educazione e politica

Il referendum di Bologna. Votare in tanti, votare A, votare per le giuste ragioni

di Luigi Monti

I musicanti di Brema secondo Nikolaus Heidelbach

I musicanti di Brema secondo Nikolaus Heidelbach

Qualche premessa per chi non è di Bologna

Un comitato di genitori, educatori e insegnanti, che appellandosi alla Costituzione si è chiamato “articolo 33”, ha lavorato per oltre un anno allo scopo di ottenere il referendum consultivo che si terrà a Bologna domenica prossima 26 maggio per chiedere di destinare alle scuole dell’infanzia statali e comunali anche quella parte di finanziamenti che il Comune di Bologna, dalla metà degli anni ’90, eroga alle scuole private paritarie. L’attuale sistema ha avvio nel 1994 con la giunta di centro sinistra guidata dal sindaco Walter Vitali. L’influenza pedagogica della “scuola di Bologna” si farà sentire anche a livello nazionale quando nel 2000 l’allora ministro Berlinguer sancirà il sistema integrato pubblico-privato con la legge 62 sulle “norme per la parità scolastica”.

Quando in Italia parliamo di scuole paritarie è bene ricordare ai difensori del pluralismo che si parla per la stragrande maggioranza dei casi di scuole cattoliche, non di scuole montessoriane, parentali, anarchiche, hippy o delle mille altre forme di scuole autogestite non statali che, con aspetti interessanti e insieme ambigui, stanno iniziando a sperimentare molte famiglie italiane. A Bologna, per intenderci, delle 27 paritarie in attività, 25 sono cattoliche.

Ancora. Se nel ’94, anno in cui a Bologna ha preso avvio il sistema integrato pubblico-privato, le domande di accesso alle scuole dell’infanzia erano ampiamente soddisfatte, da due anni a questa parte, alla chiusura delle liste, più di 400 bambini rimangono esclusi per mancanza di posti. E da due anni a questa parte la giunta corre ai ripari (aprendo in extremis nuove sezioni) riducendo, ma non annullando l’elenco degli esclusi.

La giunta e il suo sindaco Merola possono fare appello, come hanno fatto ripetutamente con arroganza in questi giorni, al fatto che le scuole per la prima infanzia non rientrano nell’obbligo scolastico (come dire: un diritto che sebbene avvertito da tutti, possono permettersi di non rendere esigibile). Ma gli articoli 33 e 34 della Costituzione a cui il comitato si appella, fra le altre cose dicono che la Repubblica “istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Ed è proprio conquista di Bologna l’istituzione dei primi nidi e delle prime materne comunali, sotto l’indirizzo pedagogico di Bruno Ciari che a metà degli anni’60 anticipò l’istituzione delle scuole materne statali avvenuta alcuni anni dopo, nel 1968. Sempre lo stesso articolo recita che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole, ma “senza oneri per lo stato”. Tradotto significa che allo stato nessuno vieta di finanziare anche iniziative private – ed è bene che lo faccia ogni volta che la qualità pedagogica di una sperimentazione privata lo merita – ma solo dopo aver assolto l’obbligo di garantire a tutti un accesso alle proprie scuole.

visioni

Cercando il proprio posto nel mondo. La Kiki di Miyazaki

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di Simone Calabrò

I film di Hayao Miyazaki non sono film (solo) per bambini. Qualcuno dovrebbe spiegarlo ai distributori e ai gestori di cinema italiani, che si ostinano a programmarli in orari pomeridiani, pensando, appunto, che gli unici spettatori saranno bambini o, al massimo, preadolescenti. A questa disdicevole attitudine, non fa eccezione la Lucky Red, che ha distribuito questa nuova versione, ridoppiata e integrale, di Kiki – Consegne a Domicilio, film realizzato dal maestro giapponese nel 1989 e, prima d’ora, mai uscito nelle sale italiane. Così, mi sono trovato costretto a dover scegliere orari che variavano dalle due fino, al massimo, alle sei del pomeriggio, roba che mi ha riportato indietro al periodo delle scuole medie, quando sgattaiolavo furtivo al cinema invece di fare i compiti. Pagato il biglietto e preso posto, mi ritrovo stretto tra la morsa di un bambino che piange in braccio alla mamma (cosa che continuerà a fare per tutta la durata del film) e un preadolescente imberbe che gioca continuamente con il telefonino (cosa che continuerà a fare per tutta la durata del film); concentrarsi è difficile, ma ci provo. 
Il film narra la storia di Kiki, una strega di tredici anni che, seguendo la tradizione per cui ogni giovane strega di quell’età deve andarsene via di casa per “cominciare a rendersi indipendente”, decide di partire una notte di luna piena a cavallo della scopa regalatale dalla madre e in compagnia del gatto nero Jiji, di cui capisce la lingua. Dopo una notte di volo, giunge in una non meglio precisata città europea (si sa, però, che Miyazaki e i suoi collaboratori si sono ispirati a città come Parigi, Stoccolma e Lisbona), e subito cerca un modo per darsi da fare. Dopo un po’, per un caso fortuito, incontra la giovane panettiera Osomo che le propone, data la capacità di Kiki di volare su una scopa, di fare le consegne al posto suo, in cambio di una stanza e di un piccolo compenso, e che, successivamente, la incoraggia ad aprire una agenzia di consegne a domicilio tutta sua. Proprio mentre cominciava ad ambientarsi nella nuova città, a seguito di una delusione da parte di un ragazzo di nome Combo, con cui aveva stretto amicizia, scoprirà di non essere più capace di volare e, per di più, di non riuscire più a comunicare col fido gatto Jiji. Infine, dopo diverse peripezie e svariati incontri, riapprenderà a volare e si riconcilierà con Combo, decidendo di stabilirsi definitivamente in quella città che l’ha ormai adottata.

appuntamenti

Nadea e Sveta a Firenze

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VENERDÌ 17 MAGGIO

ORE 21.00

CINEMA STENSEN

VIALE DON GIOVANNI MINZONI 25, FIRENZE

 

“Come molte donne moldave, Nadea e Sveta sono emigrate in Italia per ragioni economiche. Le loro famiglie sono rimaste in Moldavia: Nadea ha lasciato figli ormai grandi, mentre Sveta ha dovuto affidare alla nonna la sua bimba di tre anni. Nel 2010 Sveta riceve i documenti che le permettono di tornare in Moldavia e rivedere finalmente la figlia dopo due anni e mezzo di lontananza. Alla partenza dell’amica, Nadea rimane sola a Bologna e cerca di reagire alla solitudine. Le due amiche continueranno a confidarsi ed aiutarsi a distanza. I loro destini si incroceranno fino ad invertirsi, in una storia di donne sempre pronte a ripartire.”

Al termine della proiezione incontro con la regista Maura Delpero, Michela Balocchi (Associazione Libere tutte di Firenze), Mercedes Frias (Associazione Prendiamo la parola), Francesca Moccagatta (Associazione Punto di partenza), Nicola Ruganti (rivista Gli asini).

Sull’ultimo numero degli Asini: Nadea e Sveta. Le domestiche della globalizzazione di Cecilia Bartoli

 

www.nadeaesveta.com – www.stensen.org – www.facebook.com/nadeasveta

 

 

il libro

I bambini di Dagerman

Dagerman1di Giacomo Pontremoli

Scrittore anarchico dall’altissima sensibilità esacerbata, “bambino bruciato” (secondo il titolo del suo romanzo più importante) sconosciuto ai più nonostante il prezioso lavoro editoriale di “Iperborea”, che ne pubblica l’opera in Italia e propone ora una sua raccolta di scritti non solo narrativi sull’infanzia (Perché i bambini devono ubbidire?, novantasei pagine, nove euro, postfazione – da leggere – di Fulvio Ferrari), Stig Dagerman è il più necessario dei fratelli di Camus (laddove è invece criticamente fratellastro di Strindberg) e il più autentico degli innumerevoli figli di Kafka, sicuramente uno dei pochissimi capaci di restituire “il male terrestre”. Cuore delle opere dagermaniane è infatti la crudeltà del mondo e l’utopia concreta alla quale, pretendendo di cancellarla, quell’orrore rimanda invece ad urlo, a sussurro, sempre a bisogno; sulla società e la condizione umana, una sola delle sue pagine vale cento volte quella di qualsivoglia tomo dell’esistenzialismo europeo, un suo solo racconto riferisce dell’incubo dell’integrazione e della corruzione esistenti con profondità pari e ulteriore rispetto a qualsiasi volume francofortese. È infine il massimo artista dell’infanzia e della giovinezza offese, è il ragazzo di fronte alla Gorgone.

Perché i bambini devono ubbidire? contiene infatti due Memorie di un bambino iniziali (la parte più bella della raccolta, che poteva dare il titolo all’intero libro), una sezione centrale (Difficoltà di genitori) di tre saggi narrativi, sei bellissime poesie (mi limito a citare da una, amarissima sull’infanzia nella guerra mondiale: “Che del bimbo sia questo il secolo / l’ha per certo affermato qualcuno. / Perdonate se un poco trasecolo / e l’assioma mi pare importuno”), e il racconto (già pubblicato ne Il viaggiatore, sempre “Iperborea”) Uccidere un bambino, fondamentale e sconvolgente, che vede un “uomo felice” travolgere per errore un bambino con l’automobile che avrebbe dovuto portarlo al mare con una ragazza.

In Dagerman il mondo, non intenzionalmente (qui la tragedia: per come è fatto), o svilisce l’infanzia nel suo fondo più intimo o l’uccide. Ha scritto giustamente Giorgio Fontana (l’autore dell’eccellente romanzo Per legge superiore) nella sua breve recensione del libro (“Il Sole24ore”, 20 aprile 2013): “Nelle figure di bambini si concreta al meglio quello scontro fra innocenza e crudeltà del mondo ‘adulto’ che, trascinato ed esasperato anche in età più matura, è una cifra caratteristica dell’opera dagermaniana”. Rifiutando le caricature idilliache così come le speculari nerezze forzate, e in generale confliggendo naturalmente qualsiasi genericità di comodo sui bambini e i ragazzi, Dagerman racconta un’infanzia e una giovinezza reali come la nuda verità.

appuntamenti

Riflessi d’ascolto

orecchioCinque incontri per ripensare la testimonianza
Chiunque voglia scandagliare di proposito vicende collettive non può che farlo mediante la testimonianza di singoli uomini. Attraversare la marginalità significa incontrare storie paradigmatiche, storie che svelano, a volte indicibili quanto impossibili da tacere. Come farsi testimone, veicolo di queste storie? Come renderle patrimonio della consapevolezza collettiva? Generatrici di empatia sociale e non di morbosa curiosità o peggio di distaccata assuefazione? Proponiamo un ciclo di incontri di riflessione sull’ascolto come pratica portante per la narrazione, la raccolta, la registrazione, restituzione delle storie e del pensiero di quegli uomini e di quelle donne che ci sembrano “fare la Storia” spesso pagandone il prezzo. Storie che ci investono incidentalmente, o che a volte ricerchiamo e ricostruiamo attentamente, o che ancora ci vengono offerte come un inconsapevole dono.

Ne parliamo con :

Alessandro Portelli: 17 maggio 17.30/20.00 e 18 maggio 10.00/13.00
Maria Nadotti 26 maggio 17.30/20.00
Vittorio Moroni 31 maggio 17.30/20.00
Alessandro Leogrande 6 giugno 17.30/20.00
Roberta Passoni e Franco Lorenzoni 13 giugno 17.30/20.00
Gli incontri si terranno presso il Centro Interculturale Miguelim,
di Asinitas Onlus: via Policastro,45. Secondo piano.

Alla fine degli incontri sarà offerto un aperitivo. L’ingresso è a sottoscrizione.
Posti limitati, gradita l’iscrizione al 3389919926 o ceba@hotmail.it o contatti@asinitas.org