panoramiche

Lettera da Barcellona

 di Elisenda Gellida Perez

Immagine di Brecht Evens

Immagine di Brecht Evens

 

 Cari asini,

ancora una volta noi insegnanti siamo stati chiamati a uno sciopero contro “les retallades”, i tagli la LOMCE (la nuova legge sull’istruzione in Spagna) e la LEC (la legge sull’istruzione in Catalogna). È successo il 24 ottobre scorso, quasi un mese fa. Lo sciopero è stato indetto dai principali sindacati di istruzione nello stato e in Catalogna in particolare dalla USTEC.STEs (il principale sindacato di insegnanti in Catalogna www.sindicat.net). Gli insegnanti, le scuole, le famiglie e gli studenti sono tornati in piazza per protestare contro lo stato in cui versa l’istruzione in Catalogna, contro la precarietà della vita dei docenti e contro tutti i tagli che vengono applicati per ridurre la qualità dell’istruzione pubblica.
Lo slogan dello sciopero è stata: “NI LOMCE, NI LEC; ni retallades, ni privatitzacions”.
Il sindacato ha chiesto, pertanto:
– il ritiro del LOMCE al Parlamento spagnolo
– la rimozione del progetto LEC
– un bilancio senza tagli cioè no ai tagli all’istruzione e dei salari e sì alla difesa dei posti di lavoro
– sostituzioni al 100% , l’assunzione di part-time e full-time con la retribuzione corrispondente
– difesa dell’autonomia linguistica (difesa della lingua catalana nella scuola pubblica)

Secondo il Governo catalano lo sciopero è stato sostenuto per un 21,95% della comunità educativa, mentre i sindacati dicono che c’è stata una partecipazione del 50%, dati della UGT (Union general de trabajadores) e delle CCOO (Comisiones Obreras). E se guardiamo i dati a livello di tutta la Spagna secondo i sindacati lo sciopero è stato seguito per l’80% dei professori, mentre il governo centrale ha dichiarato che è stato un fiasco perché solo il 20,27% è andato in piazza. Come sempre il ballo delle cifre è ampio. 

Ma da dove viene il disastro della scuola pubblica? Perché siamo arrivati a questa situazione?

pratiche

Io non so dare un voto

Heidelbach scure

Illustrazione di Nikolaus Heidelbach

di Marta Gatti

Di mestiere faccio la maestra. Mi piace la parola “mestiere”, che è diversa da “lavoro”, perché penso che fare la maestra abbia a che fare con l’arte/l’artigianato e l’uso delle mani. Impari con l’esperienza a modellare una relazione educativa che permetta ai protagonisti dell’apprendimento di stare bene a scuola. Impari con l’esperienza l’arte di insegnare attraverso la pratica e l’uso costante del fare.

Il tema della valutazione mi ha sempre messa a disagio professionalmente e personalmente. Se penso alle richieste dei parametri ufficiali, sento di non saper valutare!

Io e la mia collega abbiamo da sempre condiviso un modo “alternativo” di valutare.

Cercherò di raccontare la nostra pratica suddividendola nei diversi aspetti e allegando alcuni documenti da noi prodotti per cercare di essere più chiare.

 

Per valutare il lavoro del bambino

Non so dare un voto, fatico a essere oggettiva. Quando mi trovo a correggere un lavoro dei bambini/e sento che una gran parte di me si rifiuta di rendere “definitivo” il risultato della prova.

Ho davanti a me non un foglio, ma il bambino/a che l’ha compilato.  Correggo, metto i puntini per far capire loro dove hanno sbagliato perché ci tengo che correggano insieme a me il lavoro, intervengo poco con la penna per non infierire sull’errore. Poi alla fine li riguardo tutti, i fogli. E adesso cosa scrivo come valutazione? Loro, i bambini/e, hanno imparato a dare valore a quello che penso.

università

Valutare l’università

intellettuale

illustrazione di Adelchi Galloni

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea.

Sono un ricercatore universitario. Dopo il dottorato di ricerca, ho beneficiato di borse, assegni e contratti di docenza e infine ho vinto un concorso, uno degli ultimissimi banditi per i ricercatori a tempo indeterminato, una figura che nel frattempo, nel 2010, la riforma Gelmini aveva abolito, nonostante le proteste di buona parte del mondo universitario. Nella mia generazione, sono tra i pochissimi “fortunati” che hanno potuto raggiungere questa posizione. La gran parte dei miei colleghi, amici e coetanei, così come molti ricercatori più anziani, è costretta ad accettare contratti e assegni temporanei, per giunta banditi in misura sempre minore a causa dei tagli di bilancio che anche l’Università subisce. Pochi tra loro, purtroppo, riusciranno ad accedere alla nuova posizione di ricercatore a tempo determinato o verranno assunti, dopo aver ottenuto l’abilitazione nazionale, come professori associati. Si tratta per certi versi di un vero dramma generazionale, oltre che di uno spreco di risorse, in quanto moltissimi ricercatori che sono stati formati per anni nelle strutture accademiche stanno cambiando mestiere o andando a cercare un impiego all’estero.

L’espulsione (o la precarizzazione senza speranza di stabilizzazione) di molti giovani ricercatori dopo lunghi periodi di praticantato e lavoro di ricerca è forse uno dei processi più visibili e quantitativamente importanti in atto nell’Università italiana di questi anni. Un altro processo estremamente visibile, e in modi ambigui e contraddittori collegato a questo, è l’aumento delle procedure di valutazione del lavoro universitario, la cui espressione massima è l’Agenzia nazionale di valutazione dell’Università e della ricerca (Anvur), istituita nel 2006 con una legge del ministro Mussi e i cui lavori sono poi cominciati tra il 2010 e il 2011, nell’era Gelmini.

altre scuole

Una scuola per giocatori di strada

Bus (1)

Un giro sul MammutBus?

Questo mondo di falsi seri ti dà la nausea?

Ti piacerebbe imparare a organizzare feste con i bambini, ma non ti piacciono le urla, i fischietti, i palloni gonfiati e più in generale i gonfiabili, nonché il dialetto simil-nordico e altri espedienti di cattivo gusto tanto in voga nell’animazione di oggi?

Ti piacerebbe far rivivere piazze e strade abbandonate attraverso giochi, musica, teatro e festa?

Ti piacerebbe partire da gioco, manualità, musica e teatro per cambiare il mondo?

E ti piacerebbe anche imparare il modo per fare di tutto questo un lavoro?

Se hai un’età compresa tra i 16 e i 24 anni e la tua risposta è sì, leggi quello che stiamo per proporti.

educazione e politica

Le insidie della valutazione

Mani con occhiodi Mauro Boarelli

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea.

 

“[…] Tu dovresti essere nella progettazione.”

“Non ho attitudine alla progettazione” disse Bud. “I test lo hanno dimostrato.”

Ci doveva essere anche questo, sulla sua scheda sfortunata. C’erano tutti i risultati del suo test attitudinale: immutabili, irrevocabili, e la scheda aveva sempre ragione. “Ma tu sai progettare” disse Paul. “E lo fai con più estro e fantasia delle primedonne del laboratorio.” […]

“Ma il test dice di no” disse Bud.

Kurt Vonnegut, Player Piano, 1952

 

 

Una macchina onnivora 

La mutazione è sotto gli occhi di tutti. Nel giro di pochi anni, nuove e invasive tecniche di valutazione hanno assunto un ruolo cruciale nel sistema dell’istruzione, dalla scuola primaria fino all’Università. Si tratta di tecniche differenziate a seconda dei destinatari e delle funzioni specifiche assegnate di volta in volta, ma accomunate da una medesima filosofia fondata sulla misurazione standardizzata e sull’approccio quantitativo.

I test Invalsi ne sono l’esempio più noto e discusso. Ogni anno circa due milioni e duecentomila studenti vengono sottoposti a questionari – in gran parte a risposta chiusa – che dovrebbero offrire una misura “oggettiva” delle competenze offerte dal sistema di istruzione nazionale. Lo stesso strumento è stato adottato anche per valutare gli studenti: i test – infatti – sono una delle prove dell’esame di terza media e presto verranno introdotti come parte integrante dell’esame conclusivo alle scuole superiori.