il libro, maestri

L’importanza di chiamarsi prete

di Piergiorgio Giacchè

 La vocazione sarà anche, come dicono, una misteriosa chiamata dall’alto, ma senza una precisa risposta dal basso non credo possa funzionare. È legittimo che i credenti se la spieghino come un dono aggiunto al dono della fede, ma poi a forza di doni i miscredenti finiscono per sentirsi felicemente esclusi, e pure quei credenti che preti non sono ne traggono il vantaggio della delega e spesso anche il diritto al giudizio. Chiamarsi prete è invece importante perché coniuga all’attivo e al riflessivo la voce del verbo, e suona come l’affermazione “laica” di un ruolo e di un mestiere che si può finalmente confrontare e comparare con le scelte e le condotte degli altri. Almeno di quegli altri che in fondo fanno un lavoro simile al prete: in senso lato, l’attuale immenso terziario dei consumi culturali e dei servizi sociali che nel passato era tutto “clero” (una classe sociale, ricordate?) e, più in particolare, almeno quella massa di gente e di incarichi più specifici e potremmo dire più spirituali, che hanno a che vedere con l’educazione (già elevazione) degli altri, e dei ragazzi in prima fila.

È stata la lettura di un ennesimo libro su don Milani – Non so se don Lorenzo di Adele Corradi – che mi ha resuscitato questo pensiero. Non mi ricordo altri preti che più di lui si siano chiamati preti in ogni circostanza e in ogni senso: soprattutto in quello del missionario della scuola, intesa non come attività collaterale ma come “l’unica preoccupazione pastorale” di quella che in questo libro si chiama “la teologia di Barbiana”.

appuntamenti

SCATTIVIAMOCI!

Scambi tra esperienze nella scuola attiva

 

Giovedì 14 giugno 2012 ore 9

Centro territoriale Mammut

Piazza Giovanni Paolo II, 3-6

Napoli

 “Dispersione scolastica”: due parole dietro cui nascondere tutti i problemi della scuola. Dispersione scolastica da combattere con un po’ di finanziamenti a pioggia, utili più a creare consenso che a ottenere qualche risultato… Il rapporto insegnanti/alunni (numerico e qualitativo), la mancanza di continuità, le precarie condizioni economiche del personale interno ed esterno, il grado di benessere (per insegnanti e alunni) e i molti altri problemi della scuola non possono essere liquidati con interventi spot fini a se stessi: gli apporti esterni dovrebbero servire a potenziare quanto di buono già c’è all’interno della scuola.

maestri

Omaggio a Mario Lodi

 

di Grazia Honegger Fresco

Nel 1963, sposata e con due bambini, ero arrivata in Lombardia, con vivo rimpianto per aver perduto, a causa della cittadinanza di mio marito, il diritto già conquistato a insegnare nelle scuole statali. Il codice Rocco vigente mi aveva costretto a rinunciare alla mia cittadinanza e di conseguenza ai diritti civili connessi. Per “loro” non ero più italiana e così fu – se non erro – fino al 1992! Ecco la principale ragione per cui, dopo inutili tentativi,  creai una  scuola che divenne col tempo parificata.

Cercai aiuti diversi: il passato fascista della maggior parte di maestre e maestri incontrati non faceva presagire grandi rinnovamenti personali, ma già l’aver frequentato un corso Montessori secondo il quale era impostata la nostra scuola ed essersi messi in un percorso di relazioni maestro –allievo non più punitivo, senza giudizi, né voti comportava un mutamento notevole. Avevamo anche stretti contatti con molte esperienze di scuola attiva, soprattutto tramite i Cemea toscani, e questo sosteneva non poco il nostro percorso.

università

Ancora sulla cultura pedagogica all’italiana

di Walter Baroni 

Luigi Monti sostiene che, attraverso lo stile di Frabboni, è possibile “rinvenire l’esatta condizione di salute della nostra cultura pedagogica”. Mi sembra un’osservazione interessante, che vale la pena svolgere ulteriormente.

Il testo che egli cita è di una comicità involontaria irresistibile. Si inizia con un’atmosfera vagamente kafkiana – un pubblico ministero che misteriosamente arringa a favore della Scrittura contro il Mediatico, entrambi rigorosamente con la maiuscola, a indicare che ci muoviamo nell’ambito difficile dell’allegoria. Senza soluzione di continuità si passa a un campo analogico che piacerebbe a Marchionne, scoprendo – almeno credo di aver capito – che la Scrittura è il “turbo formativo” che fa viaggiare l’educazione a quattro cilindri, mentre il Mediatico la spinge con un cilindro solo. Infine, arriviamo a Dumas padre, e improvvisamente compare un “Robin Hood della Scrittura” che scocca “quattro frecce”. Peccato non sapere se il “Robin Hood della Scrittura” sia alla guida del veicolo pedagogico a quattro cilindri o se rubi i manuali di didattica di Frabboni ai ricchi di ingegno per donarli ai poveri di spirito.