educazione e politica

Educazione e ecologia

 

illustrazione di Dadu Shin

illustrazione di Dadu Shin

Questo è l’editoriale che introduce “il film” del numero 19 de “Gli asini”, gennaio/febbraio 2014, dedicato appunto al rapporto tra il lavoro educativo e lo stato di salute della biosfera.  Abbonati ora per avere la versione cartacea.

La questione ecologica si presenta a questo punto come argomento d’interesse quasi più per gli psicologi che per gli educatori e i naturalisti. È difficile comprendere come sia possibile l’inibizione di ogni percezione della gravità e vastità dei problemi ambientali adoperata dalla maggioranza della popolazione occidentale, guidata dalla sua classe dirigente. Intere società sembrano inerti di fronte ad avvertimenti e segnali inoppugnabili dei pericoli di degrado e alterazione dell’aria, delle acque e del territorio in cui vivono assieme ai loro figli. Per quanto la dimensione di questi problemi si presenti complessa e non immediata da cogliere nella sua globalità, le esperienze quotidiane in termini di brutture e disastri sono comuni, eppure fatalismo e noncuranza hanno il sopravvento anche dopo le manifestazioni più violente dei pericoli incombenti: il moltiplicarsi dei danni per le alluvioni, i cumuli tossici trovati nelle campagne o sotto infrastrutture sempre strategiche, i danni alla salute per le polveri dei centri urbani. Queste situazioni persistono e continuano a manifestarsi senza azioni sostanziali di prevenzione o mitigazione, a meno d’interventi della magistratura o di sanzioni dell’Unione Europea, rimedi estremi all’indifferenza dei consigli di amministrazione. Unica altra possibilità contemplata è l’impiego dell’esercito, praticata per trasformare la questione in ordine pubblico.

maestri

Fare e pensare per utopie

Goodman

di Giacomo Borella

Guardava le cose con lucidità, intelligentemente, con partecipazione e complicità. Senza chiamarsi fuori. E cercava soluzioni. In questo consisteva l’anarchismo di Paul Goodman. Un anarchismo “concreto” o “pragmatico”, come lo definì pochi anni più tardi con meno persuasione ma più precisione Colin Ward.
Non si accontentava delle diagnosi, Goodman. Per quelle, diceva, ci saranno sempre intellettuali più fini e intelligenti. Lui puntava a un’analisi che muovesse al cambiamento. Magari non era lui a prefigurarlo (anche se in vita l’ha fatto spessissimo e in ambiti diversi: dall’urbanistica, alla pedagogia, all’arte…), ma il suo problema principale rimaneva il cambiamento. E l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma. La sua analisi, come ci ricorda Giacomo Borella in un contributo uscito tempo fa sul Barrito del Mammut, invitava all’azione: ne forniva gli argomenti, ne incendiava la motivazione. (Gli asini)

Torno spesso a riaprire i libri di Paul Goodman, a rileggerne parti dimenticate, a leggere quelli che non avevo ancora letto. Ogni volta parto per cercare una cosa e ne trovo altre cinquanta. In genere apro i libri di Goodman, come si fa con gli autori più cari, per cercare qualche rischiaramento alle mie confusioni o almeno alla ricerca di spunti che le spingano in una direzione più vitale e proficua, meno angusta. È giusto quello che dice Colin Ward di Goodman: il suo lavoro ci mostra come “in tutti i problemi della vita quotidiana ci confrontiamo con la possibilità di scegliere tra soluzioni di tipo autoritario o libertario”.

In questi anni, per leggere Goodman, si deve fare un po’ di fatica: della gran mole di saggi, pamphlet, romanzi, racconti, pièce teatrali, poesie solo pochi sono stati tradotti in italiano e attualmente è reperibile un solo libro (Individuo e comunità, ripubblicato poche settimane fa da Eleuthera). Ma anche in inglese i suoi testi non sono ristampati da tempo e solo quest’anno la giovane casa editrice californiana PM Press ha iniziato a ristamparne alcuni (per ora siamo solo ai primi titoli) sotto la guida dell’infaticabile curatore della sua opera, Taylor Stoehr. In ogni caso, per chi voglia avvicinarsi a Goodman la migliore introduzione rimane il commosso saggio che Susan Sontag gli dedicò all’indomani della sua morte, nel ’72 (Su Paul Goodman, in Sotto il segno di Saturno, Einaudi 1982).
Chiusa questa parentesi di servizio, da lettore e non da studioso provo ad appuntare un po’ alla rinfusa alcune cose tra le molte che mi piacciono di Paul Goodman.

il libro

Leggere e scrivere con i bambini

illustrazione di Alice Badalan

illustrazione di Alice Badalan

di Sara Honegger

Nelle sue Lezioni di letteratura (Garzanti 1983), Vladimir Nabokov sostiene che un grande scrittore deve avere almeno tre qualità: affabulatore, insegnante, incantatore. Mi sono tornate in mente leggendo A partire da un libro (Edizioni Junior, 2013) di Roberta Passoni, diario di una maestra (non me ne vengono in mente altri al femminile, ma certo è ignoranza mia), ma anche diario di una donna che ha fatto della narrativa il giardino da cui osservare, e talvolta provare a cambiare, quel che la circonda. Girando i termini, anche un buon insegnante è un affabulatore, un incantatore. Ed è anche un grande narratore. Perché se è vero che la buona letteratura non è mai pedagogica, è altrettanto vero che in certo senso lo è sempre, laddove non solo mostra un’altra via, un altro sguardo, un’altro modo, un’altra, possibile, parola, ma costruisce un altro, possibile mondo. Che si utopico o distopico, poco importa. Esso è lì. E noi possiamo percorrerlo, sostarvi, fuggirlo.
È a questi aspetti della letteratura che Passoni si rivolge quale maestra elementare e coordinatrice delle attività educative della Casa Laboratorio di Cenci, raccontandoci come proprio nelle storie, nei buoni romanzi e nei grandi personaggi, si possano trovare i più validi aiuti nel difficile compito di sostenere la crescita dei bambini (e non solo). Letteratura ed educazione, insomma, vanno a braccetto, e lo sguardo appassionato e insieme pudico di una maestra che scopre lentamente i bambini che ha intorno a sé ci dice di un modo di fare scuola che lascia all’altro lo spazio per esprimersi nella sua totalità.

maestri

Tracciare il limite

GOODMAN Individuo e comunita_COVER.indddi Paul Goodman

A rileggerlo oggi, grazie alla riedizione lungamente attesa della bellissima selezione di saggi dal titolo  Individuo e comunità pubblicata da Elèuthera a cura di Pietro Adamo, sembra incredibile che Paul Goodman sia nato oltre un secolo fa. L’incedere del suo pensiero e della sua prosa, i temi che lo scaldavano e scandalizzavano, la critica al “Sistema organizzato”, come ancora lo si poteva chiamare, e alle istituzioni che lo reggono sembrano elaborati ieri.
Psicologo, filosofo, scrittore, critico radicale della società, “maestro” riconosciuto di Ivan Illich e precursore di molte delle sue analisi contro le istituzioni contemporanee, come l’amico e sodale Dwight Macdonald si allontanò dagli ambienti della sinistra radicale durante gli anni della Seconda guerra mondiale per le sue idee apertamente pacifiste e per una serie di prese di posizione pubbliche a favore della renitenza alla leva. Raggiunse ampia fama negli anni della contestazione grazie al rapporto dialettico, critico e partecipe che seppe intrattenere con il Movimento. Il suo
Gioventù assurda, edito da Einaudi e introvabile anch’esso da anni, venne considerato da molti giovani contestatori la sintesi più limpida e persuasiva delle loro istanze di rinnovamento. Anche se poi una certa inevitabile distanza si creò allorquando fu chiaro ai giovani radicali che l’anarchismo pragmatico di Goodman non era rivoluzionario nel senso in cui lo intendevano loro. E che le sue analisi – sulla scuola e l’educazione, sull’architettura e la pianificazione urbana, sull’economia e l’organizzazione sociale – oltre a essere molto pragmatiche e concrete, non puntavano tutto solo sui rapporti di forza (economici e politici) e sui conflitti di ordine “materiale”. Prova ne sia questo bellissimo Tracciare il limite di cui ripubblichiamo un estratto. Quanto sono più vere oggi le sue parole, impantanati come siamo in una crisi che non sappiamo riconoscere nella sua dimensione “metafisica” e psicologica: “Pensate che cosa succederebbe se diversi milioni di persone, senza alcun intento ‘politico’, facessero solo un lavoro naturale che li rendesse pienamente soddisfatti! Il sistema dello sfruttamento si dissolverebbe come nebbia al sole.” E quanto più valgono per quei lavoratori anomali che siamo noi insegnanti, educatori, maestri, assistenti sociali, psicologi e operatori del sociale, alienati, con la nostra complicità, dalla nostra intelligenza, dalla nostra umanità, dalla nostra forza vitale.
(Gli asini).

 

Una società libera non può essere l’imposizione di un “ordine nuovo” al posto di quello vecchio: è l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma fino a che questi occupino gran parte della vita sociale (il fatto che una liberazione di questo genere sia graduale non vuoi certo dire che possa avvenire senza rottura rivoluzionaria, perché in molti campi, per esempio nella guerra, nell’economia, nell’educazione sessuale, qualunque liberazione autentica prevede un cambiamento totale).
In qualsiasi società contemporanea, a onta di una crescita continua e uniforme della coercizione, esistono comunque molti spazi liberi. Se così non fosse, per un libertario non sarebbe affatto possibile collaborare o viverci, mentre in effetti noi “tracciamo un limite” in continuazione: un limite al di là del quale non siamo più disposti a collaborare. Nelle attività creative, nelle passioni e nei sentimenti, nei divertimento spontaneo, esistono sfere sane e naturali di libertà: è dallo spirito di queste ultime che noi spesso estrapoliamo tutte le azioni dell’utopica società libera. Anzi, perfino le funzioni più corrotte e coercitive della società presente si basano sulla potenza naturale positiva – che tristezza! – senza la quale la società non potrebbe sopravvivere neanche un momento, perché proprio questa potenza libera e naturale è l’unica fonte di vita. Così la gente ha da mangiare, anche se mezzi, costi e rapporti produttivi sono coercitivi; e la guerra totale rappresenterebbe la fine di noi tutti se non fosse per il coraggio e la forza di sopportazione dell’umanità.
Azione autonoma vuoi dire vivere nella società attuale come se fosse una società naturale. Questa massima ha tre conseguenze, tre momenti:

il libro

Kosinski oltre il giardino

Oltre1di Giacomo Pontremoli

La storia di Presenze (Being there) del polacco Jerzy Kosinski, ripubblicato nella collana “classics” di Minimum fax come Oltre il giardino (Minimum fax 2014, centotrentanove pagine, undici euro, traduzione di Vincenzo Mantovani) con una ricca prefazione di Giorgio Vasta, è piuttosto nota per il film con Peter Sellers che lo statunitense Hal Ashby (il regista di Harold e Maude) ne trasse nel 1979, otto anni dopo l’uscita del romanzo, su una sceneggiatura dell’autore stesso e col titolo riutilizzato oggi da Minimum: un mite giardiniere, completamente analfabeta al di là delle sue competenze vegetali, ha nella televisione l’unica sua fonte di apprendimento e di contatto con il mondo esterno. Il giardiniere, che non ha mai varcato il perimetro del giardino del suo anziano padrone, alla morte di quest’ultimo esce d’un tratto e per la prima volta nel mondo. I suoi silenzi, le sue allusioni botaniche, la sua fissa olimpicità priva di pensieri lo faranno passare per un moderno e illuminato profeta, generando una sequenza di equivoci che lo condurranno fino alle soglie del seggio presidenziale americano.
Nonostante il sapore di parabola filosofica, di cui ha tutta la fredda nettezza, il nichilista Kosinski ne rifiuta qualsivoglia intenzione morale di sviluppo, di esemplarità o significatività indicativa e teorizzante, suggerendo solo suo malgrado, tra le righe di un sarcasmo ovattato e volutamente privo di luce, il proprio discorso sulla totale neutralizzazione di ogni scambio umano: la personalità del protagonista non solo non modifica nulla del sistema in cui è immesso per equivoco, ma anzi gli è funzionale ai massimi livelli; egli non è, per Kosinski, il diverso, o l’innocente, il “divino idiota” dostoevskijano dalla purezza redentrice o il bambino capace di vedere la nudità dei re: è giustapponibile all’esistente con triste geometricità, e in questo senso paragoni di Vasta come quelli con Myskin o Don Chisciotte (altro, ma in realtà non così diverso, il discorso sul Bartleby di Melville) potrebbero funzionare piuttosto come alternativa al pessimismo dell’ottica kosinskiana.
Sull’immutabilità di una società solo apparentemente fragile, sulla sua stolida impermeabilità a qualsiasi provocazione, sulla sua miopia – insomma sulla gratuità e impotenza di qualsiasi scandalo o sconquasso, l’aspra risata vetrosa di Kosinski (che è soprattutto una risatina atarassica) si rompe in qualcosa di indifferente, di cinico, di confermato, che ha nodi diversi da quelli di altre sue opere.