gli asini

 

Gli asini n.11

 

 A scuola, o contro la scuola

 È iniziato il nuovo anno scolastico. Qualche misera novità ministeriale di cui tocca parlare. Invalsi, Tirocinio formativo attivo, concorsone e altri artifici burocratici venduti come importanti novità. Se da un lato la scuola rimane probabilmente l’ultimo luogo pubblico in cui sopravvivono piccoli frammenti non mercificati di sapere, dall’altro, sotto la spinta di piccoli costanti assestamenti tecnocratici, si è trasformata in un informe e intricato insieme di ostacoli che gli insegnanti sono costretti a superare se si ostinano a trasmettere un po’ di luce.

 

 

 

Strumenti

Il carnevale dei serissimi di Nicola Ruganti

La scuola e il futuro di Luca Mori

La corsa dei topi di Grazia Honegger Fresco

La scuola al tempo di Monti di Renata Puleo

Molto più di un pasticcio: Tfa all’italiana di Francesco Targhetta

Esami e quiz anche per gli insegnanti di Claudio Giunta

Tra peluche e cinismo di Giuseppe Montesano

Il disagio della creatività di Alice Rohrwacher

“Ma che lavoro sto facendo?” di Ugo Cornia

incontro con Luigi Monti

immigrazione

L’Africa in casa

foto di Simone Piovan

 

Sono in Italia da quasi due anni, ma se n’è parlato solo ai tempi della convulsa e rozza accoglienza che abbiamo riservato loro a Lampedusa e ora che il programma di protezione, non meno goffo e assurdo, sta per terminare, rischiando di lasciare improvvisamente più di 20mila uomini e donne arrivati in Italia a seguito dei movimenti del Nord Africa in mezzo alla strada. Dopo averli “assistenzializzati” per quasi due anni. Dopo aver imposto loro l’iter improprio e lunghissimo della richiesta d’asilo e il limbo di sfibrante attesa che porta con sé. Dopo averne diniegati la stragrande maggioranza. Dopo averli “condonati”, come potrebbe succedere a breve e come confermano molte voci di corridoio, con un permesso di soggiorno per motivi umanitari che sarà al contempo una manna per la maggior parte di loro e l’attestato della totale insipienza per la maggior parte degli apparati istituzionali che hanno amministrato l’emergenza.

Se ne sta riparlando infine in questi giorni, quasi a chiusura di un cerchio, per lo scandalo dei soldi girati sulle loro teste (denunciato in ultimo da L’Espresso) che non necessitava in realtà di giornalisti d’assalto per essere svelato dal momento che le convenzioni stipulate dalla Protezione civile rientrano in quella emergenzialità che a questo punto dovremmo conoscere bene e che si traduce in una sospensione ormai generalizzata della sovranità democratica.

Ce ne siamo lungamente occupati nel dossier del numero in uscita perché il passaggio di questi uomini e donne e l’impalcatura di aiuto e controllo che abbiamo costruito intorno a loro rappresenta una prospettiva privilegiata attraverso cui guardare le distorsioni e l’assurdità dei nostri sistemi di assistenza, educazione e cura. E della cultura con cui noi operatori li fiancheggiamo.

Anticipiamo l’editoriale a firma nostra che apre il “film” del n. 11 della rivista, tutto dedicato all’Emergenza Nord Africa. (Gli asini)

 

L’Africa in casa

Partiamo dai fatti. A metà gennaio 2011, con i primi arrivi a Lampedusa, si incomincia a temere un esodo biblico in conseguenza dei moti popolari e dei rovesciamenti istituzionali in Tunisia, Egitto e, da metà febbraio, in Libia. Paura in parte giustificata dallo spostamento di centinaia di migliaia di esseri umani alle frontiere nordafricane, in parte accentuata dalla “coda di paglia” del governo per come sono stati condotti in questi anni gli accordi conla Libiae per la conoscenza, mai fatta oggetto di dibattito pubblico, di quello che realmente è accaduto in quei territori in termini di “politiche dell’immigrazione”. La paura cioè che si muovesse verso i nostri confini quella massa di persone a cui, per gli spietati controlli libici delle frontiere e per la politica nostrana dei respingimenti, era stato fino ad allora precluso l’arrivo in Europa. È facendo leva su questa “coda di paglia” che, fino a poco prima di essere trucidato, Gheddafi ha usato clandestini, migranti e rifugiati stranieri come moneta di scambio, come dissuasore e infine come minaccia di ritorsione all’appoggio politico e militare dell’Europa alla causa dei ribelli libici.

visioni di infanzie

Rousseau a Scampia. “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo

 

 

di Claudio Giunta

 In questo film ambientato a Napoli Napoli si vede una sola volta, a un quarto d’ora dalla fine. La vediamo in una lunga panoramica dall’alto: tramonto, persiane che si alzano per far entrare l’ultima luce della giornata estiva, ragazzi che sgommano sui motorini, conciliaboli davanti al bar, una concitazione che – lo si avverte – potrebbe facilmente trasformarsi in violenza. È una scena dal vero, nessuno recita, nessuno sa che la macchina da presa lo sta filmando, è l’unico brano di documentario che il documentarista Leonardo Di Costanzo ha messo nel film. Gli occhi che guardano la città sono quelli dei due protagonisti, due ragazzini. Lei mima una pistola con le dita e spara. Lui è d’accordo: ci vorrebbe una strage, un’epidemia che stermini tutti quanti. È una scena straziante e cruciale, perché finiamo di capire quello che subliminalmente il film è andato suggerendoci sin qui, e cioè che l’unica possibilità di salvezza non sta nella libertà ma, al contrario, nella reclusione, nel tenere il mondo fuori. Solo che è impossibile.

appuntamenti

Quarta edizione del Salone dell’Editoria Sociale

La quarta edizione del Salone dell’Editoria Sociale si svolgerà dal 18 al 21 ottobre 2012 negli spazi di Porta Futuro, in via Galvani 106, nel cuore di Testaccio. Quattro giorni di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, tavole rotonde, film e spettacoli a ingresso libero, dalle 10.00 alle 23.00.

Sono oltre trenta gli editori impegnati nel sociale, le associazioni del terzo settore e del volontariato, molti i volti noti della società civile, del mondo della politica, della cultura e del giornalismo italiano e internazionale che prenderanno parte alla quarta edizione, la cui cornice tematica è dedicata a “Le Americhe e noi”.

Perché “Le Americhe e noi”? 

A pochi giorni dalle elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti, il Salone dell’Editoria Sociale è un’occasione per riflettere su ciò che accade nelle “americhe”, in quella del Sud come in quella del Nord e nelle tante culture e contraddizioni economiche, politiche sociali che le animano. Ma parlare di “america” vuol dire anche parlare di noi: di come il welfare debba essere fondato sui diritti e non sulla compassione; di come il terzo settore debba avere un ruolo solidaristico e non residuale; di come la finanza debba essere al servizio dell’economia e non viceversa; di come la politica debba andare a braccetto con la democrazia e non con il populismo e l’autoritarismo.

 Di questo e molto altro si discuterà al Salone dell’Editoria Sociale, che verrà inaugurato dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e che anche quest’anno accoglie diversi ospiti stranieri:

 Tariq Ali e Robert Fisk, coordinati da Giuliano Battiston, dialogheranno intorno al tema “Dalle torri gemelle al pantano afgano. Gli Stati Uniti e la guerra al terrorismo”. Zygmunt Bauman, Agnes Heller e Aleksandra Jasinska-Kania  cercheranno di individuare le ragioni dell’affermazione del populismo in Europa e altrove, nell’incontro “Uno spettro si aggira per l’Europa: il populismo”, James K. Galbraith discuterà con il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini e con il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi di “Disuguaglianze e crisi. L’economia globale e le sue contraddizioni”.

altre scuole

Scuola Peio Viva: una minoranza di minoranza

illustrazione di Ericailcane

 

di Alberto Delpero

Peio non è dentro il territorio riconosciuto di una minoranza linguistica, perché qui? Perché la sua nascita deve molto alla scuola della minoranza provenzale di Sancto Lucio de Coumboscuro, Val Grana (CN); perché le scuole dei territori delle minoranze sono quasi sempre scuole di montagna e, quindi, hanno le stesse nostre risorse come le stesse nostre problematiche; perché siamo minoranza dal punto di vista sociale e politico; e, infine, perché tutti i dialetti (e i nostri bambini sono rigorosamente dialettofoni) sono lingue minoritarie. L’esperienza messa in campo da sei famiglie della comunità di Peio Paese investe molteplici aspetti che vanno dalla pedagogia alla politica, passando per la cultura del territorio e la sociologia. Cercherò, quindi, nel poco tempo che doverosamente deve avere un intervento da tavola rotonda di definirne i contorni e i punti salienti.

Do un ordine cartesiano al discorso per una praticità forse più funzionale alla sintesi e alla comprensione da parte di chi ascolta. Pars destruens: la protesta.