maestri

Scarti messianici: la pedagogia di Walter Benjamin

walter-benjamindi Luigi Monti

Che i più importanti pedagogisti non siano pedagogisti di professione non è vero soltanto oggi, in piena crisi del sapere accademico. E forse è inevitabile che sia e sia sempre stato così: la cultura come la vita non è roba per specialisti. L’ultima bellissima antologia Figure dell’infanzia. Educazione, letteratura, immaginario, curata da Francesco Cappa e Martino Negri per Raffaello Cortina, che si aggiunge alle altre, altrettanto belle, curate da Giulio Schiavoni (Orbis pictus. Scritti sulla letteratura infantile, Emme edizioni 1980 e Burattini, streghe e briganti. Illuminismo per ragazzi, Il Melangolo 1993) ci conferma nell’idea tardiva che Walter Benjamin sia anche uno dei pedagogisti più “necessari” del Novecento oltre che uno degli intellettuali del vecchio continente che più ha influenzato la critica culturale contemporanea.

“Figure” sono qui intese sia le illustrazioni, gli abbecedari, le tavole, i giochi, alla cui analisi (e collezione) il filosofo tedesco dedicò tante appassionate energie, sia i frammenti dell’infanzia che persistono, nonostante tutto, nella memoria e nell’immaginario adulto, metafora e forse presupposto, nella sua personale filosofia della storia, di ogni futuro scarto messianico. 

Se ci soffermiamo sulle prime, troviamo in alcuni scritti d’occasione e in alcune recensioni di Benjamin intuizioni che ne fanno il fondatore implicito della moderna critica letteraria per bambini. La scoperta che i libri più amati dai bambini e quelli più nutrienti per il loro immaginario non sono quelli scritti esplicitamente per loro, ma quelli che rubano, appropriandosene, dalla biblioteca degli adulti; l’abbattimento della separazione tra cultura alta e bassa, tra letteratura colta e d’appendice nella convinzione che “le sostanze più preziose e più nobili sono precipitate al fondo di tutto, per cui accade che chi guarda più in basso trova proprio nei sedimenti dell’opera scritta e illustrata gli elementi che invano cerca nella cultura più alta”; l’autonomia ermeneutica delle figure, dei disegni e delle illustrazioni sfuggite, più delle trame e degli intrecci, alla manipolazione di pedagoghi e filantropi, creando con i piccoli lettori una connivenza segreta, anarchica e liberatoria, per il tramite del puro magistero artistico; la sua personalissima psicologia della lettura, secondo la quale i bambini “leggono non per empatia, ma per assimilazione. Il leggere dei bambini è in un rapporto molto stretto non con la loro formazione e con la loro conoscenza del mondo, ma con la loro crescita e il loro potere.” 

il libro

Insegnare a scrivere

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illustrazione di Franco Matticchio

di Claudio Giunta

Questo articolo è uscito sul domenicale de “Il Sole 24 ore” del 10 febbraio 2013

Il libro di Luca Serianni L’ora d’italiano. Scuola e materie umanistiche è per prima cosa un ottimo esempio di come bisognerebbe scrivere in italiano, perché – come sempre Serianni – è limpido, elegante, brioso. Al di là delle cose che dice, L’ora d’italiano è dunque un libro da consigliare a insegnanti e studenti anche solo per la forma, per imparare (o ricordare) intanto questo: come si espongono le proprie idee. La seconda ragione per cui il libro è consigliabile è che si tratta di questa rara avis: un libro sulle discipline umanistiche a scuola che non trasuda costernazione. La situazione non è rosea, ammette Serianni, ma non è mai esistita un’età dell’oro in cui lo fosse, né ha molto senso mettersi a maledire lo Zeitgeist: meglio adeguarsi al nuovo mondo suggerendo piccole riforme sensate.

Il libro è pieno di osservazioni intelligenti su un gran numero di questioni, ed è soprattutto apprezzabile che delle questioni si discuta non in astratto ma attraverso esempi. Quella di Serianni è sempre la posizione equilibrata di un – per usare una sua formula – «umanista assennato»: uno che, per esempio, vede con favore una maggiore presenza delle scienze nel curriculum scolastico, o che non tratta l’insegnamento del latino come un feticcio («vorrei una scuola che desse più importanza al rapporto tra lingua e cultura e meno, per esempio, alla legge di Reusch»). A volte viene anzi il dubbio che l’equilibrio sia troppo, e che un vero progresso nella discussione sarebbe possibile soltanto attraverso una maggiore radicalità (o una minore assennatezza). È giusto – osserva Serianni – non bocciare nella scuola dell’obbligo, salvo numerati casi. Ma alle superiori la bocciatura è legittima: «Ci sono i ragazzi non interessati allo studio, o negligenti; rimuovere del tutto la responsabilità dei singoli come artefici del proprio destino, quantomeno a partire dall’adolescenza, è un errore educativo». Tutto vero, salvo il fatto che Serianni mette in rapporto di causa ed effetto un dispositivo (la bocciatura) e un guadagno educativo (correzione e responsabilizzazione), e la consistenza di questo rapporto è tutt’altro che dimostrata: e se per correggere i negligenti e responsabilizzare gli adolescenti ci fossero strumenti migliori della minaccia della bocciatura? Anch’io sono dell’idea che vanno usati soprattutto bende e cerotti, specie su un corpo delicato come quello della scuola, ma qui forse sarebbe opportuno il bisturi.

altre scuole

Come nasce un calciatore

 

Illustrazione di Davide Reviati

Illustrazione di Davide Reviati

intervista a Nils Liedholm

di Agostino Di Bartolomei

 

Pubblichiamo un estratto di intervista a Nils Liedholm, calciatore e allenatore svedese di Milan e Roma degli anni settanta e ottanta, di Agostino Di Bartolomei da Il manuale del calcio. Di Bartolomei è stato un calciatore sui generis schivo e malinconico che dopo aver giocato, come capitano, nella Roma, nel Milan, nel Cesena e nella Salernitana, aver vinto uno scudetto, tre Coppe Italia e sfiorato una Coppa dei Campioni si è tolto la vita all’eta di  39 anni. Il manuale del calcio, la raccolta di appunti sulle regole e l’allenamento al gioco più popolare al mondo, è stato pubblicato con le bellissime illustrazioni di Davide Reviati in una bella edizione da Fandango. Dalla storia e dalle mutazioni del gioco alle regole, anche le più ovvie, di una corretta alimentazione, Il manuale di Di Bartolomei aspira a essere una guida completa ed esaustiva per i giovani calciatori. Con il sottotitolo “Il calcio è semplicità” il Manuale dà l’impressione di affermare il contrario, sottolineando, con toni a volte paternalistici, la dimensione etica dell’impegno sportivo che oggi appare totalmente ignorata. 

 

Il suo rapporto con ilcalcio da bambino, cioè come ha iniziato, e perché il calcio e non un altro sport?

Mah! Forse perché sono nato in campagna, e vedevo il campo di calcio del mio paese dalla finestra della mia casa, e da lì vedevo correre. Avevo 8 o 9 anni, quando ebbi il primo pallone. Era stato regalato da mio zio a me e a mio cugino, ma non sapevamo come giocarci. Calciavamo più in alto, così andò a finire su di un tetto e non lo abbiamo più visto. Poi andando a scuola passavo sempre da quel campo, e da lì ho cominciato ad andare a vedere le partite e lentamente…

 

Che cosa rappresentava per lei il calcio da ragazzo?

Allora non provavo nessun interesse per il calcio: non ne capivo niente, e non mi attirava. Compiuti i 10 anni ci trasferimmo dalla campagna in una cittadina e lì feci amicizia con ragazzi vicini di casa e avevamo un carnpetto. Mi mettevano in porta perché non sapevo niente; poi ho cominciato ad appassionarmi soprattutto grazie a un amico che stava nella stessa casa dove abitavo io, e con lui fino alle 11 di sera palleggiavo e giocavo.

 

E che cosa rappresenta ogi dopo una cawiera da calciatore e da allenatore?

Si vive in un altro mondo, e oggi c’è un diverso rapporto col calcio. Quando mi allenavo, da calciatore, eludevo tutto quello che esisteva nel mondo proprio per concentrarmi. Vivevo come un eremita, studiavo profondamente il calcio, e la mia più gande soddisfazione è quella di aver trovato un lavoro che mi prende totalmente e ancora oggi costituisce la mia grande passione.