maestri

Una rivista, una rete. Dwight Macdonald e “politics”

Dwight-Macdonalddi Luigi Monti

Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

He’s all Dwight!

Formatosi negli anni della grande depressione, Dwight Macdonald inizia a frequentare i circoli trotzkisti di New York poco più che ventenne. Fin dall’inizio ciò che lo attira di più della visione marxista è la critica alla cultura borghese (che rinnoverà e aggiornerà negli anni ’60 con il fondamentale Masscult e Midcult) mentre è del tutto indifferente alla pretesa dei marxisti di ricondurre ogni fenomeno sociale entro gli schemi del socialismo scientifico e della dialettica storica.

Dopo aver intrapreso la carriera giornalistica alle dipendenze del periodico “Fortune”, insieme ad alcuni colleghi e amici dà impulso e rilancia la “Partisan Review”, nata pochi anni prima come organo del Communist Party e poi distaccatasi dal partito. La distanza con il movimento trotzkista diventa incolmabile nel corso della seconda guerra mondiale a causa dell’adesione all’intervento armato che sia l’ambiente trotzkista newyorkese che i colleghi della “Partisan” dichiarano senza troppi tentennamenti. Nel ’43 il suo pacifismo e la sua ferma opposizione alla partecipazione degli Stati Uniti alla guerra lo spingono a dimettersi dalla redazione e a fondare quella straordinaria fucina di critica culturale e politica che prende appunto il nome di “politics” e che secondo lo storico Gregory Sumner rappresentò, pur nella rivendicazione della sua vocazione minoritaria, l’anello di congiunzione tra la vecchia sinistra marxista degli anni ’20 e la New Left degli anni Cinquanta e Sessanta. Già la testata con quella “p” sfacciatamente minuscola rivendica l’ambizione di andare oltre il marxismo e l’ideale universalmente accettato di progresso e di trovare nuovi fondamenti all’azione politica.

Da tempo la “Biblioteca Gino Bianco” di Forlì ne ha reso disponibile lo spoglio completo on-line e ora Alberto Castelli ha curato per Marietti la traduzione di una selezione antologica – dal titolo politics e il nuovo socialismo – di alcuni dei contributi più rilevanti usciti nei sei anni di pubblicazione.

L’obiettivo della rivista è inizialmente quello di costruire una redazione di collaboratori capaci di descrivere, fuori dagli schemi politici e intellettuali vigenti, le contraddizioni e i conflitti reali che avevano determinato la guerra. Ma andrà molto oltre, grazie alla capacità, rarissima vista la dimensione dei fatti storici che l’occidente stava vivendo, di guardare a di là delle macerie lasciate dalla guerra e di anticipare traiettorie culturali e sociali che avrebbero determinato l’assetto dell’occidente per molti anni a seguire.

teoria e pratica

Qualche consiglio, tra ricerca e intervento

di Fulvia Antonelli 

 

Chiatte

Illustrazione di Gipi

 Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

Che si lavori come assistente sociale, insegnante, educatore, operatore sociale, che si faccia attivismo sociale o volontariato dentro una associazione, un collettivo, un centro sociale o che si partecipi ad un comitato come cittadini, lavoratori o genitori, che si voglia fare una inchiesta, scrivere un reportage, raccogliere storie di vita, diventare narratori o cantori della propria realtà, prima di tutto è fondamentale imparare a fare due cose: a prescindere da sé stessi e a non prescindere dagli altri. L’inchiesta dovrebbe essere alla base di qualsiasi lavoro di intervento, anzi essa è già l’inizio di un intervento sociale, ma pur essendo condizione necessaria all’azione non è certo sufficiente in sé stessa. Essa è inoltre permanente, nel senso che accompagna nel tempo il nostro agire e registra le trasformazioni che intervengono (oppure no) sulla realtà in seguito alle nostre esperienze.

Gli strumenti di una inchiesta sono vari e la nostra creatività ed i nostri interessi possono suggerirci modi diversi per accrescere la nostra conoscenza della realtà, tuttavia l’osservazione e l’intervista sono due “classici” dell’inchiesta.

Riguardo all’osservazione le scienze sociali hanno accumulato molte riflessioni soprattutto teoriche, ma per chi si ponga scopi più empirici un utile libretto è quello di Cechov, Scarpe buone ed un quaderno di appunti. Come fare un reportage (Minimum fax 2004), che è una raccolta di consigli pratici e molto efficaci per la stesura di un reportage tratti da un suo lavoro di inchiesta molto più esteso sull’isola di Sachalin, dove il regime zarista inviava i dissidenti ed i criminali condannati ai lavori forzati. Attraverso i cinque sensi Cechov ci porta alla scoperta dell’esperienza di un luogo a lui sconosciuto e dei suoi abitanti di cui riesce a capire le condizioni di vita attraverso il continuo camminare nei luoghi, l’ascolto delle persone, la disponibilità a cogliere gli odori e a cercarne le origini e le storie, accettando l’ospitalità di coloro che lo invitano a casa. Fra i suggerimenti che Cechov lascia ci sono quelli ad esempio di percorrere i luoghi e di parlare con le persone senza una intenzione precisa, lasciando che i nostri interlocutori possano esprimersi liberamente e non dentro un meccanismo di intervista troppo guidato, dove si finisce per non sapere nulla o per sapere ciò che si immaginava già; di osservare i bambini, le loro interazioni ed i loro giochi perché dicono molto sulla realtà degli adulti, riflettendola spontaneamente e senza filtri.

visioni di infanzie

Difficoltà di genitori

 di Stig Dagerman

Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

Stig-Dagerman

 

 

 

 

Ai genitori meno che a

chiunque altro dovrebbe

essere affidata l’educazione

dei figli. 

Jonathan Swift

 

Perché Swift è così severo?

Franz Kafka, che ha potuto studiare sulla sua pelle le ferite infette da una dura educazione patriarcale, in una delle sue lettere piene di saggezza interpreta la frase di Swift più o meno in questo modo: la famiglia è un unico organismo, un corpo, un tutto, che per sua intrinseca natura cerca ovviamente di raggiungere quella condizione di assenza di dolore che viene chiamata armonia. Per educazione si intende in genere il tentativo dei genitori di rinchiudere a qualsiasi costo i figli dentro questa armonia secondo il motto: “Dacci oggi la nostra galera quotidiana.” Una vera educazione – “il sereno, altruistico e amoroso potenziamento delle inclinazioni di un essere umano in formazione, o almeno la serena accettazione di uno sviluppo autonomo” – è fuori discussione. Inoltre lo strapotere dei genitori è troppo grande, troppo schiacciante: li sì potrebbe paragonare a un rullo compressore fuori controllo che passa con la stessa tranquillità e forza brutale su qualsiasi tracciato, sulle autostrade come sui sentieri degli alci.

Swift distingue dunque tra l’educazione familiare e la vera educazione. La questione dunque è questa: è possibile che un giovane padre e una giovane madre siano perfettamente consapevoli dei discutibili presupposti dell’educazione familiare e, ciò nonostante, si ostinino a voler “educare” i loro figli? La risposta è sì, è possibile, basta semplicemente formulare le opportune illusioni. Tutti i giovani genitori ritengono di essere così fortunati da avere – a differenza di tutti gli altri giovani genitori – delle cognizioni che li rendono veri educatori nel senso di Swift. Può essere, ed è il caso più frequente, che queste derivino dall’esperienza, ancora relativamente recente, degli errori commessi dai propri genitori nell’educarli. Questa illusione può essere definita così: è dagli errori che si impara. Se uno ha avuto genitori particolarmente parsimoniosi tratterà i figli con illimitata generosità. Se uno è stato stretto in una camicia di forza punterà tutto sulla sperimentazione della libertà. E se, ciò nonostante, i risultati non sono poi così buoni, è inevitabile che ci si senta vittime delle circostanze e delusi dagli oggetti stessi dell’educazione, in quanto feriscono, nei genitori, l’autostima indispensabile perché si instauri l’armonia.

servizio sociale

Ricerca sociale e lavoro di comunità nell’Italia del dopoguerra

di Luca Lambertini

Strada deserta

Illustrazione di Adelchi Galloni

 Questo articolo è uscito sul numero 16-17 de “Gli asini”, giugno/settembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea o acquista l’ultimo numero.

L’aspetto più conosciuto dello scenario postbellico, dell’Italia cioè che esce da vent’anni di dittatura, da cinque anni di guerra di cui uno e mezzo di guerra civile combattuta sul proprio territorio e che si trova in una situazione materiale e spirituale di totale disgregazione, è quello inerente ai lavori della Costituzione.

Ma se l’eccezionalità della congiuntura politica e morale che portò alla stesura della Costituzione è stata molto studiata e analizzata da ogni prospettiva, molto meno conosciuta è quella parte della ricostruzione che riguardò l’assetto sociale e civile dei territori e delle popolazioni stremate dal conflitto. A questo livello agì una minoranza di intellettuali, di gruppi, di scuole, di organizzazioni che incrociando prospettive e spinte molto diverse tra loro, per circa vent’anni (fino alla fine degli anni Sessanta) riuscirono a dare vita ad alcuni interventi che ancora oggi rappresentano un modello per chi si occupa di lavoro educativo e sociale.

servizio sociale

Il servizio sociale, ieri e oggi

Caseggiato

Illustrazione di Roberto Innocenti

Gli anni sono assolutamente diversi, oggi non si tratta di ricostruire dopo un conflitto mondiale e dopo una dittatura durata vent’anni, come quando Adriano Olivetti o Angela Zucconi, Odile Vallin o Augusto Frassineti, “reduci di guerra” anche loro, e una parte dei cattolici dell’esercito di Pio XII posero le basi per la formazione professionale di un nuovo tipo di operatore, che superasse le logiche della carità (pubblica o privata, laica o religiosa) e stabilisse un rapporto radicalmente nuovo tra assistenti e assistiti, tra gli operatori sociali e i loro utenti. Gli anni sono diversi, e diverso è lo spirito con cui si affrontò quella crisi – non così improvvisa, e che ebbe una lunga durata – e con cui si affronta quella di adesso, “certificata dalle superiori autorità” appena due anni fa ed esplosa dopo trent’anni di economia truccata e di consumismo sfrenato. Diversi i tempi, non così diversi i bisogni – poiché di ricostruire si tratta anche oggi, e di ripensare i diritti e doveri dei singoli e il senso primo di parole come comunità, come collettività. Ciò nonostante da quel passato c’è molto da imparare, e dallo spirito che animò quei personaggi, quelle proposte. 

Partiamo dal passato per trovarne ispirazione e sostanza per un presente diversamente drammatico, e nella prospettiva di una crescente divisione degli appartenenti a una società – qui e altrove, qui e dovunque – tra chi ha molto e chi ha poco o niente, chi (pochissimi) ha quasi tutto e chi si ritrova sospinto suo malgrado tra i perdenti e i reietti.

Diceva una vecchia canzone napoletana ma comm’è strana ’a vita, chi soffre ha dda pava’. E chi soffre ha sempre avuto bisogno di qualcuno che potesse aiutarlo, il “buon samaritano” del Vangelo o semplicemente, in epoca moderna e non più in epoca post-moderna, un “assistente sociale”, qualcuno che lo assista in nome della società costituita e dei suoi doveri verso coloro che, non solo per ragioni fisiche, si trovano respinti al fondo della scala o, peggio, del pozzo… Far parlare lo ieri e far parlare l’oggi sono dunque due aspetti di uno stesso discorso: la constatazione di una realtà brutale da affrontare con forze pubbliche e private, laiche e religiose, bensì organizzate, preparate ai compiti che si assumono o che la società, nelle sue istituzioni maggiori, li invita ad assumersi; la necessità di prepararsi e di preparare gli operatori che possano affrontare al meglio la loro funzione di interpreti e di mediatori, di assistenti e di sollecitatori.

Il mestiere di assistente sociale ha avuto solo negli anni sessanta avanzati il riconoscimento da parte dello stato di una figura professionale equiparata per dignità e competenza ad altre, e i corsi di assistenti sociali – più maturi e aperti quelli sul modello del Cepas romano che non quelli cattolici dell’Onarmo, ancora dentro la logica dell’assistenza e talvolta della carità piuttosto che in quella del “lavoro di comunità” – sono diventati corsi universitari, il diploma è diventato una laurea.

Nel tempo, però, la figura dell’assistente sociale nella società del benessere, si è trovata burocraticamente confinata e condizionata fino a perdere di vigore e di immagine. Oggi i tempi cambiano, e torna a essere importante – o può tornare a essere, o deve tornare a essere – discutere di nuovo l’identità di questo mestiere, ridandogli dignità e centralità. Oggi i corsi di servizio sociale si affollano di giovani che sentono fortemente il bisogno di dedicare il proprio tempo e le proprie competenze a risolvere i problemi, quelli concreti e non solo quelli, di vasti gruppi di persone che hanno il diritto di chiedere aiuto alla collettività dei loro simili, nei modi garantiti dalla Costituzione e, se non lo fossero in quanto bisogni nuovi, nei modi in cui assistenti e assistiti uniti possono imporlo alla fraterna attenzione della collettività. È a questi giovani che abbiamo pensato – migliori di quelli che hanno creduto nelle sirene della società dello spettacolo – nell’approntare il dossier dell’ultimo numero sullo ieri e sull’oggi dell’assistente sociale e sulle sue irrinunciabili caratteristiche, necessariamente etiche. È a loro che lo dedichiamo. (Gli asini)