santarcangelo 12

Forme della partecipazione. Da Piazza Ganganelli a Tabarin Citadin

Illustrazione di Anna Deflorian

 di Lorenzo Donati

Quando ormai i 15 minuti di celebrità sono diventati 24 ore, ci si chiede cosa sia ancora in grado di fare la finzione. Quando la rappresentazione è diventata grammatica quotidiana di quasi tutte le nostre interazioni, ci si chiede che portata possano avere l’arte e il teatro, luoghi naturali di ciò che viene rappresentato. In queste note, vorremmo provare a fare un piccolo punto delle ricerche teatrali che ci sembrano mettere al centro tali domande, a partire dalla visione di alcune opere presenti a Santarcangelo 12. Si tratta quindi di appunti di lavoro vincolati a un contesto specifico di osservazione, ma che possono forse avere una portata più ampia per il carattere di ricerca internazionale del festival. Al centro sta lo spettatore, e non è una novità. Dopo che i vaticini di uno spettacolo integrato si sono verificati, dopo che il modo di stesso ragionare ha subito un mutamento radicale da quando ci siamo abituati a pensare per reti, interazioni, commenti e formule “social”, pare sempre più evidente lo sforzo di molti artisti di riportare lo spettatore al centro, o meglio al suo posto. Non mero consumatore di immagini-simboli-messaggi, ma parte attiva chiamata a prendere parte alla rappresentazione, a completarla, a conferirle un senso profondo attraverso un lavoro da svolgere. Niente di nuovo, si dirà, anche perché non c’è stato un maestro del teatro che non abbia in qualche misura affermato idee simili. Eppure negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di proposte sceniche che chiamano direttamente in causa il pubblico per farlo divenire un elemento della composizione drammaturgica, al punto che, senza l’intervento chi guarda, la drammaturgia dello spettacolo non si potrebbe svolgere. Basti pensare, citando solo due esempi legati alla storia recente del Festival, agli spettatori bendati e inseriti in un gioco di pedine fra noir e teatro sensoriale in Enimirc di Fagarazzi e Zuffellato, o al Domini Públic del catalano Roger Bernat, in cui ogni spettatore, indossando cuffie acustiche e rispondendo gestualmente a domande in audio, diventava al contempo attore per gli altri partecipanti e spettatore delle azioni altrui. A Santarcangelo 12 abbiamo assistito ad alcune possibili forme della partecipazione, e su queste conviene soffermarsi.

Avvicinare l’arte ai cittadini, e viceversa

Abbiamo assistito, nel luogo simbolo della comunità cittadina, a documentari di ricerca, a film di animazione italiani e internazionali, a spettacoli progettati per circuitare all’interno di sale teatrali. In Piazza Ganganelli, durante Santarcangelo 12, si sono avvicendate queste e altre proposte, in un tentativo che non ha in nessun caso scelto la via di una mediazione “al ribasso”. Cosa è popolare? Quando ci troviamo di fronte a una proposta artistica “per tutti”?

Il dramma dei nostri anni, che viviamo probabilmente un po’ tutti, è l’essere totalmente spaesati di fronte a domande simili. Chi programma le arti sceniche contemporanee, e anche chi le produce, si confronta quasi sempre con platee composte da poche centinaia di persone quasi sempre già persuase della bontà delle proposizioni artistiche in questione, o almeno con alle spalle un bagaglio di visioni cospicuo all’interno dell’orizzonte linguistico che incontrerà. Stiamo ovviamente parlando di un problema italiano e che andrebbe affrontato nel suo complesso, a partire dalla concezione generalmente conservativa che questo paese ha della cultura, dai ministeri alle circoscrizioni. Senza voler tentare strade rivoluzionarie, ed evitando discorsi massimalisti che rischiano sempre di scivolare nel populismo, la scelta della direzione di Santarcangelo è stata chiara, e soprattutto non ha tentato astruse previsioni rispetto all’identità del “cittadino medio”. Non si ci si è quindi messi nei panni di una fetta di popolazione che non si conosce, rischio sempre in agguato quando si discute dello scollamento fra arti contemporanee e cittadinanza, ma si è scommesso sulle proprie persuasioni e convizioni. In piazza si sono programmate opere “alte”, cioè quasi mai abituate a confrontarsi con un pubblico indeterminato, che giunge sul posto senza una precisa domanda di fruizione (dai Codice Ivan a César Brie, dal ballo liscio con la musica udibile solo dai ballerini degli Zapruder ai documentari di Zimmerfrei). Ci è sembrata una sfida altissima, una delle poche credibili se si vuole immaginare un pubblico vasto senza perdere la propria identità. Una sfida per adesso vinta, almeno a giudicare dalla cospicue presenze in piazza. Siamo certi che la direzione artistica avrà ora fra le mani qualche risposta alle due domande poste in precedenza, e che saprà farle proprie nei prossimi anni, alla ricerca di quel delicatissimo equilibrio fra verticalità dell’opera d’arte e (presunta?) orizzontalità delle aspettative di una piazza.

santarcangelo 12

Immaginare in tempo di crisi

Foto di Ilaria Scarpa

di Simone Caputo

 

Il termine crisi sembra essere la perfetta sintesi di questo nostro modo di subire il presente. Il paesaggio che ci circonda muta alla velocità della luce, restituendoci una sgradevole e vorticosa sensazione di inflazione degli eventi. Una settimana, qualche mese e il mondo sembra mutare, totalmente.

La crisi materializzatasi la scorsa estate ancora oggi continua a mutare. E con essa aumenta sempre più la caducità delle parole: si è subito e sempre vecchi. E allora ci si arma di tesi e concetti per provare ad afferrare il presente; e senza che uno se ne accorga la crisi si sta già facendo nuova terra sconosciuta. Saltano i tempi e allora si finisce col parlare, scrivere, compiere gesti al buio, mentre il capitalismo pretende di risanarsi inducendoci a pensare che tutto sia stato solo un brutto sogno o un incidente, a spostare le lancette all’indietro quando il mondo era un altro.

Quel che sorprende è l’impotenza della cultura: un’occasione rivoluzionaria come quella offerta dal presente, nonostante le apparenze, sembra innescarsi pochissime volte. Al contrario si ha quasi l’impressione che gli “stati generali per la cultura” e le voci di protesta degli artisti si sgonfino di reale forza, tendano a dissolversi nel farsi pensiero spettacolare. Che l’adesione a ideali di protesta “santifichi” chi li sostiene è una conquista stessa del capitalismo: non ti posso e non mi conviene eliminarti e allora spingo perché tu sia subito trasformato in un santino.

Forse abbiamo l’immaginario che ci meritiamo e l’arte, spesso, ne è lo specchio. Si ha come l’impressione, ed è il caso di uno spettacolo come GMGS_What the Hell Is Happiness? dei Codice Ivan, che il denunciare – sia quando estremo, urlato, sopra le righe, sia quando arguto, minuto e lapidario – finisca col risolversi in una semplice e complice foto del presente. Un fuoco d’artificio ammiccante.

santarcangelo 12

Hamelin e Voltolina: parole e oggetti a uso dei bambini

di Ines Baraldi

Convocando un esercito di animaletti a delimitare un cerchio che chiudesse il proprio monologo, Matjia Ferlin ha impostato la seconda tappa del ciclo Sad Sam con uno spettacolo pienamente affermativo, a dire “adesso sono qui”. Il carattere intimamente personale e autoriflessivo di questo segno appare in tutta la sua chiarezza fin da principio, dove all’appello dei soggetti inanimati segue una risposta solamente nella metafora e nel ricordo.

Se la parola è dunque il primo limite e al contempo la prima chiave d’accesso al palcoscenico ripartito e separato di Matjia Ferlin nel suo Sad Sam/Almost 6, essa è anche il primo strumento per due progetti per bambini pensati da Hamelin e Silvano Voltolina per Santarcangelo•12. Pur trattandosi di due cerchi narrativi di diversa natura, il gioco fra l’etimologia delle parole, origine e funzionalità delle cose, non è che il punto di partenza per la costruzione di una storia smarrita, in Gli sbarriti (laboratorio in quattro incontri curato da Hamelin) e per la variante di un racconto preesistente in Arte per nulla (laboratorio ideato e condotto da Silvano Voltolina).
La storia perduta e celata dietro le 31 scatole, primo dei quattro incontri de Gli sbarriti, è una storia fortemente radicata nella quotidianità: fatta di cellulari fuori uso, piccole radio, viti e bulloni, coperchi e messaggi segreti sospirati in bottiglie vuote, ma anche di immagini e suoni familiari a cui riaccostarsi seguendo il ritmo dell’evocazione e quello dell’inedita scoperta. Partendo dalla relazione con una montagna di cose apparentemente inservibili, perché rotte e fuori contesto, passando attraverso la ricostruzione soprattutto figurativa della funzionalità dell’oggetto, la fantasia conferisce un ulteriore senso a questi resti. Lo stupore con cui poi i bambini testano il suono e il ritmo di un orchestra di oggetti apparentemente senza importanza è tutto sommato lo stesso con cui Silvano Voltolina si riaccosta ad Arte per nulla di Federico Moroni. Il testo del maestro e pittore della piccola Scuola di Bornaccino, torna a essere protagonista per un incontro coi bambini, o meglio per la costruzione di un teatro naturale per una classe senza maestro.

santarcangelo 12

Granny, granny what’s the time?

Più di un mese fa si è concluso il festival di Santarcangelo 12, il Festival Internazionale del Teatro in Piazza, uno dei festival di teatro più importanti e longevi, che quest’anno ha iniziato un nuovo triennio con alla guida un gruppo di critici/curatori  formato da Silvia Bottiroli, alla direzione artistica, e da Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci, alla condirezione. Questo nuovo inizio è il frutto di un altro triennio, che ha visto in questi anni la direzione di una figura artistica delle maggiori compagnie di teatro di ricerca italiana – Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, Enrico Casagrande dei Motus e Ermanna Montanari del Teatro delle Albe – nato a sua volta nell’ormai lontano 2008 da una edizione del festival spartiacque, nel quale, un vuoto di potere, diede avvio al primo festival autogestito e al ripensamento dell’idea stessa di festival, del senso della comunità e della partecipazione del pubblico. Quel nucleo si chiamava Potere senza potere  e da allora il ruolo della critica è stato centrale come quello della redazione intermittente di arti sceniche contemporanee Altrevelocità, un gruppo di giovani critici, che ha animato questi anni con un Osservatorio critico permanente durante il festival, un laboratorio di scrittura critica, la cura di Radio Gun Gun, la radio live del Festival, di un foglio e di un blog  proprio in questa ultima edizione. Rilanciamo allora quattro articoli del blog in questa settimana.   

    

di Francesca Bini

Un passo di topo, le sette di sera; un balzo di lepre, mezzanotte. Il tempo dell’infanzia, al pari di quello scenico, ha modi tutti propri per essere misurato e definire i confini. Sad sam/almost 6, una delle ultime performance del giovane e poliedrico artista croato Matija Ferlin, si apre all’insegna di uno spazio liminare, luogo di metamorfosi obbligata. Il gradino di sosta è quello tra i 5 e i 6 anni, tensione anagrafica che apre la strada alla costruzione dell’umano. Solo ora infatti, si scopre la dimensione sociale della scuola, si vivono i rapporti istituzionali con l’altro da sé.

Eppure ancora prima di questo confronto, l’elemento dialogico che dà inizio allo spettacolo assume il volto del rapporto con il proprio immaginario ferino, istanza visionaria e creativa. Sul palco, chiuso in un cerchio di animali giocattolo, sta l’artista, pedagogo e profeta di se stesso, nonché del pubblico. Si rivolge alle tigri e ai cavalli in miniatura con parole dai tratti autoritari, ordina loro quando aprire e chiudere gli occhi per assistere a frammenti onirici danzati. Siano allora di scena le vite effimere di un principe baldanzoso, di un giovane Edward Mani di Forbice e la vibrante fisicità di una figura femminile. Si tratta di fisionomie, le più riuscite dello spettacolo, delineate da materiali poveri e altrettanto deperibili come la carta, che è corona, lama, vestito, e lo scotch, a cingere i lobi della ballerina. Attimi questi, seguiti da elementi di metateatralità durante i quali lo spettatore è portato a chiedersi il perché della sua presenza e del suo ruolo in teatro. Nonostante ciò, afferma Ferlin, sarebbe impossibile parlare solo di psicoanalisi, metodo che instilla il dubbio ma non concede risposte affermative.

appuntamenti

Controcernobbio 2012

Loro a Cernobbio, noi a Capodarco

Capodarco di Fermo (FM)

Comunità di Capodarco, 7-9 settembre 2012

ISCRIVITI AL FORUM

Il Forum di quest’anno si terrà a Capodarco di Fermo e sarà ospitato dalla Comunità di Capodarco, protagonista da più di quarantacinque anni dell’impegno in Italia per i diritti, la solidarietà, la cittadinanza, il lavoro e l’integrazione sociale. Il Forum sarà dedicato alla crisi economica e al ruolo dell’Europa, e in particolare al deficit di democrazia e di unità politica nei processi di costituzione e allargamento dell’Unione e all’assenza di politiche incisive per fronteggiare la crisi, far ripartire una crescita economica sostenibile e di qualità capace di creare lavoro, dare speranza ai giovani, assicurare diritti e solidarietà. Saranno analizzati criticamente il ruolo e le scelte dell’Europa e dell’Italia di fronte alla crisi economica e verranno avanzate proposte concrete, specifiche e puntuali – a partire dalle recenti iniziative di Sbilanciamoci! come “La rotta d’Europa” e i convegni sui temi dell’economia sostenibile e sociale – per uscire dalla crisi cambiando le politiche europee e italiane.