in evidenza

Perché NO

di Gianluca D’Errico

guernica

Come Guernica. Se ti metti sotto sotto a guardarlo, magari scopri dettagli, ma non capisci. La prima volta che sono andato al Museo Reina Sofia di Madrid a guardare il quadro di Pablo Picasso ho pensato che c’era poco spazio: non si riusciva a stare alla giusta distanza per vedere e capire l’insieme. Magari il ricordo è falsato, ma il concetto è quello: ci vuole spazio.

La Costituzione è come Guernica, la devi guardare da lontano per pesare bene tutti gli elementi, per capire. Bisogna mettersi lontano dalle urgenze contingenti, dalle beghe dell’oggi. Fare uno sforzo: guardarla dal futuro ad esempio. Pensare alle possibilità remote più che alle probabilità prossime.

L’assoluta mancanza di questa giusta distanza rende il dibattito sul referendum costituzionale veramente misero, asfittico. Tutto piegato sulle “convenienze”, sull’ottuso pragmatismo che è la cifra ultima dell’agire politico odierno. Anche gli interventi che appaiono vagamente lungimiranti non vanno oltre il dopodomani. Gli articoli di alcuni giornali stranieri (Financial Times in testa), infine, travisano la faccenda: se passa la riforma si evita la recessione, scrivono gli inglesi. La “stabilità” politica, garantita dalla vittoria di Renzi e Boschi nella battaglia referendaria, sarebbe la condizione per realizzare le riforme che “l’Europa attende”. Dei possibili scenari ipotizzati per il dopo referendum da New york times e Wall street journal (si vedano gli articoli di ferragosto 2016 in particolare) nessuno è diretta conseguenza dei nuovi assetti costituzionali ma degli effetti collaterali degli esiti della competizione referendaria; insomma anche i commentatori stranieri stanno con il naso schiacciato sull’oggi. Il sottotesto dei ragionamenti che ascoltiamo, non suscettibile di verifica, è che il benessere economico-sociale del popolo europeo sarebbe garantito (solo) dalle riforme indicate come necessarie da questo luogo politico virtuale conosciuto col nome di “Europa”: se Renzi perde non riuscirà a fare le riforme anche se rimane in carica il suo governo. Dov’è la riflessione sui contenuti della legge di revisione costituzionale?

altre scuole

Sperimentare la lingua

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Asnada apre le attività 2016/17

Scuola Sperimentale per uomini e donne
Ospitata da La Fabbrica di Olinda presso l’Ex O.P. Paolo Pini, in via Ippocrate 45, Milano.
Un luogo intimo e trasformativo in cui, come singoli e in gruppo, si possa entrare in relazione con la lingua italiana,  riappropriarsi della propria storia, dei propri talenti e inclinazioni, per esplorare e interrogare il contesto che abitiamo e, infine, prendere parola con coraggio.

Riapre il 4 ottobre 2016

L’isola del tesoro, scuola di italiano per adolescenti
Ospitata da Spazio Aperto della Chiesa Evangelica Metodista di Milano, via Porro Lambertenghi, 28
, c
ostruisce un contesto educativo di esplorazione e libera espressione in cui la lingua italiana possa essere sperimentata con audacia nel confronto con i pari, con i grandi e con la città attraverso domande di ricerca, guida di conoscenza e indagine.

Riapre il 12 ottobre 2016

Lingua della terra
In collaborazione con il Giardino degli aromi, presso il parco dell’ex o.p. Paolo Pini in via Ippocrate 45 Milano. costruisce un contesto di apprendimento linguistico attraverso la pratica dell’agricoltura biologica e lo scambio di competenze. 

Ha riaperto il 5 settembre 2016

Radici e rami – Narrazioni itineranti in doppia lingua
Nato dalla pratica di scuola, il gruppo di narratori di Radici e rami esplora la fertilità delle lingue madri e delle storie tradizionali e ne rafforza la presenza nella città di Milano attraverso il racconto orale.

Riapre il 4 ottobre 2016

Per informazioni: centro.asnada@gmail.com

ambientalismo

Non rassegnarsi a coltivar veleno

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di Enzo Ferrara

Al conferimento del Nobel per la letteratura, il 10 dicembre 2015, Svetlana Alexievich, premiata per “i suoi testi polifonici, testimonianza della sofferenza e del coraggio dei nostri tempi”, ha spiegato di non sentirsi sola sul palco ma accompagnata da centinaia di voci alle quali aveva imparato a dare ascolto fin dall’infanzia. Voci di donne soprattutto, perché nei luoghi dove era nata e cresciuta, Ucraina e Bielorussia, la guerra s’era portata via un quarto della popolazione maschile e degli uomini rimasti molti erano alcolizzati. “Flaubert si autodefinì come una penna umana, io potrei essere un paio di orecchie umane – ha detto la scrittrice. – Il percorso che mi ha portata fino a questo palco è stato lungo, quasi 40 anni (…) da una voce all’altra, (…) scioccata e atterrita, (…) deliziata e disgustata. Talvolta avrei preferito dimenticare quanto avevo ascoltato, per tornare a vivere nell’ignoranza. Più di una volta, però, ho visto il sublime nelle persone e ho voluto gridarlo al mondo”.

Preghiera per Cernobyl (EO, Roma 2011) e Ragazzi di Zinco (EO, Roma 2012) sui giovani dell’armata rossa caduti durante la guerra in Afghanistan (1979-1989), rimpatriati in cofani di zinco, sono forse i suoi due libri più noti, utilizzati per il lavoro su ecologia e nonviolenza che il Centro Studi Sereno Regis, onlus che da decenni svolge educazione per la pace, l’ambiente e l’interculturalità, porta nelle scuole torinesi assieme all’Istituto di Ricerche Interdisciplinari sulla Sostenibilità, che ha sede presso la facoltà di Biologia. Ma anche le testimonianze raccolte in Incantati dalla morte (E/O, Roma 2005), Tempo di seconda mano (Bompiani, Milano 2014) e La guerra non ha volto di donna (Bompiani, Milano 2015) – ultimo tradotto, ma primo libro in realtà pubblicato dalla scrittrice ucraina – sono da esplorare con finalità pedagogiche.

La stampa ex sovietica ha accolto la notizia del Nobel con acredine, sottolineando la speciale avversità dell’accademia svedese per il mondo russo. Dopo Ivan Bunin nel 1933, Boris Pasternak nel 1958, Alexandr Solzhenitsyn nel 1970, Joseph Brodsky nel 1987, il Nobel per la letteratura va a Svetlana Alexievich, nemmeno una scrittrice secondo il quotidiano Izvestia, scelta solo per la sua opposizione al Cremlino. Non si creda però che l’autocensura sui temi del disagio, del rischio tecnologico, del rovescio di un’economia, della guerra, sia prerogativa dei regimi. A fine 2014 furono presentati al Centro Servizi Didattici della Provincia di Torino alcuni progetti sull’impatto ambientale dell’industria bellica da inserire nell’offerta formativa per gli istituti di istruzione. In bibliografia ci sarebbero stati i volumi della Alexievich, ma per la prima volta pur trattandosi di attività gratuite quei progetti non trovarono posto nell’annuario.

maestri

Pulcinella e io

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di Bruno Leone. Incontro con Stefano De Matteis

 

…mi par di capire che in questo momento non hai un buon rapporto con Pulcinella?

Perché più passa il tempo più mi si confondono le idee. E poi non mi va più di dare delle definizioni. Ho sempre detto che il mio rapporto con la maschera era un incontro tra tradizione e innovazione. Con il tempo questa definizione mi puzzava di giustificativo. Era già un po’ di tempo che dicevo: Pulcinella non centra niente. Quello che faccio è al di fuori del tempo, non è né tradizione né sperimentazione: è semplicemente al di fuori del tempo e in questo senso continuamente attuale.

Oltretutto questo “continuamente attuale” per me è ancora più valido, perché i momenti di sicurezza che ho rispetto a Pulcinella, i momenti fermi, ce li ho principalmente durante lo spettacolo, quando incontro il pubblico, quando c’è questo raffronto con il reale. È la mia verifica assoluta, questa, al di la di tutti i discorsi e di tutti i dubbi.

Ultimamente sto vivendo un periodo particolarmente difficile: non ho voglia di lavorare e gli spettacoli li faccio solo quando, in un certo senso, mi costringono. Però ogni volta che ho fatto uno spettacolo, anche quando c’era un pubblico particolarmente difficile, ci sono stati sempre dei momenti magici: c’è stato un Pulcinella completamente vero, che esisteva in quel momento ed era innegabile. E questo per esempio è successo quando ho fatto spettacoli con i bambini a Vico Pazzariello a Napoli, come è scattato qualcosa quando l’ho fatto a Roma, da Nottetempo, dove c’erano intellettuali, professori… ed è stato un incontro abbastanza forte. Poi c’è stato anche il concerto di capodanno alla chiesa Donna Regina dove, con Luigi Crima musicista napoletano, abbiamo inserito Pulcinella, l’ambiente era enorme e la gente era entusiasta ed è andato benissimo. Tutto il resto sono chiacchiere.

 

Oggi, e direi per la prima volta, le strade di Napoli sono piene di  figuranti che si vestono da Pulcinella per fare le foto con i turisti. D’altra parte, tu sei l’unico Pulcinella che da trentacinque anni ha scelto la strada del mestiere e del lavoro in strada con il teatrino delle guarrattelle. Sicuramente avrai il polso della situazione e di cosa è cambiato in questi anni nel rapporto con il pubblico e nella funzione del Pulcinella.

Mah, mi peserebbe essere l’unico. Perché penso che è Pulcinella ad essere unico. Per me sono tutti Pulcinella anche quello che va in giro con il fischietto per i turisti, ognuno a suo modo rappresenta la maschera, anche nel modo che può sembrare il peggiore. Ogni cosa va presa per quello che è.

bambini e città

Anche a Napoli si occupa

di Maurizio Braucci

Murales di Blu all'ex Opg

murales di Blu all’ex Opg

Negli ultimi anni Napoli ha visto l’occupazione di numerosi spazi pubblici da parte di collettivi politici e gruppi di attivisti. Le cinque occupazioni più recenti dello Scugnizzo Liberato, di Je so’ pazzo, del Giardino Liberato, della Santa Fede Liberata e del Parco Autogestito Don Gallo si aggiungono alle precedenti de L’Asilo, dello Zero81, di Villa Medusa Occupata, del Lido Pola, della Mensa Occupata, di Mezzocannone Occupato e di Insurgencia in una nuova stagione di esperienze di autogestione che era stata così intensa solo nei primi anni ’90. Tracciamone una mappa per capirne limiti e possibilità nel contesto napoletano dove la partecipazione democratica è storicamente, e in modo profittevole per il potere, carente.

L’Asilo è un collettivo che nasce nel 2012 con l’occupazione da parte di un gruppi di artisti – sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma-  di un ex orfanotrofio nel centro storico, a pochi metri dalla famosa strada dei pastori di San Gregorio Armeno. L’occupazione si era originata come protesta contro l’inutilità del Forum delle Culture che lì aveva sede – evento che a Napoli ha avuto l’unica sua stagione di assoluta inefficacia anche come attrattore di risorse per la riqualificazione di aree urbanistiche – occupazione che poi è diventata rivendicazione di uno spazio di attività per artisti fuori dal circuito, per  “lavoratori e lavoratrici dell’arte, della cultura e dello spettacolo”. Pochi mesi fa, con delibera comunale, l’Asilo è diventato una realtà legale attraverso un’innovativa modalità di assegnazione, secondo il principio dell’uso civico urbano, basata sul concetto di bene comune e che ha portato alla legalizzazione non di un soggetto giuridico assegnatario ma della funzione culturale dello spazio affidandola ad un’assemblea aperta, promossa da un comitato di garanti. Finora, anche se abbonda di laboratori e incontri e spettacoli, l’Asilo non si è però caratterizzato come un centro di produzione artistica indipendente, nel senso di sinergie produttive alternative al circuito ufficiale, anche se al suo interno resta forte il dibattito sulla tematica del lavoro creativo e la sua dimensione prevalente è quella culturale.