visioni

Ecuba al Pilastro

di Lorenzo Donati

 

Ampio Raggio

 

Sei numeri di “Ampio Raggio – Esperienze di arte e politica”, una rivista piccola per formato ma densa per contenuti. Una rivista editata, pensata, prodotta da una compagnia teatrale, Laminarie, in quella ex balera che pare un’astronave atterrata al Pilastro di Bologna e chiamata “Dom – La Cupola del Pilastro”. Sei numeri di una rivista di carta sono un piccolo miracolo, al giorno d’oggi, soprattutto se si prova, come fa Ampio Raggio, a guardare oltre i propri confini disciplinari, a creare connessioni e dialoghi fuori dal proprio recinto. Per festeggiare questo traguardo, lo scorso 26 novembre è stata organizzata una serata di incontro e discussione attorno agli orizzonti del lavoro del gruppo, con la presentazione del numero ma anche invitando il pubblico ad assistere a una nuova azione del progetto attuale della compagnia, Ecuba – Porti e periferie del Mediterraneo, un lavoro che si sta sviluppando in diversi luoghi europei attorno al personaggio di Ecuba, interrogando peregrinazioni, tragedie e perdite. Si entra in sala, si assiste a uno spettacolo che è anche esito di un laboratorio, si esce e si affronta la lettura di Ampio Raggio. Fra rivista e spettacolo scorre una peculiare risonanza di domande e inquietudini, così che davvero è possibile in questo caso parlare di opera ma intendere diversi percorsi oltre la rappresentazione un incontro, un’intervista, un laboratorio, una rivista, una stagione di spettacoli (“Alors on danse” è il titolo della rassegna organizzata al Dom nella prima parte della stagione).

panoramiche

Esercizi critici. Gli amici di Maria De Filippi

di Federica Lucchesini

 

De Filippi

 

Ha senso occuparsi degli effetti educativi di una trasmissione di Maria De Filippi oggi che la televisione è guardata sempre meno, sempre con meno attenzione dai ragazzini e dalle ragazzine?  La musica, le serie, i reality si trovano sul web, su mille canali on demand e la cattura dell’attenzione e il reticolo formativo sono così estesi e compositi che parrebbe quasi di voler insistere contro un bersaglio facile e a suo modo ingenuo… Invece no, abbiamo voglia di insistere perché Amici e Uomini e donne sono ancora tra i programmi seguiti da ragazzini e ragazzine, perché se si domanda in una scuola media a chi piace Maria De Filippi, più di metà classe se ne dirà ammiratrice entusiasta. Lei è seria, professionale, è bravissima!
Uomini e donne va in onda da quasi quindici anni in un orario strategico, le due e mezza, immediato dopopranzo per chi esce da scuola verso le due e vuole riposarsi. Ovviamente dieci anni fa era più seguito, le ragazzine ma anche i maschi a scuola lo citavano, se ne parlava e oggi non è più così ma questo programma, così come Amici (il talent giovanile condotto sempre da MDF), continuano ad essere dei dispositivi di formazione, delle macchinette che attirano tempo, attenzione e immaginazione di molte e molti. Che lasciano tracce nel linguaggio e nell’immaginazione.
Ne vorremmo parlare e vorremmo farlo con serietà, senza la superiorità di chi vuole magnanimamente liberarsi della sua superiorità… Infatti questo è il modo in cui certa critica culturale – chi dovrebbe o potrebbe fare critica culturale – tende a trattare i fenomeni di intrattenimento di massa. Cioè facendo mostra di evitare la posizione high brow, sostenendo che sia un errore credere di svelare seriosamente gli effetti nocivi della povertà culturale e della corruzione morale dei programmi che piacciono ma che al contrario le ragioni di quel piacere siano da comprendere e magari da condividere, perché in esse vi è qualcosa di sano, di comune, di ordinario che ci fa stare tutti meglio, tutti uguali. Come se voler essere migliori, pretendere di essere migliori, fosse un peccato. Come se criticare la spazzatura televisiva possa essere una colpa. Per capire cosa si intende basta leggere il lungo articolo dedicato proprio a Maria De Filippi da parte di Francesco Piccolo su Internazionale nel mese di marzo del 2015. Tutto teso a dimostrare come lei “funzioni”, come sia brava, come sia in fondo la spocchia intellettuale a non lasciarci riconoscere che il piacere (?) dato dalla sua professionalità è lo stesso che si ricava dagli show americani guardati in tarda serata in lingua originale.

i doveri dell'ospitalità

Non c’è vera scuola se non nella falsa

di Alfonso Berardinelli. Incontro con Luigi Monti e Giacomo Pontremoli
 

Alfonso-Berardinelli


Questa lunga chiacchierata in cui si discute di letteratura, scuola, didattica, formazione delle opinioni e delle intelligenze è uscita sul n. 29 de “Gli Asini”. Abbonati ora per ricevere la versione cartacea.
 

Esperienze scolastiche
Il mio rapporto con la scuola è stato subito negativo. Fin dai primi giorni ebbi la sensazione di una specie di generale minaccia. Forse anche molti altri bambini ce l’hanno, ma a me questa reazione è rimasta intatta. L’immagine della scuola come di un luogo estremamente costrittivo. Solo a posteriori ho interpretato questo come il primo atto di un duro apprendistato alla vita sociale, il primo vero rapporto con la società fuori della famiglia.

Devo dire che questo rapporto mi ha allarmato, frustrato, impaurito. Mi sono trovato nella situazione per me meno adatta a studiare e a imparare, cose per le quali è necessaria una concentrazione, una buona disposizione, ansia e inibizioni contenute. Tra le inibizioni, ce n’era già una fondamentale che mi veniva dalla famiglia: un conflitto politico, se volete. I miei erano comunisti, anche se non di partito, ma mi mandarono in una scuola cattolica. Non erano credenti e quindi nemmeno praticanti. O chissà se erano credenti: diciamo che invocavano Dio come chiunque, ma non si sapeva che volto avesse questo Dio, a quale religione appartenesse. Uno dei primi giorni di scuola mi dissero: “Non dire mai che giornale leggiamo in casa, perché altrimenti il maestro ti prende sott’occhio”. L’espressione “sott’occhio” già di per sé mi spaventò, perché immaginavo questo enorme occhio che incombeva sopra di me. Per una comica coincidenza, tra l’altro, il mio maestro di scuola elementare si chiamava Biagio Occhigrossi. Non so se questo c’entra col fatto che poi ho vissuto gran parte della scuola come quegli animali che per evitare i pericoli si mettono immobili sotto la sabbia, oppure fanno finta di dormire per non essere notati come bersagli di qualche eventuale crudeltà.

il nuovo numero

Crescere al tempo dell’Isis

Cover_asini30Gli asini n. 30
novembre/dicembre 2015

Crescere al tempo dell’Isis

Strumenti
Perché la crisi non è quella che vi raccontano di Luciano Gallino
Dopo Parigi, smettiamola con le chiacchiere di Fulvio Scaglione
Amburgo, stazione centrale di Fiorenza Picozza
Tutta un’altra scuola di Daniela Belletti e Mimmo Perrotta
Maria De Filippi e i suoi Amici di Federica Lucchesini

Immagini
Trucchi del mestiere di Henry Bursill

Film: L’Italia di sghembo
Piccolo viaggio nelle virtù di Alessandro Zaccuri

Stazione Termini di Marco Carsetti e Bruno Montesano
Il carcere non serve a niente di Valentina Calderone. incontro con Giacomo Pontremoli
Ritorno in manicomio di Amedeo Gagliardi
Zanzotto e i ragazzi della panchina di Matteo Giancotti
Ditelo con una poesia di Andrea Zanzotto
Critica dell’antimafia di Laura Cirella
Save the children, un’azienda di Taddeo Mecozzi 

I doveri dell’ospitalità
Una risposta alle domande degli Asini sulla scuola di Ernesto Galli Della Loggia

Panoramiche
Crescere a Tehran di Marina Forti
Crescere a Kabul di Giuliano Battiston

Crescere sotto l’Isis di Jimmy Botto Shahinian. Incontro con Giulia Elia e Lea Martinoli
Crescere a Erbil di Stefano Nanni

Scenari
La fine degli intellettuali raccontata da E. Traverso di Gabriele Vitello
La via crucis di una ragazzina di Sara Honegger
Gli strani angeli di Chris Adrian di Matteo Moca
Questa non è verità. Kurt Cobain al cinema di Simone Caputo
Pecore in erba, humour ebraico? di Bruno Montesano
Gianni Celati. Famiglia, ribellione e scoregge di Stefano Guerriero

Continua…
Il fuoco. Vita di un prof di Carlo Cresto-Dina

 

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il racconto di Natale

Il maestro Sonni

di Ugo Cornia

Con questa parabola pedagogica di Ugo Cornia salutiamo i nostri quattro lettori, augurando loro giornate intense, serene e libere. E a noi di diventare più “asini” di quanto non siamo riusciti a essere finora. 

 

Ole1

 

In una scuola di tanto tempo fa c’era un maestro che insegnava delle materie tutte sue, come per esempio Dormire, perché era convinto che i programmi ministeriali non centrassero più molto con la vita e andasserro aggiornati.
Quindi, visto che dalle due alle tre gli scolari dovevano fare un pisolino, lui aspettava che si addormentassero, girava un po’ trai banchi e poi iniziava a interrogarli in Sonno. Poi prendeva il registro e iniziava a chiedere:
“Abaci, dormi?”
allora non sentiva nessuna risposta, e sulla riga del registro relativa a Abaci segnava un più. E andava avanti:
“Berrettini, dormi?”
ancora nessuna risposta, e si sentiva soltanto dei piccoli russini da bambino di sette anni
“Berrettini, dormi o no?”
niente. Quindi sulla riga di registro di Berrettini segnava un altro più. E andava avanti:
“Carretti, dormi?”
ancora nessuna risposta. Segnava un altro più.
“Domenicanti, dormi?”
silenzio, più. E così via. E andava avanti a interrogare tutti i suoi scolari in Sonno e gli metteva tanti più finchè non arrivava a Sandrolini e gli chiedeva:
“Sandrolini, dormi?”