primo piano

Inventare il futuro

di Goffredo Fofi

Lettera aperta per la tavola rotonda Il sociale al tempo della crisi  

Napoli,7 dicembre 2011.

 

Le leggi buone sono in genere il risultato di lotte popolari vaste lunghe irruenti, e vengono conquistate a duro prezzo. Ma oggi, in assenza di grandi movimenti di lotta, almeno per il momento, la democrazia elettorale funziona attraverso l’elezione di “rappresentanti del popolo” che si affermano grazie a varie forme di manipolazione del consenso e varie forme di corruzione, attraverso l’uso e abuso della propaganda mediatica e attraverso il ricorso a complesse e ramificate reti clientelari. Alla generale corruzione del ceto politico (senza dimenticare l’insipienza e le complicità dei piccoli partiti che si dicono di sinistra, di cui ci siamo fidati anche troppo in passato), nella crisi presente le nostre classi dirigenti si sono accorte che occorreva prendere in mano le redini della situazione per evitare i disastri maggiori. In questi giorni, le leggi che verranno varate dal nostro parlamento per reagire alla crisi, sono di tutta evidenza quelle che la classe dirigente si dà per la propria salvezza e per la continuità di un sistema. Queste leggi, si dice, tutti sono chiamati a rispettarle, ma esse non cambiano affatto il vecchio gioco dei “due pesi e due misure”: colpiscono soprattutto chi sta in basso, valgono per chi non ha i mezzi e non conosce le astuzie per evaderle. Non è detto peraltro che siano migliori i “tecnici” dei “politici”, o per meglio dire, come in questi giorni molti per fortuna hanno detto, non è detto che i rappresentanti diretti dei “poteri forti” (per esempio finanza, consorterie consolidate e poco visibili che possiamo anche chiamare massonerie, e gerarchia cattolica) siano meno pericolosi dei “politici”.

primo piano

Il sociale al tempo della crisi

Foto di Winston Hearn

di Gli asini

 

 

In sei mesi, da agosto a oggi (dai crolli estivi delle borse, dalle rivolte giovanili in Gran Bretagna, dal cedimento del regime libico fino alla fine del governo Berlusconi e all’insediamento di quello Monti), in Italia, in Europa e in gran parte del mondo ricco e industrializzato le cose non sembrano più poter girare come hanno girato finora. L’accelerazione di un cambiamento temuto e non orientato appare improvviso e ingovernabile. Il concetto di “crisi” e l’accezione esclusivamente finanziaria che ne viene data non definisce il reale stato delle cose. Quello che invece appare evidente a tutti, con cognizione o per percezione cutanea, è che si stanno modificando improvvisamente sotto i nostri occhi i meccanismi di funzionamento della società.

E il lavoro sociale e pedagogico come sarà condizionato dalla crisi, come ne verrà modificato? Come reagiremo noi educatori? Come vi reagiranno le organizzazioni del welfare e del privato sociale per le quali lavoriamo?

Sono queste le domande che hanno iniziato a porsi alcuni gruppi di intervento sociale di cui Gli asini cercano di restituire, organizzare e amplificare le visioni, e che il 7 dicembre scorso si sono incontrati a Napoli, ospiti dal Centro territoriale Mammut, per discutere del Sociale al tempo della crisi .

il libro

Con il cinema non si scherza

Venerdì 13 dicembre presso la libreria Empiria a via Baccina 79 a Roma (nel Rione Monti) si è svolta la presentazione del libro di conversazione Con il cinema non si scherza tra Mario Monicelli e Goffredo Fofi edito dalla Cineteca di Bologna un anno dopo la morte del grande regista.

Hanno partecipato alla presentazione la collaboratrice del regista Anna Antonelli, il critico e direttore de “Lo straniero” Goffredo Fofi e il critico Emiliano Morreale.

Ascolta la registrazione integrale:

Il libro presso il negozio della Cineteca di Bologna.

Il primo numero de “Gli asini” (ultime copie disponibili) con l’intervista a Mario Monicelli sul “giovane nomale”.

Cinema vivo. Quindici registi a confronto   il libro curato da Morreale e Zonta con una nota finale di Mario Monicelli.

Il numero 128 de “Lo straniero” con il ricordo di Monicelli a firma di Goffredo Fofi.

 

il libro

Pudore e verità. Il naufragio una controinchiesta narrativa

di Nicola Villa

Il 1989 è avvenuto in Italia con due anni di ritardo. La caduta del nostro Muro di Berlino ha una data precisa, l’8 agosto 1991, quando la Vlora, una nave cisterna, attraccò nel porto di Bari con a bordo più di 20mila cittadini albanesi. Cadeva anche la nostra cortina di ferro a est, insieme al regime albanese iniziato dal dittatore stalinista Enver Hoxha, una cortina larga poche decine di chilometri come il Canale d’Otranto, per secoli via di scambi tra Occidente e Oriente. Le immagini della Vlora stracarica di profughi sono rimaste impresse nella memoria collettiva, ritrasmesse molte volte dai tg, rirappresentate, per esempio, nel film Lamerica di Gianni Amelio.

Da un punto di vista politico quell’episodio diede l’avvio a una campagna anti-albanese, la prima di una serie di xenofobie razziste che hanno caratterizzato questi ultimi ventanni (non a caso il primo successo politico rilevante della Lega Nord è datato 1992). Da un punto di vista culturale quello della Vlora fu un esordio esagerato di uno scambio migratorio che si è intensificato ed è ormai considerato naturale. Un flusso migratorio che purtroppo ha le sue vittime e le sue storie, una storia in particolare esemplare come il naufragio della Kater i Rades, una tragedia avvenuta il 28 marzo 1997 in cui morirono 81 persone, una vera e propria “strage di Stato” paragonabile all’incidente di Ustica, come apparve subito chiaro e come si ricostruisce ne Il naufragio di Alessandro Leogrande (Feltrinelli 2011, 271 pagine per 15 euro).

La notte del 28 marzo del 1997 la Kater i Rades, un piccolo battello da pesca che trasportava 137 albanesi, tra cui molte donne e bambini, in fuga dalla città di Valona, una città in mano alla guerra civile nata dopo il fallimento delle finanziare albanesi e in mano alle bande armate, affondò in seguito alla collisione con la Sibilla, una corvette, una nave militare della Marina italiana. Sono 56 i sopravvissutti, tutti coloro che si trovavano sul ponte esterno della nave e che furono sbalzati fuori dall’impatto; 81, alla fine, i morti, la maggior parte dei quali si era rifugiata all’interno della nave e di cui 24 non sono mai stati ritrovati i corpi.

in evidenza

Via Rubattino, Milano, Tangenziale Est

di Sara Honegger

Foto di 233627

Bisognerà riparlarne, meglio e più a fondo, sulla rivista – ché la carta rallenta e di questi tempi rallentare è quasi un imperativo. Ma qualcosa si può dire subito, soprattutto in questi giorni, dopo la violenza di Torino. Dopo che una ragazzina s’inventa una violenza carnale, ne incolpa i rom che vivono non lontano da casa sua, e un corteo di protesta sedicente pacifico invade il campo, distrugge baracche, appicca il fuoco. Una storia di violenza quasi banale – chi ricorda Ponticelli? – e che nella pratica non si discosta poi tanto da quella degli sgomberi ufficiali. Tale fu quello di via Rubattino, alla periferia sud est di Milano, raccontato con grande pacatezza ma altrettanta indispensabile precisione da Elisa Giunipiero e Flaviana Robbiati ne I rom di via Rubattino. Una scuola di solidarietà (Edizioni Paoline): una lettura importante, per non dire essenziale, a chiunque voglia provare a ricostruire la dinamica – verbale prima ancora che fattiva – di una violenza istituzionale, corroborata da parole svuotate del loro senso e perpetrata a danno di chi non ha effettivamente alcun potere di contrattazione e di difesa. Una storia complessa, che riguarda Milano ma è metafora di un sentire nazionale, per non dire europeo, a cui mettere pensiero; perché il libro racconta anche le zone di buona ombra, i gesti semi nascosti, le parole sussurrate, ma anche le lettere, le proteste, le alzate di scudi di una popolazione stanca di rabbia, di odio. Così, durante la lettura, ogni tanto il respiro si fa più lento e ci si concede addirittura quel senso di pienezza che viene dalla giustizia, una giustizia fatta di intrecci fra atti spontanei e consapevolezze associative, emergenze brandite come clave e sostegni costruiti nel tempo, dispersione e raccoglimento intorno a una scuola dove, all’improvviso, vengono a mancare una trentina di bambini. È la rete che si è opposta alla logica della distruzione costante e che, tuttora viva, porta nella città uno sguardo ancora capace di incanto, di meraviglia, di sorpresa dell’incontro.

Si dovrà parlarne ancora, capire che ne è stato di quei trenta e passa bambini e delle loro famiglie; e come è cresciuto, questo senso di comunità, che ha finito per diventare casa aperta; ma fin d’ora si può dire che questo libro ci conferma una sensazione provata al tempo dei fatti, quando ancora il castello morattiano, guardato a vista da De Corato, pareva indistruttibile: e cioè che l’intera vicenda sia stata come quei granelli di sabbia capaci di inceppare un colossale meccanismo.

Resta da vedere se la nuova giunta, a cui abbiamo guardato con grande speranza, agisca al più presto in modo diverso. Nelle parole, nelle azioni, nelle linee guida sugli incessanti sgomberi, di cui si è ancora in attesa.