appuntamenti

La scuola salvata dagli indiani

 

Mediateca del Centro Territoriale Mammut Piazza Giovanni Paolo II Napoli – Scampia 

Mercoledì 14 Marzo ore 17.00
Vinicio Ongini, Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale Edizioni Laterza (2011)

Presentazione del libro condotta dall’autore. Vinicio Ongini lavora all’Ufficio integrazione alunni stranieri del Ministero dell’Istruzione. Per un anno ha visitato le scuole dello Stivale, da Cuneo a Palermo, registrando le fatiche e le capacità inventive e reattive di molte di esse di fronte alla presenza, sempre più massiccia, di bambini e bambine straniere.

Pubblichiamo l’articolo “La scuola salvata dagli indiani” articolo di Ongini apparso sul numero 7.

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di Vinicio Ongini

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi,…addio casa natia…” I ragazzi “stranieri” di seconda generazione, figli di immigrati, hanno letto I promessi sposi, una pagina ciascuno, con i loro  accenti regionali, rumeno romanesco, cinese toscano….. Per “festeggiare” i 150 anni dell’Unità d’Italia, nello spettacolo “I promessi sposi. Questa cittadinanza s’ha da fare !”, organizzato il 16 marzo 2011 a Roma, al Tempio di Adriano, da Save the Children e Rete G2, un’associazione di giovani figli di immigrati. Perché quell’“addio ai
Sul forum della Rete G2 una ragazza milanese di origine  etiope, parlando di sé dice  di sentirsi come una noce di cocco, nera fuori e bianca dentro, continuamente obbligata a dichiarare la propria familiarità a un Paese, il nostro, il suo, che la vede sempre  come straniera. Ma pensare a questi ragazzi solo nella dimensione della fragilità può risultare fuorviante. Vanno piuttosto immaginati come dei grandi equilibristi. Ragazzi che rischiano certamente di cadere ma che possono allo stesso tempo sviluppare straordinarie capacità maturate a partire proprio dalla loro frequentazione di più mondi, dallo loro condizione di incertezza.monti”dell’ottavo capitolo, che ci ricorda la nostra scuola, con i pensieri in tumulto e i sentimenti di Lucia che è costretta a fuggire dal suo paese, attraversando in barca il lago di Como, è lo stesso di tanti ragazzi fuggiti dai monti dell’Afghanistan o dai villaggi dell’India, ha commentato quella sera Eraldo Affinati, scrittore, e insegnante di italiano, alla Città dei ragazzi di Roma, un’istituzione nata nel dopoguerra per ospitare orfani e sciuscià e che oggi accoglie minori stranieri non accompagnati, protagonisti delle nuove rotte dell’immigrazione.

 

il libro, maestri

La letteratura della crisi

Ringraziando l’autrice e la redazione della webzine Sul Romanzo, ripubblichiamo questa intervista allo scrittore e giornalista Vittorio Giacopini, nata al termine di un dibattito alla fiera della piccola editoria di Roma dello scorso dicembre. L’intervista è utile sia per chi si occupa e interessa di narrativa, soprattutto italiana, contemporanea, sia, visto il periodo di complessità e le letteure della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano operare e reagire attraverso l’intervento sociale e l’educazione. Tra le risposte di Giacopini vi sono alcuni spunti e riflessioni di un lungo suo saggio sull’argomento che verrà pubblicato sul numero di aprile de “Lo straniero”. Infine segnaliamo l’uscita di un nuovo romanzo di Giacopini dedicato alla figura dell’anarchico Errico Malatesta: Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthera 2012). (Nicola Villa)

 

incontro con Vittorio Giacopini

di Carlotta Susca

Ho trovato estremamente interessante la sua analisi (in occasione dell’incontro ‘Letteratura e crisi’ alla Fiera Più libri più liberi) sulle possibilità di risposta della Letteratura a questo periodo storico. Lei diceva che la letteratura realistica oggi deve tendere all’espressionismo e all’iperrealismo. Lo scorso settembre si è gridato alla morte del Postmoderno e all’inizio del New Realismo Era dell’autenticità, ma a mio avviso la descrizione postmoderna della realtà era già realistica, solo in modo interessante. Lei cosa pensa della presunta morte del Postmoderno e della possibilità che dica ancora qualcosa sulla realtà?

Se cominciassimo a smetterla con formule, schemi, categorizzazioni e teoremi più o meno rimediati, sarebbe meglio. Il punto, già nella sua domanda è molto chiaro, sta nel termine ‘realtà’, evidentemente. Personalmente, sono convinto che il lavoro della scrittura letteraria (non dico dell’arte, sono ancora capace di… vergogna) sia quello di lavorare e immaginare un mondo sottratto a quello che mi viene da definire come il ‘ricatto dell’attualità’. Usare certe parole – realtà, cronaca, presente – come una specie di imperativo per gli scrittori il più delle volte è solo una trappola. Critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che ci circondano. Alla fine, lo scrittore in questa ottica è un rimasticatore di prose scontate e prevedibili, spacciate per chissà quale ispirato punto di vista su quanto è ciò sotto gli occhi di tutti ma dentro il linguaggio dei Media, della Comunicazione. Bisognerebbe ricordarsi sempre di una battuta di Orwell – un grande maestro – che diceva che niente è così difficile come vedere ciò che sta in front of your nose, cioè proprio sotto il nostro naso. Insomma, quel che credo è che la presunta realtà sia già replicata da troppi e troppi specchi (media, tv ecc. ecc.) e che per dire qualcosa di autentico, sentito, interessante, sia il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfalsato. Il realismo (vecchio o nuovo che sia) è sconfessato proprio da questa dinamica. Quando faccio l’esempio dell’espressionismo è per farmi capire. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente. E poi bisogna essere capaci di seguire il proprio ‘demone’ senza stare troppo a pensare cosa possa piacere o non possa piacere. Nel mio ultimo romanzo (L’arte dell’inganno, Fandango) racconto la storia di un agitatore anarchico, Ret Marut, che poi si fa romanziere e scrittore fantasma scegliendosi un nome apocrifo (B. Traven)  – è veramente esistito ma nessuno ha mai capito chi diavolo fosse – e che aveva scelto come suo motto una breve fase: «Io non sono un contemporaneo». Questo rapporto ‘dialettico’ col proprio tempo per me è decisivo. Ma provo a dirla diversamente: il romanzo più importante degli ultimi tempi a mio avviso è il penultimo grande lavoro di Thomas Pynchon. Against the day è un romanzo storico e al tempo stesso una consapevole e ragionata decostruzione della nostra storia recente. Per me questo è il grande modello. E che si tratti o meno di Postmoderno mi sembra secondario. Certamente non è realismo, né old né new.

il libro

La Quinta Parete

di Lucia Cominoli 

ll gruppo Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna, in collaborazione con il teatro ITC di San Lazzaro, il teatro Testoni di Casalecchio di Reno e l’associazione Culturale RareFazioni da il via al progetto La Quinta Parete. Una redazione mista, composta da animatori disabili ed educatori del gruppo, si confronterà di volta in volta criticamente sui temi e le suggestioni offerte dalla visione degli spettacoli ospitati dai teatri, coadiuvati dall’intervento di critici teatrali e dall’incontro con gli artisti stessi.

Un modo diverso per parlare a noi e alla città di accessibilità culturale, un’accessibilità che non  vogliamo si riduca al semplice atto di entrata nei luoghi deputati ma che piuttosto sia in grado di offrire a tutti la capacità di lasciare le tracce del proprio passaggio e, attraverso l’incontro con l’arte e il teatro, renderci spettatori e cittadini partecipi del nostro tempo.

Obiettivo del progetto è nello specifico promuovere, attraverso l’immersione diretta nel tessuto culturale, il ruolo del disabile come fruitore critico all’interno del teatro stesso. Il teatro è in tal senso territorio privilegiato, poiché offre la possibilità di un confronto in presenza insostituibile, capace di far confluire in sé emozioni, relazioni e identità comunitarie che mai si esauriscono nel puro atto spettacolare.

maestri

Una serissima anarchia

Nel febbraio di due anni fa moriva Colin Ward, uno dei più importanti ed eclettici intellettuali anarchici. Dedicò moltissime energie allo studio della costruzione sociale della città, sia dal punto di vista architettonico (con uno studio approfondito sull’autocostruzione) che da quello della pianificazione urbanistica (e l’uso “illegittimo” che certe categorie di persone, in primis i bambini, fanno degli spazi pubblici). Per chi l’ha conosciuto o letto è immediato il collegamento fra le sue analisi e la partita che si sta giocando in Val di Susa in queste settimane.

Lo ricordiamo con un articolo apparso, in sua memoria, sul n. 5 de Il barrito del Mammut e con una bella video intervista (una delle ultime) realizzata da Paolo Cottino per Eleuthera. (Gli asini)

 

 

Una serissima anarchia

di Luigi Monti

 

Con la morte di Colin Ward, avvenuta lo scorso 11 febbraio all’età di ottantacinque anni, si chiude probabilmente un’intera stagione del pensiero sociologico e politico. Quella inaugurata dai maestri del socialismo utopistico dell’800 (Prudhon, Landauer, Kropotkin, Buber) e che si è sforzata di stare dentro le soverchianti forze della storia con quella “disperazione creativa” che secondo Ward racchiudeva il senso profondo del pensiero anarchico. Difficilmente ci sarà concessa la stessa ottimistica fiducia nella spinta cooperativistica delle comunità e degli esseri umani. Ciò non toglie che il metodo e la postura che Colin Ward ci insegnò a opporre a ogni sistema politico, economico o culturale totalitario e disumanizzante ci sembrano ancora fondamentali.

Nella sua inesausta attività di pubblicista – prima come redattore di Freedom poi come fondatore e direttore di quella formidabile esperienza che fu la rivista Anarchy, da cui nacquero quasi tutti i suoi libri, disponibili soltanto in parte in traduzione italiana – si occupò principalmente dei modi non ufficiali con cui le persone usano l’ambiente urbano e rurale. In questi termini e come forme mutualistiche e autogestite di organizzazione, ha scritto di orti urbani, autocostruzione e occupazioni di case, vandalismo, mutuo appoggio, cooperativismo e, per noi fondamentale, dell’uso spontaneo che i bambini fanno di strade, piazze, cortili e spazi pubblici delle città: parabola secondo lui perfetta dell’anarchia, raccolta nel suo libro più bello e che non fatichiamo a considerare fra i più importanti del pensiero pedagogico del ‘900: Il bambino e la città.