tutte le esperienze di segregazione razziale che hanno usurpato la vita di un gruppo da parte di un altro.
È vero quello che dici, cioè che i palestinesi sono stati vittime di disumanizzazione perché la loro indigenità, la loro presenza sulla terra, il loro attaccamento per quella terra rappresenta per Israele un vizio originario: è l’elemento che con la sua fisicità, anche silente, sta a ricordare ogni giorno quello che la costruzione dello stato di Israele ha significato per oltre un milione di persone. La scrittrice palestinese Susan Abulhawa ha scritto che i palestinesi sono stati cacciati dalla loro terra come se la Storia avesse preso quella terra da un lembo di fazzoletto e avesse spazzato via tutto quello che c’era sopra.
Per secoli gli ebrei sono stati vittime di discriminazione e persecuzione in Europa, ma non sono andati in Palestina per condividere, bensì per prendere, in un’ottica coloniale. Per giustificare la ragion d’essere di Israele come Stato per soli ebrei si è dovuta quindi negare l’umanità dell’altro.
Questa è una cosa che noi occidentali dovremmo capire benissimo. Se veramente avessimo appreso la lezione dolorosissima dell’Olocausto, se ricordassimo quello che abbiamo fatto – anche da italiani – ai nostri concittadini e alle nostre concittadine cacciati dalla vita civile e uccisi solo perché ebrei, ci dovremmo vergognare dinanzi a quello che sta succedendo oggi, che non solo non viene narrato ma viene mistificato. Ciò non accade solo in Italia, ma nel nostro paese la disinformazione è totale. Da questo punto di vista siamo la barzelletta d’Europa.
Alla luce di ciò, è urgente arrivare alla comprensione del razzismo antipalestinese, il quale non differisce molto come matrice dall’antisemitismo e dall’islamofobia, esprimendosi, però, in modo diverso. Vi segnalo, a questo proposito, il lavoro di Nurit Peled-Elhanan, filologa israeliana secondo cui i testi in adozione nelle scuole del suo paese producono una visione razzista dei palestinesi. L’israeliano medio cresce con la stigmatizzazione del palestinese tacciato come selvaggio, arretrato, beduino, ladro e corrotto, e con la convinzione della sua potenziale pericolosità.
Per quanto riguarda la tua domanda: a che cosa serve il diritto? Che cosa raccontiamo ai ragazzi? È vero quello che dici: il diritto internazionale nasce in un orizzonte coloniale. Fino a 40-50 anni fa molti dei paesi che sono oggi membri delle Nazioni Unite a pieno titolo erano ancora sotto il giogo coloniale. Però la storia non è un percorso lineare. Il diritto internazionale è nato in quel contesto, ma è pure cambiato. I diritti umani sono appunto la parte più sana di questo diritto, perché tutti gli individui sono stati riconosciuti come meritevoli di protezione. Fino alla Seconda guerra mondiale questo non era riconosciuto.
La correzione di un sistema che nasce come iniquo è stata possibile grazie a tante lotte combattute da milioni di persone che si sono battute contro la schiavitù, l’apartheid, lo sfruttamento delle donne, lo sfruttamento degli indigeni. Tuttavia, le cose non succedono senza che We, the People – come afferma la Carta delle Nazioni Unite, e lo ricordo senza retorica – ci riappropriamo dei nostri spazi di libertà e rivendichiamo l’applicazione del diritto affinché non resti lettera morta. Oggi, più che mai, tutti noi siamo chiamati a farlo rispettare.