gli asini

Lo speciale – Valutazione e meritocrazia

cover_asini_18Il merito è importante, ci mancherebbe. Anche noi asini ne conveniamo. La Costituzione lo sancisce con uno dei suoi passaggi più belli e con la formula più socialista e meno statalista che potesse trovare: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale affinché ognuno, traduciamo e sintetizziamo, abbia quanto gli è necessario e dia quanto può e vuole.

Valutare – attività umana essenziale a ogni vero processo formativo, democratico, scientifico, culturale – significa in ultima istanza giudicare, criticare, prendere posizione. E in certi casi anche sancire un merito. Ma se abbiamo deciso di analizzare e sottoporre a critica con un numero speciale della rivista queste due categorie ormai penetrate in ogni ambito del discorso educativo è perché la ricaduta e gli effetti che esse hanno sul nostro sistema di istruzione e sulla pratica di insegnanti ed educatori svelano un avvenuto pervertimento del loro significato originale.

Valutazione e meritocrazia sono un esempio di quei concetti di plastica propri di una cultura allo sbando, che garantiscono il consenso perché “dicono” una cosa ma ne “fanno” un’altra. Promettono la cancellazione dei privilegi nel nome della neutralità della tecnica, ma li consolidano selezionando sulla base di criteri che poco hanno a che vedere con la libera crescita degli individui e molto con la necessità di incasellarli in ruoli predefiniti.

Pur essendo inevitabile allargare il ragionamento a tutte le mille forme in cui l’ideologia della valutazione condiziona quasi ogni ambito del lavoro sociale e culturale, non potevamo che prendere le mosse da quanto sta avvenendo a scuola. La diffusione ormai capillare in ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, delle prove Invalsi e di analoghi sistemi di valutazione sta riducendo la didattica di maestri e insegnanti (che già non se la passava troppo bene) a un addestramento meccanico per il supermento di test standardizzati. Da una parte e dall’altra della cattedra: non è escluso che presto, con metodi simili – come in parte già è avvenuto negli Stati Uniti e come abbiamo raccontato nel primo numero della rivista – gli alunni dovranno “meritarsi” la promozione, gli insegnanti lo stipendio e i dirigenti scolastici i finanziamenti necessari al funzionamento della propria scuola. Decida il lettore se si tratti di un piano intenzionale finalizzato a produrre ignoranza e a mantenere le divisioni, in termini di opportunità, che dividono i ricchi dai poveri, o piuttosto degli effetti collaterali di una macchina tecnocratica che, una volta messa in moto, ci è sfuggita di mano. Quello che è certo è che se da anni un movimento d’opinione, di cui anche noi ci sentiamo parte, analizza, critica e svela i lati grotteschi dei test prodotti dalle agenzie nazionali e internazionali di valutazione, non altrettanto efficacemente ha saputo inventare forme di opposizione e disobbedienza che ne arginasse l’infiltrazione in ogni ambito della vita quotidiana. Se non in situazioni isolate che sarà necessario continuare a scovare e connettere come abbiamo iniziato a fare con questo numero della rivista.

Proprio nei giorni in cui stavamo chiudendo questo numero speciale degli Asini moriva Marshall Berman, lucidissimo e appassionato critico sociale, il cui sguardo eclettico, anarchico e ironico lo distingueva dalla schiera lagnosa e rassegnata di tanti suoi “colleghi” critici della modernità. Il suo modernismo era molto semplicemente un’adesione totale e incondizionata al piacere della sfida, della critica, della pulsione creativa. Alla vita, insomma, ovunque essa si annidasse. Modernità e sue aberrazioni comprese. “Essere moderni”, scrisse lui a introduzione del suo capolavoro, L’esperienza della modernità, noi a viatico di questo numero degli Asini, “vuol dire vivere una vita imperniata sul paradosso e sulla contraddizione. Vuol dire essere continuamente sopraffatti da immense organizzazioni burocratiche che hanno il potere di controllare e, spesso, di distruggere ambienti, valori e vite. E tuttavia proseguire imperterriti nella propria determinazione di tener testa a queste forze, di combattere per cambiare il mondo e farlo proprio. Vuol dire essere rivoluzionari e conservatori a un tempo: consci delle nuove possibilità d’esperienza e d’avventura, terrorizzati dagli abissi nichilistici a cui conducono tante avventure moderne, desiderosi di creare qualcosa di reale proprio mentre tutto si dissolve nell’aria.” (Gli asini)

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immigrazione

Dopo le stragi di Lampedusa. Uscire dai labirinti della politica e dell’informazione

di Anna Brambilla

greder

Illustrazione di Armin Greder

Prima ancora dell’immagine (evocata e fortunatamente non trasmessa) dei “morti abbracciati” è arrivato l’eco delle voci. Di 500 e più voci che devono aver gridato, pregato, pianto all’unisono. Davanti a questo pensiero, coloro che già avevano denunciato e predetto, che già si erano trovati a fare la triste conta dei morti senza nome avrebbero solo voluto portare il lutto, chiudersi, almeno per un po’, in doloroso silenzio. Il dilagare confuso di voci che si è levato dopo non lo ha però consentito.

Davanti all’immanità del disastro, quasi tutti i rappresentanti politici italiani ed europei si sono sentiti in dovere di intervenire. Ma, come osservava il lettore di un noto giornale, citando Leopardi, “senza sdegno ormai la doglia è stolta”. Nel susseguirsi di affermazioni e proclami le parole che si sono susseguite sono state tante: canali umanitari, esternalizzazione delle procedure di asilo, abolizione del reato di immigrazione clandestina, abrogazione della Bossi-Fini. Tutti passaggi fondamentali che meritano però la giusta attenzione e soprattutto che devono essere affrontati in modo giuridicamente oltre che moralmente corretto.

Il reato di immigrazione clandestina deve essere abolito perché indegno non perché, come ha affermato qualcuno, è causa di sovraffollamento carcerario. Dal 2011, a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza El Dridi), nessun  imputato o condannato per il solo reato di clandestinità può finire in carcere perché la pena prevista non è più la reclusione bensì l’ammenda. Ripensare a nuove procedure per il riconoscimento della protezione internazionale è corretto ma non si può sbandierare questi proclami senza ricordare anche che in materia di asilo è stato adottato a livello di Unione Europea un pacchetto normativo (il cd. Sistema europeo comune di asilo) che non prevede riforme rilevanti nemmeno per ciò che riguarda il tanto discusso Regolamento Dublino. Modificare la Bossi-Fini e soprattutto allontanarsi dal suo impianto repressivo è fondamentale ma ancora più urgente appare essere la necessità di lasciarsi alle spalle la logica emergenziale e di scegliere una visione culturale, politica e normativa che tenga conto che le persone partono, si muovono e scelgono di vivere in un altro Paese per garantirsi una vita migliore e che quindi è anche ai modelli di accoglienza che si deve ripensare.

appuntamenti

Gli asini in Canton Ticino

 
Programma - Arcolaio
Biblioteca cantonale Bellinzona
venerdì 27 settembre, ore 20:30
 

Arcolaio- Percorsi sociocultruali e la Biblioteca cantonale di Bellinzona, riconoscendo il contributo fornito da Gli asini in termini di riflessione e spunti operativi per chi opera nel settore sociale, ma anche per tutti coloro che vivono il sociale come parte importante della propria quotidianità, organizzano per venerdì 28 settembre alle 20.30 presso la Biblioteca cantonale di Bellinzona una serata pubblica di presentazione della rivista. In questa occasione cinque collaboratori della rivista: Sara Honegger, Federica Lucchesini, Giulio Vanucci e Nicola Villa, daranno vita a una tavola rotonda dove il contributo dei presenti permetterà di sviluppare riflessioni comuni inerenti sia al lavoro svolto dalla rivista che alle esperienze e alle idee che ogni partecipante vorrà portare. Un modo per tessere ponti attraverso una rivista che crediamo possa davvero essere considerata terreno comune.

La presentazione è nell’ambito di  “5 anni in viaggio: Piazza aperta – Giovani in movimento”

Il programma delle giornate

 

i diritti non sono un costo

Marino Sinibaldi sottoscrive il nostro appello

 

Questo teaser è un’anticipazione di un video, realizzato da alcuni studenti del Centro sperimentale, che verrà presentato durante il Salone dell’Editoria Sociale dal 31 ottobre al 3 novembre 2013 presso Porta Futuro a Roma. Intellettuali e personalità della cultura hanno firmato l’appello che segue:

 

Appello 

È in atto nel mondo una battaglia, talvolta molto chiara e talvolta molto confusa, che può essere decisiva tra una idea di società e un’altra. La prima è basata sulla rispettosa convivenza degli uomini, le donne e i popoli tra di loro, e anche con gli animali e con la natura; sulla responsabilità che ciascuno deve assumersi, con le proprie forze e non cedendo agli alibi e ai ricatti del proprio “particolare”, nei confronti degli altri. Questa idea di convivenza è fondata sulla garanzia dei diritti delle generazioni future, e non potrebbe essere altrimenti. L’altra è basata su una logica di rapina, a vantaggio di chi più già ha, e senza alcuna considerazione per il futuro se non degli assolutamente privilegiati.

È in questo contesto che si colloca, venendo così ad assumere per noi e per il nostro paese un significato di estrema rilevanza, la normativa che regola la vita dei migranti sul nostro territorio e il nostro rapporto con loro.

Per partecipare in ugual modo alla sfera pubblica, a tutti i soggetti devono essere garantiti gli stessi diritti umani, sociali, di cittadinanza.

“Loro” sono persone titolari di diritti che ogni convenzione internazionale e ogni paese civile dovrebbero non solo riconoscere, ma far rispettare. Quei diritti che invece la legge nega riducendo i migranti a “macchine da lavoro” strumenti di un moderno schiavismo “usa e getta”, utili solo finché servono alle nostre economie. Oggi, nel pieno di una crisi economico-finanziaria che non accenna a concludersi, i migranti tendono a scomparire (o vi compaiono del tutto marginalmente) dalle agende politiche.

La globalizzazione neoliberista fa circolare (più o meno) liberamente merci, denari, a eccezione ovviamente dei migranti. A meno che non ci servano. E a casa nostra (e non solo) si fa il peana della “flessibilità”, ma non certo per i migranti: a loro è chiesto di avere il lavoro “a vita” se vogliono venire da noi. Se poi vogliono ricongiungersi con la propria famiglia, i governanti – che un giorno sì un giorno no innalzano i valori della “famiglia” – si oppongono: i migranti non ne hanno bisogno per stare da noi. Al massimo vengano i figli, ma solo se minorenni.

E poi non ci si appelli al garantismo: i richiedenti asilo vengano ricacciati al loro paese senza aspettare l’esito del ricorso al diniego dello status di rifugiato respingendoli tra i loro torturatori e persecutori. Dei modi in cui l’Europa ha creduto di poter affrontare il fenomeno delle migrazioni, il modo italiano è stato in passato il più schizofrenico e incerto, ma è diventato nel tempo esplicitamente razzista e discriminatorio.

Oggi ci sembra prioritario partire di nuovo da noi stessi e dalle nostre possibilità di agire, criticare, sollecitare altri cittadini, intellettuali, esponenti della società civile a richiedere leggi più giuste. Attraverso la nostra capacità di dire “no” a tutto questo.

Vogliamo che l’annuncio di una riforma della legge sulla cittadinanza si trasformi finalmente in realtà.

Vogliamo che il Mediterraneo torni a essere un mare di pace anziché di morte.

Vogliamo che finisca la disumanità dei Centri di Identificazione e Espulsione.

Vogliamo che sia finalmente data attuazione all’art. 10 della Costituzione grazie al varo di una legge organica sull’asilo.

Vogliamo che il futuro governo abroghi immediatamente la legge Bossi-Fini e le norme introdotte con “il pacchetto sicurezza” 2008/2009.

Vogliamo che lo scandalo della segregazione dei campi rom scompaia dalle nostre città.

appuntamenti

PortaUniverso a Scampia

Festa Mammut_24 settembre 2013

 

festa grande col LunaParkMammut, narrazioni, pittura, sport, ciclofficina, break dance, le merende delle MammeMammut e molto altro per passare insieme sotto la porta del nuovo anno.

La giornata sarà l’occasione per la presentazione delle attività del Centro territoriale per l’anno 2013–14.

Giano bifronte, le porte dell’Ade, il mito di Er di Platone, l’arte ermeneutica dell’urbanista e designer Riccardo Dalisi (che condurrà una delle giostre del LunaParkMammut) e altre esplorazioni mitologiche saranno il filo conduttore per chi a scuola ci va e per chi s’è disperso, per “periferici” e “centristi”, per rom e non rom, per bambini e vecchietti e per tutti quelli che in questi sei anni di Mammut hanno imparato a darsi appuntamento nell’ex piazza della droga.

L’archetipo della “porta” e i “miti di passaggio” sono lo sfondo integratore per le scuole e gli altri gruppi di Napoli e del resto d’Italia che parteciperanno quest’anno alla VII edizione del Mito del Mammut: PortaUniverso diventa così la festa di avvio non solo delle attività Mammut a Scampia, ma anche per tutti i gruppi che in vari quartieri di Napoli e di altre città italiane lavoreranno al recupero di spazi e servizi pubblici cambiando al tempo stesso il modo di fare scuola.