il libro

Sofia, Cognetti e i loro anni

 

Questa recensione è stata pubblicata sullo “Straniero” n. 149 di Novembre.

di Nicola Villa

Dopo due raccolte di racconti, Manuale per ragazze di successo (2004) e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007) due libri che l’hanno rivelato come uno dei migliori, se non il migliore, scrittore under 40 italiano, Paolo Cognetti pubblica il suo primo romanzo, Sofia si veste sempre di nero (pubblicato da minimum fax come i precedenti). Si tratta, in realtà, di un romanzo di racconti, che verrebe da far rientrare nel genere del punk, e che sembra definitivo su questi anni senza spessore e senza peculiarità, i cosiddetti “anni zero”. Intendendo per punk non la sottocultura, ma quello che il critico musicale Lester Bangs definiva come un atteggiamento di vita quasi epistemologico, un’attitudine anarchica a vivere il proprio tempo e cercare di comprenderlo criticamante proprio all’interno della sua complessità. Com’è punk la struttura di questo romanzo a “mosaico”: i dieci racconti che lo compongono non seguono una linea retta temporale, ma sono dei frammenti di un vissuto, unico e collettivo allo stesso tempo, che si è rotto e non è possibile ricostruire se non in questo modo eterogeneo. L’impressione è che non ci sia stata unità, armonia o omogeneità originaria, ma che la forma frammentaria sia l’unica possibile per questo modo di narrare in cui tutti i racconti hanno una propria autonomia e coerenza. Al centro del libro c’è il personaggio di Sofia Muratore, una coetanea dell’autore, figlia della piccola borghesia milanese e della fine degli anni settanta, o inizio degli inutili ottanta. Sofia è il prototipo della giovane donna trentenne irrequieta d’oggi: un’infanzia apparentemente serena in un paesino della campagna a pochi chilometri da Milano, nella quale però sono incumbati dalla famiglia i problemi futuri; un’adolescenza nella quale emergono i disturbi alimentari, con qualche tentativo di suicidio; una crescita faticosa alla ricerca di qualche passione triste, come la recitazione, il teatro, inseguendo gli amori tra i centri sociali, le cosidette Zone di autonomia temporanea come le definiva l’anarco-situazionista Hakim Bey. Intorno a lei si muovono alcuni personaggi minori, che diventano, a loro volta perfetti tipi realistici: l’amico d’infanzia Oscar, fautore di un’estate stevensoniana felice; la compagna di sventura Margherita, conosciuta nel centro di recupero per disturbi alimentari; la zia confidente Marta, la cui personale parabola è quella che più impressiona, da brigatista scappata in Francia a saggia reazionaria, dall’amore libero alla posta del cuore; il padre, Roberto Muratore, ingegnere dell’Alfa Romeo, attraverso il quale si ripercorre una mini-storia aziendale italiana dello stabilimento di Arese, forse il racconto più avvincente; il maestro di teatro, un artigiano-artista che le fa scoprire il fascino nascosto della Milano di periferia, e le amiche attrici coinquiline, così schiacciate dal cliché della telvisivo-cinematografico romano; e infine la madre Rossana, depressa cronica, con la quale è impossibile e misterioso un dialogo madre-figlia. Dieci racconti di cui l’ultimo, Brooklyn Sailor Blues, è il più spiazzante perché l’autore si mette sullo stesso piano dei comprimari del suo personaggio (“Quanto a me, la prima volta che ho visto Sofia Muratore…”), passando da quella confidenziale seconda persona di tutto il romanzo alla prima, per raccontare da testimone diretto l’incontro newyorkese con questa donna sfuggente e affascinante.

il libro

La guerra come scenografia

Questa recensione è stata pubblicata sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma.

di Giuliano Battiston

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, Il corpo umano (Mondadori, pp. 312, euro 19). Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte  tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

Si prenda uno dei protagonisti principali, il tenente Alessandro Egitto: abituato a tenersi da parte, “uno spettatore, prudente e scrupoloso: un eterno secondogenito”, Egitto è alle prese con “certi antichi conflitti privati” da cui non riesce a liberarsi. Per farlo, per “tenere a distanza ogni genere di affanno e coinvolgimento emotivo”, ricorre metodicamente agli psicofarmaci, di cui è ormai assuefatto, perché nascondono “una grande, burrosa piacevolezza”, simile a quella che gli deriva dall’autocommiserazione. Ha cominciato a prenderli qualche giorno dopo la morte del padre Ernesto, medico come lui, attaccato alla figlia Marianna in modo ossessivo e patologico, tanto da spingerla a rendersi “impenetrabile a chiunque”. Il tenente Egitto vorrebbe “scavare una trincea tra passato e presente”, ma non ci riesce, perché la vischiosità di questa storia familiare arriva perfino nel Gulistan. Neanche questa sua ennesima, tacita fuga gli consente di “riposare, di scomparire”. Le pillole che trangugia lo aiutano, ma i fantasmi del passato, le conferme del suo torpore e della sua indolenza continuano a inseguirlo, per incarnarsi in Irene Sammartino, una donna con cui tempo addietro ha avuto una breve storia d’amore conclusa senza che lei se ne rassegnasse del tutto, arrivata in quel posto sperduto “come un cavallo di Troia che il destino ha introdotto nottetempo nel suo nascondiglio”.

immigrazione

Appello per volontari a Rosarno

Dal 2010, una rete  (campagneinlotta.org) composta da organizzazioni di contadini, di consumo critico, di braccianti stranieri, da associazioni di attivisti antirazzisti, militanti politici e religiosi di diversi territori (in particolare Nardò,  Piana di Gioia Tauro,  Capitanata), sta intessendo una trama di relazioni, rivendicazioni e azioni sociali di cui abbiamo ripetutamente scritto su Gli asini (vedi n. 8 e n. 11) perché ci sembra uno dei movimenti più vivi e proiettati al futuro tra quelli attivi in questi ultimi anni in Italia. La loro critica ruota intorno alla questione dello sfruttamento del lavoro, ponendosi seriamente il problema di quali azioni intraprendere a fronte di un corpo sociale disgregato e di un feroce sistema i cui addentellati comprendono la filiera della produzione agro-industriale con le sue propaggini di criminalità organizzata, le leggi sull’immigrazione funzionali allo sfruttamento di manodopera a bassissimo costo (in alcuni casi in condizioni di semischiavitù) e il consenso di noi ignari consumatori.

Se, come diceva Tolstoj, il potere è la conseguenza della grave dipendenza che abbiamo nei confronti degli altri, forse solo con il riconoscimento dell’interdipendenza – tra conflitti, classi sociali, politiche del lavoro, accesso alla terra, diritti degli immigrati, sovranità alimentare, come in nuce si sta intravedendo in quelle zone – sarà sperabile un movimento capace di opporsi alla crisi. Si stanno giocando in quelle campagne partite importanti che non hanno niente a che vedere con l’arretratezza con cui tendiamo a leggere i conflitti sociali del mezzogiorno, ma presagiscono forme di oppressione e di resistenza che ci riguarderanno tutti presto e da vicino.

immigrazione

Emergenza Nord Africa: dove i conti non tornano

disegno di Gipi

di Luigi Monti

Ritorno all’Emergenza Nord Africa, a cui “Gli asini” hanno dedicato buona parte del numero 11, perché sta trovando compimento in questo fine 2012, nell’invisibilità tipica di ogni razzismo burocratico, una vicenda emblematica dell’assenza evidente di diritto per gli uomini e le donne di origine straniera che vivono nel nostro paese o anche solo che lo attraversano. Esplicito allo stesso tempo, per estrarne qualche riflessione di “metodo”, alcune delle ragioni che ci hanno portato a dedicare tanto spazio alla condizione dei profughi arrivati in Italia a seguito delle primavere arabe.

Non è solo per una questione di numeri che a mio avviso vale la pena sforzarsi di analizzare quello che sta succedendo ai circa 22mila profughi attualmente in regime di accoglienza presso molti comuni ed enti privati sparsi sul territorio italiano. Non mi stupirei se altrettanti fossero – so di sparare una cifra difficilmente verificabile – gli operatori che, come passacarte o guardandoli negli occhi, hanno osservato o accompagnato con funzioni educative, burocratiche o assistenziali il soggiorno dei profughi. Un piccolo esercito che ha toccato con mano, nella maggior pare dei casi senza rendersene conto, l’evidente stato di disfacimento in cui versa la nostra struttura sociale (in questo caso gli istituti interessati erano il ministero dell’interno e le sue emanazioni territoriali, la protezione civile, gli enti locali, le cooperative di servizio, l’associazionismo).

Ma non è solo per la dimensione numerica che valeva la pena ricostruire la storia degli uomini e delle donne scappate o costrette all’esilio nelle settimane di rivolte popolari che hanno interessato Tunisia, Egitto e Libia. Eventi eccezionali come questi potrebbero (a determinate condizioni che è compito delle minoranze più attive far maturare) attivare risposte civili e modelli di intervento ossigenanti per la nostra sfibrata democrazia. In questo caso avrebbero potuto attirare l’attenzione sull’assenza ingiustificabile nella nostra giurisdizione di una legge organica sull’asilo, e allo stesso tempo generare forme di accoglienza spontanee e gestite in autonomia dai territori (in alcuni casi in forme di vera e propria autogestione); due fronti – quello della pressione per raggiungere una giurisdizione più decente e quello per l’attuazione di azioni sociali dirette e non mediate – rispetto ai quali ci troviamo in una condizione di analfabetismo di ritorno.

il libro

L’amata Morante come antidoto politico

di Giacomo Pontremoli

L’importanza dell’epistolario di Elsa Morante (L’amata. Lettere a e di Elsa Morante, Einaudi 2012; 700 pagine; 30 euro) è strettamente collegata all’importanza della Morante stessa. Non c’entra con la “curiosità biografica” che la lettura di ogni carteggio comporta e fuoriesce persino dalla stessa letteratura intesa come “campo” specialistico bastante a sé stesso, analizzabile solo dal suo interno.

Curato con amore rigoroso da Daniele Morante (autore dell’introduzione e del Commentario epistolare della vita di E.M. conclusivo), la raccolta consta di quasi tremila lettere delle cinquemila scritte e ricevute da Elsa Morante nel corso della sua vita; incomincia nel 1940, quando aveva ventotto anni, e si conclude nel 1985, anno della morte. Nel generale rispetto dell’ordine cronologico, il volume si struttura alternando la “corrispondenza varia” (con Landolfi, Carmelo Bene, Volponi, Saba, Fortini, Cases, Garboli e molti altri) a sezioni che concentrano scambi più fitti e compatti con un solo interlocutore (tra cui Moravia, Giacomo e Renata Debenedetti, Calvino, Pasolini, Wilcock, Fofi, Antonio Ricchezza); all’inizio di ogni sezione sono riportati tratti della biografia legata al periodo interessato, e alla fine di ognuna le lettere stimolate specificamente dalla lettura del particolare libro scritto e pubblicato dalla Morante in quegli anni.

Il nucleo di maggior concentrazione numerica sembra essere la fine degli anni ’60 e soprattutto quello degli anni ’70-’80: la frequenza di conoscenze e di scambi epistolari cresce e aumenta progressivamente nel tempo quanto cresce e aumenta l’allontanamento di Elsa Morante dal mondo dell’establishment letterario; ai compagni d’amore e intellettuali amici o conoscenti strettamente scrittori e critici si aggiungono via via (senza subentrare cancellandoli, e beninteso non si tratta di un capovolgimento meccanico) amici non letterati e alcune figure di quel movimento di Nuova sinistra che aveva trovato un manifesto nel Mondo salvato dai ragazzini (1968) e moltissime ragioni interrogative nella Storia (1974).