educazione e politica

Le insidie della valutazione

Mani con occhiodi Mauro Boarelli

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea.

 

“[…] Tu dovresti essere nella progettazione.”

“Non ho attitudine alla progettazione” disse Bud. “I test lo hanno dimostrato.”

Ci doveva essere anche questo, sulla sua scheda sfortunata. C’erano tutti i risultati del suo test attitudinale: immutabili, irrevocabili, e la scheda aveva sempre ragione. “Ma tu sai progettare” disse Paul. “E lo fai con più estro e fantasia delle primedonne del laboratorio.” […]

“Ma il test dice di no” disse Bud.

Kurt Vonnegut, Player Piano, 1952

 

 

Una macchina onnivora 

La mutazione è sotto gli occhi di tutti. Nel giro di pochi anni, nuove e invasive tecniche di valutazione hanno assunto un ruolo cruciale nel sistema dell’istruzione, dalla scuola primaria fino all’Università. Si tratta di tecniche differenziate a seconda dei destinatari e delle funzioni specifiche assegnate di volta in volta, ma accomunate da una medesima filosofia fondata sulla misurazione standardizzata e sull’approccio quantitativo.

I test Invalsi ne sono l’esempio più noto e discusso. Ogni anno circa due milioni e duecentomila studenti vengono sottoposti a questionari – in gran parte a risposta chiusa – che dovrebbero offrire una misura “oggettiva” delle competenze offerte dal sistema di istruzione nazionale. Lo stesso strumento è stato adottato anche per valutare gli studenti: i test – infatti – sono una delle prove dell’esame di terza media e presto verranno introdotti come parte integrante dell’esame conclusivo alle scuole superiori.

panoramiche

I colori invisibili di Benetton. La lotta dei Mapuche per la terra

di Aigul Safiullina

traduzione di Raoul Resta

 

Foto di Fabio D'Errico

Foto di Fabio D’Errico

Dopo circa cinque ore di viaggio da Bariloche il nostro autobus si ferma all’improvviso nel mezzo del nulla. “Leleque, La Comunità”, annuncia l’autista. “Siamo arrivati muchacha”. Fuori, i prati si estendono fino alle montagne e gli occhi a fatica riescono a fissare l’orizzonte. Non c’è nulla di simile ad una città o ad un paese, solo una piccola porta di legno improvvisata e un’insegna su un’enorme staccionata che recita: “Comunidad de Santa Rosa. Territorio Mapuche Recuperado”.

Siamo arrivati qui, in un luogo dimenticato, perduto nel cuore della Patagonia, l’epicentro di un conflitto oggi famoso a livello mondiale: Santa Rosa di Leleque, dove i membri della comunità indigena Mapuche sono impegnati in una grande lotta per riappropriarsi di terre che, come affermano gli stessi Mapuche, spettano loro di diritto, scontrandosi così con uno dei marchi dell’abbigliamento più famosi al mondo.

 

Il caso Benetton

Quando arriviamo, Santa Rosa di Leleque brulica di gente, come sempre accade da sei anni a questa parte. Non solo è la settimana del Kamaruko, la principale festa religiosa del popolo Mapuche, ma è anche l’anniversario della riappropriazione (recuperación è il termine che amano usare le comunità locali) di questo lembo di terra da parte della famiglia Curinanco – Rùa Nahuelquir e di altri 30 membri della comunità, avvenuta il 14 Febbraio 2007

“Sono molti anni che cercano di scacciarci dalla nostra terra, con l’uso della forza fisica e vantando i diritti di coloro che invasero i nostri territori,” Rosa Rùa Nahuelquir posa gli utensili da cucina, e parla. “Però sappiamo che siamo più forti, perché la verità è dalla nostra parte e ci alzeremo per difenderla, non importa quanto ci costerà.”

Atilio Curiñanco e Rosa Rúa Nahuelquir entrarono nel territorio che ora si chiama Santa Rosa di Leleque, nell’agosto del 2002.  Progettavano di tornare alle loro terre ancestrali e iniziare una nuova vita dopo tanti anni di lavoro nelle fabbriche di Texcom e  di Frigorifico nel vicino paese di Esquel. E così iniziò una lunga battaglia legale con il gruppo Benetton, per un territorio di più di 535 ettari nella provincia del Chubut, Argentina.

La famiglia Curiñanco – Rúa Nahuelquir reclama questo territorio, affermando che parte di esso apparteneva ai loro avi prima della colonizzazione della Patagonia avvenuta nel 1800. Il gruppo Benetton, invece, pone l’accento sul certificato di proprietà della terra, emesso nel 1991, quando il gruppo acquistò più di 900.000 ettari dalla società britannica The Argentine sur Land Company Limited (CTSA).

 

gli asini

Lo speciale – Valutazione e meritocrazia

cover_asini_18Il merito è importante, ci mancherebbe. Anche noi asini ne conveniamo. La Costituzione lo sancisce con uno dei suoi passaggi più belli e con la formula più socialista e meno statalista che potesse trovare: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale affinché ognuno, traduciamo e sintetizziamo, abbia quanto gli è necessario e dia quanto può e vuole.

Valutare – attività umana essenziale a ogni vero processo formativo, democratico, scientifico, culturale – significa in ultima istanza giudicare, criticare, prendere posizione. E in certi casi anche sancire un merito. Ma se abbiamo deciso di analizzare e sottoporre a critica con un numero speciale della rivista queste due categorie ormai penetrate in ogni ambito del discorso educativo è perché la ricaduta e gli effetti che esse hanno sul nostro sistema di istruzione e sulla pratica di insegnanti ed educatori svelano un avvenuto pervertimento del loro significato originale.

Valutazione e meritocrazia sono un esempio di quei concetti di plastica propri di una cultura allo sbando, che garantiscono il consenso perché “dicono” una cosa ma ne “fanno” un’altra. Promettono la cancellazione dei privilegi nel nome della neutralità della tecnica, ma li consolidano selezionando sulla base di criteri che poco hanno a che vedere con la libera crescita degli individui e molto con la necessità di incasellarli in ruoli predefiniti.

Pur essendo inevitabile allargare il ragionamento a tutte le mille forme in cui l’ideologia della valutazione condiziona quasi ogni ambito del lavoro sociale e culturale, non potevamo che prendere le mosse da quanto sta avvenendo a scuola. La diffusione ormai capillare in ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, delle prove Invalsi e di analoghi sistemi di valutazione sta riducendo la didattica di maestri e insegnanti (che già non se la passava troppo bene) a un addestramento meccanico per il supermento di test standardizzati. Da una parte e dall’altra della cattedra: non è escluso che presto, con metodi simili – come in parte già è avvenuto negli Stati Uniti e come abbiamo raccontato nel primo numero della rivista – gli alunni dovranno “meritarsi” la promozione, gli insegnanti lo stipendio e i dirigenti scolastici i finanziamenti necessari al funzionamento della propria scuola. Decida il lettore se si tratti di un piano intenzionale finalizzato a produrre ignoranza e a mantenere le divisioni, in termini di opportunità, che dividono i ricchi dai poveri, o piuttosto degli effetti collaterali di una macchina tecnocratica che, una volta messa in moto, ci è sfuggita di mano. Quello che è certo è che se da anni un movimento d’opinione, di cui anche noi ci sentiamo parte, analizza, critica e svela i lati grotteschi dei test prodotti dalle agenzie nazionali e internazionali di valutazione, non altrettanto efficacemente ha saputo inventare forme di opposizione e disobbedienza che ne arginasse l’infiltrazione in ogni ambito della vita quotidiana. Se non in situazioni isolate che sarà necessario continuare a scovare e connettere come abbiamo iniziato a fare con questo numero della rivista.

Proprio nei giorni in cui stavamo chiudendo questo numero speciale degli Asini moriva Marshall Berman, lucidissimo e appassionato critico sociale, il cui sguardo eclettico, anarchico e ironico lo distingueva dalla schiera lagnosa e rassegnata di tanti suoi “colleghi” critici della modernità. Il suo modernismo era molto semplicemente un’adesione totale e incondizionata al piacere della sfida, della critica, della pulsione creativa. Alla vita, insomma, ovunque essa si annidasse. Modernità e sue aberrazioni comprese. “Essere moderni”, scrisse lui a introduzione del suo capolavoro, L’esperienza della modernità, noi a viatico di questo numero degli Asini, “vuol dire vivere una vita imperniata sul paradosso e sulla contraddizione. Vuol dire essere continuamente sopraffatti da immense organizzazioni burocratiche che hanno il potere di controllare e, spesso, di distruggere ambienti, valori e vite. E tuttavia proseguire imperterriti nella propria determinazione di tener testa a queste forze, di combattere per cambiare il mondo e farlo proprio. Vuol dire essere rivoluzionari e conservatori a un tempo: consci delle nuove possibilità d’esperienza e d’avventura, terrorizzati dagli abissi nichilistici a cui conducono tante avventure moderne, desiderosi di creare qualcosa di reale proprio mentre tutto si dissolve nell’aria.” (Gli asini)

Per richiederne copia: abbonamenti@gliasini.it

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immigrazione

Dopo le stragi di Lampedusa. Uscire dai labirinti della politica e dell’informazione

di Anna Brambilla

greder

Illustrazione di Armin Greder

Prima ancora dell’immagine (evocata e fortunatamente non trasmessa) dei “morti abbracciati” è arrivato l’eco delle voci. Di 500 e più voci che devono aver gridato, pregato, pianto all’unisono. Davanti a questo pensiero, coloro che già avevano denunciato e predetto, che già si erano trovati a fare la triste conta dei morti senza nome avrebbero solo voluto portare il lutto, chiudersi, almeno per un po’, in doloroso silenzio. Il dilagare confuso di voci che si è levato dopo non lo ha però consentito.

Davanti all’immanità del disastro, quasi tutti i rappresentanti politici italiani ed europei si sono sentiti in dovere di intervenire. Ma, come osservava il lettore di un noto giornale, citando Leopardi, “senza sdegno ormai la doglia è stolta”. Nel susseguirsi di affermazioni e proclami le parole che si sono susseguite sono state tante: canali umanitari, esternalizzazione delle procedure di asilo, abolizione del reato di immigrazione clandestina, abrogazione della Bossi-Fini. Tutti passaggi fondamentali che meritano però la giusta attenzione e soprattutto che devono essere affrontati in modo giuridicamente oltre che moralmente corretto.

Il reato di immigrazione clandestina deve essere abolito perché indegno non perché, come ha affermato qualcuno, è causa di sovraffollamento carcerario. Dal 2011, a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza El Dridi), nessun  imputato o condannato per il solo reato di clandestinità può finire in carcere perché la pena prevista non è più la reclusione bensì l’ammenda. Ripensare a nuove procedure per il riconoscimento della protezione internazionale è corretto ma non si può sbandierare questi proclami senza ricordare anche che in materia di asilo è stato adottato a livello di Unione Europea un pacchetto normativo (il cd. Sistema europeo comune di asilo) che non prevede riforme rilevanti nemmeno per ciò che riguarda il tanto discusso Regolamento Dublino. Modificare la Bossi-Fini e soprattutto allontanarsi dal suo impianto repressivo è fondamentale ma ancora più urgente appare essere la necessità di lasciarsi alle spalle la logica emergenziale e di scegliere una visione culturale, politica e normativa che tenga conto che le persone partono, si muovono e scelgono di vivere in un altro Paese per garantirsi una vita migliore e che quindi è anche ai modelli di accoglienza che si deve ripensare.

appuntamenti

Gli asini in Canton Ticino

 
Programma - Arcolaio
Biblioteca cantonale Bellinzona
venerdì 27 settembre, ore 20:30
 

Arcolaio- Percorsi sociocultruali e la Biblioteca cantonale di Bellinzona, riconoscendo il contributo fornito da Gli asini in termini di riflessione e spunti operativi per chi opera nel settore sociale, ma anche per tutti coloro che vivono il sociale come parte importante della propria quotidianità, organizzano per venerdì 28 settembre alle 20.30 presso la Biblioteca cantonale di Bellinzona una serata pubblica di presentazione della rivista. In questa occasione cinque collaboratori della rivista: Sara Honegger, Federica Lucchesini, Giulio Vanucci e Nicola Villa, daranno vita a una tavola rotonda dove il contributo dei presenti permetterà di sviluppare riflessioni comuni inerenti sia al lavoro svolto dalla rivista che alle esperienze e alle idee che ogni partecipante vorrà portare. Un modo per tessere ponti attraverso una rivista che crediamo possa davvero essere considerata terreno comune.

La presentazione è nell’ambito di  “5 anni in viaggio: Piazza aperta – Giovani in movimento”

Il programma delle giornate