educazione e religione

Modi del trascendente: Elsa Morante

illustrazione di Slim Fejjari

illustrazione di Slim Fejjari

Di Tolstoj si dice giustamente sia molto più “religioso” non dove predica, come nelle Confessioni, ma dove descrive le cose come sono, con trasporto e compassione per gli uomini e la vita, come in Padre Sergio, per citare due testi dove affronta lo stesso tema, nel primo prendendolo di petto, nel secondo trasfigurandolo attraverso la finzione narrativa. Ciò non toglie che in alcuni momenti trovasse necessario spiegare le sue storie e predicare le sue verità, consapevole che in questo modo sarebbe andato incontro a incomprensioni, fraintendimenti e, cosa ben più difficile da sostenere, allo sfarinamento di intuizioni che fintanto che rimanevano inespresse erano in grado di orientare la sua titanica personalità.

Per le stesse ragioni, secondo il dettato evangelico, del trascendente bisognerebbe parlare il meno possibile e far parlare piuttosto le opere. Anche per questo nell’ultimo numero della rivista abbiamo preferito raccontare qualche esempio di chi interviene nella società in nome della religione (ma con una consapevolezza politica che lo fa essere un compagno di viaggio) piuttosto che inoltrarci in territori che non sono i nostri.

Recuperare uno sguardo religioso sul mondo, senza che questo significhi abbracciare nessuna religione rivelata, è però un’urgenza anche politica, anche pedagogica. La possibilità di inventare e organizzare una struttura sociale più giusta e libera passa oggi soprattutto tra chi fonda la propria indagine e le proprie azioni solo sul terreno della storia, dei “fatti compiuti” (ovvero, oggi, della finanza e della tecnica) e chi, anche, su quello dei valori.

“È ovvio”, come scriveva Dwight Macdonald, uno dei primi a intuire la necessità di dare nuovi fondamenti non storici né scientifici al socialismo, “che non è sufficiente proclamare semplicemente i valori; se non vengono praticati, i valori restano senza alcun significato, e il modo concreto in cui vengono praticati in una data situazione specifica è la loro realtà. In altre parole: se la Verità, l’Amore e la Giustizia non vengono definiti con precisione, razionalmente e in riferimento alla situazione attuale, restano così vaghi che, sotto la loro copertura, quasi ogni male può essere commesso, ed è stato effettivamente commesso.” Porsi in maniera diretta le questioni ultime della religione senza comprometterle con la dimensione sociale e con le sue forme di oppressione porta sempre sui terreni pervertiti di una teoretica fine a se stessa, sia essa quella raffinata dei nuovi comunicatori-teologi o quella kitsch dello spiritualismo new age. Non c’è rivelazione messianica che non si trasformi in obbligo di rivoluzione. (Gli asini)

 

Sguardi animali

di Elsa Morante 

Alla loro seconda uscita, che seguì di là a pochi giorni, andarono a vedere i treni alla Stazione Tiburtina: non soltanto dalla parte della piazza, dentro la zona aperta ai passeggeri (momòbbili… ubo…), ma anche dentro la zona più speciale riserbata ai carri merci, alla quale si accedeva da una via retrostante. A questa zona, per il pubblico ordinario l’accesso era difeso da un cancello; ma Ninnuzzu, che contava qualche conoscenza fra gli addetti ai lavori, spinto il cancello vi entrò liberamente, come in un suo vecchio feudo. E difatti, fino dalla sua infanzia, quell’angolo del quartiere San Lorenzo era stato una sorta di riserva di caccia per lui e i suoi amici stradaioli.

educazione e religione

Modi del trascendente: Luis Buñuel

bunuelDi Tolstoj si dice giustamente sia molto più “religioso” non dove predica, come nelle Confessioni, ma dove descrive le cose come sono, con trasporto e compassione per gli uomini e la vita, come in Padre Sergio, per citare due testi dove affronta lo stesso tema, nel primo prendendolo di petto, nel secondo trasfigurandolo attraverso la finzione narrativa. Ciò non toglie che in alcuni momenti trovasse necessario spiegare le sue storie e predicare le sue verità, consapevole che in questo modo sarebbe andato incontro a incomprensioni, fraintendimenti e, cosa ben più difficile da sostenere, allo sfarinamento di intuizioni che fintanto che rimanevano inespresse erano in grado di orientare la sua titanica personalità.

Per le stesse ragioni, secondo il dettato evangelico, del trascendente bisognerebbe parlare il meno possibile e far parlare piuttosto le opere. Anche per questo nell’ultimo numero della rivista abbiamo preferito raccontare qualche esempio di chi interviene nella società in nome della religione (ma con una consapevolezza politica che lo fa essere un compagno di viaggio) piuttosto che inoltrarci in territori che non sono i nostri.

Recuperare uno sguardo religioso sul mondo, senza che questo significhi abbracciare nessuna religione rivelata, è però un’urgenza anche politica, anche pedagogica. La possibilità di inventare e organizzare una struttura sociale più giusta e libera passa oggi soprattutto tra chi fonda la propria indagine e le proprie azioni solo sul terreno della storia, dei “fatti compiuti” (ovvero, oggi, della finanza e della tecnica) e chi, anche, su quello dei valori.

“È ovvio”, come scriveva Dwight Macdonald, uno dei primi a intuire la necessità di dare nuovi fondamenti non storici né scientifici al socialismo, “che non è sufficiente proclamare semplicemente i valori; se non vengono praticati, i valori restano senza alcun significato, e il modo concreto in cui vengono praticati in una data situazione specifica è la loro realtà. In altre parole: se la Verità, l’Amore e la Giustizia non vengono definiti con precisione, razionalmente e in riferimento alla situazione attuale, restano così vaghi che, sotto la loro copertura, quasi ogni male può essere commesso, ed è stato effettivamente commesso.” Porsi in maniera diretta le questioni ultime della religione senza comprometterle con la dimensione sociale e con le sue forme di oppressione porta sempre sui terreni pervertiti di una teoretica fine a se stessa, sia essa quella raffinata dei nuovi comunicatori-teologi o quella kitsch dello spiritualismo new age. Non c’è rivelazione messianica che non si trasformi in obbligo di rivoluzione. (Gli asini)

 

Ateo per grazia di Dio

di Luis Bunuel

Alcuni sognano un universo infinito, altri ce lo presentano finito nello spazio e nel tempo. Mi trovo tra due misteri entrambi impenetrabili. Da una parte, l’immagine di un universo infinito è inconcepibile. Dall’altra, l’idea di un universo finito, che un giorno non esisterà più, mi ripiomba in un nulla impensabile, che mi affascina e mi fa orrore. Oscillo tra l’uno e l’altro, e non so.

Immaginiamo che il caso non esista e che tutta la storia del mondo, all’improvviso logica e prevedibile, possa risolversi in qualche formula matematica. Se così fosse, bisognerebbe credere in Dio e supporre inevitabilmente l’esistenza attiva di un grande orologiaio, di un supremo organizzatore.

Ma Dio, che tutto può, non avrebbe potuto creare a capriccio un mondo in balia del caso? No, ci rispondono i filosofi. Il caso non può essere una creazione di Dio, dato che è la negazione di Dio. I due termini sono antinomici. Si escludono l’un l’altro.

Non avendo la fede (e convinto che la fede come ogni cosa nasca spesso dal caso), non vedo vie di uscita. È un circolo chiuso, per questo non tento di entrarci.

educazione e religione

Modi del trascendente: Nicola Chiaromonte

chiaromontefinestragrDi Tolstoj si dice giustamente sia molto più “religioso” non dove predica, come nelle Confessioni, ma dove descrive le cose come sono, con trasporto e compassione per gli uomini e la vita, come in Padre Sergio, per citare due testi dove affronta lo stesso tema, nel primo prendendolo di petto, nel secondo trasfigurandolo attraverso la finzione narrativa. Ciò non toglie che in alcuni momenti trovasse necessario spiegare le sue storie e predicare le sue verità, consapevole che in questo modo sarebbe andato incontro a incomprensioni, fraintendimenti e, cosa ben più difficile da sostenere, allo sfarinamento di intuizioni che fintanto che rimanevano inespresse erano in grado di orientare la sua titanica personalità.

Per le stesse ragioni, secondo il dettato evangelico, del trascendente bisognerebbe parlare il meno possibile e far parlare piuttosto le opere. Anche per questo nell’ultimo numero della rivista abbiamo preferito raccontare qualche esempio di chi interviene nella società in nome della religione (ma con una consapevolezza politica che lo fa essere un compagno di viaggio) piuttosto che inoltrarci in territori che non sono i nostri.

Recuperare uno sguardo religioso sul mondo, senza che questo significhi abbracciare nessuna religione rivelata, è però un’urgenza anche politica, anche pedagogica. La possibilità di inventare e organizzare una struttura sociale più giusta e libera passa oggi soprattutto tra chi fonda la propria indagine e le proprie azioni solo sul terreno della storia, dei “fatti compiuti” (ovvero, oggi, della finanza e della tecnica) e chi, anche, su quello dei valori.

“È ovvio”, come scriveva Dwight Macdonald, uno dei primi a intuire la necessità di dare nuovi fondamenti non storici né scientifici al socialismo, “che non è sufficiente proclamare semplicemente i valori; se non vengono praticati, i valori restano senza alcun significato, e il modo concreto in cui vengono praticati in una data situazione specifica è la loro realtà. In altre parole: se la Verità, l’Amore e la Giustizia non vengono definiti con precisione, razionalmente e in riferimento alla situazione attuale, restano così vaghi che, sotto la loro copertura, quasi ogni male può essere commesso, ed è stato effettivamente commesso.” Porsi in maniera diretta le questioni ultime della religione senza comprometterle con la dimensione sociale e con le sue forme di oppressione porta sempre sui terreni pervertiti di una teoretica fine a se stessa, sia essa quella raffinata dei nuovi comunicatori-teologi o quella kitsch dello spiritualismo new age. Non c’è rivelazione messianica che non si trasformi in obbligo di rivoluzione. (Gli asini)

 

Ciò che sta oltre

di Nicola Chiaromonte

 

Ricerca dell’assoluto

È un alibi molto in uso, ma troppo semplice, per sfuggire all’obbligo di aver convinzioni ferme, rinviare ai tempi quando queste erano possibili perché c’era un assoluto a cui agganciarle: la polis, la religione, o tutt’e due le cose insieme, ma soprattutto la religione, e s’intende di solito il «medioevo» come se il medioevo fosse stata un’epoca di tranquille certezze e fede inconcussa, e non una dì lotte, di passioni tanto più scatenate quanto più rigide erano le istituzioni e più si supponevano assolute le credenze.

Ma la religione più creduta non è un pezzo di metallo senza scorie, una convinzione pura, una condotta tutta d’un pezzo. Non c’è niente che sia puro e tutto d’un pezzo, nell’esperienza reale dell’uomo. Solo ciò che l’uomo immagina o concepisce come «ideale» o fine può esser puro ed è appunto una purezza ideale.

Neppure gli Dèi immortali sono puri, appena li si consideri agire in noi: non è pura Afrodite, che si trova nell’animo umano subito in contrasto dubitoso con impulsi pressioni e doveri altri. Non è puro Zeus con la sua giustizia e certo non è puro Cristo con la sua compassione e il suo amore, appena scende in mezzo agli uomini e penetra nel loro cuore combattuto. Puro è solo ciò che non esiste: la verità, il Bene, il Bello e ammirevole lo sforzo di tendervi. (XXI, 8)

 

Ciò che sta oltre

Tutti i mali e i disastri del nostro tempo, tutte le sventure sofferte da miriadi di individui e dall’uomo in loro, con l’inutile passione politica (di rivalsa e rancore, non di ristabilimento della giustizia) incitano – o dovrebbero incitare – a costruirsi una fiducia in ciò che sta oltre il seguito dei giorni. Lo stillicidio del tempo, la vicenda dei piaceri e dispiaceri, l’invischiamento nei fatti, nella materia, nei sensi, infine.

altre scuole

Le avventure dei giovani lettori

pusterla

di Fabio Pusterla

Questo articolo è un’anteprima dell’ultimo numero de “Gli asini”. Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

Il punto di partenza sono stati alcuni interrogativi e alcune inquietudini. Per esempio, con alcuni amici e colleghi (io faccio l’insegnante in un liceo, a Lugano, nella Svizzera italiana) ci si chiedeva da qualche tempo: uno studente che esce dal liceo e poi va per la sua strada, dovrebbe o non dovrebbe avere in testa un catalogo ragionato dei principali autori europei? Cioè, aver sentito e memorizzato da qualche parte il nome di Proust, di Thomas Mann, di Dostojevskji, di Kafka, di Joyce, di Baudelaire, di Rimbaud, e via discorrendo: non necessariamente averli letti, ma aver capito che ci sono autori capitali, che prima o poi si leggono o non si leggono. E tra chi li ha letti e tra chi non li ha letti si apre un varco. Allora: sarebbe auspicabile una cosa del genere? Ovviamente sì, dicevamo. Ma se il ventaglio di questi nomi rischia oggi di non essere schiuso da nessuna disciplina; se persino le lingue straniere, e soprattutto il francese che da noi era stato per decenni la grande lingua d’accesso alla cultura europea, o il tedesco, che socchiudeva a sua volta alcune porte essenziali, se persino le lingue non possono più garantire tutto questo (perché non tutti gli studenti le studiano in ugual misura; perché sulle lingue soffia da tempo un vento particolare, che sposta l’attenzione dalla cultura alla comunicazione, dalla lettura alla conversazione): non tocca a noi, che insegniamo italiano, farci carico di un simile allargamento degli orizzonti?

Eh già: ma come, e soprattutto quando? Il programma di italiano è già sovraccarico, e aumenta di decennio in decennio, mentre le ore a disposizione e l’effettiva centralità della materia sono minacciate dalla morsa del tecnicismo, dello scientismo e dell’utilitarismo spicciolo che attraversano la scuola europea. A partire da qui, abbiamo inventato una possibilità, cioè di creare un corso opzionale, che  poi ci è stato permesso di sperimentare; si chiama “Letteratura italiana e letterature europee”, coinvolge lungo un biennio studenti del penultimo e dell’ultimo anno, e sta sotto il cappello “Storia della cultura”. Si prefigge, questo corso di due ore settimanali, di suggerire agli studenti che negli ultimi duecento anni (anche prima, lo sappiamo; ma noi ci limitiamo per ora all’8-900, per tante ragioni che ci sembrano ovvie) non è facile, forse non è possibile, certo non è auspicabile, parlare di letterature nazionali senza tenere d’occhio quello  che capita nel resto d’Europa; e che la letteratura italiana non si può capire senza fare qualche viaggetto a Parigi, a Londra, a Vienna, a Praga, a Mosca o in certe città tedesche. Non si può neanche escludere che da qualche parte, in fondo alle nostre convinzioni culturali e ai nostri gusti estetici, non ci fosse anche l’inconfessabile intenzione eretica: quella cioè di suggerire agli studenti che sarà meglio affrettarsi a leggerli, questi autori europei; perché molti di loro rischiano di essere altrettanto o più importanti di parecchi autori italiani.

assistiti assistenti

Piccolo manifesto per un nuovo welfare

 di Giovanni Zoppoli 

Illustrazione di Andrea Bruno

Illustrazione di Andrea Bruno

 

Lo smottamento sotto i piedi di chi lavora nel sociale è ormai avvertibile ovunque. Nelle piccole provincie benestanti come nei grandi comuni in dissesto finanziario. Servizi sociali in via di smantellamento; assistenti sociali assunti sempre più spesso attraverso agenzie interinali; esternalizzazione automatica di servizi che, fino a un paio di anni fa, erano considerati conquiste irrinunciabili (vedi il caso dei nidi e delle materne emiliane), la cui gestione sempre più spesso è affidata, nel migliore dei casi a fondazioni pubblico-private di nuova e ambigua genitura, nel peggiore al privato sociale, cattolico o cooperativistico; l’esaurimento di quasi tutti i progetti educativi “diffusi” sul territorio, ad eccezione di quelli emergenziali; la polarizzazione del finanziamento per le politiche sociali sempre più concentrato nelle mani delle grandi cooperative di servizio o dirottato verso strutture a impronta sanitaria.

Se il modello di integrazione sociale che abbiamo conosciuto è destinato, come sembra, a franarci sotto i piedi, le possibilità che si aprono sono due: cristallizzarne l’assetto, magari con i metodi “dolci” ma non per questo meno brutali di fondazioni e cooperative, in una semplificazione che ruota di nuovo intorno a ricchezza e povertà (chi è dentro è dentro e chi è fuori ci rimanga) oppure metterne in discussione i presupposti e ripensarne a fondo la struttura.

Il filo rosso dei contributi che proponiamo (a partire da questa anticipazione del “manifesto per un nuovo welfare” di Giovanni Zoppoli) nel numero de “Gli asini” in uscita e in vista di un convegno che stiamo preparando a Napoli per la prossima primavera si muovono ovviamente in quest’ultima direzione. E lasciano intravedere un nuovo modo di intendere il lavoro sociale e la relazione educativa che sarà compito delle minoranze più vive mettere a fuoco.

A partire dalla rottura delle categorie che settorializzano gli ambiti dell’intervento sociale: rischio devianza, disagio psichico, stranieri, adolescenti, per citare solo quelle più usurate, categorie con le quali le accademie, le istituzioni, i bandi che veicolano i finanziamenti isolano una porzione di realtà con l’illusione di “curarla” come una parte malata del tutto. Alienando l’individuo da sé stesso e il corpo sociale dagli uomini e le donne di cui è composto. Per finire con un nuovo e più corretto equilibrio tra “autogestione” e intervento specializzato: c’è un ampio ordine di problemi che dovrebbe essere nelle possibilità dell’individuo risolvere in autonomia, un ordine che potrebbe beneficiare molto di più di nuove e fondamentali forme di mutualismo e auto-aiuto e un ordine infine che necessita di professionalità e interventi istituzionali specializzati. Questa scala dei “problemi” non corrisponde per forza a unità di complessità crescenti: è la tipologia delle questioni di interesse sociale che necessita e invita a forme di risposte diverse, nell’ottica generale di un continuo potenziamento dell’autodeterminazione dei singoli e delle comunità con cui i singoli scelgono di condividere impegni, spinte vitali e forme di sostegno e aiuto.

Lo scenario che dobbiamo in tutti i modi scongiurare è il mantenimento degli stessi strumenti, degli stessi meccanismi, della stessa cultura del sociale a fronte di una drastica riduzione delle possibilità economiche. Le risorse che continueranno a diminuire e la mentalità che continuerà a rimanere invariata: è questa, crediamo, la cosa peggiore che potrà capitare. (Gli asini)

 

 

Temi come quelli dell’emarginazione, della povertà e dell’ingiustizia sociale appartengono alle società di ogni epoca e latitudine. Ciò che fa la differenza è il modo in cui le società si organizzano per affrontarli. Rispetto alle società del passato, la nostra avrebbe il vantaggio dei tanti suggerimenti che l’esperienza di secoli e le teorie fornite da scienze, filosofie e religioni potrebbero offrirle.

Non rientra nelle nostre capacità, né è nostro compito, stabilire se oggi ci sia più o meno ingiustizia sociale, povertà ed emarginazione rispetto al passato. Tentiamo tuttavia di proporre in maniera (probabilmente troppo) sintetica alcuni punti a premessa di questo piccolo manifesto sul welfare. 

1) Ricchi e poveri La sproporzione tra ricchi e poveri, in ogni regione del mondo, è tutt’altro che azzerata, anzi la crisi internazionale e le politiche degli stati per farvi fronte sembrano oggi aggravare questa forbice. Qualsiasi discorso sul welfare presuppone una diversa organizzazione dei mezzi di produzione e del sistema di distribuzione delle ricchezze. Immaginare i modelli di società verso cui tendere è il presupposto indispensabile per ridefinire concetti e categorie chiave usati in questi anni dalle politiche sociali come “disagio”, “esclusione”, “devianza”, “illegalità”.

2) Vocabolario Termini come “povertà” non hanno più lo stesso significato che avevano nel secolo scorso. Anche se l’attuale crisi internazionale sta portando a nuovi cambiamenti, il consumismo del 2000 (caratterizzato dalla preferenza
di beni superflui a quelli di prima necessità) ha stravolto anche significati e significanti del vecchio vocabolario del disagio sociale. 

3) Sovranità ridotta In Europa i governi nazionali fruiscono di aiuti e hanno più peso in ambito mondiale (o almeno ce l’hanno alcuni dei governi europei) anche in cambio della rinuncia ad alcune delle proprie funzioni sovrane. In ambito di immigrazione ad esempio, molta parte della legislazione italiana non può che uniformarsi a quella europea. Anche in materia di sicurezza e sanità, per molti versi, i governi locali non possono che uniformarsi alle direttive europee. E molti dei fondi europei (oggi tra le poche possibilità di tenere in vita iniziative negli ambiti più disparati) sono subordinati al rispetto di regole e finalità stabilite dagli organismi sovranazionali che li elargiscono (ovviamente tutto questo è vero in teoria, perché in pratica innumerevoli e diversificati sono i modi che gli stati si sono inventati per fare in altro modo). 

4) Bilanci Alla voce “welfare” appartengono molte delle azioni e misure di uno stato (pensioni di lavoro e invalidità, sanità, eccetera). Solo una piccolissima fetta del bilancio italiano viene destinata al sistema degli aiuti direttamente rivolti a migliorare condizioni di povertà ed emarginazione conclamate. L’istituzione di un fondo a questo destinato è avvenuto solo negli anni novanta e la sua programmazione non va oltre l’anno, impedendo così a comuni e altri enti locali di predisporre una programmazione di più ampio respiro.

5) Invisibili Un’ampia fascia di popolazione, come i migranti nelle Terre di lavoro tra Napoli e Caserta, pur contribuendo a produrre reddito ed essendo di fatto la colonna dorsale di molta economia locale, solo per il fatto di non possedere un regolare permesso di soggiorno, non viene contemplata nei piani di zona (l’analisi dei bisogni e la “lista” dei servizi che uno o più comuni propongono a governo e regioni per il proprio territorio): la spesa sociale si basa su dati e analisi di contesto difformi dalla realtà. 

 

PRIMO MOVIMENTO
Anche per uniformarsi ai modelli degli altri stati, a partire dagli anni novanta l’Italia ha tentato di avviare una riforma dello stato sociale. La pretesa mutazione è stata inserita in un sistema caratterizzato per lo più da servizi di base erogati dal pubblico (e in maniera molto difforme a seconda tra nord e sud) e dal supporto di un volontariato non remunerato e militante (religioso, comunista, anarchico o comunque basato su motivazioni e rivolto a finalità che avevano radici negli ideali attorno a cui quelle stesse organizzazioni cercavano di radunare proseliti).