no Tav

Il cantiere delle meraviglie

di Enzo Ferrara


La lotta popolare in Val di Susa dura da almeno 17 anni; la prima manifestazione contro il progetto, tenuta a Sant’Ambrogio di Torino, risale al 2 marzo 1995. I propugnatori dell’opera, che vedono nella linea Tav nuova – perché una ferrovia ad alta velocità fra Torino e Lione è già in funzione ma sottoutilizzata – la soluzione di problemi che vanno dall’occupazione, ai trasporti, alle emissioni di CO2, alla crescita economica di una macroregione europea che chiamano AlpMed e che unirebbe Rhone Alpes e Provenza in Francia, a Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, parlano di maggiore competitività, abbattimento delle distanze, progresso, assi strategici, interconnessioni e piattaforme logistiche “che sono in grado di generare valore aggiunto dai traffici e non si limitano a gestire i flussi di transito”. Sostengono di rappresentare il futuro, immaginando che un ritocco tecnologico a un progetto di sviluppo vecchio di due secoli possa funzionare come novità. Puntano all’innovazione, non al cambiamento, alla sostituibilità più che alla sostenibilità, e non si curano dei rilevanti rischi tecnici, economici e ambientali ai quali vanno incontro. Molti seguono le proprie passioni e i propri pregiudizi, senza considerare che su questioni così complesse le ipotesi morali possono essere molteplici. È però importante che di fronte a ogni prospettiva di rischio si abbiano chiari i vantaggi, gli svantaggi e i problemi che potrebbero sorgere, per evitare poi di reagire in emergenza.

In valle, l’idea diffusa è che al massimo si spenderanno i soldi ancora disponibili per la discenderia. Poi non ci saranno più risorse, né dall’Europa né dal governo italiano. Intanto, il corridoio con le sue fantomatiche merci non potrà più collegare Lisbona a Kiev, perché a marzo, il governo portoghese nella morsa dell’austerità ha abbandonato il faraonico progetto ferroviario dentro il quale è inserita la Torino-Lione. Luca Rastello ha appena pubblicato un’inchiesta, “I fantasmi dell’alta velocità”, che segue l’intero tracciato dell’ex “corridoio 5”, ora “corridoio mediterraneo”, dal nuovo punto di partenza – non più in Portogallo ma nella piccola Algeciras, in Andalusia – fino al profondo Est dell’Ucraina, dove “nessuno ha mai sentito parlare di corridoi, e poi c’erano gli stadi da fare e qui non c’è un’Unione che finanzia”. Il tratto dell’Alta velocità tra Lisbona e Madrid non compare più nemmeno sulle carte governative italiane. Almeno, un importante successo del movimento è stato il ridimensionamento del progetto – che ora è low cost – e la sua suddivisione in fasi diverse. Nei documenti governativi si legge che “nell’accordo italo-francese del gennaio 2012 e nella deliberazione del CIPE si prevede di realizzare l’opera per fasi: prima realizzare il tunnel di base e gli interventi di adeguamento del nodo di Torino e, solo in una seconda fase, qualora le dinamiche del traffico dovessero evidenziarne l’effettiva necessità, la tratta in bassa Valle di Susa (Bussoleno-Avigliana)”; un’ammissione d’incertezza non di poco conto.

appuntamenti

Cambio di rotta

Pubblichiamo il discorso di apertura di Giulio Marcon, portavoce della Campagna Sbilanciamoci al decimo Forum della L’impresa di un’economia diversa dal 7 al 9 settembre presso la Comunità di Capodarco.

di Giulio Marcon

 

Vorrei innanzitutto ringraziare la Comunità di Capodarco per l’ospitalità che dà a questo nostro forum. Siamo orgogliosi di tenere questa nostra “controcernobbio” in un luogo storico dell’impegno, della solidarietà, dell’emancipazione sociale e civile del nostro paese. Una straordinaria esperienza di cui dobbiamo essere sempre grati. Come siamo grati agli enti locali che hanno aderito o contribuito concretamente a questa edizione del forum: il Comune e la Provincia di Fermo, la Regione Marche.
Vorrei poi dire -in premessa- che ancora una volta svolgiamo questo appuntamento negli stessi giorni di Cernobbio dove da 38 anni lo Studio Ambrosetti organizza il suo workshop sugli scenari futuri e fa incontrare -a pagamento- il gotha dell’impresa e dell’economia italiana: una sorta di “posto al sole” -senza ironia- che ormai appartiene di diritto ai riti di un’epoca che fu. Forse, anche per noi, è il momento di sganciarci da un luogo che se non fosse per il lusso di villa d’Este di Cernobbio, sa di stantio e di andato a male. Sicuramente è andato a male il modello neoliberista che in questi anni ci hanno esaltato da Cernobbio: la presunta ed ideologica efficienza dei mercati, la finanziarizzazione folle ed irresponsabile dell’economia, la precarizzazione disumana del lavoro, le privatizzazioni voraci di tutto, anche della vita umana, l’affossamento dogmatico dell’intervento pubblico.
Il tutto, per portarci dove ci troviamo oggi.
Al lusso di Villa d’Este noi preferiamo la sobrietà e la semplicità di questa Comunità e siamo contenti che per organizzare tre giorni di forum con oltre 70 relatori abbiamo speso quanto a Cernobbio lo Studio Ambrosetti spenderà per un coffee break.
Apriamo questa decima edizione del forum di Sbilanciamoci nel contesto di una crisi economica sempre più grave. I dati sono noti: quest’anno il PIL diminuisce del 2,4%, 1/3 dei giovani non ha lavoro, la spesa sociale si è di fatto dimezzata provocando uno smantellamento del welfare, abbiamo oltre 160 gravi crisi industriali con il rischio di perdere altri 300mila posti di lavoro, più di 1 miliardo di ore di cassa integrazione nel 2012, più di un milione di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, il potere d’acquisto dei salari tornato ai valori di 10 anni fa, oltre 50 comuni di media grandezza che il prossimo anno rischiano il dissesto finanziario e di non poter pagare più gli stipendi ai propri dipendenti. 116 milioni di persone in Europa sono a rischio di povertà. E’ una crisi tremenda, drammatica.

no Tav

La tecnica della verità

di Luca Mercalli. Incontro con Enzo Ferrara


Dopo tutto il lavoro fatto dai tecnici della comunità, non vedo novità nelle risposte del governo, nel senso che le posizioni sono sempre rigide. Forse c’è il fatto che ora cominciano ad uscire dati che prima erano tenuti nascosti, o non dichiarati in modo esplicito. Adesso il nostro gruppo tecnico ha uno spazio maggiore per l’analisi e la critica. Quando si parla di numeri, si arriva prima o poi a una verità oggettiva. O l’una o l’altra: o sono giusti i numeri che indicano i No Tav, oppure sono giusti quelli del governo. Dalle verifiche che sono state fatte, secondo noi moltissimi dati del governo non sono corretti. Ci piacerebbe che ci fosse una procedura con un certificatore terzo. La grande differenza fra i due – chiamiamoli così – schieramenti è che i tecnici No Tav lavorano gratis, su base volontaria, ma ad altissimo livello. Perché ormai la nostra critica ha raccolto competenze elevatissime e specialistiche, anche se ognuno fa con il tempo che ha: di notte o nei week end.  C’è un grandissimo sforzo, il massimo possibile in queste condizioni. Ma per un’opera di questo genere bisognerebbe avere certificazioni e studi a livello raffinatissimo, cosa che implica anche la disponibilità di finanziamenti. Fare valutazioni energetiche ed economiche su quest’opera presuppone l’impegno di studi professionali che, lavorandoci, possano produrre dati che invece noi non vediamo, che non ci sono. Sarebbe utile se il governo, uscendo da questa impasse di dire a tutti costi “i dati giusti sono i nostri”, avesse il coraggio di convocare una commissione paritetica, eventualmente non pagata – ma non pagata da tutt’e due le parti – dove ognuno possa discutere di questi famosi dati, come si fa in ambito scientifico, cioè senza pregiudizi. Se uno dice che la pendenza della linea storica è il 33 per mille – ed è per questo inutilizzabile con i treni moderni – e l’altro dice che è minore, basta andare con un geometra e con il GPS sulle rotaie e misurare metro per metro; uno dei due avrà ragione e la verità, almeno quella tecnica, verrà fuori.

Siamo ancora a questo livello: da un lato c’è lo schieramento dei tecnici No Tav che sta facendo il possibile, almeno per sollevare il dubbio e suggerire le procedure di valutazione di questi dati, dall’altro c’è il governo che invece li ritiene oro colato, senza possibilità di discussione. Questa chiusura è una cosa che ci angoscia profondamente. Ci accusano di sostenere il pensiero unico, ma non è questione di pensiero unico, è questione di verificare se è un numero vale dieci o vale cento. è pensiero scientifico, non pensiero unico.

no Tav

Ascoltateli!

di Edoardo Acotto. Incontro con Enzo Ferrara


La forza con cui nascono i comitati di opposizione territoriale dipende in buona parte dalla struttura squilibrata dei costi e dei benefici che discendono dai progetti di trasformazione: mentre i vantaggi (presunti) della cosiddetta modernizzazione ricadono su una vasta collettività (e proprio per questo si disperdono), i guadagni economici immediati, così come gli oneri, si concentrano solo su piccoli gruppi (che non coincidono). Quanti si sentono danneggiati raccolgono facilmente l’adesione attiva di buona parte della comunità. Se in passato questo non avveniva è probabilmente perché il vecchio sistema poteva contare su agenzie politiche radicate nella società, capaci di ascoltare i cittadini e trasferirne le domande alle istituzioni. Quanto fosse democratico quel processo è difficile da valutare perché le scelte erano fortemente condizionate dai gruppi dirigenti e segnate dalle relative culture politiche (Luigi Bobbio, Carlo Lazzeroni, Una mappa dei conflitti territoriali, Bollettino della Società Geografica Italiana, serie XII, volume VII, 4, 2002). Non essendo più disponibile neppure questa valvola di sfogo, oggi i cittadini agiscono per conto proprio dimostrando che la loro protesta non è affatto traducibile per intero solo nella contrapposizione politica e ideologica o negli scontri fisici e verbali.

A Torino, nel centro della città, di fronte al palazzo della regione, dal 17 marzo al 25 aprile 2012 si è svolta un’azione collettiva di impegno civile “per ripristinare una comunicazione corretta e democratica su questioni di interesse nazionale”. Centinaia di persone digiunando a staffetta dentro una tenda sistemata in piazza Castello hanno chiesto l’avvio di un dialogo istituzionale sul Tav. Ne abbiamo parlato con il promotore dell’iniziativa, Edoardo Acotto, insegnante di storia e filosofia in una scuola torinese e con il valsusino Luca Mercalli, esperto tecnico della comunità montana. (E.F.)

 

 

L’idea si è concretizzata due giorni dopo gli arresti del 26 gennaio, quando i comitati No Tav hanno organizzato una marcia di solidarietà a Torino accusando la magistratura di aver compiuto quell’azione per screditare il movimento, chiedendo l’immediato rilascio degli arrestati. Già in passato avevamo discusso di cosa si sarebbe potuto fare per il conflitto sul Tav adottando una prospettiva nonviolenta, che non è certo maggioritaria nel movimento – come d’altronde non è maggioritaria la prospettiva violenta. Dopo quella manifestazione, però, il dibattito sui media si è incentrato in maniera insopportabile sul particolare delle scritte sui muri lasciate da alcuni No Tav. Ci chiedevamo come si potesse trascurare la questione centrale e concentrare tutta l’attenzione su queste scritte che, tra l’altro, sono state ripulite con spese analoghe a quelle dei festeggiamenti per una vittoria sportiva. Gli scandalizzati non dicevano nulla, invece, sui circa 90.000 euro al giorno spesi per le forze di polizia presenti a Chiomonte. Abbiamo visto, insomma, che è possibile tematizzare solo gli aspetti violenti di ogni forma di opposizione. Così, pur non essendo i portavoce del movimento No Tav, né della nonviolenza, abbiamo scelto il digiuno per dimostrare che non vi era una semplice contrapposizione fra bellicosi – chiamiamoli così – e forze di polizia: come minimo ci sono anche le posizioni dei nonviolenti e quelle delle persone pacifiche. Però essere nonviolenti non significa essere pacifici; non è che se stai tutto il giorno davanti alla televisione, allora sei un nonviolento.

no Tav

I fantasmi dell’opera

di Enzo Ferrara

“Una volta le comunità lottavano per avere una ferrovia nella loro valle. Oggi lottano perché non la vogliono. Non hanno torto, anche se non hanno ragione. Non hanno tutta la ragione, perché chi ha subito un torto ha perso ogni fiducia nell’altrui ragione”. Così Marco Paolini nel suo monologo sul treno, Scompartimento di pensieri, accenna alle vicende della Val di Susa, riconoscendo che se anche la concezione utilitarista considera giuste le infrastrutture che offrono benessere al maggior numero di individui, l’interesse di una comunità, per quanto vasta, non può però giustificare la lesione dei diritti di una minoranza. Questo principio è trascurato o ignorato da chi prende le decisioni, ma trova concretezza quando le comunità coinvolte nella rivendicazione dei propri diritti hanno la forza di proporlo all’opinione pubblica.
Al non cantiere della Maddalena di Chiomonte, dove dovrebbe sorgere una discenderia – un condotto secondario di 7 km, di servizio e soccorso per il tunnel principale lungo 57 km fra Saint Jean de Maurienne e Susa – della linea ad alta velocità Torino Lione, i lavori procedono adagio fra i tralicci dell’alta tensione: si tagliano alberi, si spianano i muretti a secco dei terrazzamenti agricoli, si alzano barriere metalliche e in cemento per difendere un fortino presidiato dalle forze dell’ordine. Lo scorso aprile, quando dopo mesi dallo sgombero i proprietari dei terreni sono stati convocati nel recinto per la formalizzazione delle procedure di esproprio (4 euro al metro quadro di rimborso), hanno constatato l’impossibilità di identificare i propri confini a causa del terreno smosso, della scomparsa di alberi secolari e di ogni altro riferimento che permettesse di orientarsi.