libri in carcere

Incontro in carcere con Gipi

gipi-self-portrait1-583x1024Cella 45, secondo piano”. Alla casa circondariale Don Bosco di Pisa, uno degli agenti penitenziari ricorda ancora la cella dove, nei primi anni Ottanta, è stato rinchiuso un ragazzo ventenne “un po’ storto”, all’anagrafe Gian Alfonso Pacinotti. Quel ragazzo nel frattempo è diventato un uomo – ancora “storto”, ci tiene a precisare – e si fa chiamare Gipi. Per mestiere Gipi racconta storie per immagini. Nel mondo del graphic novel, dell’illustrazione e del fumetto, è considerato ormai un’icona, con i suoi seguaci e i suoi imitatori, in Italia come all’estero. Venerdì 22 marzo Gipi è tornato al Don Bosco di Pisa. A invitarlo questa volta sono state le associazioni Gli Asini e Antigone, che con il sostegno della Tavola Valdese, della Fondazione Charlemagne e di molte case editrici stanno promuovendo il progetto “Libri in carcere: la lettura che libera”, che prevede la distribuzione di alcune migliaia di libri nelle carceri italiane, in particolare nel polo toscano; la realizzazione di due laboratori di giornalismo radiofonico (a Roma Rebibbia e Milano Bollate); incontri mensili con gli autori (Gipi, Gad Lerner, Stefano Benni, Nicola Lagioia, Ascanio Celestini, etc).

Davanti a decine di detenuti, donne e uomini, italiani e stranieri, Gipi si è raccontato, partendo proprio da quando, “innocente, sono finito dieci giorni in carcere”. Quell’esperienza non l’ha mai dimenticata, ma prima di raccontarla sono passati molti anni e molti libri: Esterno notte, Appunti per una storia di guerra, Gli innocenti, S. etc (pubblicati dalla Coconino Press). “Poi nel 2008 ho fatto un libro, LMVDM. La mia vita disegnata male – spiega – dove ho incluso tutte le mie esperienze da ragazzo scalmanato, raccontandole in forma buffa”. Tra queste, anche la storia del carcere, che comincia nel campo di marijuana coltivato sul greto di un fiume dall’amico “Metadonius”. Il ventenne “storto” non ha mai visto una cosa simile. Curioso, va a visitare il campo con Metadonius e con l’altro amico, Dorelli. Finiscono tutti e tre “faccia nel fango e pistola alla testa”, poi in carcere, prima in cella d’isolamento, dove Gipi scopre la paura e la “solitudine, quella fisica, quella vera”, poi nella sezione dei detenuti comuni. Qui, però, la storia si interrompe. “Quella cosa lì – spiega davanti ai detenuti del Don Bosco – non ho voluto raccontarla, perché l’ho vissuta per troppo poco tempo”. Gipi si è fatto “solo dieci giorni – spiega nel libro. Mentre c’è gente che si è fatta anni. Che se ne farà altrettanti. Ed è questa differenza che mi vieta di indugiare nel racconto”.

Il racconto dell’incontro di Gipi con i detenuti del Don Bosco di Pisa e con l’“asino” Giuliano Battiston, che gli rivolge qualche domanda, potete invece ascoltarlo qui:

visioni di infanzie

La storiografia anarchica di Zeitlin

(Quvenzhzé Wallis)di Luigi Monti

Si respira un’aria di novità nell’esordio di Benh Zeitlin, giovane regista di Re della terra selvaggia. Ed è questa novità, oltre allo sguardo deformante e immaginifico della piccola Hushpuppy, che spiazza inizialmente lo spettatore impedendogli di trovare le coordinate per giudicare l’umanità che popola la Grande vasca e le vicende che vi hanno luogo.

La Grande vasca è una sottile lingua di terra contesa dalle acque del mare, da quelle del delta di un grande fiume e dalle alluvioni tropicali che si abbattono regolarmente lungo le coste di un paese che Zeitlin assicura assomigliare molto alla Louisiana. La comunità che la abita e in cui cresce Hushpuppy sembra in via di disfacimento, popolata com’è da ubriaconi molesti e vocianti, avanzi umani che vivono in palafitte fatiscenti circondate dai rifiuti. A metà tra un reperto antropologico giunto fino a noi da un passato ancestrale e i ruderi di un’umanità sopravvissuta alla catastrofe, la comunità della Grande vasca è rozza, protettiva, aggressiva e pagana.

Scopriamo presto però che non si tratta di una parabola di decadenza, ma di un fragile equilibrio che consente agli uomini di resistere a condizioni di vita durissime e che la loro nevrosi è una reazione, giustificata e necessaria, alle minacce che incombono senza tregua sul villaggio: i cicloni che si abbattono ogni anno con l’arrivo dell’estate; la diga che, per difendere la ricca città a nord del fiume, aggrava gli effetti degli allagamenti impedendo all’acqua delle alluvioni di defluire naturalmente; l’innalzamento del livello del mare a seguito dell’aumento delle temperature che minaccia di sommergere definitivamente la loro sottile striscia di terra. E l’assedio di una modernità che li emargina e da cui giungono, spiaggiandosi sulle rive del fiume, i rifiuti di una sovraproduzione industriale con i quali gli abitanti della Grande vasca costruiscono le loro abitazioni e le loro imbarcazioni: conteiner trasformati in palafitte e scheletri di Pick-up installati su taniche galleggianti.

educazione e religione

Modi del trascendente: Simone Weil

Simone

 

Quando Elsa Morante elenca, per definirne i tratti antropologici, gli esempi più luminosi dei Felici Pochi che in passato hanno lasciato traccia di sé, scrive un epitaffio che in due parole offre del pensiero di Simone Weil una chiave interpretativa finissima e opposta all’opinione corrente: “l’intelligenza della santità”.

Tanto chi la critica (da una prospettiva socialista) quanto chi la esalta (da una prospettiva cattolica) vede nella ricerca spirituale degli ultimi anni di vita della filosofa francese una rinuncia a quell’intelligenza che l’aveva portata a definire con precisione l’alienazione della condizione operaia e del sistema economico e di produzione industriale a lei contemporaneo. Ma se proprio una parabola deve essere tracciata, essa descrive una traiettoria contraria: Simone Weil è riuscita a mettere a fuoco più di chiunque altro le contraddizioni sociali, politiche, economiche e culturali del suo e del nostro tempo proprio grazie all’apertura del suo pensiero a una dimensione trascendente.

Non deve stupire quindi che negli ultimi mesi di vita, caratterizzati ormai da un’esperienza religiosa intensissima e che non le dà tregua, scriva le sue pagine politiche più importanti. Ci si potrebbe chiedere ad esempio perché, nei mesi in cui lavora per conto del governo francese esiliato a Londra, essa torni così insistentemente su Marx e il suo pensiero. Non si tratta solo di un “ritorno di fiamma” in memoria della sua partecipazione appassionata e critica al sindacalismo rivoluzionario negli anni ’30.

Marx in fondo era colui che si era posto più sistematicamente (e che aveva avuto più presa sui movimenti sociali e politici in tutto il mondo) il problema del rapporto tra la forza e la giustizia, tra le leggi che regolano la materia (tutte riconducibili ai meccanismi della forza) e un bisogno fortissimo e inappagabile di giustizia: il problema insomma di come passare da una condizione sociale di oppressione e sudditanza dei molti ai pochi, a una in cui la giustizia e la libertà possano dispiegarsi completamente. Tale bisogno di giustizia era in lui talmente forte, scrive la Weil, da averlo spinto a sacrificare la verità e l’intelligenza a vantaggio di una “fede” che sola gli permetteva di accettare l’angosciante conseguenza del suo materialismo. Marx ha voluto risolvere in sostanza questa contraddizione con una credenza irrazionale, nient’affatto materialista: ovvero che la materia contenga e produca in conseguenza delle leggi della dialettica un’implicita tendenza alla giustizia e al bene.

il libro

Il realismo non è una copia ma un conflitto

L'origine_del_mondodi Nicola Villa

Non si scopre oggi che è molto più utile leggere i saggi degli scrittori sulla letteratura che quelli di critici, storici e professori. Si ha questa conferma leggendo le riflessioni di Walter Siti raccolte in un libretto, un “gransasso” di Nottetempo, Il realismo è l’impossibile (81 pagine per 6 ero), che ha origine da alcune uscite pubbliche, un articolo e un paio di lezioni universitarie. Il gioco di Siti è quello di concentrare, brillantemente, le sue osservazioni sul realismo in letteratura e trasformarle, sin dalle prime pagine, in fulminanti dichiarazioni di poetica a partire dalle sue opere: soprattutto Scuola di nudo, Troppi paradisi, Il contagio, Autopsia dell’ossessione, Il canto del diavolo e Resistere non serve a niente. Sono molte, allora, le ammissioni tecniche di autofiction, quasi da officina dello scrittore, come la tanto “calunniata identificazione”, l’assorbimento del mito, il bisogno di mentire, l’importanza del dettaglio minuzioso, la surdeterminazione (la ridondanza), ma altrettanti gli spunti tra alto e basso, tra letteratura antica e moderna.

Da Aristotele a De Lillo, passando per Dante, Defoe, Stendhal, sono molti i riferimenti e i giudizi anche sconfinando nella pittura. Come l’aneddoto che dà il titolo al libello sul quadro di Courbet, L’origine del mondo, che rappresenta un corpo nudo di donna disteso su un letto con le gambe divaricate e la vagina in primo piano, pudicamente coperto da un telo in casa Lacan che l’acquistò nel 1955 e che ora è al Museo d’Orsay. O ancora il gatto nero nella famosa Annunciazione di Lorenzo Lotto che “umanizza” la scena (ma basterebbe anche solo la mimica della Madonna!).

educazione e religione

Modi del trascendente: Elsa Morante

illustrazione di Slim Fejjari

illustrazione di Slim Fejjari

Di Tolstoj si dice giustamente sia molto più “religioso” non dove predica, come nelle Confessioni, ma dove descrive le cose come sono, con trasporto e compassione per gli uomini e la vita, come in Padre Sergio, per citare due testi dove affronta lo stesso tema, nel primo prendendolo di petto, nel secondo trasfigurandolo attraverso la finzione narrativa. Ciò non toglie che in alcuni momenti trovasse necessario spiegare le sue storie e predicare le sue verità, consapevole che in questo modo sarebbe andato incontro a incomprensioni, fraintendimenti e, cosa ben più difficile da sostenere, allo sfarinamento di intuizioni che fintanto che rimanevano inespresse erano in grado di orientare la sua titanica personalità.

Per le stesse ragioni, secondo il dettato evangelico, del trascendente bisognerebbe parlare il meno possibile e far parlare piuttosto le opere. Anche per questo nell’ultimo numero della rivista abbiamo preferito raccontare qualche esempio di chi interviene nella società in nome della religione (ma con una consapevolezza politica che lo fa essere un compagno di viaggio) piuttosto che inoltrarci in territori che non sono i nostri.

Recuperare uno sguardo religioso sul mondo, senza che questo significhi abbracciare nessuna religione rivelata, è però un’urgenza anche politica, anche pedagogica. La possibilità di inventare e organizzare una struttura sociale più giusta e libera passa oggi soprattutto tra chi fonda la propria indagine e le proprie azioni solo sul terreno della storia, dei “fatti compiuti” (ovvero, oggi, della finanza e della tecnica) e chi, anche, su quello dei valori.

“È ovvio”, come scriveva Dwight Macdonald, uno dei primi a intuire la necessità di dare nuovi fondamenti non storici né scientifici al socialismo, “che non è sufficiente proclamare semplicemente i valori; se non vengono praticati, i valori restano senza alcun significato, e il modo concreto in cui vengono praticati in una data situazione specifica è la loro realtà. In altre parole: se la Verità, l’Amore e la Giustizia non vengono definiti con precisione, razionalmente e in riferimento alla situazione attuale, restano così vaghi che, sotto la loro copertura, quasi ogni male può essere commesso, ed è stato effettivamente commesso.” Porsi in maniera diretta le questioni ultime della religione senza comprometterle con la dimensione sociale e con le sue forme di oppressione porta sempre sui terreni pervertiti di una teoretica fine a se stessa, sia essa quella raffinata dei nuovi comunicatori-teologi o quella kitsch dello spiritualismo new age. Non c’è rivelazione messianica che non si trasformi in obbligo di rivoluzione. (Gli asini)

 

Sguardi animali

di Elsa Morante 

Alla loro seconda uscita, che seguì di là a pochi giorni, andarono a vedere i treni alla Stazione Tiburtina: non soltanto dalla parte della piazza, dentro la zona aperta ai passeggeri (momòbbili… ubo…), ma anche dentro la zona più speciale riserbata ai carri merci, alla quale si accedeva da una via retrostante. A questa zona, per il pubblico ordinario l’accesso era difeso da un cancello; ma Ninnuzzu, che contava qualche conoscenza fra gli addetti ai lavori, spinto il cancello vi entrò liberamente, come in un suo vecchio feudo. E difatti, fino dalla sua infanzia, quell’angolo del quartiere San Lorenzo era stato una sorta di riserva di caccia per lui e i suoi amici stradaioli.