il libro

Le identità dei rifugiati

Menocchidi Mimmo Perrotta

Richiedenti asilo e rifugiati politici di Michele Manocchi, edito pochi mesi fa da Franco Angeli, raccoglie l’esito di un lavoro sociologico realizzato a Torino intorno alla costruzione identitaria degli uomini e delle donne costretti a lasciare il proprio paese. Utilizzando le metodologie dell’intervista e dell’osservazione partecipante, il giovane ricercatore esamina la costruzione della figura del rifugiato da parte delle istituzioni e dei rifugiati stessi. I richiedenti asilo, nelle sempre più strette maglie della legislazione e della burocrazia italiane, al fine di vedersi riconosciuta la protezione internazionale imparano a raccontare la propria vita costruendo la “storia giusta”, cioè quella che percepiscono come adeguata a ciò che le istituzioni italiane “si aspettano” e sono disponibili ad accogliere, e a sostenere la performance del colloquio in Commissione. Essi, insomma, sono costretti a un uso strumentale della propria storia e identità e questo – Manocchi lo spiega con lucidità – rende problematica non solo la relazione con i tanti operatori che incontrano, ma anche il rapporto con il ricercatore che quelle storie tenta di raccogliere. Il libro descrive anche alcune esperienze di occupazioni di stabili dismessi da parte di gruppi di rifugiati a Torino tra il 2007 e il 2012 e offre alcune valutazioni in merito a come le istituzioni italiane hanno affrontato l’“Emergenza Nord Africa”.

cultura pedagogica

A cosa serve andare a scuola?

Illustrazione di Tomi Ungerer

Illustrazione di Tomi Ungerer

di Claudio Giunta

Questo articolo è uscito sul fascicolo 6-2012 della rivista “Il Mulino”.

1. Qual è lo scopo dell’istruzione? Dopo anni di letture e di riflessioni, uno ha la tentazione di accontentarsi di un programma minimo, di puro buon senso…

Il principale obiettivo dell’istruzione potrebbe consistere nell’imparare a usare (e nell’imparare a credere in) frasi come È un problema da valutare meglio, o Non tiriamo conclusioni affrettate, o Non ci saranno favoritismi, o Bisogna sforzarsi di dare a tutti le stesse opportunità, o È bene che chi ha di più aiuti chi ha di meno, o Bisogna aver cura dei beni pubblici, o Ognuno dev’essere libero di esprimere le sue opinioni. E consiste anche nel non usare, nell’imparare a sorridere di frasi come Lei non sa chi sono io, o È solo un negro, o È solo una donna; o anche di frasi sbagliate per il tono più che per il concetto: Io non sono uno che le manda a dire, o Quella è persona mia, o È tutto un mangia mangia, eccetera. Un buon uso del linguaggio, che dovrebbe corrispondere (anche se non sempre corrisponde) a un buon uso delle idee.

Questo obiettivo, questo elenco di obiettivi, non ha nulla di naturale. Possiamo immaginare senza sforzo un gruppo di individui, una società, nella quale si difendano e si diffondano precetti diversi: per ipotesi, che Il posto delle donne è la casa, che I neri non devono andare all’università, che Nella scala sociale ognuno deve starsene al suo posto, che L’importante è seguire una dottrina, credere in qualcosa (quest’ultimo non è un exemplum fictum ma un frammento di conversazione che ho captato qualche giorno fa in treno: e che contraddice quell’ideale di autonomia e di maturità che sta al fondo del nostro concetto di istruzione). Non solo possiamo immaginare questi luoghi, ma sappiamo che questi luoghi ci sono, esistono, ed esistevano anche in occidente fino a poche generazioni addietro. Tutti gli aficionados di Downton Abbey (Inghilterra, primi anni Dieci del Novecento) sanno quanto sia piacevole affacciarsi per un’ora alla settimana su questo mondo così vergognosamente iniquo e così piacevolmente ordinato. Ma è passato un secolo da allora, e l’uso o il non uso di frasi come quelle che ho elencato definisce l’habitus che noi oggi consideriamo auspicabile per un membro della nostra società. Altre società, in altre epoche, hanno disegnato o disegneranno habitus diversi; noi troviamo sensato trasmettere ai più giovani questo fascio di certezze e di dubbi: queste attitudini.

scuola

Maestre o maestrine? Introduzione a un percorso nella letteratura italiana

campo

di Chiara Sacchet

 

“In origine, come nella fiaba o nel poema, la maestra compie un disagevole viaggio per raggiungere una sede di confine”.1 La sede è spesso lontana e vi si arriva tramite un percorso impervio, che per la maestra è anche allontanamento dalla propria casa, dal marito e dai figli, da una condizione sociale di modesto benessere, per entrare a far parte di una realtà che non le appartiene. Come in una fiaba, la ragazza dovrà affrontare nemici reali e immaginari (la povertà, la maldicenza, insistenti corteggiamenti), e le vicende che la vedono protagonista non sempre avranno esito positivo. Ancora, come nelle fiaba, il tempo sembrerà ripetersi ciclicamente, e ogni autunno sarà un nuovo cominciamento. Scrive Cristina Campo che “non a caso la fiaba, questa figura del viaggio, si chiude per lo più come un anello allo stesso punto nel quale era cominciata”.2 Per la maestra non sempre vi è un percorso di integrazione e crescita, e la sua fiaba avrà una conclusione tragica, sia essa un’esistenza di privazioni e malattia o la morte.

La figura della maestra all’interno della letteratura italiana dell’Ottocento e Novecento è una presenza discreta, ma significativa. Vi sono numerose figure di maestre, anche celebri, tuttavia la categoria non è tra le più rappresentate. Malgrado dunque una presenza non preponderante, la maestra (più in generale, il maestro elementare, uomo o donna che sia) della letteratura è uno strumento conoscitivo che illumina vari ambiti dell’indagine storica e letteraria. Innanzitutto, ci parla del mondo della scuola in un momento storico in cui esso va costituendosi (le riforme contigue al processo d’unificazione). In maniera bifronte la letteratura contribuisce da una parte alla costituzione dell’apparato ideologico intorno alla scuola, mentre dall’altra ne illumina aspetti della realtà materiale, che non verrebbero altrimenti chiariti. Le sfortunate vicende di maestre e maestri rivelano cioè sia la loro investitura, l’importante e ingrato compito di alfabetizzatori a cui vengono chiamati, sia le enormi difficoltà in cui svolgono il proprio lavoro. La loro storia è spesso, come la definisce Giorgio Bini, “la solita storia di povertà, sofferenze, rassegnazione”.3

Non è un caso quindi che “amore, sofferenza e morte siano associate, nei prodotti letterari o teatrali, alle storie degli e delle insegnanti elementari”.4 Lungi dall’essere una categoria di privilegiati, sebbene le loro condizioni di vita fossero migliori di quelle delle zone poverissime in cui si trovavano a insegnare, i maestri erano lontani anche dall’appartenere all’élite intellettuale. “L’ideologia scolastica assume contorni perfettamente definiti: il maestro non sappia troppo affinché il popolo non sappia troppo”.5 La scuola normale, il biennio (successivamente triennio) di studi necessario all’insegnamento magistrale, non mirava a formare un’istruzione veramente superiore, ma a fornire quegli strumenti di base che dovevano essere trasmessi pari pari agli alunni. Sostanzialmente, la categoria del maestro è il primo esempio di proletariato intellettuale, inviso alla borghesia che ne sottolinea l’inferiorità e al popolo, a cui ruba le preziose braccia dei figli per il lavoro manuale. Scrive Bini:

 

Si può supporre che il maestro o la maestra “mediocre o meno che mediocre” fosse una persona appena alfabetizzata, per lo più impegnata in un paese o in una borgata, che da anni non leggeva un libro, tagliata fuori da ogni contatto con la vita culturale, impegnata in continue vertenze col comune, poco considerata dalla popolazione, dai popolani perchè la scuola portava via i figli dal lavoro e dai borghesi per distacco e disprezzo di classe, chiusa in stanze malsane con decine e decine di alunni di tutte le età.6

 

il libro

I genitori fanno figli e poi ce la mettono tutta per annientarli

di Thomas Bernhard

 

(…) Noi ti abbiamo sempre amato, hanno ripetuto i miei genitori anche oggi, e i miei fratelli stavano a guardare e ascoltare senza contraddirli, mentre io pensavo che invece non hanno fatto che odiarmi per tutta la vita, così come io non ho fatto che odiarli per tutta la vita, se voglio dire la verità come la so io e non ricorrere a menzogne, cosa che da gran tempo mi rifiuto di fare. Noi diciamo pure di amare i nostri genitori, e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri procreatori non essendo noi persone felici, la nostra infelicità non è immaginaria come lo è invece la nostra felicità , di cui ogni giorno proviamo a convincerci per trovare il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandar giù il primo boccone. (…)