maestri

La scuola di Pasolini

 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2 degli Asini.

di  Massimo Raffaeli

 

Illustrazione di Miguel Angel Valdivia

Illustrazione di Miguel Angel Valdivia

 

 

 

“Io non voglio andare a nessuna scuola.

Io non ho fatto niente.

Sei tu quella che vuole mettermi in prigione”

Luis Bunuel, Los olvidados

 

 

 

Pier Paolo Pasolini non ha mai usato né sentito pronunciare l’espressione dispersione scolastica. Ma di scuola e di ragazzi persi si intendeva come forse nes­sun altro autore italiano del secolo, se è vero che in tempi e in orizzonti culturali diversi sia Andrea Zanzotto1 sia Enzo Golino2 (due fra i suoi critici mag­giori) hanno letto nella passione cognitiva e nella tensione pedagogica il filo rosso che attraversa e lega le parti dislocate della sua enorme costellazione testuale, fatta di poesia lirica e civile, di narrativa, di cinema, di giornalismo engagé.

Figlio di una maestra elementare, Pasolini conosce la scuola da studente e da insegnante: prima al Liceo “Galvani” e all’Università di Bologna (dove studia con Longhi e Calcaterra) e poi nella scuoletta di campa­gna del Friuli materno, tra il 1946 e il 1949, a Valvasone, da cui viene allontanato in seguito a denuncia per atti osceni e di libidine nei riguardi di un minore. Chi l’ha visto insegnare ci dice comunque che si tratta di un professore nato, inventivo, stimolante, socratico, in sintonia con lo squisito poeta, felibrista che viene intanto componendo il seguito delle Poesie a Casarsa. In altri termini, è un professore forse segretamente intrigato dal corpo dei propri allievi ma teso a estrarne la sostanza più segreta e delicata: cioè la sintesi linguisti­ca di soma/psiche, la progressiva consapevolezza di appartenere a una cultura millenaria, rurale e artigia­nale, la stessa che il nascente neocapitalismo (e sarà l’i­dolo polemico dell’ultimo Pasolini) comincia inesora­bilmente a cancellare.

Dopo lo scandalo, e come in un romanzo, fugge con la madre a Roma, senza mezzi economici né prospettive di lavoro. Per sopravvivere, insegna alcuni anni nella Scuola Media “Petrarca” di Ciampino. Roma gli appa­re comunque quello che è, un Friuli sottoproletario moltiplicabile al cubo, una immensa periferia levanti­na; di giorno la scuola e di notte l’inferno delle bor­gate sono l’esperienza del poeta-insegnante:

“I Lungotevere pieni di pisciatoi, il Gianicolo con le sue battone, il Porto nero di sterco e preservativi, il Ciriola con i suoi ragazzi strafottenti che si danno al primo sguardo, compongono la sua Roma del 1950, visionaria e musicale. (…) Nelle borgate c’è il popolo romano, mescolato adesso agli emigrati recenti, ma che solo pochi decenni prima era il secolare nervo centrale di Roma. La sua storia e quella delle violen­ze subite dal fascismo che lo ha sradicato dalle sue antiche sedi, Borgo Pio, Trastevere, San Lorenzo, e lo ha disperso tra la borgata Gordiani, Pietralata, il Tiburtino III, dove sopravvive con il suo antico spirito belliano”3

Gli adolescenti frequentati da Pasolini sono da un lato dei moderni adusti (corpi splendenti, quasi fuorusciti dal realismo longhiano: la linea di Giotto/Masaccio/Piero/Caravaggio) dall’altro tran­ches de vie, pezzi di natura culturalmente intatta, potenziali abitanti del Terzo Mondo:

 

appuntamenti

INSEGNANTE L2 SPECIALIZZATO

INSEGNANTE L2 SPECIALIZZATO

per richiedenti asilo, rifugiati e migranti vulnerabili

 

10 OTTOBRE 2014 / 20 FEBBRAIO 2015

Centro Interculturale Miguelim

Scuola d’italiano L2 di Asinitas Onlus

via Policastro,45 – Roma

 

La qualità dei progetti sociali si misura nella qualità del gruppo di lavoro che si mette in campo. Lavorare con persone socialmente fragili come i migranti vulnerabili, i richiedenti asilo, i rifugiati e i beneficiari di protezione internazionale (r.a.r) richiede una formazione specifica e accurata. Il corso affianca all’acquisizione di saperi teorici di base a cura di esperti nel settore, una formazione metodologica condotta in maniera esperienziale da professionisti con un forte background di lavoro sul campo. 86 ore intense di formazione, organizzate in 11 moduli tematici, che fanno leva sulla costruzione del gruppo come contesto stesso di apprendimento, affiancando alle lezioni frontali percorsi e strumenti come laboratori, studio di casi, simulazioni e role play, visite e attività sul campo in grado di favorire una formazione globale volta non solo al sapere, ma anche al saper fare e al saper essere.

Programma in sintesi:

 

MODULO I Presentazione e costruzione del gruppo (4 ore)

MODULO II Richiedenti asilo e rifugiati: i contesti d’origine (16 ore)

MODULO III A scuola con i migranti forzati (8 ore)

MODULO IV L’uso del corpo e la pedagogia dell’espressione (4 ore)

MODULO V Favole, fiabe e miti (4 ore)

MODULO VI Giocando s’impara… a mettersi in gioco (8 ore) a cura dei cemea del mezzogiorno onlus 

MODULO VII Lingua e linguaggi (28 ore)

MODULO VIII Analfabeti ed analfabetismo (8 ore)

MODULO IX Equilibri: il movimento condiviso (4 ore) a cura dei cemea del mezzogiorno onlus

MODULO X Ricerca, documentazione e comunicazione (4 ore) a cura dell’archivio delle memorie migranti

MODULO XI Chiusura e feedback (4 ore)

 

Materiali da scaricare:

PROGRAMMA

REGOLAMENTO

Modulo d’Iscrizione

LOCANDINA

 

il libro

Uomini-bestie o uomini-uomini

 

Illustrazione di Bruno Zocca

Illustrazione di Bruno Zocca

Questo articolo è un anticipazione del numero 22-23 de “Gli asini” che sarà in tutte le librerie dal 15 settembre. Abbonati subito per riceverlo in anteprima.

 

 

di Nicola Villa

“In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte”. È un romanzo sorprendente sin dall’incipit, Quando eravamo prede, dello scrittore quarantenne Carlo D’Amicis (pubblicato da minimum fax). Siamo negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, preistorico e arcaico, al centro del quale, il Bosco, vivono i cacciatori, uomini che sopravvivono proprio grazie allo sfruttamento, all’uccisione della fauna che li circonda. Il Bosco è un luogo pericoloso, tantoché, proprio per la sopravvivenza del branco, le donne sono state relegate sugli alti pascoli, visitate ogni tanto da Toro, l’ultimo uomo rimasto fertile, capace di riprodursi, tra i cacciatori. Solo una donna si è ribellata alla regola, la Cagna, tentando con il vecchio e alcolizzato Alce di allevare Agnello, uno dei pochi giovani, nuovi nati e futuri cacciatori. Il mondo dei cacciatori vive nell’ignoranza: non si sa perché siano diventati sterili, non si sa che cosa ci sia dietro la Linea di confine e soprattutto che reale minaccia venga dalle Scimmie e Gorilla, le prime delle donne evolute, i secondi una sorta di polizia violenta e organizzata che vivono nel mondo esterno.

Siamo apparentemente negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, insieme preistorico e ultra-moderno, quasi all’origine e alla fine della Storia allo stesso tempo: i cacciatori possiedono, infatti, dei fucili semi-automatici browning e barattoli e bottiglie di birra che distillano da soli negli scantinati, mentre il fiume recapita dall’esterno oggetti sconosciuti e rottami che soltanto il vecchio Formica, l’unico che possiede la tecnica, sa riciclare in munizioni per i fucili.

visioni di infanzie

In un film, le cose brutte di Napoli e dell’Italia

Illustrazione di Jacob Stead

Illustrazione di Jacob Stead

Questo articolo è un anticipazione del numero 22-23 de “Gli asini” che sarà in tutte le librerie dal 15 settembre. Abbonati subito per riceverlo in anteprima.

 

 

di Goffredo Fofi

 

Dodici anni dopo aver raccontato quattro ragazzini e il loro ambiente – Napoli case e strade, assente per la sua irrilevanza la scuola – in un documentario di dodici anni fa, Intervista a mia madre, Ferrente e Piperno hanno avuto l’ottima idea, con Le cose belle, di verificare a distanza cosa è accaduto di quei protagonisti, due maschi e due femmine, figli di un proletariato marginale e metropolitano sempre a rischio di sottoccupazione o disoccupazione. Partono da ieri, ma quando affrontano l’oggi non esitano a fare confronti, a inserire con saggezza qualche immagine di ieri nel contesto di oggi. I quattro “minori” del documentario si sono fatti “maggiori”, hanno superato di molto la soglia dei 18 anni e si sono visti traditi dalla vita. Ora, c’è un tradimento delle speranze e delle aspirazioni che si hanno nell’infanzia e nella gioventù che può essere sia biologico (l’invecchiamento: le nostre cellule cominciano a morire assai presto) che metafisico (l’incontro-scontro con “la conoscenza”) e ce n’è uno con la società che sarebbe anche rimediabile se gli antichi sogni di costruire società rette da giustizia e solidarietà potessero avverarsi. Se quest’aspirazione non dovesse fare i conti con l’economia e con la politica – che, oggi in particolare, perché non c’è chi vi si oppone e propone altro, sono il regno dell’ingiustizia, dell’egoismo dei forti e dei furbi.

la poesia

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

di Bertolt Brecht

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

le donne nelle cartolerie dei sobborghi

comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.

Disperate cavano i loro ultimi soldi

dai borsellini logori, lamentando

che il sapere sia così caro. E dire che non hanno

la minima idea di quanto sia cattivo il sapere

destinato ai loro bambini.