università

Lettera da uno studente di Scienze della Formazione Primaria

Ombra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 di Giovanni Cuculi

Cari Asini,
cosa volete che vi scriva, che già non vi possiate immaginare? Se la situazione è disastrosa ovunque, figuratevi in una facoltà di “Scienze della Formazione Primaria”. Ci vuole poco per farsi un’idea: prendi gli ultimi vent’anni (chiamali berlusconismo, mutazione, o come vuoi), facci crescere dentro i giovanissimi, diciamo dal primo giorno di vita, e poi mandali, dopo tre o quattro lustri di televisione, scuola, eroi dell’american dream e miti sbagliati, in una facoltà in cui chi esce è automaticamente abilitato all’insegnamento. Cosa succede? Succede che prima di tutto in questo posto la maggior parte degli iscritti vuole solo ed esclusivamente prendere il foglio che lo cullerà nel caldo alveo dell’impiego pubblico – lo stato non prometterà stipendi regali, ma garantisce lo stipendio a fine mese. Ogni sussulto sarà una rivendicazione sindacale di bassa lega.
Secondo, ma forse più importante dato: chi avrà consegnato loro la voglia e la curiosità che servono per esercitare a modo la professione? Ecco, appunto, nessuno: la politica parla di Marte, la scuola di Saturno, la musica delle rock-star, ed ecco che si arriva al primo anno di Scienze della Formazione completamente annichiliti, senza che nessuno abbia speso mezza parola su cosa sia l’educazione, cosa resti della formazione, del sapere. Nel frattempo, il discorso pubblico “di sinistra” è drammaticamente appaltato dagli insegnanti-scrittori di Repubblica (dalla Mastrocola in poi) che hanno della scuola un’idea tanto ingenua quanto passatista – e non cito, di proposito, i reazionari, gli intellettuali prestati all’istituzione scolastica, o i cantautori-professori.

il nuovo numero

L’ora di svegliarsi

Front cover 19Gli asini n. 19
gennaio/febbraio 2014

 

Strumenti
Come si formano i maestri di Giovanni Cuculi
Obiezione di coscienza all’Invalsi di Piero Castello
I Bes: bisogni educativi specialissimi di Edoardo Acotto

Scuola e migranti
Una classe di soli stranieri di Roberto Panzacchi
incontro con Luca Lambertini e Gianluca D’Errico
Idee per l’accoglienza di Gianluca D’Errico
Disorientamento o orientamento di Marco Romito
Nessunposto. Una scuola a Milano di Sara Honegger
Diritto d’asilo di Michele Manocchi 

Guerra e pace, violenza o nonviolenza
Sangue risparmiato di Anna Bravo.
Incontro con Luigi Monti
La guerra ai migranti. Riflettendo sul saggio di Anna Bravo di Sara Honegger

Film: Educazione e ecologia
Il clima è fuori dai gangheri di Gianfranco Bettin
Breve storia dell’ambientalismo italiano di Pier Paolo Poggio
Terra dei fuochi 1. Emergenza rifiuti tossici di Giovanni Zoppoli
Terra dei fuochi 2. I giovani si organizzano
di Fabio Guida incontro con Goffredo Fofi
Orti di pace di Pia Pera
Giardinaggio planetario di Lorenza Zambon
La teoria dell’educazione cosmica di Grazia Honegger Fresco 

i doveri dell’ospitalità
La lepre con la faccia di bambina di Laura Conti 

Immagini
Un teatro delinquenziale nella fortezza di Volterra 

Scenari
Adèle disegnata e filmata di Federica Lucchesini
Giochi o non giochi di Beniamino Sidoti
I film che raccontano i minori di Dario Zonta
Come si inganna la gioventù di Nicola Villa 

Per richiederne copia
abbonamenti@gliasini.it

Abbonamento on-line con carta di credito: http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/479-2/

il libro

Lettera al figlio di Michele Serra

illustrazione di Anthony Browne

illustrazione di Anthony Browne

di Nicola Villa

Il primo impulso, appena finito di leggere Gli sdraiati di Michele Serra, è quello di scrivere una lettera al figlio dell’autore per esprimergli tutta la nostra simpatia e solidarietà. O anche scrivergli un semplice e laconico sms con “coraggio!” o “resisti!”. Oppure un messaggio su facebook di “amicizia” e comprensione. Potrebbe essere questa la reazione alla lettura di un pamphlet, in forma di lettera al figlio appunto, così auto-indulgente verso il padre, e quindi i genitori, e così prepotente contro i figli, pur ammettendo una responsabilità fasulla. Gli sdraiati è stato “campione d’inverno” della classifica dei libri più venduti proprio perché ha suscitato una sorta di riconoscimento genitoriale. Leggendolo si pensa alle migliaia di genitori – magari divorziati borghesi più o meno ricchi del noto giornalista di “Repubblica” e “L’Espresso”, autore televisivo e umorista – che, rispecchiandosi nel ruolo di genitore esausto e riconoscendo in quello di Serra i propri figli “sdraiati”, potrebbero esclamare: “finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire che quella dei figli è una generazione di merda”.
“Gli sdraiati” sono i non-partecipanti non solo al mondo degli adulti, ma al mondo tutto e al presente. Sono gli abulici, i depressi, gli apatici, i figli viziati che hanno tutto e non danno nulla. Per rendere l’idea ecco una descrizione del figlio di Serra, un paradigma dell’“essere sdraiato”: “Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso, con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti”. Raccontare la nuova generazione X, o meglio la “generazione s”, quella degli “sdraiati”, adolescenti inermi e orizzontali davanti a qualsiasi schermo digitale (computer, tv, tablet, smartphone) è la grande promessa non mantenuta di questo libro. Perché quello che interessa a Serra-padre non è ascoltare Serra-figlio o dargli voce in rappresentanza dei suoi coetanei, ma semplicemente lavare “i panni sporchi” in pubblico. È questo, probabilmente, il segreto del successo del libello: fare i conti con il lato “sporco” del rapporto padri-figli in cui molti lettori possono riconoscersi o meglio immergere le mani. Tra l’altro nell’agile libro non ci sarebbe spazio per alcuna altra voce, perché l’ego smisurato e ispirato di Serra-senior l’occupa tutto da cima a fondo.

visioni

I film che raccontano i minori

di Dario Zonta

Nell’ultimo anno cinematografico sono apparse delle opere interessanti, a volte molto notevoli, che hanno raccontato il viaggio dell’infanzia e dell’adolescenza. Nella selezione che qui vi proponiamo ci siamo limitati a presentare le opere di produzione indipendenti se non addirittura “anarchiche” americane, del centro e del nord perché numerose e tali da immaginare un percorso.

la_gabbia_dorataLa gabbia dorata
Diego Queimada è un giovane esordiente, ha quaranta e passa anni ed ha svolto diversi lavori in produzioni sparse in tutto il mondo. Spagnolo, ha studiato all’American Film Institute e ha lavorato a vario titolo con molti registi diversi per impostazione e formazione. Tra quelli che lo hanno più segnato c’è Ken Loach di cui è stato assistente alla fotografia e dal quale, dice, ha preso molto. Come una spugna che filtra e trattiene solo quel che gli serve, Quemada ha preso quello che gli è sembrato giusto definendo poi un percorso autonomo e originale, lontano da vizzi e vezzi dei suoi più accreditati colleghi.
Il film d’esordio lo firma a quarantaquattro anni, un esordio maturo. Il “metodo” che ha seguito per girare La gabbia dorata è più vicino al cinema documentario che a quello di finzione (pure realizzando alla fine un film a soggetto e finzionale). Ha impiegato infatti dieci anni, Quemada-Diez per raccogliere le informazioni e per prepararsi a girare questo film sull’epica contemporanea dell’immigrazione clandestina sulle rotte centroamericane. Rifacendosi a modalità vicine all’inchiesta sociale, Quemada-Diez ha raccolto e realizzato centinaia  di interviste a immigrati di diversa età e provenienza che hanno attraversato la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Li ha avvicinati da solo e senza alcuna strumentazione che non fosse il taccuino e la penna. Non ha voluto neanche usare la videocamera perché sostiene che sia un mezzo che altera la verità del racconto. Queste interviste hanno rappresentato la base per la scrittura di un film “a soggetto”, finzionale, completamente basato sul solco di storie vere.

il libro

Normali e diversi nel nuovo Coetzee

"Child and aunt" di Paul Klee

“Bambino con zia” di Paul Klee

di Giacomo Pontremoli 

Tra i più intelligenti e necessari scrittori in lingua inglese della sua generazione, tra i più irrequieti, il sudafricano J. M. Coetzee è anche il più familiare alla dimensione dell’apologo e dell’allegoria. Due sembrano esserne le ragioni, la seconda in parte determinata dalla prima: l’esperienza dell’apartheid, dove il pensiero per esprimersi deve eludere con degli stratagemmi il controllo autoritario; e la potenziale radicalità della parabola, che permette di restituire la realtà non limitandosi ad elencarne i fenomeni ma restituendone il senso di fondo (in Coetzee, l’orrore, di un esistente e di un sistema, di una “situazione del potere” conformista e razzista). Dagli esordi di Terre al crepuscolo e Nel cuore del paese fino al celebre Vergogna, passando dal più importante e grande di tutti secondo chi scrive, Aspettando i barbari, questa chiave dell’apologo ne segue e segna l’intera opera (fa parzialmente eccezione l’autobiografica trilogia romanzesca di Infanzia, Gioventù e Tempo d’estate, essenziale alla comprensione del suo percorso come a quella della sua ideologia dell’artista).
Anche L’infanzia di Gesù (Einaudi 2013, traduzione di Maria Baiocchi), il nuovo romanzo, è un’allegoria. Ma la sua necessità è contemporanea ed europea: oltre ad illustrare la declinazione attuale delle scelte di Coetzee, ne illumina il giudizio sul fondo non meno persecutorio e omologante dei nostri conformismi e razzismi avanzati; denuncia, del vecchio vincolo, il nuovo volto “moderno” e “civile”.
Lo sfondo della narrazione è un futuro astorico: un misterioso paese dove si parla spagnolo. La memoria è dissolta. Il protagonista Simòn, abituale individuo coetzeeano famigliare al lettore, sussiste centrale e rivela anzi qui le sue fondamentali caratteristiche (e le sue carte); ma l’autentico centro del romanzo è un bambino chiamato David, che l’adulto incontra su una nave in rotta per il “campo” che porta a Novilla, l’altro mondo, e segue nella ricerca della madre con tranquillo affetto spontaneo.