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Primavere arabe e paludi occidentali

di Luigi Monti

Vincolato (e forse in ciò esaltato) dalla rozza e sciagurata censura del governo di Ahmadinejad, con il suo ultimo lavoro, Una separazione, Asghar Farhadi costruisce grazie a una linearità e un equilibrio di scrittura straordinari una vicenda apparentemente “piccola” e inessenziale, ma capace di rompere i confini circoscritti delle vite che descrive, fino ad abbracciare questioni di ben più vasta portata. Senza però che l’universale – e in questo sta forse l’eccezionalità e insieme il messaggio del film – adombri e schiacci la piccolezza della storia e degli esseri umani che ne sono coinvolti.

È proprio una certa rigida e angusta sete di assoluto, quella di Nader, benestante impiegato di banca in una non meglio definita metropoli iraniana, borghese nello stile di vita, moderato e progressista nella visione politica, capace di slanci altruistici e di una coscienza retta e giusta a scatenare la spirale di violenza che, se non porta a spargimenti di sangue, conduce però alla disgregazione due intere famiglie e forse le generazioni che seguiranno.

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Comiche finali o iniziali

di Gli Asini

Come spiegano gli economisti e sociologi a cui abbiamo posto, in apertura di numero, alcune domande volutamente massimaliste sullo stato della crisi, dal punto di vista materiale è probabile che il cosiddetto occidente democratico stia vivendo un’epoca che le teorie economiche classiche avrebbero definito “rivoluzionaria”, piena cioè delle contraddizioni, delle tensioni, dei conflitti necessari a preparare assetti sociali più giusti e liberi. Secondo la stessa teoria, una rivoluzione si produce nel momento in cui essa è pressappoco già compiuta, quando cioè la struttura di una società ha cessato di corrispondere alle istituzioni economiche e politiche che la governano e queste, languendo o crollando improvvisamente, sono sostituite da altre più coerenti alla nuova struttura. Poi lo sappiamo, i cambiamenti che chiamiamo rivoluzionari non hanno quasi mai seguito in maniera pura questo modello, per quanta verità teorica potesse contenere. L’unica cosa certa è che le crisi, oltre a prospettare dissesti materiali e miseria spirituale, sono quasi sempre anche occasione di riscatto, di presa di coscienza dei meccanismi ingiusti e alienanti che regolano l’assetto sociale. A una condizione però: che alla crisi si arrivi preparati. Detto più direttamente, se le condizioni oggettive potrebbero forse oggi essere definite rivoluzionarie, mancano però i soggetti della rivoluzione.

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L’ignobile pianto dei giovani su Steve Jobs

di Goffredo Fofi

Non mi ha colpito in modo diverso il pianto giovanile sul cadavere di Steve Jobs – muoiono anche i “grandi” e i “benefattori dell’umanità”, se Dio vuole e grazie alla Natura e a quell’effetto del Capitale chiamato Cancro, che ha fatto “grande” da noi il losco e longevo Veronesi – di quello senile di qualche anno fa sul cadavere di Gianni Agnelli – che in famiglia aveva avuto, peraltro, qualche esempio dell’effetto del Capitale (in Italia, primariamente della sua Fiat) chiamato Cancro. La stessa incoscienza, la stessa imbecillità. E se allora scandalizzava vedere come i vecchi operai piangessero il loro sfruttatore – effetto del Cancro chiamato Televisione – non scandalizza di meno vedere dei giovani piangere uno degli artefici della loro alienazione dall’intelligenza del mondo e dalla possibilità di essere se stessi, coscienti, ragionanti, capaci di intervenire sul destino che la società degli Steve Jobs ha deciso per loro.

Il paradosso maggiore sarebbe constatare, come è assai probabile, che molti degli stupidi orfanelli di Steve Jobs siano anche molti dei manifestanti di queste settimane contro Wall Street e l’alta finanza manipolatrice e distruttrice – l’un per cento della popolazione mondiale, ha detto una rediviva e sensatissima Klein, che campa alle spalle del 99 per cento.