scuola

Voti a perdere

della segreteria nazionale del Movimento di cooperazione educativa

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Da quando è stata lanciata a gennaio 2015 la campagna “Voti a perdere” ha raccolto circa 2000 firme. I firmatari sono di diversa provenienza: insegnanti di tutti gli ordini scolari, compresa la secondaria di II grado e l’università, dirigenti scolastici, genitori, impiegati della pubblica amministrazione, pensionati ex insegnanti, ricercatori, educatori, rappresentanti di associazioni… tutti coloro che si sono ritrovati per diverse ragioni a dover fare i conti con questo sistema di valutazione degli allievi e ne hanno compreso la dannosità.
La raccolta non è ancora conclusa, proseguirà fino a quando verrà assunta da parte del versante politico, cioè da parlamentari che condividano tema ed obiettivi e siano davvero disponibili a farsene carico e a prendere le necessarie iniziative istituzionali.
Richiamiamo brevemente quanto scritto nel documento della campagna:
“..I docenti si muovono in contesti molto sfavorevoli, sia dal punto di vista dei vincoli che possiedono, sia dal punto di vista delle indicazioni presenti nelle leggi, come nel caso della Legge sulla Valutazione, in forte contraddizione con finalità e obiettivi della pedagogia delle Indicazioni Nazionali per il curricolo. La valutazione sommativa è in evidente contrasto con le Indicazioni nazionali che fanno riferimento esplicitamente a una valutazione formativa.
Tempi ristretti, rapidità delle forme di compilazione, mal si conciliano con un’idea di individualizzazione degli apprendimenti, di rispetto dei diversi stili e ritmi di apprendimento, di comunità docente riflessiva, di motivazione intrinseca.”
Ma perché questa campagna? Quale scuola ha in mente il MCE? Da dove esce fuori il “fuoco pedagogico” che ci muove?
Riportiamo qui alcuni passi significativi dell’articolo di G. Cavinato pubblicato il 14 marzo “Mal di scuola…quando non c’è cooperazione” che ben descrive la nostra idea di scuola.
“Sogniamo una scuola della RICERCA, della NARRAZIONE, della DISCUSSIONE, dell’AVVENTURA. Una scuola che affronti l’imprevisto e non si trinceri nella routine della lezione e della ripetitività. Una scuola così considera gli alunni, qualunque sia la loro età, soggetti ISTITUENTI e non ISTITUITI. Una scuola dell’AUTOGESTIONE di tempi, spazi, ritmi, progetti. L’autonomia senza autentica autogestione è puramente tecnica e amministrativa…
È una scuola in cui si costruiscono gli apprendimenti attraverso la negoziazione dei significati, la multi modalità degli insegnamenti, il dialogo pedagogico per il riconoscimento e la valorizzazione degli stili di apprendimento personali e delle strategie di elaborazione, che solo nel gruppo trovano la loro valorizzazione e possibilità di espressione…
Ma una scuola così ha bisogno di un’IDEA DI SCUOLA inclusiva, aperta al sociale, laica, liberatrice di creatività, purtroppo assente dai pensieri dei nostri riformatori. Ha bisogno di una pedagogia della lentezza, di tempi di ascolto, di sospensione del giudizio, di osservazione partecipante di un sano impianto artigianale e laboratoriale. Ha bisogno di riconoscimento sociale della sua funzione.”

Quest’idea di scuola mal si concilia con l’uso dei voti e quindi motiva di per sé questa campagna, al di là del momento contingente che stiamo vivendo.

Petizione: per firmare clicca qui
Il MCE ha stilato una lettera per le scuole che dovrebbe servire per stimolare la riflessione su questi temi e invitare tutti a firmare la petizione.

il lavoro sociale

I problemi psicologici di educatori e operatori

illustrazione di Adrian Tomine

illustrazione di Adrian Tomine

di Benedetta Lorenzoni 

Non intendo in questa sede affrontare le scelte politiche per cui non si investe sul sociale: il problema è enorme, e non credo che quello che potrei dire andrebbe oltre i luoghi comuni. Vorrei occuparmi,  invece, di una tematica, per quel che ne so, ancora poco studiata: le cause dei problemi psicologici di chi lavora nel sociale. Si sa, infatti, che le professioni sociali e di cura sono ad alto rischio di burnout. Vorrei parlarne non solo a causa del mio lavoro – faccio la psicologa – ma perché proprio di problemi psicologici con se stessi e con gli altri secondo me si tratta.
Il Sociale. Che il nome non aiuti? Eppure questa parola in me suscita associazioni a concetti quali solidarietà, comunanza, legame, appartenenza. Ma forse ciò che suscita nella maggioranza delle persone, comprese quelle che nel sociale ci lavorano, sono associazioni a concetti quali povertà, ignoranza, marginalità, svalutazione. Da un punto di vista prettamente psicologico, credo che la causa principale dei problemi relativi al terzo settore sia l’atteggiamento di fondo di chi ci lavora. Di cosa sto parlando quindi? Dell’insoddisfazione interiore, dei cattivi rapporti interpersonali, del confondere il lavoro con il volontariato, delle poche gratificazioni di cui gli operatori si lamentano – a tutti i livelli – e che riguardano soprattutto le relazioni tra colleghi e con i clienti.
Perché? Perché persone che desiderano lavorare per il benessere degli altri – quindi dovrebbero essere empatici, provare gioia di dare e di ricevere, avere soddisfazione dal loro lavoro – si sentono nella maggior parte dei casi, degli “sfigati”? Sto parlano della maggioranza di associazioni, cooperative sociali, volontari e via dicendo che ho conosciuto, con cui ho collaborato e di cui ho sentito parlare. So che c’è una minoranza di queste realtà che vive in modo diverso e più soddisfacente, ma il fatto che siano una minoranza è di per sé già un sintomo di malessere.
Provo a capire – e a proporre qui – i motivi di tutta questa insoddisfazione, dopo una vita spesa a viverci dentro, a farmi domande che non hanno finora trovato risposte soddisfacenti. Perché è totalmente illogico e irrazionale voler proporre stili di vita solidali e poi non essere né soddisfatti del proprio lavoro, né coerenti con quella che sembra essere la scelta di vita migliore per tutti. Perché non tutti quelli che lavorano nel sociale si comportano correttamente, secondo il detto “chi predica bene razzola male”.
Il mio tentativo di spiegare tutto ciò parte da alcuni principi implicitamente condivisi, quasi dei dogmi:
Primo dogma: bisogna essere buoni.
Secondo dogma: per essere buoni bisogna rinunciare.
Terzo dogma: chi rinuncia per gli altri è già di per sé buono.
Ma è vero? No, non lo è.

bambini e città

Lavorare nel sociale. I bambini

di Giovanni Zoppoli

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach


Che cosa serve per lavorare con l’infanzia nel sociale?

Sono molte le strade che possono portare a scegliere questa fascia d’età per la propria attività prevalente, e probabilmente la via universitaria resta tra le peggiori. Io mi ci sono trovato senza accorgermene più di tanto, e soprattutto senza sospettare che  potesse diventare un lavoro (inteso anche come fonte di sostentamento economico). Alla fine delle superiori l’anarchismo, il pensiero libertario e gli echi della critica radicale degli anni ’60 si intrecciarono al forte sentimento di insopportazione verso il mondo che mi circondava. E nei bambini trovai rifugio. Mi sembrarono gli unici con cui poter trascorrere del tempo senza stare male. Gli unici con cui ripartire alla scoperta di un essenziale da spogliare da oggetti e parole superflue. Furono autori come Dewey, Rogers, Freinet, Word, piuttosto che i pensatori di grido del momento, a darmi strumenti e approcci utili per cercare il bandolo della matassa.
E mi apparve quasi immediatamente con chiarezza quanto negli asili, nelle scuole elementari ma anche nelle ludoteche e negli altri “luoghi sociali” si giocasse in realtà una battaglia, la vera battaglia, quella molto più antica e profonda della lotta tra proletari e borghesi, tra bianchi e neri, ricchi e poveri: la guerra tra adulti e bambini. Il lavoro con i bambini impone, a un certo punto, di prendere una posizione rispetto a questa lotta.

educazione e politica

Se non si lotta, si perde

illustrazione di Adelchi Galloni

illustrazione di Adelchi Galloni

Un tempo non si parlava di operatori sociali o di assistenti sociali ma di militanti, interessati alla difesa degli interessi dei proletari e dei poveri (i “non abbienti”), e alla loro “presa di coscienza”, alla loro organizzazione, alle loro lotte. Chi sentiva di dover occuparsi dei proletari e dei poveri – e poteva essere credente o non credente, di origini proletarie o di origini borghesi – era mosso da istanze di giustizia, da sentimenti di solidarietà. Sapeva di avere avuto in sorte dalla vita qualcosa di più di quelli di cui si occupava, e sapeva di dover dare qualcosa indietro, agendo insieme a loro per l’affermazione di un mondo migliore. Non si sentiva superiore o diverso, solo più colto, più cosciente. La parola sociale evocava quasi automaticamente la parola socialismo.
Finita la sinistra, finito un modello di capitalismo (di produzione, di economia) soppiantato da un modello iper-liberista e dal dominio della finanza, è finito anche il welfare, che in tempo di vacche grasse aveva permesso iniziative e istanze che, pur marginali e minoritarie, erano tuttavia vivaci e originali: l’affermarsi del “terzo settore”, la miriade di associazioni che si occupavano di settori particolari del disagio sociale. Dapprima il nuovo modello economico ha riservato a questi gruppi e persone la cura di chi non bastava lo Stato ad assistere, liberando lo Stato da incombenze dirette e gravose, costose, ma poi lo Stato, a seguito della crisi e sotto l’influenza dei nuovi modelli e dei nuovi poteri, ha stretto le corde della borsa, e ha scelto di lasciare i poveri, i disagiati, i malati a se stessi, e adesso di abbandonare a se stessi anche i mediatori, gli assistenti, gli operatori – come ha fatto o sta facendo anche in altri campi dell’intervento statale, a cominciare dalla scuola.

scuola

La cattiva scuola

di Mauro Boarelli 

immagine di Roland Topor

immagine di Roland Topor

È uscito oggi (20 marzo) il disegno di legge sulla scuola approvato dal Governo Renzi, su cui dovrà esprimersi, presumibilmente in tempi rapidi, dato “il ricatto” della stabilizzazione dei precari, il Parlamento italiano. Iniziamo a discuterne con un commento a caldo di Mauro Boarelli. (Gli asini)

 

1. Il metodo è il merito
Il progetto “La buona scuola” presentato con grande enfasi nel mese di settembre da Renzi in persona inizia a diventare realtà attraverso una serie di provvedimenti legislativi. Il primo è un disegno di legge sulla cui natura è bene soffermarsi, perché il metodo e il merito sono strettamente intrecciati.
La prima parte del disegno è quella che sarà di immediata applicazione una volta concluso l’iter parlamentare. Riguarda l’autonomia scolastica e i poteri dei dirigenti, il sistema di reclutamento dei docenti, la stabilizzazione dei precari (drasticamente ridimensionata rispetto ai roboanti proclami iniziali), l’alternanza scuola-lavoro, l’estensione del “cinque per mille” alle istituzioni scolastiche e l’introduzione di una nuova forma di finanziamento alle scuole private sotto forma di detassazione delle erogazioni liberali. Nelle intenzioni del Governo questa parte doveva essere oggetto di un decreto legge, e l’obiettivo era stato illustrato con i consueti toni sprezzanti: “Lo strumento del decreto ci consente di fare tutto in fretta, perché siamo stanchi di queste riforme annunciate ad inizio legislatura, e poi vanno in Parlamento e si perdono nella palude parlamentare e quindi non si conclude mai una riforma utile della scuola. Faremo un decreto, ci sta dentro tutto quello che reputiamo essere utile per la scuola in Italia [….].” (Davide Faraone, sottosegretario all’istruzione, alla trasmissione di RadioTre “Fahrenheit” del 13 febbraio 2015). La retromarcia non deve stupire. Le proteste contro questo vero e proprio colpo di mano non devono avere impensierito più di tanto il Presidente del consiglio, abituato ad abusare della decretazione d’urgenza in misura ancora più marcata rispetto ai suoi predecessori. Stavolta, però, ha deciso con cinismo e spregiudicatezza di scaricare le responsabilità sul Parlamento, al quale è stato rivolto un vero e proprio ricatto: se non sarà in grado di approvare il disegno di legge in tempi brevissimi si assumerà la responsabilità di compromettere l’assunzione di centomila precari e di impedire che, finalmente, la scuola “cambi verso”, e a quel punto il governo sarà costretto – suo malgrado, naturalmente – a sostituirsi a un organo inaffidabile e inadempiente adottando un decreto legge.