bambini e città

Bologna e i bambini. Ancora sul referendum

Pollicino

Pollicino di Anthony Browne

di Giovanni Cocchi. Incontro con Luca Lambertini e Federico Cinetto 

Giovanni Cocchi, maestro per oltre 20 anni, da alcuni insegna in una scuola secondaria di primo grado di Bologna ed è un attivista del “Comitato articolo 33” che ha promosso un referendum consultivo sull’abolizione dei contributi comunali alle scuole dell’infanzia paritarie private. Lo abbiamo intervistato a proposito della vicenda referendaria che vede schierato in forze il partito di maggioranza dell’amministrazione comunale (il PD) nella difesa del finanziamento delle scuole private e del sistema scolastico misto pubblico-privato. Ci sembra significativo che questa vicenda si svolga proprio nella città che, negli anni ’60, è stata luogo fondamentale di elaborazione e sperimentazione della scuola dell’infanzia pubblica. Uno scontro che poteva essere evitato e depotenziato dall’amministrazione in più occasioni, dando vita a un ragionamento ampio e partecipato (più volte promesso ma realizzato solo tardivamente e in modo estremamente parziale) sul futuro dei servizi scolastici ed educativi in un contesto legislativo che da anni non fa che tagliare i fondi e impedire alle amministrazioni pubbliche la gestione diretta dei servizi. È stata invece preferita la via dell’autoreferenzialità, dello scontro frontale contro quello che dovrebbe essere il proprio bacino elettorale che chiede con forza di poter dire la propria su questioni fondamentali per il futuro della città. Una vicenda che, ci pare, ben si inserisce nello scenario di “suicidio politico” che la sinistra italiana sta compiendo in queste settimane anche a livello nazionale.

 

Partiamo dalla storia del referendum, ovvero, dove’ è nata l’idea, in quali contesti e che percorso è stato fatto?

Dunque, la storia del referendum di Bologna è lunga, l’inizio del percorso lo si può ricondurre al 1994, quando venne deciso dalla giunta Vitali di stanziare il corrispettivo di 295.000 euro annui di finanziamento alle scuole materne private convenzionate; finanziamenti che sono via via cresciuti, di giunta in giunta, fino a raggiungere nel 2012 la cifra di ben 1.189.000 euro annui.

Già allora vi fu chi cercò di contrastare quei finanziamenti e quelli deliberati dalla successiva legge regionale del 1995. Fu promosso un ricorso (da parte del Comitato Bolognese di Scuola e Costituzione, Comunità ebraica, Chiesa evangelica metodista, Chiesa cristiana avventista), che portò il TAR dell’Emilia Romagna a sollevare il dubbio di incostituzionalità della legge regionale. Nel 1999 la Regione tentò di allargare i finanziamenti a tutti gli ordini di scuola introducendo (Legge Rivola) il rimborso delle spese scolastiche sostenute. I primi due anni di applicazione mostrarono che i beneficiari del provvedimento erano al 90% genitori di scuole private. Furono raccolte 60.000 firme per un referendum regionale. La regione sostituì la legge da poco approvata con un’altra abrogativa della precedente che il comitato dei garanti giudicò tale da soddisfare la richiesta referendaria e annullare il referendum. Tale Legge (Bastico) eliminò il rimborso delle spese sostenute sostituendolo con un assegno a tutti i bisognosi ma mantenne il finanziamento alle scuole materne convenzionate. Tale impostazione fu poi ripresa nella legge nazionale di parità n. 62/2000.

il libro

L’esordio di addio di Matteo Marchesini

atti-mancati-matteo-marchesinidi Giacomo Pontremoli 

“Per chi cerchi di conquistarsi un po’ d’onestà e di rigore intellettuale (…), la difficoltà originaria sta nel tentativo di superare lo iato sempre maggiore tra una generica e magari generosa volontà di critica, e la capacità mediamente scarsa d’individuarne i bersagli nei nuovi dettagli del costume sociale, cioè anche al di fuori del contesto della cultura (post)umanistica, della filosofia o dell’arte”: così nel 2011 il poeta trentaquattrenne Matteo Marchesini, in un saggio critico su Piergiorgio Bellocchio raccolto nella miscellanea di Soli e civili. Savinio, Noventa, Fortini, Bianciardi, Bellocchio (“Edizioni dell’Asino” 2012). La posizione critica espressa in quelle righe ci è ora utile a comprendere larga parte delle ragioni che fondano il suo esordio narrativo, Atti mancati, pubblicato nel marzo di quest’anno dalla collana “Intrecci” della casa editrice romana “Voland”.

Questo piccolo e doloroso romanzo nervosamente antiletterario nella sua prima parte dà l’impressione (vedremo quanto ingannevole) d’essere un’operazione evasiva, priva della volontà se non di precorrere quantomeno di interpretare i problemi di fondo che travagliano più urgentemente il nostro presente (non per l’argomento impiegato ma per l’ottica – su questo ha però già “risposto” lo stesso Marchesini, che è lucido critico della cultura, in un intervento radiofonico sull’ultimo romanzo di Siti: “siamo circondati da romanzi-affresco o romanzi-reportage in cui si dà per scontato che Il grande fratello o la criminalità siano più reali di una piazza di provincia”). Il protagonista Marco Molinari è un giovane aspirante scrittore (e già critico) che vede tornare dal passato la vecchia fidanzata Lucia, portatrice di ricordi, giudizi, esigenze e anche una sorta di segreto (in definitiva due); la ragazza trascina Marco per i luoghi della città che avevano frequentato insieme, fino alla clinica nella quale è ricoverato un vecchio amico comune: la peregrinazione conduce il protagonista ad un’angoscia che diventa autoanalisi, discorso sulla miopia esistenziale e sul prezzo del privilegio che a sua volta rivela le sue miserie (un privilegio cioè i cui profitti sembrano non meritarne il costo): Marco si sfianca e meccanizza nella nuvola verbale del suo tentato romanzo, solo in parte allontanatosi dall’ombra del suo mentore Pagi (che dicono avere molti tratti di Alfonso Berardinelli); cornice e deus-ex-machina della storia, elegante e distaccato uccello diurno pieno d’amor proprio, allegro asceta fedelissimo a sé, Pagi si è ritirato da tempo in un paesino isolato e ha un carattere distaccato che gli impedisce di prendere del tutto sul serio, anche se gli vuole molto bene, la crisi del protagonista: “Non si può avere tutto. E poi anche quello è un lavoro: Wille zur Macht, fare i manager di sé stessi, imbastire sceneggiature che contengano almeno un sessanta per cento di déjà vu… Lo vuoi? Fallo. Altrimenti, ‘sta sereno’”.

appuntamenti

Bruno Ciari, la scuola pubblica e le nuove tecniche didattiche

Un incontro organizzato da Bologna al bivio

Bruno_Ciari

Giovedì 16 maggio ore 21

Libreria Modo Infoshop,

via Mascarella 24 b, Bologna

 

In occasione della riedizione di Le nuove tecniche didattiche di Bruno Ciari, edito per la prima volta nel 1962 e oggi ripubblicato dalle Edizioni dell’Asino, il laboratorio Bologna al Bivio propone un’occasione di ricordo e riflessione sulla figura di questo importante educatore e sul suo lavoro a Bologna. In questa città, negli anni Sessanta, diresse il settore attività didattiche ed educative del Comune. Bruno Ciari è stato l’ispiratore delle principali sperimentazioni che hanno fatto di Bologna una città modello per i servizi educativi e che hanno dato origine alla scuola dell’infanzia e alla scuola elementare  a tempo pieno.

Ci sembra importante, in questo momento di forte crisi della scuola pubblica e di radicale ridefinizione dei servizi educativi del Comune di Bologna mettere a fuoco gli elementi fondativi del “modello bolognese”: sperimentazione innovativa e coinvolgimento e partecipazione degli operatori e della cittadinanza.

 

Interventi di:

 

Marcella Ciari, insegnante, Movimento di cooperazione educativa

Anna Selva, maestra della scuola d’infanzia, collaboratrice di Bruno Ciari

Francesca Ciampi, maestra elementare, collaboratrice di Bruno Ciari

Mirco Pieralisi, maestro elementare e consigliere del Comune di Bologna

 

appuntamenti

Ultime due lezioni: il metodo e il contenuto

Storia dell’intervento sociale nell’Italia repubblicana

organizzato dalla Scuola del Sociale di Roma

Ultime due lezioni: 

elfo_02.jpg (540×710)

Lunedì 20 maggio 2013, ore 17.30

La lunga marcia attraverso le istituzioni. Il ’68 e la sua scarsa eredità

 

Lunedì 27 maggio 2013, ore 17.30

Ascesa e caduta del volontariato 

(associazioni, ong, terzo settore, ambientalismo)

 

Detour – Via Urbana 107 (Roma – Rione Monti)

 

Con: GOFFREDO FOFI, critico e saggista

Coordina: Giulio Marcon, Scuola del Sociale della Provincia di Roma

 

A causa del numero limitato dei posti è necessario registrarsi scrivendo a: scuoladelsociale@gmail.com

educazione e politica

Il voto dei giovani

di Alessandro Leogrande.

Incontro con Ludovico Orsini e Nicola Villa

illustrazione di Daniel Clowes

illustrazione di Daniel Clowes

 

Il dato nazionale

A livello nazionale, il primo elemento che mi sembra interessante sottolineare del risultato elettorale è che il Movimento 5 Stelle ha preso le stesse percentuali dappertutto, al Nord come al Sud, in città come in provincia, nelle zone ricche come in quelle schiacciate dalla crisi. Si tratta di un aspetto inedito per un paese come l’Italia dove il voto registra normalmente molte differenze da regione a regione. Forse è un dato da mettere in relazione all’orizzontalità della rete e all’approccio che un certo settore dell’elettorato ha all’informazione online. O forse dimostra semplicemente che l’Italia è un paese molto più omogeneo di quanto si pensi, nonostante le differenze tra le sue parti.

C’è un altro fattore poi che era evidente anche a piazza San Giovanni, la sera del comizio conclusivo di Grillo, come rilevato in seguito da Renato Mannheimer: al di là della questione se il M5S abbia sottratto maggiormente voti al centrosinistra o al centrodestra, la questione più rilevante è che dei circa 8 milioni e mezzo di voti che il M5S ha ottenuto, il 20% proviene da persone che in precedenza si sono astenute, e il 16% dai giovani che hanno votato per la prima volta. Tale dato si evince anche confrontando la differenza dei voti ottenuti tra Camera e Senato. Alla Camera, dove votano anche gli elettori tra i 18 e i 25 anni, il M5S ha ottenuto un milione e quattrocentomila voti in più, cioè più o meno il 16% di cui parla Mannheimer.