il libro

Detachment: la scuola degli uomini

 

di Caterina Grignani

Il regista inglese Tony Kaye torna nelle sale italiane a più di dieci anni da American History X, film crudo sul razzismo e il neonazismo americano. L’America degli esclusi torna a fare da sfondo a un’altra pellicola a tema sociale, protagonista è la scuola e i suoi abitanti e la desolante realtà della periferia urbana ed esistenziale.

Gli attori sono noti, primo fra tutti il protagonista Adrien Brody nei panni del professore di letteratura Henry Barthes, e ancora James Caen, Christina Hendricks e Lucy Liu. Emergono anche le due giovani interpreti Sami Gayle, nella parte di Erica, prostituta – bambina, e Betty Kaye, figlia del regista, Meredith nel film, studentessa brillante e insicura con la passione per la fotografia. Lo scenario prende quasi vita, è un liceo di un’imprecisata provincia americana, con i classici armadietti di metallo uno dopo l’altro, i banchi e i corridoi chiassosi di giorno e avvolti dal silenzio dopo il suono dell’ultima campanella.

Detachment, sembra porsi l’ambizioso obiettivo di dipingere l’ennesima scuola periferica abitata da alunni demotivati, violenti e senza speranza e da professori che cercano di interessarli lanciandogli il salvagente della cultura. La scuola è dipinta come micro-società, ma non solo nella meritocrazia mancata, nel rimarcare classi sociali e nell’ineguaglianza delle possibilità, è soprattutto specchio di un vuoto umano, della difficoltà di comunicare, di intrecciare scambi e rapporti e di affezionarsi agli altri, di decidere se farli entrare a casa, con noi, o lasciarli fuori. È l’interrogativo universale; quanto e come entrare nel mondo, quanto farsi trasportare e coinvolgere dalla gioia o dalla disperazione degli altri? La chiave di lettura d’altra parte ci viene svelata all’inizio, attraverso l’animazione di un gesso che scrive sulla lavagna, una frase di Camus, estratta da Le Nozze; “Jamais je n’ai senti, si avant, à la fois mon détachement de moi-même et ma présence au monde”.

altre scuole

Un anno di Freie Schule

di Beatrice Borri

 

Dando seguito all’intervista a Gudrun Tolle e Silja Samerski comparsa sul numero 1 degli Asini, nell’estate del 2010 sono arrivata alla Freie Schule am Mauerpark di Berlino. Ho scelto di restarvi, interessata al funzionamento di una struttura costruita sulla partecipazione democratica di chi “fa la scuola” (bambini, insegnanti, genitori, città) e attratta dalla sensibile alterità del suo quotidiano a partire dalla gestione delle relazioni umane, educative e lavorative.

 

La Freie Schule am Mauerpark è una scuola privata, come quasi tutte le altre Freie Alternativschulen e in quanto tale riceve dal Land di Berlino il 63% dei finanziamenti che spetterebbero a una scuola statale di tali dimensioni, con cui viene pagato il personale, mentre materiali, pasti, uscite, viaggi, eccetera sono coperti dalle tasse pagate dai genitori (da 90 a 290 euro al mese, secondo le possibilità). Senza appoggio di alcuna parte politica (tacciate di elitarismo dalla Linke Partei e dalla SPD, che sostengono una scuola di massa e gratuita), le Freie Schulen si trovano generalmente nella controversia di voler mantenere da un lato l’autonomia per quanto riguarda le decisioni di metodo e l’approccio pedagogico, e dall’altro lato, di esigere dallo Stato un finanziamento pari a quello delle scuole statali, nell’idea che ogni scuola possa gestirsi dal basso, mentre lo Stato si occupa della copertura economica.

maestri

Di fronte alla crisi. Simone Weil

di Luigi Monti

 

Ogni confronto con il passato, ogni paragone fra epoche e situazioni lontane nel tempo, può diventare un comodo diversivo per non affrontare il presente con i mezzi, le analisi, l’assunzione di responsabilità che il presente richiede. Un gioco intellettuale per “chiamarsi fuori”.

Se invitiamo a confrontare, attraverso un testo illuminante di una giovanissima Simone Weil, la crisi che ha attanagliato l’Europa negli anni ’30 del secolo scorso con quella che si sta dipanando in questi mesi sotto i nostri occhi è solo perché le radici di quest’ultima ci sembrano in parte rintracciabili nello sviluppo della prima e degli anni che ne seguirono. E perché la postura intellettuale che la giovane filosofa francese oppose alla storia che le toccò in sorte, insieme alle interpretazioni che ne seppe dare in totale autonomia dalle principali posizioni politiche e storiche di quegli anni, sono ancora portatrici di una reattività contagiosa. (Gli asini)

 

Nell’agosto del 1932, Simone Weil, giovane insegnante di lettere nel liceo femminile di Le Puy, alla fine dell’anno scolastico decide di passare il suo mese di ferie in Germania. Al primo anno di insegnamento, in fase di attribuzione della cattedra, aveva chiesto come sede una città industriale del nord convinta che la lotta di classe a cui lei aveva deciso, ancora bambina, di votarsi necessitasse di un tessuto sociale e produttivo adatto. Nella vicina Saint-Étienne, fuori dall’orario di lezione, cerca e inizia a frequentare Urbain Thévenon, sindacalista della federazione degli insegnanti e attraverso di lui entra in contatto con il gruppo della rivista “La Révolution prolétarienne” erede della grande tradizione del sindacalismo rivoluzionario di inizio secolo. Simone ha 22 anni, la sua formazione politica avviene quindi non all’interno del Partito comunista, ma di un organismo che non vedeva disgiunte le istanze rivoluzionarie da un marcato spirito antiautoritario e individualista.

altre scuole

Breve storia delle scuole libere

Janusz Korczak

di Matthias Hofmann

 

Nel n.10 degli Asini  Beatrice Borri ha curato un ampio dossier sul movimento delle scuole alternative tedesche e sul dibattito che le riguarda: in Italia le esperienze e gli esperimenti fuori dal sistema scolastico statale sono pochi, e spesso privi – nel bene e nel male – di un’appartenenza a un movimento unitario. Che l’orizzonte sia una piccola scuola autonoma o la riforma (o piuttosto la rigenerazione) della megamacchina scolastica, crediamo necessario guardare a questo tipo di esperienze, convinti che difficilmente il sistema produca al suo interno sperimentazioni capaci di metterlo anche solo in dubbio.

Anticipiamo il contributo “storico” di Matthias Hofmann, maestro di una “scuola libera” di Berlino, che ha recentemente condotto una ricerca sulla storia delle Freie Schulen tedesche e che in questa sua genealogia pedagogica si sofferma sui maestri e le esperienze del passato e sulle motivazioni etiche e teoriche che le hanno ispirate. (Gli asini)

 

Scuole di libertà

Freie Schulen in Germania si dicono tutte le scuole “in libera gestione”: scuole non statali, dalle cattoliche alle steineriane, dalle scuole Montessori alle scuole democratiche. Tuttavia spesso questo termine viene usato per identificare le “scuole alternative” (Alternativschulen), che in realtà rappresentano soltanto un piccolo sottogruppo di tutte le scuole private. Queste scuole  si propongono come un’alternativa alla scuola istituzionale, aggiungendo questo connotato ad altri cui già l’aggettivo “libere” di per sé allude: in primis il concetto di libera scelta, ovvero la scelta di quale tema, o quali domande porti con sé il bambino, la possibilità degli alunni di decidere liberamente se partecipare o no e a quali delle attività proposte dagli adulti, la scelta di un maestro o di una maestra in base all’affinità. Ovviamente questo non è vero in senso assoluto, perché se in una scuola hai solo dieci adulti, devi sceglierti tra questi; nella misura del possibile, però, il tentativo è quello di lasciare questa libertà. Sebbene esistano dei principi fondamentali e imprescindibili nello statuto delle scuole cosiddette alternative, le cosiddette tesi di Wuppertal, in tedesco non esiste un concetto definibile come Alternativpädagogik: non c’è un copyright, non esiste un metodo unitario come nel caso della pedagogia freinetiana o di quella montessoriana.

università

Culi di piombo e récupération

disegno di Daniel Clowes

di Goffredo Fofi

 

Quella della récupération fu un’ossessione del Maggio francese, e uno dei manifesti prodotti artigianalmente dagli studenti di Beaux Arts mostrava uno studente in fuga inseguito da un barbuto vecchione con la scritta Cours, jeune homme, le vieux monde est derrière toi, Corri, ragazzo, il vecchio mondo ti vuol riagguantare.

Il senso era ed è chiaro: un movimento coglie le novità, fa analisi, lancia parole d’ordine, agisce, ma subito alle sue spalle il “vecchio mondo” cerca di riacciuffarlo, di usare le sue idee cambiandone il segno, “recuperandole” nella sua logica, alterandone fini e mezzi, scimmiottandole e mercificandole, tradendole e castrandole. Riportandole nell’alveo di quel che il “nuovo” ha invece combattuto e cerca ostinatamente di combattere. È successo tante volte e continua a succedere, e si resta sconcertati per la superficialità con la quale le cose che tu hai detto e proposto vengono poi usate, mai ricordandone l’origine, da profittatori che usandole pensano di poter  restare a galla e che se ne servono soltanto per proteggersi, per apparire all’altezza dei tempi, per “imbiancare il sepolcro”. In sostanza, per rimanere nel vento e seguire la moda, per profittare delle nuove situazioni così come hanno profittato delle vecchie.

Questo succede oggi massicciamente, in modi a volte più scandalosi e a volte più comici che in passato, perché di mezzo c’è la crisi, che ha cambiato le carte in tavola abbastanza radicalmente. E però, nei settori che ci riguardano – la scuola, la pedagogia, l’università, gli “intellettuali” del ramo – senza ancora produrre quei cambiamenti positivi che sarebbero necessari, ma neanche dei drastici interventi dall’alto che agiscano immediatamente sull’assetto del sistema scolastico e sulle sue gerarchie e sui loro modi di fare  Insomma, la scuola – e in particolare l’università – tirano avanti senza cambiamenti notevoli rispetto ai micidiali interventi dei precedenti governi e ministri. Però nel frattempo c’è stata… la crisi. E i discorsi che nella scuola e sulla scuola fanno i pedagogisti e gli educatori sono cambiati abbastanza rapidamente, dopo l’agosto dell’anno scorso, meno di un anno fa.