urbanistica del disprezzo

Il pallone con la miccia corta

di Maurizio Braucci

Illustrazione di Andrea Bruno

Illustrazione di Andrea Bruno

  

Sabato scorso, per la prima volta un’arma da fuoco ha fatto la sua comparsa con un ruolo attivo negli scontri tra tifoserie calcistiche, i più tradizionali scontri con coltelli e bastoni hanno ceduto il passo ad una violenza più sanguinaria e allo stesso tempo più paranoica, che infatti ha una matrice neofascista. È uno dei segni del nostro tempo e non è un caso che il luogo sia Roma, la più grande metropoli italiana, oggi ritornata a quei livelli elevati di violenza urbana –si tirino le somme dell’aumento di violenza nella capitale degli ultimi anni – livelli che la città vide già nei primi anni settanta, all’apice di una profonda trasformazione socioeconomica che fu l’argomento saliente del nostro Pasolini. Invece di cercare di capire, i media sono stati presi a confezionare un servizio d’effetto e gli opinionisti a vendere le loro competenze – anche Saviano ha sbagliato, non ricordandosi che  Ryszard Kapuściński ci ha insegnato che “mafia” non può essere una parola magica per spiegare ogni cosa.

La dinamica mediatica è stata dominata dalla sequenza d’immagini dell’Olimpico, del centrocampista e capitano del Napoli Hamsik mentre parla con uno dei capi degli ultras in tumulto. Un incontro che invece di essere interpretato come tentativo di capire i rischi del durante e del dopo partita – tentativo nemmeno altruistico perché nasceva dalla tutela degli interessi delle società calcistiche – ha fatto ipocritamente gridare allo scandalo. Un paese che ha fatto accordi sottobanco per tenere in piedi dei governi non eletti, che ha convertito in pena ridicola i reati fiscali del più ricco tra gli italiani, un paese del genere si scandalizza dell’incontro tra un calciatore e un leader degli ultras malgrado la situazione drammatica intorno. Quella scena all’Olimpico è stata una delle poche relazioni giustificabili tra un club di calcio e i suoi gruppi ultras in un rapporto che altrimenti è molto malato; purtroppo la sua trasmissione distorta è indice di stupidità dell’opinione pubblica e di malignità dell’informazione.

Educazione e ecologia

Educazione cosmica

di Grazia Honegger Fresco

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Questo articolo è uscito sul numero 19 de “Gli asini”, gennaio/febbraio 2014. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea. 

 

Maria Montessori elaborò la cosiddetta “teoria cosmica” come risposta agli interessi dei ragazzini della seconda infanzia. Nel corso della sua lunga azione pedagogica, partita nel 1899 dai bambini oligofrenici fino ad allora chiusi nel manicomio di Roma, arrivata a occuparsi con serietà e partecipazione dei piccoli tra i tre e i sei anni (1907) e in seguito dei primi due anni di vita e dei neonati, era stata sollecitata già nel 1912 a cercare nuove risposte educative per gli allievi di scuola elementare.

Rispondere ai piani di sviluppo
Secondo il suo stile – di scienziata più che di insegnante – non guardò ai talenti o alle deficienze individuali, ma si preoccupò soprattutto di rispondere alle fasi di sviluppo (li chiamò “piani”) che ogni essere umano percorre dalla nascita fino all’età adulta. Non fece mai uso di premi, castighi, voti e lodi che rifiutò con la stessa decisione con cui respinse la scuola per materie e ogni altra forma di indottrinamento passivo. Per ogni piano di crescita, basandosi sull’osservazione, cercò i mezzi relativi alle varie possibilità di sviluppo, verso che cosa l’individuo si orienta, quali sono le sue richieste e le eventuali risposte… Lei stessa ne fa l’elenco in Dall’Infanzia all’Adolescenza (raccoglie conferenze tenute a Londra nel 1939, Garzanti 1970, oggi Franco Angeli 2011): per il primo piano individua le seguenti fasi: a) i primi due anni; b) da tre a cinque anni; c) sesto e settimo anno. Il secondo piano concerne gli otto-dodici anni; il terzo i tredici-diciotto ovvero l’adolescenza.
È nel secondo che il ragazzino “sente il bisogno di allargare il suo campo d’azione”, diventa insofferente verso l’ambiente chiuso della famiglia e della casa, ha bisogno di rapporti sociali più ampi. Ha costruito il linguaggio ed esaurito il tempo di scoperta sensoriale e motoria anche se l’azione inconscia domina ancora fin verso i sette anni. È il tempo della scuola elementare, la seconda infanzia. Un nuovo periodo in cui i ragazzini – se li si vuole ascoltare – esprimono curiosità e domande del tutto nuove, analoghe a quelle che possiamo trovare rappresentate nel celebre quadro di Gauguin del 1897: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?
Entrati lentamente nella realtà, ora manifestano maggiormente il bisogno di astrazione, di messa in relazione di cause ed effetti. Si pongono problemi etici, morali; esigono giustizia nei rapporti con gli altri e vogliono capire i fenomeni naturali: i perché del sole e della luna (“Come mai ogni tanto cambiano?”), dei terremoti e dei vulcani (“Ma allora se scavo viene fuori il fuoco?), delle piante e degli animali (“A che serve una mosca così noiosa?”), come del mare (“Perché non sta mai fermo?”) o dei fiumi (“Perché vanno tutti nel mare?”).
Ci sono genitori e maestri che negano di aver mai sentito domande del genere. Certo, se li imboniamo con puffi e mostriciattoli vari, IPad e pallone, dover essere e dover fare, ben poco emerge. Le domande restano chiuse, nascoste nel profondo, considerate infantili, pasticciate con il finto, con risposte rinviate magari alla scuola media, a una scienza senz’anima dove ogni materia di studio è staccata dalle altre e totalmente separata dalla vita quotidiana.

bambini e città

Orti di pace

di Pia Pera

illustrazione di Alicia Baladan

illustrazione di Alicia Baladan

Traduttrice, scrittrice e giornalista, da anni Pia Pera si è fatta animatrice e sostenitrice della pratica di coltivare orti nelle situazioni più disparate. Gli “orti di guerra” erano quei fazzoletti di terra rubati ai rioni e ai quartieri distrutti dai bombardamenti e  coltivati clandestinamente per la sopravvivenza in tempo di guerra. Orti di pace (www.ortidipace.org), di cui Pia è ideatrice, è diventato un ricchissimo punto di riferimento per raccogliere e offrire informazioni, raccontare esperienze personali, mettere in rete progetti di orti urbani, sociali e didattici.
Questo articolo è uscito sul numero 19 de “Gli asini”, gennaio/febbraio 2014. Clicca qui per abbonarti alla versione cartacea. (Gli asini)

Nulla di quanto cerchiamo di apprendere da bambini rimane, a meno di passare attraverso l’esperienza in prima persona: emozioni, manualità, risoluzione di problemi, riflessione. Tanto più per quanto riguarda l’ecologia non tanto come scienza accademica, ma come apprendimento anche affettivo di un modo di essere che induca a preoccuparsi di non nuocere al mondo, anzi, di prendersene cura.
Qui desidero soffermarmi su un’esperienza italiana, e ricordare il pioniere degli orti scolastici e in generale di un’educazione ecologica nel nostro paese, Gianfranco Zavalloni (1957-2012). Debbo a lui le mie prime riflessioni sul tenere un orto a scuola anche come modo di avvicinare i bambini alla terra, alla natura e quindi a una sensibilità non superficiale per l’ambiente. Ho incontrato questo straordinario maestro nel 2003.

maestri

Su Paul Goodman

paul goodmandi Susan Sontag

Approfittando dell’occasione offerta dalla riedizione di Individuo e comunità per i tipi di Elèuthera, pubblichiamo un estratto del ricordo che Susan Sontag dedicò a Paul Goodman a pochi giorni dalla morte, nel 1972. (Gli asini) 

[…] Era stato un mio eroe per tanto di quel tempo che non mi stupii affatto quando divenne famoso, mentre mi stupiva sempre un po’ che la gente lo desse così per scontato. Il primo libro di Paul Goodman che ho letto – avevo diciassette anni – era una raccolta di racconti intitolata The Break-up of Our Camp, pubblicata da New Directions. Entro un anno avevo letto tutto quello che aveva pubblicato, e da allora in poi cominciai a tenermi in pari. Non c’è un altro scrittore americano vivente che abbia suscitato in me la stessa elementare curiosità di leggere il più in fretta possibile qualunque cosa scrivesse, su qualunque argomento. Il fatto che io fossi quasi sempre d’accordo con lui non era il motivo principale; ci sono altri scrittori con cui mi trovo d’accordo e verso cui non sono altrettanto leale. È stata quella sua voce a sedurmi – quella voce americana cosi diretta, stramba, egotistica, generosa. Se Norman Mailer è lo scrittore più brillante della sua generazione, è certamente per l’autorità e l’eccentricità della sua voce; eppure io ad esempio ho sempre trovato quella voce troppo barocca, in un certo senso costruita. Ammiro Mailer come scrittore, ma non credo veramente nella sua voce. La voce di Paul Goodman è quella giusta. Era da D. H. Lawrence che la nostra lingua non aveva una voce cosi convincente, genuina, singolare. La voce di Paul Goodman trasmette a tutto quello di cui parla intensità, interesse, e la sua tremenda, commovente, sicurezza e goffaggine. Quello che scriveva era un energico miscuglio di compattezza sintattica e felicità di espressione verbale; sapeva scrivere frasi di straordinaria purezza stilistica e vivacità linguistica, e sapeva scrivere anche in modo talmente melenso e maldestro che sembrava fatto apposta. Ma non importava. Era la sua voce, e cioè la sua intelligenza e la poesia della sua intelligenza incarnata, che mi teneva fedelmente e appassionatamente legata. Anche se come scrittore spesso non era aggraziato, la sua scrittura e la sua mente erano intinte di grazia.

educazione e politica

Educazione e ecologia

 

illustrazione di Dadu Shin

illustrazione di Dadu Shin

Questo è l’editoriale che introduce “il film” del numero 19 de “Gli asini”, gennaio/febbraio 2014, dedicato appunto al rapporto tra il lavoro educativo e lo stato di salute della biosfera.  Abbonati ora per avere la versione cartacea.

La questione ecologica si presenta a questo punto come argomento d’interesse quasi più per gli psicologi che per gli educatori e i naturalisti. È difficile comprendere come sia possibile l’inibizione di ogni percezione della gravità e vastità dei problemi ambientali adoperata dalla maggioranza della popolazione occidentale, guidata dalla sua classe dirigente. Intere società sembrano inerti di fronte ad avvertimenti e segnali inoppugnabili dei pericoli di degrado e alterazione dell’aria, delle acque e del territorio in cui vivono assieme ai loro figli. Per quanto la dimensione di questi problemi si presenti complessa e non immediata da cogliere nella sua globalità, le esperienze quotidiane in termini di brutture e disastri sono comuni, eppure fatalismo e noncuranza hanno il sopravvento anche dopo le manifestazioni più violente dei pericoli incombenti: il moltiplicarsi dei danni per le alluvioni, i cumuli tossici trovati nelle campagne o sotto infrastrutture sempre strategiche, i danni alla salute per le polveri dei centri urbani. Queste situazioni persistono e continuano a manifestarsi senza azioni sostanziali di prevenzione o mitigazione, a meno d’interventi della magistratura o di sanzioni dell’Unione Europea, rimedi estremi all’indifferenza dei consigli di amministrazione. Unica altra possibilità contemplata è l’impiego dell’esercito, praticata per trasformare la questione in ordine pubblico.