CHE MERAVIGLIA FLANNERY O’CONNOR! Affinché la grazia sia efficace

Sia detto in premessa e a scanso di equivoci: nelle prossime pagine si parlerà di molto altro, ma la ragione principale per cui attraverso questo dossier della rivista suggeriamo di leggere, rileggere, non smettere di leggere Flannery O’Connor è tutta da ricercare nella bellezza delle sue opere. Dei racconti in primis, la forma narrativa che più di tutte esaltava il suo stile asciutto, dei romanzi, della prosa saggistica e delle lettere. Tutto il resto – il suo carisma, la sua fede, le sue idee sul mondo e sulla letteratura – viene meravigliosamente in second’ordine.
Una bellezza che è il risultato di una scrittura scabra, ridotta all’essenziale, di una sintassi serrata, levigata fino alla maniacalità, di un’ironia affilata, al tempo stesso comica e perturbante, di uno sviluppo lineare delle trame, quasi da tragedia greca, di un profondo spessore simbolico affidato quasi esclusivamente alla sua capacità di descrivere i personaggi, i loro comportamenti, gli ambienti in cui si muovono e non alla scorciatoia, da cui metteva in guardia i giovani aspiranti scrittori, di spiegare tesi, enunciare messaggi: “Lo scrittore di narrativa non afferma, ma mostra, raffigura. È nella natura della narrativa, c’è poco da fare. Se scrivi di persone volgari, devi dare prova della loro volgarità mostrandole all’opera”.
Non che Flannery O’Connor non pensasse di avere messaggi da dare. Le motivazioni più profonde della sua scrittura, motivazioni che non ha mai esitato a sbattere in faccia a critici e lettori, complicando di molto la ricezione delle sue opere e insospettendo gran parte della cultura di sinistra (allora come oggi), ruotano intorno alla sua fede nel mistero cristiano dell’incarnazione e a quelli collegati della colpa, della redenzione e della grazia. Una fede intransigente, per niente accomodante: “Non mi troverà mai d’accordo sul fatto che l’Incarnazione, o qualunque verità, debba soddisfare sul piano emotivo per essere giusta”, scrive all’amica Betty Hester in una delle prime lettere della loro fittissima corrispondenza, “ci sono lunghi periodi nella vita di tutti noi, nonché dei santi, in cui la verità rivelata dalla fede è detestabile, emotivamente molesta, totalmente ripugnante”. Eppure, questa ispirazione così intensa e radicale si avvaleva di una sofisticata tecnica narrativa. L’una senza l’altra non avrebbe prodotto una delle prose più belle della letteratura americana.
La vita
O’Connor ha pubblicato poco, perché poco è vissuta e perché il suo metodo di scrittura la portava a riscrivere, emendare, cesellare ossessivamente le sue pagine fino a quando, come per la lavorazione di un diamante, il nitore dello stile non risultasse ai suoi occhi perfetto. Una trentina di racconti in tutto; due romanzi brevi che riprendono ed espandono alcuni racconti; alcuni meravigliosi testi preparatori delle conferenze sulla letteratura e sullo scrivere che tenne con divertimento e generosità finché le condizioni di salute glielo permisero (ne parla su queste pagine Sara Honegger); un epistolario da considerare a tutti gli effetti parte integrante della sua opera: la sua produzione è tutta contenuta in questo corpus di testi, così circoscritto, compatto e coerente che meriterebbe prima o poi anche in italiano un’edizione critica e completa.
Figlia unica di una famiglia cattolica di origini irlandesi, Mary Flannery O’Connor nasce nel 1925 a Savannah, in Georgia, nel sud segregazionista e a maggioranza protestante degli Stati Uniti. Quando è ancora adolescente la morte del padre, che l’ha sempre stimolata a leggere, disegnare, scrivere, e soprattutto a osservare e interpretare ciò che ha attorno in modo indipendente, colpisce come uno schiaffo in pieno volto l’infanzia serena di Mary Flannery. Scrive in un diario a proposito di quel periodo: “i nostri progetti erano così meravigliosamente predisposti, pronti per essere realizzati, ma con magnificente certezza Dio li ha messi da parte e ha chiesto: Vi siete dimenticati i miei?”. La morte del padre prima e la malattia poi la legano a doppia mandata a una madre rustica, autentica, conservatrice nelle idee e dalle grandi doti organizzative, con la quale avrà sempre un rapporto burrascoso, pur nel profondo affetto che le lega.
Frequenta un istituto sperimentale, la Peabody High School, ispirato alle idee pedagogiche di Dewey e del suo collaboratore Kilpatrick, che lei prenderà spesso di mira con la sua sferzante ironia. Eppure, è probabile che sia il clima sperimentale e libero di quella scuola a stimolarla a prendere parola e a pubblicare le sue prime prove. Da adolescente è con i disegni, più che con la scrittura, che osserva e giudica il mondo. Le vignette che produce per il giornale studentesco, per lo più xilografie, di solito completate da sagaci didascalie, rivelano la sua indipendenza di pensiero e il suo sguardo satirico.
Nel 1945 viene accettata al corso di giornalismo dello Iowa Writers Workshop. Per la prima volta lontana da casa, in un ambiente molto diverso dal “profondo lurido Sud” segregazionista in cui è cresciuta, la O’Connor si mette alla prova in cerca della propria voce di scrittrice. Il Diario di Preghiera (di cui scrive più avanti Giancarlo Gaeta) rivela la sua battaglia personale per trovare il modo migliore per narrare il reale come manifestazione della creazione divina.
Nel 1950, riconosciuta come giovane promettente scrittrice, si prepara a vivere nello stimolante ambiente culturale di New York, lontano da casa e dalla madre. Ancora una volta, però, i suoi progetti vengono stravolti e a venticinque anni la diagnosi di lupus eritematoso, una malattia che le corrode pian piano le ossa del bacino obbligandola all’uso delle stampelle, la costringe a un ritiro forzato e sofferto ad Andalusia, la fattoria di famiglia a Milledgeville, in Georgia. Nonostante la rinuncia ai propri sogni di giovane donna, la sofferenza fisica e le restrizioni imposte da un corpo che va cedendo alla malattia, con coerenza e integrità, Flannery O’Connor, “intellettuale orgogliosa e spigolosa che si avvicina a Dio passo dopo passo digrignando i denti”, intende la sua vita come progetto provvidenziale. Intende restituire a Dio “con gli interessi” il talento ricevuto per la letteratura. Sorridendo, confessa (ed è il suo epitaffio): “Tutto questo posso, con un occhio guercio, considerarlo una benedizione”.
Mary Flannery è molto diversa dalla gentildonna del Sud che la madre vorrebbe che fosse e che lei stessa, per certi versi, si sforza goffamente di essere. Non riesce a scrivere racconti edificanti che glorifichino le tradizioni del vecchio Sud, nonostante le “maniere”, come dirà spesso, vadano superate con cautela e consapevolezza. Al contrario le sue trame portano all’estremo, molte volte al grottesco, la sordida realtà di cui è testimone o che legge nella cronaca locale: criminali evasi, truffatori, serial killer, insieme a peccatori più domestici e familiari non meno violenti (non risparmia di usare, come ispirazione, anche persone reali della sua cerchia domestica).
Lontana da lei l’idea di scrittura come espressione di genialità, mantiene inalterata la routine che ha stabilito fin da giovane pure quando la malattia le rende doloroso anche solo spostarsi dal letto alla macchina da scrivere: tutte le mattine si impone tre ore di lavoro alla scrivania affinché ogni parola dei suoi scritti trovi la sua giusta collocazione; il pomeriggio si dedica a dipingere, leggere e scrivere lettere, chiacchierare con amici e ospiti sulla veranda di casa.
La Georgia degli anni Cinquanta e Sessanta, con il suo paesaggio fisico fatto di stazioni di servizio, empori, baracche un po’ cadenti situate in mezzo ai boschi, ferrivecchi, rivendite di auto usate, e il suo paesaggio morale frutto di un mix, violento e retrivo, di protestantesimo e segregazionismo razziale, costituisce per Flannery O’Connor sia lo sfondo geografico e sociale di tutte le sue storie, sia l’eredità storica e culturale con la quale si confronta dalla prospettiva di membro della minoranza cattolica. Sono questi gli anni ingarbugliati del boom economico, e la scrittrice è una testimone attenta di come i vantaggi che lo sviluppo tecnologico e la conseguente modernizzazione della vita si insinuino nell’identità culturale della sua regione, la Bible Belt, quella fascia a Sud degli Stati Uniti dove la Bibbia è il punto di riferimento, in cui “se le persone non sono più centrate su Cristo, si sentono ancora perseguitate da Cristo”. Il suo sguardo di fervente credente osserva con sferzante lucidità le trasformazioni in atto attorno a lei e mentre soppesa l’uomo nel suo orgoglioso desiderio di autosufficienza, lo scruta e lo penetra dall’angolazione tangenziale della fede, lo comprende e ne mostra lo smarrimento e il conflitto, i pregiudizi e i difetti.
Muore nel pieno della sua forza creativa nell’estate del 1964 a causa della malattia che le aveva portato via anche l’amato padre.
L’opera
Da una prospettiva convenzionale ogni devianza dalla norma risulta eccezionale. Ma la difficoltà iniziale con cui molti critici ed editori stentarono a riconoscere il genio della scrittrice americana, al di là dell’etichetta folcloristica di “gotico sudista” che appiccicarono presto ai suoi racconti, non dipende soltanto dalla prospettiva convenzionale da cui leggevano i suoi racconti. La sua vita, la sua opera, le sue idee sulla letteratura e sul mondo costituiscono obiettivamente un meraviglioso e inestricabile grumo di contraddizioni.
A partire da quella più eclatante che vede originare la sua produzione letteraria da un cattolicesimo radicale, che sfiora il fanatismo e la contorsione. Secondo il dogma crociano dell’“arte per l’arte”, un’ispirazione artistica così dogmatica – “scrivo come scrivo perché sono cattolica, non benché lo sia” – avrebbe dovuto portare a un esito artistico di second’ordine, tipico delle opere “a tesi”. E invece il messaggio chiarissimo che aveva in testa – lo scontro inconciliabile tra l’ordine di Dio e quello mondano – non condiziona il suo stile, non imbriglia la sua inventiva. Lei stessa, descrivendo il processo creativo che l’accompagna nella scrittura, dice di sapere ogni volta da dove parte ma non dove arriverà: “devo scrivere per scoprire cosa sto facendo. Come una vecchia signora, non so di preciso cosa penso finché non vedo che cosa ho detto, poi lo devo ripetere di nuovo.”
Era ossessionata dalla scomparsa del mistero (la secolarizzazione radicale della società) e delle “maniere” (le abitudini, le convenzioni, le radici): il mistero rischiava di scomparire per la mentalità scientifica e tecnologica dei suoi contemporanei, le maniere a causa dell’omologazione dei costumi operata dal colonialismo culturale nordamericano. Come ha fatto notare Daniele Benati, che più di altri ha contribuito in Italia alla sua riscoperta, l’insistenza su temi di fervore religioso un po’ folle e maniacale, che a tutta prima potrebbero sembrare inadatti per i libri di una scrittrice cattolica, è sintomatica invece di una posizione dura, quasi di scontro, nei confronti di una realtà governata dalla fede laica nel progresso. Nasce da qua, probabilmente, il fraintendimento cui sono andati incontro alcuni critici che l’hanno letta come una scrittrice conservatrice, reazionaria, perfino razzista.
È vero, i neri nei suoi racconti non sono mai protagonisti, sono sempre strumenti, catalizzatori della rivelazione. Eppure, non vengono in mente molti esempi di letteratura bianca nordamericana a lei coeva in cui siano posti realmente sullo stesso piano dei bianchi, trattati alla pari, come accade nei suoi racconti, in cui i neri sono potenziali ricettacolo di grazia e di abiezione esattamente quanto i bianchi.
Un suggerimento per i racconti da cui partire? Il tacchino, Un brav’uomo è difficile da trovare, Il fiume, Il negro artificiale, Punto Omega, Gli storpi entreranno per primi, La schiena di Parker. In una struttura narrativa che si ripete quasi sempre identica, nei racconti di O’Connor un elemento esterno si introduce con violenza nelle esistenze dei protagonisti e le stravolge definitivamente. Per effetto di questa irruzione, che può assumere diversi travestimenti narrativi – un piazzista di bibbie, un delinquente evaso di galera, un tacchino, un nano da giardino dalle sembianze di un “negro”, il volto di un Cristo bizantino in un catalogo di tatuaggi… – questi sono costretti a riconsiderare i propri valori, i propri pregiudizi, la propria visione del mondo: “Nei miei racconti il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace”.
Il ricorso costante a comportamenti brutali e a scoppi di violenza, oltre a dissimulare una sinistra e misteriosa azione della volontà divina nel mondo, ha anche come scopo quello di scuotere un lettore che O’Connor sa lontano dalla sua visione del mondo: “Supponendo che il tuo pubblico abbia le tue stesse convinzioni, puoi rilassarti un po’ e usare mezzi più normali per parlargli; costretto a supporre il contrario, devi sbalordirlo per rendere manifesta questa visione: gridare ai duri d’orecchio e tracciare immagini grandi e strabilianti per gli orbi”.
A far venir voglia ad alcuni redattori de “Gli asini” di rileggere e di suggerire la lettura degli scritti di Flannery O’Connor è stata una bellissima biografia pubblicata qualche anno fa da Fernanda Rossini (Flannery O’Connor. Vita, opere, incontri, Edizioni Ares) alla quale dobbiamo gran parte delle notizie biografiche qui raccolte. La sequenza di citazioni che Rossini ha montato e in parte tradotto per noi nell’intervista immaginaria che trovate in chiusura di sezione consente peraltro a chi non l’avesse mai letta di farsi un’idea dello stile affilato e laconico, tanto della lingua quanto del pensiero, di una delle più straordinarie scrittrici del Novecento.
Il corpus delle opere di Flannery O’Connor è costituito da un giovanile “diario di preghiera”, A Prayer Journal, dai romanzi Wise Blood (La saggezza nel sangue) del 1952 e The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti) del 1960, dai racconti pubblicati nelle raccolte A Good Man is Hard to Find (Un brav’uomo è difficile da trovare) del 1955 e Everything That Rises Must Converge (Punto Omega) del 1965. Esiste inoltre una corposa corrispondenza epistolare (The Habit of Being, curata dall’amica Sally Fitzgerald, che contiene gran parte delle lettere scritte da O’Connor), una raccolta di saggi sulla letteratura e la sua poetica (Mystery and Manners. Occasional Prose), una raccolta delle interviste rilasciate alla radio e alla televisione (Conversations with Flannery O’Connor) e numerose recensioni pubblicate per alcuni bollettini parrocchiali (The Presence of Grace and Other Book Reviews). Una parte di queste opere sono pubblicate in italiano da Minimum Fax.