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Educazione e intervento sociale

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Abitare la complessità: dodici anni di Educare alle Differenze

Illustrazione di Margherita Sciortino
23 Settembre 2026
Giovanni Pinto Marianna Petricelli

L’estate è finita e l’anno scolastico è appena iniziato. I corridoi tornano a riempirsi di voci. È il periodo dell’anno più complesso, quando si cominciano a imparare nomi, annotare presenze. Le riunioni si rincorrono, i registri si riempiono, le classi cercano un ritmo. Eppure, proprio in quei giorni, centinaia di persone preparano uno zaino, prenotano un treno, organizzano passaggi in auto, spostano impegni, rimettono insieme agende già piene. Partono. Non per allontanarsi dalla scuola, piuttosto per ritrovarla.

Ogni fine settembre, da dodici anni, centinaia di persone attraversano l’Italia per incontrarsi e parlare di scuola. Potrebbe sembrare un gesto ordinario. Non lo è.

In un tempo in cui l’educazione viene raccontata quasi esclusivamente attraverso le sue emergenze – il disagio giovanile, la dispersione scolastica, la violenza, il bullismo, i risultati delle prove standardizzate – scegliere di dedicare alcuni giorni all’incontro, al confronto e alla formazione reciproca è già, di per sé, una presa di posizione. Significa affermare che la scuola non è soltanto il luogo in cui si gestiscono problemi, ma uno spazio in cui è ancora possibile immaginare e costruire trasformazioni.

È da questa convinzione che nasce e continua a rinnovarsi Educare alle Differenze, una rete nazionale composta da associazioni, insegnanti, educatrici ed educatori, ricercatrici e ricercatori, realtà sociali e culturali che, dal 2014, condividono un’idea tanto semplice quanto radicale: l’educazione non è mai neutrale. Ogni scelta didattica, ogni linguaggio, ogni relazione costruita in una classe contribuisce a definire il tipo di società che stiamo costruendo.

Per questo Educare alle Differenze non ha mai considerato le differenze un tema da aggiungere ai programmi scolastici. Sarebbe riduttivo. Le differenze rappresentano piuttosto una prospettiva attraverso cui osservare la scuola e il mondo: interrogano il modo in cui insegniamo, ascoltiamo, valutiamo, organizziamo gli spazi, costruiamo relazioni e immaginiamo la cittadinanza. In questa prospettiva, parlare di differenze significa parlare di democrazia, di partecipazione attiva. Non perché la scuola possa, da sola, eliminare le disuguaglianze che attraversano la società, ma perché può scegliere se riprodurle oppure metterle in discussione. Può decidere se normalizzare o accogliere la complessità, se alimentare stereotipi oppure offrire strumenti per riconoscerli e superarli. Può diventare uno spazio in cui ciascuna persona trova il diritto di essere riconosciuta nella propria unicità. 

È questa visione ad aver permesso alla rete di crescere negli anni, ben oltre il perimetro del mondo scolastico. Educare alle Differenze è diventata un luogo di incontro tra professionalità diverse e tra esperienze che difficilmente avrebbero trovato occasioni di dialogo: scuole, università, centri antiviolenza, biblioteche, associazioni, consultori, cooperative sociali, movimenti femministi e LGBTQIA+, amministrazioni locali, realtà impegnate nell’inclusione delle persone con disabilità, nella lotta al razzismo e nella promozione dei diritti. Ciò che tiene insieme questa pluralità non è un’identità uniforme o un programma rigido. Al contrario, è il riconoscimento che la complessità del presente richiede alleanze educative capaci di mettere in comune competenze, pratiche e domande.

In questa prospettiva il Meeting nazionale non è un congresso tradizionale, nel quale alcune persone parlano e altre ascoltano, né una semplice occasione di aggiornamento professionale. È uno spazio costruito attraverso il contributo delle persone che vi partecipano: gli strumenti condivisi nascono dalle esperienze quotidiane di chi vive la scuola, i servizi educativi e i territori; la formazione non procede dall’alto verso il basso, ma si alimenta nella reciprocità. Durante la due giorni è possibile sperimentare laboratori scegliendo la fascia d’età di riferimento del proprio lavoro o l’area trasversale dell’educazione permanente, così come partecipare a tavole rotonde politiche, assistere a spettacoli, passeggiare nella “piazza”, luogo in cui trovano spazio mostre, presentazioni di libri, poster che illustrano progetti di diverse realtà svolti all’interno o fuori la scuola, letture e toolkit.

È difficile restituire pienamente l’esperienza del Meeting, l’energia che produce e che, nei mesi successivi, continua a sprigionarsi con un effetto duraturo nelle azioni progettuali e nel lavoro quotidiano di chi abita la scuola e sceglie di continuare a difenderne la natura di luogo pubblico, libero e laico. 

Il Meeting rappresenta quindi molto più di un appuntamento annuale. È il momento in cui una comunità educante diffusa torna a riconoscersi, a interrogarsi, a mettere in discussione anche le proprie pratiche. Perché educare alle differenze significa, prima di tutto, accettare che nessuna pratica educativa possa considerarsi definitiva. Significa mantenere aperta la possibilità del cambiamento.

L’edizione 2026 del Meeting avrà luogo a Napoli, una città attraversata da profonde contraddizioni sociali, ma anche da una straordinaria vitalità culturale ed educativa. È una città nella quale esperienze di scuola pubblica, associazionismo, mutualismo e attivismo continuano ogni giorno a costruire spazi di partecipazione e di cura, spesso in condizioni difficili. Portare qui il Meeting significa riconoscere il valore di queste esperienze e, allo stesso tempo, metterle in dialogo con quelle provenienti da tutto il Paese. 

Il titolo scelto per questa edizione – Fuori controllo – racconta bene il tempo che stiamo attraversando. Viviamo in una stagione nella quale il controllo sembra essere diventato una categoria educativa oltre che politica. Si moltiplicano i dispositivi di sorveglianza, cresce la richiesta di uniformità, aumenta la pressione verso modelli di comportamento considerati accettabili, mentre tutto ciò che eccede, devia o semplicemente non rientra negli schemi viene spesso percepito come un problema da correggere.

Questa tendenza trova oggi una traduzione anche sul piano normativo. Le recenti disposizioni in materia di consenso informato per le attività di educazione sessuo-affettiva alla scuola secondaria e il relativo divieto per la scuola dell’infanzia e la scuola primaria finiscono per legittimare una concezione della scuola in cui prevalgono logiche di controllo preventivo e la diffidenza verso l’autonomia professionale, con il pericolo di sottrarre temi cruciali al confronto educativo. Chi definisce cosa è legittimo e cosa è illegittimo? La libertà di insegnamento è ancora un caposaldo costituzionale della scuola pubblica? Quando i confini di ciò che è democraticamente e pedagogicamente percorribile vengono percepiti come opachi, la reazione più immediata rischia di essere il disimpegno. È in questo modo che si producono dinamiche di autocensura, restringendo le opportunità educative offerte alle nuove generazioni.

Rivendicare uno spazio “fuori controllo” non significa immaginare una scuola priva di regole. Significa piuttosto restituire valore a ciò che rende l’educazione un’esperienza viva: l’imprevedibilità degli incontri, la pluralità dei corpi, delle storie, delle identità, delle forme di apprendimento, dei linguaggi e dei desideri. Significa riconoscere che educare non coincide con normalizzare.

È una prospettiva che richiede coraggio: il coraggio di abitare le complessità senza semplificarle, di accettare che le differenze non siano ostacoli da eliminare, ma occasioni per ripensare continuamente il nostro modo di insegnare e di vivere le relazioni. Richiede, soprattutto, di immaginare la scuola come un laboratorio di democrazia, nel quale la convivenza non nasce dall’omologazione, ma dal riconoscimento reciproco.

Forse è questo il motivo per cui Educare alle Differenze continua a coinvolgere persone provenienti da contesti, professioni e territori così diversi. Non perché offra risposte semplici, ma perché custodisce uno spazio in cui è ancora possibile formulare insieme domande difficili.

Come costruire scuole realmente accoglienti? Come contrastare le discriminazioni senza trasformare l’educazione in un elenco di prescrizioni? Come rendere la scuola un luogo capace di riconoscere tutte e tutti senza rinunciare alla complessità? Domande che non si esauriscono nei giorni del Meeting. Perché il Meeting, in fondo, dura pochi giorni. La rete, invece, continua a vivere nei territori, attraverso le pratiche quotidiane di chi sceglie di fare dell’educazione un esercizio di ascolto, di ricerca e di trasformazione. 

Tra qualche settimana, a Napoli, arriveranno persone da tutta Italia. Alcune parteciperanno per la prima volta. Altre torneranno dopo aver attraversato dodici anni di incontri, laboratori, relazioni e cambiamenti. Tutte porteranno con sé qualcosa, un dubbio, un’esperienza, una pratica, e probabilmente torneranno a casa con domande diverse. Questo, forse, è il significato più profondo di Educare alle Differenze: non offrire un luogo in cui trovare conferme, ma costruire, anno dopo anno, uno spazio in cui lasciarsi trasformare dall’incontro con le altre e gli altri.

Se il Meeting continua a esistere e a crescere dopo dodici anni, non è soltanto perché c’è una rete che lo organizza. È perché esiste un numero sempre maggiore di persone che non si rassegna a considerare la scuola come un’istituzione chiamata soltanto ad adattarsi al presente. Continua, invece, a immaginarla come il luogo da cui il futuro può ancora cominciare.

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