urbanistica del disprezzo

Le case per soli rom

Illustrazione di Marco Smacchia

Illustrazione di Marco Smacchia

di Marco Marino

Alle case per soli rom ci si arriva attraverso una strada senza uscita, villette di due piani Ci si entra solo se devi andare dai rom, perché nessun altro abita li, nessun negozio e servizio comunale, nessun spazio pubblico per tutti. Prima c’erano, ma poi tutto è stato abbandonato. Lì abitano solo i rom, nelle vicinanze ci sono le case le case popolari degli “altri” (non rom), con l’accesso diretto alla strada, appaiono in condizioni migliori, c’è più manutenzione comunale. Le case per i soli rom, ripensate con tettoie, verande e garage improvvisati, ai balconi hanno fioriere ed improbabili false anfore greche, ma ci sono anche, per poter lavorare, residui di automobili smontate, e carretti per la raccolta del ferro vecchio. I rom stessi vogliono andare via dal “campo di case” perché vivere li è fortemente discriminante. Quando si cerca un lavoro quella zona è sinonimo di rom ed è più difficile trovarlo. In più c’è sempre un’ auto della polizia fuori al villaggio e se è successo qualcosa in città si pensa sia stato un rom e tutte le case indistintamente vengono perquisite. L’insediamento monoetnico crea un forte controllo sociale e di polizia.

Questa non è la descrizione di una proiezione pessimistica di cosa può avvenire in un insediamento mono-etnico. Ma ciò che oggi sta avvenendo in Calabria. I rom di cui stiamo parlando sono italiani, calabresi per la precisione, con un forte accento. Sono italiani non per cittadinanza acquisita, ma per storia. Vivono nella regione da prima del 1500, due secoli prima che lo stesso concetto di nazione italiana si affermasse. Italiani in tutto e per tutto. Hanno dimenticato la loro lingua, il romanes, non fanno “tipiche danze”, non indossano “tipici vestiti”. Eppure in questa apparente normalità sono discriminati per il luogo in cui vivono, etnicamente segregati. Rom che abitano tutti insieme in un ghetto di case, costruito 10 anni fa, a Cosenza, dopo 30 anni di campi abusivi.
In questi giorni l’amministrazione di Napoli, con l’approvazione in consiglio comunale il 15 maggio, ha dato definitiva approvazione al progetto “villaggio rom a Scampia”, molto simile per concezione, alle case per rom di Cosenza. In più a Napoli si tratta di alloggi temporanei. Un progetto da 7 milioni di euro promette la costruzione di 75 alloggi per soli rom a Via cupa Perillo a Scampia.

visioni

Non sono meraviglie

IMG-20140414-WA0000di Nicola Villa

Questo articolo uscirà sul numero 21 de “Gli asini”, maggio-giugno 2014. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea.

Una piccola isola che non esiste, frutto di sogni e reminiscenze, cinta da rupi e fitta di cipressi, l’albero dei cimiteri. Sul filo d’acqua piatto, forse un lago o una laguna, una barca sta portando una bara all’isola e, insieme al rematore, una figura enigmatica coperta da un velo bianco è l’unica testimone del corteo funebre. Questa è L’isola dei morti, il famoso quadro che il pittore svizzero Arnold Böcklin eseguì in diverse versioni a fine Ottocento e che è diventato, oltre che un simbolo tardo-romantico, una delle massima rappresentazione del funerale, del lutto e della morte. Alice Rohrwacher è riuscita a rileggere questa potentissimo opera, molto fortunata in passato, nel suo secondo lungometraggio Le meraviglie, unico film italiano in concorso al Festival di Cannes. L’ha reinterpretata non per raccontare un funerale qualsiasi, ma per descrivere un lutto ben più grande e profondo: la fine di un mondo.

Il film è ambientato in una campagna del centro-Italia di confine tra Umbria, Toscana e Lazio, anticamente l’alta Etruria, dove una famiglia senza una identità precisa, o meglio meticcia perché italo-tedesca-francese, si è rifugiata per allevare le api e produrre il miele, ma soprattutto per crescere le figlie in un luogo protetto, lontano dai paesi e dalle città vicine, da quel mondo in radicale mutamento con cui è inevitabile scontrarsi. Al vertice di questa famiglia, composta in prevalenza da donne, c’è un solo uomo: un padre nevrotico e autoritario che ha interiorizzato, quasi al limite della disperazione, la lotta tra il suo progetto di vita e una società che lo ostacola, ad esempio con la burocrazia, le restrittive e innumerevoli leggi sugli standard sanitari per avviare una piccola azienda a gestione famigliare. Quella che si è scelta questa strana famiglia non è una vita semplice: c’è la fatica di un lavoro minacciato dal cambiamento climatico che uccide le api, una ricerca della sopravvivenza, la resistenza e il compromesso con la burocrazia delle leggi e con la comunità di contadini, allevatori e cacciatori, già arresi e integrati al nuovo corso, che li circonda. Il punto di vista del racconto è quello della maggiore delle figlie, Gelsomina, la primogenita combattuta tra l’essere l’erede naturale di ciò che il padre ha costruito e i desideri (le merci e i consumi) che la società sta elaborando proprio in quegli anni. I primi anni novanta sono, infatti, l’epoca di questa storia, il tempo dell’adolescenza della regista trentenne, periodo di incubazione finale della trasformazione della nostra società.

il libro

I buoni, secondo Luca Rastello

illustrazione di Noriko Senshu

illustrazione di Noriko Senshu

di Stefano Laffi

Questa recensione del libro di Luca Rastello, I buoni (Chiarelettere 2014) è uscita sul numero 20 de “Gli asini”, marzo/aprile 2014. Discuteremo ancora, in varie sedi e da diverse prospettive, di un libro che ha saputo descrivere alcune delle contraddizioni più laceranti e attuali del lavoro sociale e della nostra società nel suo complesso. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea.

 

Forse solo Luca Rastello poteva regalarci il romanzo più atroce e più bello sulle ambivalenze dell’agire umanitario, sull’inconfessabile che agita e opacizza il volontariato organizzato, sul torbido delle fabbriche del bene. Perché Luca Rastello lo conosce da vicino, ha lavorato per il Gruppo Abele di Torino, ha diretto Narcomafie, prima di prendere la strada del giornalismo professionistico a più ampio spettro e rinunciare definitivamente a quella vita, la vita che così lucidamente descrive nel suo libro.
“I buoni” è il titolo azzeccatissimo (forse meno la copertina, pur firmata da un bravissimo designer come David Pearson) di un romanzo appena edito da Chiarelettere, e come nei film che lasciano il dubbio sul realismo dei riferimenti si precisa che fatti e personaggi sono frutto dell’immaginazione. Così pure l’editore, noto per i libri di inchiesta affidati a giornalisti di fama, lo accoglie nella collana narrazioni, anche se l’epitaffio della collana è una famosa frase di Hunter Stockton Thompson in cui si celebra la fiction come la forma più veritiera di giornalismo. Insomma è un romanzo, tutto è di fantasia, ma questa è la Torino dei giorni nostri, l’”indovina-indovinello” sulla gigantesca organizzazione di volontariato e servizi di welfare al centro della vicenda è fin troppo facile, e soprattutto su chi sia alla sua guida, un Don Silvano col maglione liso, che combatte contro le mafie, sotto scorta, che parla a occhi chiusi con uno stile da profeta, amico dei potenti, e così via. E molto altro di quel che si racconta si presta al gioco divertente di chi o cosa sia la fonte di ispirazione, diciamo così, ma Rastello parla di oggi e di noi, nessun dubbio.

urbanistica del disprezzo

Il pallone con la miccia corta

di Maurizio Braucci

Illustrazione di Andrea Bruno

Illustrazione di Andrea Bruno

  

Sabato scorso, per la prima volta un’arma da fuoco ha fatto la sua comparsa con un ruolo attivo negli scontri tra tifoserie calcistiche, i più tradizionali scontri con coltelli e bastoni hanno ceduto il passo ad una violenza più sanguinaria e allo stesso tempo più paranoica, che infatti ha una matrice neofascista. È uno dei segni del nostro tempo e non è un caso che il luogo sia Roma, la più grande metropoli italiana, oggi ritornata a quei livelli elevati di violenza urbana –si tirino le somme dell’aumento di violenza nella capitale degli ultimi anni – livelli che la città vide già nei primi anni settanta, all’apice di una profonda trasformazione socioeconomica che fu l’argomento saliente del nostro Pasolini. Invece di cercare di capire, i media sono stati presi a confezionare un servizio d’effetto e gli opinionisti a vendere le loro competenze – anche Saviano ha sbagliato, non ricordandosi che  Ryszard Kapuściński ci ha insegnato che “mafia” non può essere una parola magica per spiegare ogni cosa.

La dinamica mediatica è stata dominata dalla sequenza d’immagini dell’Olimpico, del centrocampista e capitano del Napoli Hamsik mentre parla con uno dei capi degli ultras in tumulto. Un incontro che invece di essere interpretato come tentativo di capire i rischi del durante e del dopo partita – tentativo nemmeno altruistico perché nasceva dalla tutela degli interessi delle società calcistiche – ha fatto ipocritamente gridare allo scandalo. Un paese che ha fatto accordi sottobanco per tenere in piedi dei governi non eletti, che ha convertito in pena ridicola i reati fiscali del più ricco tra gli italiani, un paese del genere si scandalizza dell’incontro tra un calciatore e un leader degli ultras malgrado la situazione drammatica intorno. Quella scena all’Olimpico è stata una delle poche relazioni giustificabili tra un club di calcio e i suoi gruppi ultras in un rapporto che altrimenti è molto malato; purtroppo la sua trasmissione distorta è indice di stupidità dell’opinione pubblica e di malignità dell’informazione.

Educazione e ecologia

Educazione cosmica

di Grazia Honegger Fresco

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Questo articolo è uscito sul numero 19 de “Gli asini”, gennaio/febbraio 2014. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea. 

 

Maria Montessori elaborò la cosiddetta “teoria cosmica” come risposta agli interessi dei ragazzini della seconda infanzia. Nel corso della sua lunga azione pedagogica, partita nel 1899 dai bambini oligofrenici fino ad allora chiusi nel manicomio di Roma, arrivata a occuparsi con serietà e partecipazione dei piccoli tra i tre e i sei anni (1907) e in seguito dei primi due anni di vita e dei neonati, era stata sollecitata già nel 1912 a cercare nuove risposte educative per gli allievi di scuola elementare.

Rispondere ai piani di sviluppo
Secondo il suo stile – di scienziata più che di insegnante – non guardò ai talenti o alle deficienze individuali, ma si preoccupò soprattutto di rispondere alle fasi di sviluppo (li chiamò “piani”) che ogni essere umano percorre dalla nascita fino all’età adulta. Non fece mai uso di premi, castighi, voti e lodi che rifiutò con la stessa decisione con cui respinse la scuola per materie e ogni altra forma di indottrinamento passivo. Per ogni piano di crescita, basandosi sull’osservazione, cercò i mezzi relativi alle varie possibilità di sviluppo, verso che cosa l’individuo si orienta, quali sono le sue richieste e le eventuali risposte… Lei stessa ne fa l’elenco in Dall’Infanzia all’Adolescenza (raccoglie conferenze tenute a Londra nel 1939, Garzanti 1970, oggi Franco Angeli 2011): per il primo piano individua le seguenti fasi: a) i primi due anni; b) da tre a cinque anni; c) sesto e settimo anno. Il secondo piano concerne gli otto-dodici anni; il terzo i tredici-diciotto ovvero l’adolescenza.
È nel secondo che il ragazzino “sente il bisogno di allargare il suo campo d’azione”, diventa insofferente verso l’ambiente chiuso della famiglia e della casa, ha bisogno di rapporti sociali più ampi. Ha costruito il linguaggio ed esaurito il tempo di scoperta sensoriale e motoria anche se l’azione inconscia domina ancora fin verso i sette anni. È il tempo della scuola elementare, la seconda infanzia. Un nuovo periodo in cui i ragazzini – se li si vuole ascoltare – esprimono curiosità e domande del tutto nuove, analoghe a quelle che possiamo trovare rappresentate nel celebre quadro di Gauguin del 1897: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Entrati lentamente nella realtà, ora manifestano maggiormente il bisogno di astrazione, di messa in relazione di cause ed effetti. Si pongono problemi etici, morali; esigono giustizia nei rapporti con gli altri e vogliono capire i fenomeni naturali: i perché del sole e della luna (“Come mai ogni tanto cambiano?”), dei terremoti e dei vulcani (“Ma allora se scavo viene fuori il fuoco?), delle piante e degli animali (“A che serve una mosca così noiosa?”), come del mare (“Perché non sta mai fermo?”) o dei fiumi (“Perché vanno tutti nel mare?”).
Ci sono genitori e maestri che negano di aver mai sentito domande del genere. Certo, se li imboniamo con puffi e mostriciattoli vari, IPad e pallone, dover essere e dover fare, ben poco emerge. Le domande restano chiuse, nascoste nel profondo, considerate infantili, pasticciate con il finto, con risposte rinviate magari alla scuola media, a una scienza senz’anima dove ogni materia di studio è staccata dalle altre e totalmente separata dalla vita quotidiana.