il libro

Giustizia qualunque cosa accada

di Giacomo Pontremoli

Nel semivuoto letterario autunnale è stato possibile leggere un prezioso romanzo: Per legge superiore (Sellerio) di Giorgio Fontana, già autore di Buoni propositi per l’anno nuovo (Mondadori 2007), Novalis (Marsilio 2008), del saggio La velocità del buio (Zona) e di interventi su “Lo straniero” tra cui quello sull’assassinio di Abdul Guibre del 2008.

Il nuovo romanzo di Fontana è, in sostanza, la storia di una presa di coscienza. A Milano (la città italiana più difficile da raccontare perché informe, ibrida, priva di identità personale) la falsa coscienza – non certo filistea ma pur sempre quella arretrata del professionista apolitico nel mestiere che separa “idee” e lavoro – del sostituto procuratore generale Roberto Doni è messa in crisi da una giovane giornalista “free-lance” convinta dell’innocenza di un immigrato che il magistrato deve giudicare in tribunale e che tutti vogliono colpevole. Affrontando il nodo personale e ideale del suo lavoro (perché secondo Fontana è il comparire dell’episodio quotidiano ad aprire alle prese di coscienza – o viceversa agli svelamenti del proprio fascismo), il magistrato si lascia trascinare in un ambiente che non è il suo, che è migliore del suo, e si risolve a chiedere una verifica delle prove: la sua presa di posizione diventa riscatto individuale, anche se delle sue scelte successive dirà il futuro.

il libro

Abbandonateli in strada. Il caso de I Cani

di Federico Pozzoni

I Cani (http://it-it.facebook.com/icaniband), piccolo fenomeno dell’underground musicale italiano di oggi, si sta configurando come volano di una inaccettabile sociologia del giovane hipster. Il problema non sta né nei musicisti, che immaginiamo in buona fede, né nel sincero interesse che il pubblico tributa a costoro (tutto esaurito a Roma, tutto esaurito a Bologna, 4mila copie del disco di debutto acquistate in prevendita, e sono numeri che in questo ambiente fanno notizia), né, forse, nell’apparato di contorno, ma nella miopia della critica – o, se vogliamo ammetterne lo stallo, di quanti sarebbero almeno tenuti a porsi qualche problema in più e a rendersi conto di cosa stanno traghettando verso le orecchie e l’immaginario del pubblico di cui sopra. Perché il progetto musicale di un ventenne (o poco più) che racconta i propri coetanei non è esplosivo ma solo approssimativo e, a tratti, addirittura moralistico? È l’ambiguità del non posizionarsi che lo rende deleterio: si elencano le questioni e i problemi senza nemmeno passarli al setaccio di una poetica, e poi? Il dispositivo di identificazione che sostiene questo gruppo è in un certo senso simile a quello generato dalla morte di Steve Jobs: sembra di fare la cosa giusta, ma è solo perché non ci si è fermati a riflettere. Mi pasco di immedesimazione, non mi sorprendo di niente, non me ne faccio di nulla. Coglie il punto Federico Pozzoni, collaboratore della fanzine musicale “Feedback” (http://issuu.com/feedback.magazine), con questo interessante pezzo pubblicato sul numero di ottobre della rivista, che riproponiamo sul nostro sito. (Gli Asini)

I Cani è stato il fenomeno elettro-pop dell’anno, culminato con un terzo posto al Premio Tenco 2011 come migliore opera prima. Per la critica è stato probabilmente il seguace de Le luci della centrale elettrica, colui che ne ha raccolto l’eredità e la capacità di esprimere i sentimenti della nuova gioventù italiana e romana in particolare. Nuovamente, il caso vuole che insieme al franante tracollo culturale della nostra società sia calato anche il livello di profondità poetica del suo interprete. Superficiale è infatti la prima parola che viene in mente per definire Il sorprendente album d’esordio dei cani. Superficiale negli arrangiamenti, per la maggior parte di un inconsistente indie-pop smunto e dilatato, superficiale per la lunga sfilza di stereotipi sciorinati con reclamata noncuranza nei testi. E qui sta il punto: I Cani è un circuito chiuso. Strizza l’occhio a giovani indie-hipster, parlando solo di loro ma riducendoli a stereotipi di ragazzini modaioli, svogliati e poco intelligenti, proprio il contrario dell’“alternativa” che vorrebbero essere. Ma come può l’autore cantare solo la pochezza dei suoi oggetti – perché parlare di qualcosa per stereotipi equivale a sminuirla – eppure sguazzarci ampiamente (vedi: lanciare il sasso e nascondere la mano)? Il messaggio finisce per non avere orizzonti più ampi. Quello de I Cani non è un giudizio neutro, è un bieco meccanismo di colpa circolare, sottaciuta perché opporsi ad essa sarebbe come ribellarsi contro se stessi, ed ecco che dall’esterno sembra geniale, mentre invece fa parte dello stesso scadimento culturale che critica. Ma ve li immaginate i C.C.C.P. che invece di “Non studio non lavoro non guardo la tivù / Non vado al cinema non faccio sport” citano l’equivalente dei social networks per ben quattro volte nei primi quattro testi di un disco? Insomma, ma non c’è proprio altro di cui parlare?! Farsi beffe di un linguaggio giovanile esasperato facendolo proprio non significa interpretare i parlanti; è soltanto un modo per ammettere gli “errori” del proprio tempo e scapparne fuori, non voler chiamarsi in causa solo perché si è riusciti per primi a trasferirli in canzoni. Non è un caso, per l’ennesima volta, che I Cani voglia restare estraneo ed anonimo (ma com’è che ultimamente gli artisti si nascondono sempre più dietro a nomignoli e travestimenti?), esattamente come anonimi sono i personaggi di cui racconta: maschere de-umanizzate al ritmo di sottofondi banali.

in evidenza

Dopo il 15 ottobre: due domande, anzi tre

di Gianluca D’Errico

Foto di Angelica Gallorini

Il 15 ottobre ero a Roma alla manifestazione. Quello che è accaduto è stato ampiamente raccontato e commentato. Un numero altissimo di persone – nell’ordine delle centinaia di migliaia – è arrivato nella capitale per quella che è stata la prima grande manifestazione “dentro la crisi”.

Molti dei commenti che abbiamo letto sui giornali e online o ascoltato in Tv provengono da persone che a Roma non c’erano. È lo strano modo in cui funziona l’informazione nazionale: i giornalisti di solito non vanno a vedere, i commentatori commentano non i fatti ma le immagini della televisione. L’opinione pubblica si forma sulla base di questo mix di disinformazione e saccenteria. Nel blob d’informazione sul 15 ottobre le parole più usate, a naso senza una statistica stringente, sono state “violenza” e “rabbia”. Partirei da queste ultime.

Che cos’è “rabbia”? Per alcuni la rabbia è la versione volgare (sottoproletaria?) dell’indignazione. Non mi convince la definizione ma di certo l’indignazione – altro termine molto usato il 15 – è un prodotto piccolo borghese. La reazione di chi aveva costruito il suo piccolo mondo di comfort (o di sogni di comfort) e lo vede sgretolato dalla crisi.“Siamo arrabbiati, perciò spacchiamo tutto”, dicono i “neri”. “La rabbia è una malattia”, dice Luca Casarini (La Repubblica del 20/10/2011), criticando i “violenti”. Entrambe le affermazioni mi sembrano offrire una lettura della rabbia e degli arrabbiati che porta fuori pista.

urbanistica del disprezzo

Da abuso edilizio a evento planetario: la strana storia di Dale Farm

di Nando Sigona

Foto di Susan Craig-Greene

“Abbiamo messo il sito in sicurezza”, dice Tony Ball, il sindaco di Basildon. Decine di giornalisti giunti da tutto il mondo lo circondano. Telecamere, cavi, microfoni, macchine fotografiche, riflettori sono in postazione da giorni; insolita scena da queste parti. Basildon è una new town nata nel dopoguerra dalla fusione di tre villaggi, architettura modernista a basso costo per i pendolari della strabordante Londra. Tony Ball è un politico di provincia – uno dei tanti conservatori che governano l’Inghilterra non metropolitana – che una vicenda di abusi edilizi ha portato sorprendentemente alla ribalta internazionale. La vicenda in questione si può riassumere in due righe: circa ottanta famiglie hanno costruito e abitato abusivamente su terreni di loro proprietà per dieci anni, tentando ripetutamente ma senza successo di condonare gli abusi post-facto. Una vicenda, tutto sommato, di ordinaria amministrazione che però ha intercettato, per caso o per astuta pianificazione, interessi e dibattiti che avevano luogo in altre sedi – a Westmister, a Brussels, a New York. Ed è così che Tony Ball si è trovato lo scorso 19 ottobre a commentare in diretta sui media di mezzo mondo lo sgombero violento di alcune piazzole di Dale Farm, un’area di sosta privata abitata complessivamente da un migliaio di cittadini britannici appartenenti alla minoranza legalmente riconosciuta degli Irish Travellers.

in evidenza

Primavere arabe e paludi occidentali

di Luigi Monti

Vincolato (e forse in ciò esaltato) dalla rozza e sciagurata censura del governo di Ahmadinejad, con il suo ultimo lavoro, Una separazione, Asghar Farhadi costruisce grazie a una linearità e un equilibrio di scrittura straordinari una vicenda apparentemente “piccola” e inessenziale, ma capace di rompere i confini circoscritti delle vite che descrive, fino ad abbracciare questioni di ben più vasta portata. Senza però che l’universale – e in questo sta forse l’eccezionalità e insieme il messaggio del film – adombri e schiacci la piccolezza della storia e degli esseri umani che ne sono coinvolti.

È proprio una certa rigida e angusta sete di assoluto, quella di Nader, benestante impiegato di banca in una non meglio definita metropoli iraniana, borghese nello stile di vita, moderato e progressista nella visione politica, capace di slanci altruistici e di una coscienza retta e giusta a scatenare la spirale di violenza che, se non porta a spargimenti di sangue, conduce però alla disgregazione due intere famiglie e forse le generazioni che seguiranno.