urbanistica del disprezzo

Da abuso edilizio a evento planetario: la strana storia di Dale Farm

di Nando Sigona

Foto di Susan Craig-Greene

“Abbiamo messo il sito in sicurezza”, dice Tony Ball, il sindaco di Basildon. Decine di giornalisti giunti da tutto il mondo lo circondano. Telecamere, cavi, microfoni, macchine fotografiche, riflettori sono in postazione da giorni; insolita scena da queste parti. Basildon è una new town nata nel dopoguerra dalla fusione di tre villaggi, architettura modernista a basso costo per i pendolari della strabordante Londra. Tony Ball è un politico di provincia – uno dei tanti conservatori che governano l’Inghilterra non metropolitana – che una vicenda di abusi edilizi ha portato sorprendentemente alla ribalta internazionale. La vicenda in questione si può riassumere in due righe: circa ottanta famiglie hanno costruito e abitato abusivamente su terreni di loro proprietà per dieci anni, tentando ripetutamente ma senza successo di condonare gli abusi post-facto. Una vicenda, tutto sommato, di ordinaria amministrazione che però ha intercettato, per caso o per astuta pianificazione, interessi e dibattiti che avevano luogo in altre sedi – a Westmister, a Brussels, a New York. Ed è così che Tony Ball si è trovato lo scorso 19 ottobre a commentare in diretta sui media di mezzo mondo lo sgombero violento di alcune piazzole di Dale Farm, un’area di sosta privata abitata complessivamente da un migliaio di cittadini britannici appartenenti alla minoranza legalmente riconosciuta degli Irish Travellers.

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Primavere arabe e paludi occidentali

di Luigi Monti

Vincolato (e forse in ciò esaltato) dalla rozza e sciagurata censura del governo di Ahmadinejad, con il suo ultimo lavoro, Una separazione, Asghar Farhadi costruisce grazie a una linearità e un equilibrio di scrittura straordinari una vicenda apparentemente “piccola” e inessenziale, ma capace di rompere i confini circoscritti delle vite che descrive, fino ad abbracciare questioni di ben più vasta portata. Senza però che l’universale – e in questo sta forse l’eccezionalità e insieme il messaggio del film – adombri e schiacci la piccolezza della storia e degli esseri umani che ne sono coinvolti.

È proprio una certa rigida e angusta sete di assoluto, quella di Nader, benestante impiegato di banca in una non meglio definita metropoli iraniana, borghese nello stile di vita, moderato e progressista nella visione politica, capace di slanci altruistici e di una coscienza retta e giusta a scatenare la spirale di violenza che, se non porta a spargimenti di sangue, conduce però alla disgregazione due intere famiglie e forse le generazioni che seguiranno.

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Comiche finali o iniziali

di Gli Asini

Come spiegano gli economisti e sociologi a cui abbiamo posto, in apertura di numero, alcune domande volutamente massimaliste sullo stato della crisi, dal punto di vista materiale è probabile che il cosiddetto occidente democratico stia vivendo un’epoca che le teorie economiche classiche avrebbero definito “rivoluzionaria”, piena cioè delle contraddizioni, delle tensioni, dei conflitti necessari a preparare assetti sociali più giusti e liberi. Secondo la stessa teoria, una rivoluzione si produce nel momento in cui essa è pressappoco già compiuta, quando cioè la struttura di una società ha cessato di corrispondere alle istituzioni economiche e politiche che la governano e queste, languendo o crollando improvvisamente, sono sostituite da altre più coerenti alla nuova struttura. Poi lo sappiamo, i cambiamenti che chiamiamo rivoluzionari non hanno quasi mai seguito in maniera pura questo modello, per quanta verità teorica potesse contenere. L’unica cosa certa è che le crisi, oltre a prospettare dissesti materiali e miseria spirituale, sono quasi sempre anche occasione di riscatto, di presa di coscienza dei meccanismi ingiusti e alienanti che regolano l’assetto sociale. A una condizione però: che alla crisi si arrivi preparati. Detto più direttamente, se le condizioni oggettive potrebbero forse oggi essere definite rivoluzionarie, mancano però i soggetti della rivoluzione.

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L’ignobile pianto dei giovani su Steve Jobs

di Goffredo Fofi

Non mi ha colpito in modo diverso il pianto giovanile sul cadavere di Steve Jobs – muoiono anche i “grandi” e i “benefattori dell’umanità”, se Dio vuole e grazie alla Natura e a quell’effetto del Capitale chiamato Cancro, che ha fatto “grande” da noi il losco e longevo Veronesi – di quello senile di qualche anno fa sul cadavere di Gianni Agnelli – che in famiglia aveva avuto, peraltro, qualche esempio dell’effetto del Capitale (in Italia, primariamente della sua Fiat) chiamato Cancro. La stessa incoscienza, la stessa imbecillità. E se allora scandalizzava vedere come i vecchi operai piangessero il loro sfruttatore – effetto del Cancro chiamato Televisione – non scandalizza di meno vedere dei giovani piangere uno degli artefici della loro alienazione dall’intelligenza del mondo e dalla possibilità di essere se stessi, coscienti, ragionanti, capaci di intervenire sul destino che la società degli Steve Jobs ha deciso per loro.

Il paradosso maggiore sarebbe constatare, come è assai probabile, che molti degli stupidi orfanelli di Steve Jobs siano anche molti dei manifestanti di queste settimane contro Wall Street e l’alta finanza manipolatrice e distruttrice – l’un per cento della popolazione mondiale, ha detto una rediviva e sensatissima Klein, che campa alle spalle del 99 per cento.