Referendum sulla giustizia. Se rimane solo il potere della forza

Presentiamo un intervento che il giudice del Tribunale di Milano Fabrizio Filice ha pubblicato sulla mailing List interna dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), e che ci ha gentilmente concesso di diffondere attraverso il nostro sito.
Non intervengo spesso su questa lista, ma mi sento di farlo ora (in quanto iscritto all’ANM credo di averne la facoltà) perché mi sembra che si stia proprio perdendo il baricentro del dibattito sulla riforma costituzionale. Sono molto dispiaciuto nell’assistere al crescente scambio di rancori e di attacchi personali.
Certo, svolgendo questa professione da molti anni, so perfettamente quanto essa sia complessa e impegnativa e che sono rari i casi in cui si riesce ad attraversare tutta la carriera senza esserne, prima o poi, profondamente segnati: per un caso complesso e pure gestito con il massimo impegno, che però non va a finire bene; per gli effetti del sovraccarico lavorativo e di responsabilità; per non avere ottenuto posti per i quali si riteneva di avere tutti i requisiti o per vicende disciplinari nelle quali si finisce per incappare pur avendo operato sempre in coscienza e in buona fede.
Alcuni attribuiscono esclusivamente alle “correnti” la responsabilità delle esperienze negative vissute durante la professione. Ovviamente non so se le cose siano andate davvero così, ma prendo atto delle esperienze e delle convinzioni personali di ognuno e le rispetto.
Quello che però non trovo accettabile è che il dibattito sulla riforma costituzionale più incisiva da quando la Costituzione esiste, sia ridotto a un clima di resa dei conti, attraversato da rancori e rivalse sia sul fronte esterno che su quello interno.
Sul fronte esterno, vi è chi guarda con ammirazione all’attuale “modello americano” di gestione dell’immigrazione e del dissenso.
Un modello in cui milizie esterne alle forze di polizia (che non ne condividono le modalità di reclutamento né la formazione) vengono mandate a occupare quasi militarmente le città, con licenza di “stanare” i migranti ovunque, nelle loro case così come negli ospedali, nei tribunali, nelle scuole e nelle università, e di incatenarli mani e piedi e deportarli in carceri speciali di cui tutti abbiamo visto le immagini.
E ora pare che a queste milizie si voglia attribuire anche la licenza di uccidere, con una misteriosa “immunità assoluta” di cui non si rinviene il fondamento giuridico, anche i dissidenti politici che osano manifestare, pacificamente e disarmati, contro il governo.
È chiaro che chi guarda con ammirazione a questa realtà, altrettanto guarda al fatto che la magistratura requirente, in quel sistema, non è distinta dalla politica (il procuratore generale, che è il capo dell’intero sistema legale federale, è di nomina politica ed è consigliere del presidente), sì che la magistratura in generale ha molte meno possibilità di ostacolare anche le forzature dei diritti e delle garanzie che vengano imposte a livello politico.
Per quanti si collocano in questa area di pensiero, questa riforma è la rivalsa verso la magistratura italiana come delineata dalla Costituzione, che è invece connotata dalla garanzia di totale indipendenza dalla politica ed è in grado di impedire, in asse con il sistema multilivello dello spazio giuridico europeo, che vengano imposte forzature politiche al sistema euro-unitario e dei diritti umani.
Vi sono anche aree di pensiero di estrazione liberale, che però vedono in questa riforma la rivalsa per le vicende giudiziarie che hanno riguardato note personalità politiche (peraltro, è notizia di questi giorni che la Corte EDU, pronunciandosi riguardo a una fra le più note di queste vicende, ha attestato come essa si sia svolta sempre nel pieno rispetto delle regole e delle garanzie processuali).
Sul fronte interno alla magistratura, invece, molti vedono in questa riforma la rivalsa contro “le correnti” dalle quali si sono sentiti avversati o pregiudicati. E in questo clima caotico e avvelenato, sparisce il merito di una riforma che cambia, per la prima volta nella storia repubblicana, l’architettura costituente dei pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato.
In primo luogo, è chiaro che il sistema storico della tripartizione dei poteri è già stato profondamente intaccato dalle riforme che hanno progressivamente trasformato il sistema elettorale in un sistema maggioritario costruito artificialmente su correttivi sempre più esasperati, con i quali si raggiunge la maggioranza assoluta in parlamento anche con un numero di voti esiguo e in sé rappresentativo di una netta minoranza del paese reale (il che sarebbe da mettere in rapporto non solo di effetto, come di solito si fa, ma anche di causa con il crescente astensionismo).
E questo ha di fatto eliminato ogni realistica distinzione tra potere legislativo e potere esecutivo, per non menzionare l’ormai sistematico ricorso alla decretazione d’urgenza.
Non vi è chi non veda che oggi il parlamento esprime, a colpi di maggioranze blindate, la stessa linea dell’esecutivo e non ha più alcuna reale possibilità di controbilanciamento; del resto, proprio questa riforma costituzionale, che ne è uscita senza poter cambiare nemmeno una virgola del testo governativo, ne è la prova provata.
I poteri in reciproco bilanciamento sono allo stato due, non più tre: il potere politico e il potere giudiziario, e ora con questa riforma si va a spezzare anche il potere giudiziario, sottraendo la magistratura requirente all’orbita della giurisdizione e mettendola direttamente in relazione con il potere politico.
Questo è un fatto. Il c.d. “Consiglio superiore della magistratura requirente”, nel quale non ci saranno i giudici, sarà qualcosa di molto più simile a un ordine professionale degli avvocati d’accusa, che dialogherà direttamente non più con i giudici ma con la politica, in forza del prossimo esercizio della delega legislativa sui criteri di priorità, varata con la riforma Cartabia.
Una riforma che personalmente, su questo punto, non ho mai condiviso ma che era comunque pensata per incidere su un sistema costituzionale inalterato, non certo in uno scenario in cui gli uffici di procura venissero distratti dall’ordine giudiziario per essere governati da un ordine professionale autonomo e per di più composto in parte da politici eletti e in parte da togati estratti, invece, a sorte.
Resta la questione delle correnti. Punire le correnti con il sorteggio per alcuni sembra fare premio su tutto, costi quel che costi.
Se si esercita però un minimo di lucidità, si comprende che questa riforma non avrà alcun effetto soppressivo delle correnti. Anzi. Innanzitutto il Consiglio superiore non è l’unico luogo della rappresentanza, resta l’Associazione Nazionale Magistrati, nelle sue articolazioni centrali e locali, e restano i consigli giudiziari, i quali (ammesso che non vi sia l’intenzione, con la normativa di attuazione, di sorteggiare anche questi) resteranno gli unici luoghi di reale autogoverno della magistratura (nei quali i magistrati potranno cioè scegliere democraticamente i propri rappresentanti), e quindi invertiranno il rapporto d’autorevolezza rispetto a una depotenziata sede centrale, nella quale sarà presente una componente togata frammentata ed estratta a sorte, a fronte di una componente politicizzata che, al contrario, sarà eletta e coesa.
E, come qualche politico di lungo corso ha già avvertito in recenti interviste, movimenti correntizi si animeranno comunque anche intorno ai sorteggiati, semplicemente con una connotazione più personale e territoriale, e senza la trasparenza che attualmente assicura il sistema democratico di presentazione agli elettori e di selezione tramite il voto. Una trasparenza che andrà inevitabilmente a perdersi quando queste logiche inizieranno a muoversi intorno ai sorteggiati già estratti.
Del resto, sino a che resteremo in una democrazia, per quanto alterata rispetto al disegno costituzionale, la libertà dei cittadini, magistrati inclusi, di associarsi e di manifestare liberamente il proprio pensiero, nella vita privata e in quella professionale, non potrà essere cancellata. Sappiamo tutti che c’è un solo tipo di regime politico che scioglie e persegue per legge le associazioni di liberi cittadini e sono sicuro che nessuno si augura questo.
Mi rivolgo quindi a tutti i colleghi e alle colleghe che assistono, con lo stesso mio dispiacere, alla piega rancorosa e personalistica che ha preso il dibattito, una piega della quale non si sentono parte e che guardano con totale distacco.
E chiedo, prima di tutto a me stesso e poi a voi, di concentrarsi sull’impatto reale che questa riforma potrebbe avere per il nostro sistema costituzionale, collocandolo in un’era contemporanea globale che segna, come è stato nella prima metà del Novecento, il ritorno ai nazionalismi esasperati, alla tentazione Schmittiana di neutralizzare il diritto internazionale e il sistema dei diritti umani, per consentire a chi assume il comando di una nazione di individuare i propri amici e i propri nemici, sino a dividere l’umanità tra coloro che meritano di vivere e coloro che possono essere depredati, deportati e uccisi impunemente.
Un’era segnata, ancora una volta, dall’intolleranza della politica verso ogni forma di controllo e di limite che non sia la forza, sino a non riconoscere “nessun’altra forza che la forza”.