università

Valutare l’università

intellettuale

illustrazione di Adelchi Galloni

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea.

Sono un ricercatore universitario. Dopo il dottorato di ricerca, ho beneficiato di borse, assegni e contratti di docenza e infine ho vinto un concorso, uno degli ultimissimi banditi per i ricercatori a tempo indeterminato, una figura che nel frattempo, nel 2010, la riforma Gelmini aveva abolito, nonostante le proteste di buona parte del mondo universitario. Nella mia generazione, sono tra i pochissimi “fortunati” che hanno potuto raggiungere questa posizione. La gran parte dei miei colleghi, amici e coetanei, così come molti ricercatori più anziani, è costretta ad accettare contratti e assegni temporanei, per giunta banditi in misura sempre minore a causa dei tagli di bilancio che anche l’Università subisce. Pochi tra loro, purtroppo, riusciranno ad accedere alla nuova posizione di ricercatore a tempo determinato o verranno assunti, dopo aver ottenuto l’abilitazione nazionale, come professori associati. Si tratta per certi versi di un vero dramma generazionale, oltre che di uno spreco di risorse, in quanto moltissimi ricercatori che sono stati formati per anni nelle strutture accademiche stanno cambiando mestiere o andando a cercare un impiego all’estero.

L’espulsione (o la precarizzazione senza speranza di stabilizzazione) di molti giovani ricercatori dopo lunghi periodi di praticantato e lavoro di ricerca è forse uno dei processi più visibili e quantitativamente importanti in atto nell’Università italiana di questi anni. Un altro processo estremamente visibile, e in modi ambigui e contraddittori collegato a questo, è l’aumento delle procedure di valutazione del lavoro universitario, la cui espressione massima è l’Agenzia nazionale di valutazione dell’Università e della ricerca (Anvur), istituita nel 2006 con una legge del ministro Mussi e i cui lavori sono poi cominciati tra il 2010 e il 2011, nell’era Gelmini.

altre scuole

Una scuola per giocatori di strada

Bus (1)

Un giro sul MammutBus?

Questo mondo di falsi seri ti dà la nausea?

Ti piacerebbe imparare a organizzare feste con i bambini, ma non ti piacciono le urla, i fischietti, i palloni gonfiati e più in generale i gonfiabili, nonché il dialetto simil-nordico e altri espedienti di cattivo gusto tanto in voga nell’animazione di oggi?

Ti piacerebbe far rivivere piazze e strade abbandonate attraverso giochi, musica, teatro e festa?

Ti piacerebbe partire da gioco, manualità, musica e teatro per cambiare il mondo?

E ti piacerebbe anche imparare il modo per fare di tutto questo un lavoro?

Se hai un’età compresa tra i 16 e i 24 anni e la tua risposta è sì, leggi quello che stiamo per proporti.

educazione e politica

Le insidie della valutazione

Mani con occhiodi Mauro Boarelli

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea.

 

“[…] Tu dovresti essere nella progettazione.”

“Non ho attitudine alla progettazione” disse Bud. “I test lo hanno dimostrato.”

Ci doveva essere anche questo, sulla sua scheda sfortunata. C’erano tutti i risultati del suo test attitudinale: immutabili, irrevocabili, e la scheda aveva sempre ragione. “Ma tu sai progettare” disse Paul. “E lo fai con più estro e fantasia delle primedonne del laboratorio.” […]

“Ma il test dice di no” disse Bud.

Kurt Vonnegut, Player Piano, 1952

 

 

Una macchina onnivora 

La mutazione è sotto gli occhi di tutti. Nel giro di pochi anni, nuove e invasive tecniche di valutazione hanno assunto un ruolo cruciale nel sistema dell’istruzione, dalla scuola primaria fino all’Università. Si tratta di tecniche differenziate a seconda dei destinatari e delle funzioni specifiche assegnate di volta in volta, ma accomunate da una medesima filosofia fondata sulla misurazione standardizzata e sull’approccio quantitativo.

I test Invalsi ne sono l’esempio più noto e discusso. Ogni anno circa due milioni e duecentomila studenti vengono sottoposti a questionari – in gran parte a risposta chiusa – che dovrebbero offrire una misura “oggettiva” delle competenze offerte dal sistema di istruzione nazionale. Lo stesso strumento è stato adottato anche per valutare gli studenti: i test – infatti – sono una delle prove dell’esame di terza media e presto verranno introdotti come parte integrante dell’esame conclusivo alle scuole superiori.

panoramiche

I colori invisibili di Benetton. La lotta dei Mapuche per la terra

di Aigul Safiullina

traduzione di Raoul Resta

 

Foto di Fabio D'Errico

Foto di Fabio D’Errico

Dopo circa cinque ore di viaggio da Bariloche il nostro autobus si ferma all’improvviso nel mezzo del nulla. “Leleque, La Comunità”, annuncia l’autista. “Siamo arrivati muchacha”. Fuori, i prati si estendono fino alle montagne e gli occhi a fatica riescono a fissare l’orizzonte. Non c’è nulla di simile ad una città o ad un paese, solo una piccola porta di legno improvvisata e un’insegna su un’enorme staccionata che recita: “Comunidad de Santa Rosa. Territorio Mapuche Recuperado”.

Siamo arrivati qui, in un luogo dimenticato, perduto nel cuore della Patagonia, l’epicentro di un conflitto oggi famoso a livello mondiale: Santa Rosa di Leleque, dove i membri della comunità indigena Mapuche sono impegnati in una grande lotta per riappropriarsi di terre che, come affermano gli stessi Mapuche, spettano loro di diritto, scontrandosi così con uno dei marchi dell’abbigliamento più famosi al mondo.

 

Il caso Benetton

Quando arriviamo, Santa Rosa di Leleque brulica di gente, come sempre accade da sei anni a questa parte. Non solo è la settimana del Kamaruko, la principale festa religiosa del popolo Mapuche, ma è anche l’anniversario della riappropriazione (recuperación è il termine che amano usare le comunità locali) di questo lembo di terra da parte della famiglia Curinanco – Rùa Nahuelquir e di altri 30 membri della comunità, avvenuta il 14 Febbraio 2007

“Sono molti anni che cercano di scacciarci dalla nostra terra, con l’uso della forza fisica e vantando i diritti di coloro che invasero i nostri territori,” Rosa Rùa Nahuelquir posa gli utensili da cucina, e parla. “Però sappiamo che siamo più forti, perché la verità è dalla nostra parte e ci alzeremo per difenderla, non importa quanto ci costerà.”

Atilio Curiñanco e Rosa Rúa Nahuelquir entrarono nel territorio che ora si chiama Santa Rosa di Leleque, nell’agosto del 2002.  Progettavano di tornare alle loro terre ancestrali e iniziare una nuova vita dopo tanti anni di lavoro nelle fabbriche di Texcom e  di Frigorifico nel vicino paese di Esquel. E così iniziò una lunga battaglia legale con il gruppo Benetton, per un territorio di più di 535 ettari nella provincia del Chubut, Argentina.

La famiglia Curiñanco – Rúa Nahuelquir reclama questo territorio, affermando che parte di esso apparteneva ai loro avi prima della colonizzazione della Patagonia avvenuta nel 1800. Il gruppo Benetton, invece, pone l’accento sul certificato di proprietà della terra, emesso nel 1991, quando il gruppo acquistò più di 900.000 ettari dalla società britannica The Argentine sur Land Company Limited (CTSA).

 

gli asini

Lo speciale – Valutazione e meritocrazia

cover_asini_18Il merito è importante, ci mancherebbe. Anche noi asini ne conveniamo. La Costituzione lo sancisce con uno dei suoi passaggi più belli e con la formula più socialista e meno statalista che potesse trovare: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale affinché ognuno, traduciamo e sintetizziamo, abbia quanto gli è necessario e dia quanto può e vuole.

Valutare – attività umana essenziale a ogni vero processo formativo, democratico, scientifico, culturale – significa in ultima istanza giudicare, criticare, prendere posizione. E in certi casi anche sancire un merito. Ma se abbiamo deciso di analizzare e sottoporre a critica con un numero speciale della rivista queste due categorie ormai penetrate in ogni ambito del discorso educativo è perché la ricaduta e gli effetti che esse hanno sul nostro sistema di istruzione e sulla pratica di insegnanti ed educatori svelano un avvenuto pervertimento del loro significato originale.

Valutazione e meritocrazia sono un esempio di quei concetti di plastica propri di una cultura allo sbando, che garantiscono il consenso perché “dicono” una cosa ma ne “fanno” un’altra. Promettono la cancellazione dei privilegi nel nome della neutralità della tecnica, ma li consolidano selezionando sulla base di criteri che poco hanno a che vedere con la libera crescita degli individui e molto con la necessità di incasellarli in ruoli predefiniti.

Pur essendo inevitabile allargare il ragionamento a tutte le mille forme in cui l’ideologia della valutazione condiziona quasi ogni ambito del lavoro sociale e culturale, non potevamo che prendere le mosse da quanto sta avvenendo a scuola. La diffusione ormai capillare in ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, delle prove Invalsi e di analoghi sistemi di valutazione sta riducendo la didattica di maestri e insegnanti (che già non se la passava troppo bene) a un addestramento meccanico per il supermento di test standardizzati. Da una parte e dall’altra della cattedra: non è escluso che presto, con metodi simili – come in parte già è avvenuto negli Stati Uniti e come abbiamo raccontato nel primo numero della rivista – gli alunni dovranno “meritarsi” la promozione, gli insegnanti lo stipendio e i dirigenti scolastici i finanziamenti necessari al funzionamento della propria scuola. Decida il lettore se si tratti di un piano intenzionale finalizzato a produrre ignoranza e a mantenere le divisioni, in termini di opportunità, che dividono i ricchi dai poveri, o piuttosto degli effetti collaterali di una macchina tecnocratica che, una volta messa in moto, ci è sfuggita di mano. Quello che è certo è che se da anni un movimento d’opinione, di cui anche noi ci sentiamo parte, analizza, critica e svela i lati grotteschi dei test prodotti dalle agenzie nazionali e internazionali di valutazione, non altrettanto efficacemente ha saputo inventare forme di opposizione e disobbedienza che ne arginasse l’infiltrazione in ogni ambito della vita quotidiana. Se non in situazioni isolate che sarà necessario continuare a scovare e connettere come abbiamo iniziato a fare con questo numero della rivista.

Proprio nei giorni in cui stavamo chiudendo questo numero speciale degli Asini moriva Marshall Berman, lucidissimo e appassionato critico sociale, il cui sguardo eclettico, anarchico e ironico lo distingueva dalla schiera lagnosa e rassegnata di tanti suoi “colleghi” critici della modernità. Il suo modernismo era molto semplicemente un’adesione totale e incondizionata al piacere della sfida, della critica, della pulsione creativa. Alla vita, insomma, ovunque essa si annidasse. Modernità e sue aberrazioni comprese. “Essere moderni”, scrisse lui a introduzione del suo capolavoro, L’esperienza della modernità, noi a viatico di questo numero degli Asini, “vuol dire vivere una vita imperniata sul paradosso e sulla contraddizione. Vuol dire essere continuamente sopraffatti da immense organizzazioni burocratiche che hanno il potere di controllare e, spesso, di distruggere ambienti, valori e vite. E tuttavia proseguire imperterriti nella propria determinazione di tener testa a queste forze, di combattere per cambiare il mondo e farlo proprio. Vuol dire essere rivoluzionari e conservatori a un tempo: consci delle nuove possibilità d’esperienza e d’avventura, terrorizzati dagli abissi nichilistici a cui conducono tante avventure moderne, desiderosi di creare qualcosa di reale proprio mentre tutto si dissolve nell’aria.” (Gli asini)

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