il libro

Formazione ASGI – La condizione giuridica dello straniero nel diritto italiano ed europeo

Ciclo di incontri formativi per avvocati, praticanti ed operatori del diritto 3 maggio – 8 giugno 2012

Formazione ASGI – La condizione giuridica dello straniero nel diritto italiano ed europeo

Ciclo di incontri formativi per avvocati, praticanti ed operatori del diritto 3 maggio – 8 giugno 2012

E’ stato chiesto l’accreditamento del seminario al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, per l’inserimento nel programma di formazione continua per avvocati e praticanti legali, e la conseguente attribuibilità dei crediti formativi.

Sede del corso : Aula Magna – Facoltà Valdese di Teologia – Via Pietro Cossa, 40 (accanto a Piazza Cavour, zona Prati, Roma)

Programma

 

immigrazione

Lingua, stranieri e burocrazia

La foto è di Eloisa D'Orsi

di Paola Lodola

Ogni mese, da circa un anno, la Prefettura invia alla nostra scuola, e agli altri CTP d’Italia, l’elenco dei convocati al test di italiano. Le Disposizioni in materia di pubblica sicurezza del 2009 hanno previsto un ulteriore requisito per ottenere il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo. Oltre a dimostrare di essere regolarmente presente in Italia da almeno cinque anni, avere un reddito congruo, nessuna pendenza giudiziaria e, se con famiglia a carico, un’abitazione idonea, ora gli stranieri sono obbligati a superare un test di italiano.
Il decreto del 4 giugno 2010 ha definito i criteri e le modalità dei test: le sedi per gli esami sono i Centri Territoriali Permanenti (le strutture della scuola media che si occupano dell’educazione degli adulti), le commissioni d’esame sono composte da almeno due docenti di italiano, meglio se hanno frequentato corsi di aggiornamento e formazione in Italiano Lingua Seconda, infine devono essere le commissioni stesse “a definire il contenuto delle prove che compongono il test”.
Il 28 dicembre 2010 il MIUR ha pubblicato il vademecum a cui bisogna rifarsi quando si predispongono, somministrano e valutano i test. Vanno pensati quattro brevi testi, due da ascoltare e due da leggere, e cinque domande di comprensione per ogni testo. Infine è prevista una prova dedicata all’interazione “che si svolge in forma scritta… e riguarda una delle due sottoabilità di riferimento: 1) corrispondenza, 2) appunti, messaggi e moduli”.

il libro

Lettera aperta agli studenti di Scienze della formazione

È impossibile non avvertire, per chi si occupa di educazione e intervento sociale, un senso di orfanezza nei confronti di quello che dovrebbe essere il punto di riferimento teorico “naturale”: il pensiero pedagogico. Dagli anni in cui, all’inizio dei novanta, la facoltà di Magistero è diventata Pedagogia prima e Scienze della formazione poi, pedagogisti di professione e “scienziati dell’educazione” sembrano perlopiù impegnati in un asfittico e autoreferenziale tentativo di “nobilitare” un campo del sapere che da sempre soffre di un insanabile complesso di inferiorità nei confronti di altri ambiti del sapere (filosofia, psicologia e sociologia in primis). Operazione che però conducono con le sole armi del tecnicismo e dello scientismo e che pare francamente più volta ad arroccare un ceto che a nobilitare un sapere. Anticipiamo un pezzo in uscita nel numero di aprile/maggio degli Asini (e che qui proponiamo nella forma di “lettera aperta”) che non pretende di fare il punto sulla condizione di salute della cultura pedagogica italiana, quanto sollecitare i giovani studenti a esigere una formazione che non degradi la loro intelligenza e non consumi la vocazione pedagogica che qualcuno di loro ancora prova nel momento in cui si iscrive all’università. E sondare la disponibilità a un confronto, anche serrato e acceso, con i docenti e i ricercatori che avvertono con inquietudine la decadenza del loro sapere e la responsabilità che questo determina nella crisi più generale della cultura e della civiltà cui appartengono. (Gli asini)

di Luigi Monti

Pensavo di scrivere una recensione del 197° volume a stampa firmato da Franco Frabboni, docente di pedagogia e preside per due mandati della facoltà di Scienze della formazione di Bologna, direttore di cinque riviste e svariate collane pedagogiche, membro, a partire dalla metà degli anni ’80, di quattro commissioni di altrettanti ministeri della Pubblica istruzione. Per la cronaca il titolo di questa nuova fatica, edita da Sellerio alla fine dello scorso anno, è La sfida della didattica. Ma confesso che arrivato a pagina 20 mi è risultato impossibile procedere nella lettura.

D’altra parte almeno due terzi dei volumi che compongono il corpus frabboniano, quelli redatti cioè durante il ventennio berlusconiano, contengono la stessa tesi di fondo, sorretta dalla stessa impalcatura argomentativa: la scuola italiana è stata, e sarebbe ancora, la punta di diamante di una società disastrata se solo riuscissimo a sottrarla ai piani reazionari e aziendalistici dei governi di destra che ne vogliono “snaturare la nobile anima pedagogica e didattica”. E se solo si portasse a compimento quel “sistema formativo integrato” che rappresenta la punta avanzata della produzione teorica della “scuola di Bologna”. In cosa consista il “sistema formativo integrato” è presto detto: un enorme, distopico, progetto post-fordista di programmazione e tassonomizzazione della formazione di un individuo, dalla culla alla tomba, in un abbraccio totalizzante e mortifero fra le istituzioni scolastiche e la città, fra l’educazione formale e informale, la scuola e l’extra scuola. Insomma, se dietro a questo piano culturale ci fosse realmente una scuola di pensiero capace di influenzare le nostre politiche educative dovremmo preoccuparci davvero. Ma l’opera di “deformazione” portata avanti indefessamente in questi anni, Frabboni l’ha realizzata evidentemente più sul piano della cultura che su quello delle riforme istituzionali, impermeabili per nostra fortuna non solo al buon senso ma anche all’idiozia.

primo piano, social network

Twitter depotenziato

di Nicola Villa

Dalla sua creazione, nel (lontano) 2006, Twitter è diventato uno dei social network più popolari al mondo, vivendo dei momenti di entusiasmo e di fortuna che non hanno precedenti nella (breve) storia di internet. Di Twitter si scrive, e si è scritto, molto tessendone le lodi, ma ancora una volta vanno sottolineate alcune caratteristiche uniche alla base del suo funzionamento: 1) è univoco, cioè ogni utente può decidere se seguire l’aggiornamento di altri utenti e non essere seguito, quindi è una rete basata sulla scelta individuale; 2) è essenziale, il limite di 140 caratteri per messaggio rappresenta un punto di forza e non una limitazione perché costringe alla sintesi di informazione e all’utilizzo di link esterni; 3) è democratico poiché attraverso l’uso delle hashtag, le parole chiave con davanti il cancelletto #, ospita flussi di notizie o di temi a cui tutti possono contribuire, orizzontali e non calati dall’alto, certamente caotici e non organizzati. Queste tre caratteristiche hanno reso Twitter il social network delle mobilitazioni per eccellenza, un modo per seguire in diretta lo svolgersi di una campagna, il procedere di una mobilitazione o di un movimento di protesta com’è accaduto per la Primavera araba nel Magreb o per la campagna per l’Acqua pubblica che ha portato al referendum abrogatorio in Italia. Anche se spesso il ruolo di Twitter in campo sociale è sopravvalutato – a discapito di altri media meno famosi e più vecchi ma ancora insuperabili e diffussisimi come la radio – è evidente che Twitter si sta imponendo come un modificatore della comunicazione tradizionale. Se, ad esempio, tra qualche anno scompariranno le agenzie di stampa o i giornalisti preferiranno twittare i loro articoli (magari pubblicati solo sul loro blog a discapito dei giornali), la causa sarà la diffusione e l’uso sempre più capillare di questo social network.