AMERICANA. CRISI DELLA DEMOCRAZIA

Il 20 gennaio 2025 Donald Trump giura ufficialmente fedeltà alla nazione ed inizia il suo mandato di 47esimo presidente degli Stati Uniti all’insegna del Make America Great Again, motto ispirato al suprematismo bianco del Ku Klux Klan e da cui il suo movimento prende il nome. Dall’analisi dei dati elettorali è emerso che il 50,2% degli statunitensi non ha votato Trump: tuttavia molti media statunitensi ed europei continuano ad usare le parole di Trump per descrivere la sua vittoria, una “valanga” di voti. Questo è il segno che forse il problema della democrazia USA e mondiale è – fra gli altri – la sottomissione alla propaganda del più forte e l’incapacità di fare analisi politiche oltre il determinismo algoritmico dei numeri.
Tre sono i livelli attraverso cui guardiamo la vittoria di Trump o la sconfitta dei democratici, ovvero le due facce d’una stessa medaglia.
Il livello soggettivo, il mondo visto dalle persone in carne e ossa: i vissuti in immagini degli abitanti della dorsale interna degli Stati Uniti, quegli stati centrali che vanno dal confine a sud con il Messico e al nord con il Canada in cui il fotografo Richard Sharum intraprende un viaggio per provare a tracciare il ritratto collettivo dei dimenticati dal sogno del capitalismo americano. Nella spina dorsale degli Stati Uniti si accumulano abbandono, marginalità, paure, precarietà lavorativa, deprivazione economica e culturale e razzismi. Ma Sharum dimostra che a questa diversità – così estranea agli abitanti ricchi e istruiti delle due coste del Paese – è possibile avvicinarsi con rispetto, parlare, provare a intendersi. Come? Sharum è letteralmente daltonico, la sua color blindness forse lo aiuta a guardare questo paese in modo diverso? E quale risposta migliore all’america di Trump che nella bianchezza sogna e inventa il suo mito fondativo?
Secondariamente, va analizzata la dimensione ideologica: al di là della propaganda, cosa si muove sotto e intorno ad un trumpismo che sembra essere un club esclusivo di maschi bianchi istruiti ma senza cultura, estremisti di un capitalismo nella sua fase di esplosione puberale, ubriachi di sé fino al delirio, quel club insomma in cui il tecnocrate Elon Musk è membro onorario? La tecnologia non è mai neutra. Tecnologia e società storicamente si plasmano a vicenda, ma le dimensioni e la pervasività su cui operano oggi gli strumenti digitali travalicano la sfera personale e comunitaria. E poiché intervengono su scenari post-normali, in condizioni di monopolio e ponendo in subordinazione ogni altro strumento, si può concludere che l’attuale apparato digitale, invece di rappresentare un bene comune, è più simile a una tecnologia di dominio. Il collettivo CIRCE ci accompagna dentro le stanze della broligarchia della Silicon Valley che sostiene Trump, un coacervo di maschilismo e tecnosuprematismo, al cui sogno proibito il paese si è consegnato con queste elezioni.
Guardando anche alla politica estera, l’unico elemento che davvero mette d’accordo l’establishment effettivamente alla guida del paese è costituito dal complesso industriale-militare statunitense, nè repubblicano nè democratico, devoto a sè stesso e all’imperialismo come forma di politica estera e di economia di guerra permanente. Di questo ci parla Fabio Lanza. Il nuovo nemico da costruire, verso cui agglomerare il disprezzo, la paura, i fantasmi culturali, le narrative sul nemico (dopo il comunismo sovietico e dopo il feroce saladino islamico) è ora la Cina.
Bruce Springsteen, il bardo della rust belt e della spina americana, idolo di quella working class bianca e diseredata oggi accusata di tutti i mali di Trump, nel 1980 cantava in una delle sue canzoni più amate, The river: Is a dream a lie if it don’t come true/ Or is it something worse/ Un sogno è una bugia se non si realizza/ Oppure è qualcosa di peggio.