educazione e politica

La cronaca è meglio della storia

Foto di Chiara Bellenghi

C’è un’Italia che si allea con l’Europa della crisi e dell’esasperazione. Le grandi città si parlano e un gran numero di ragazzi che ci abitano sono in grado di rispondere alla domanda “cosa sta succedendo?”. Che il paese non fosse amalgamato e che le fratture fossero generazionali ce ne eravamo accorti. Quello che sta emergendo è anche una spaccatura trasversale interna ai blocchi generazionali, se si  ripercorrono all’indietro i passaggi delle battaglie degli studenti da oggi fino al 2008 allontanandosi dalle grandi città si assiste a una diminuzione dei livelli di consapevolezza. Mentre le ragioni della rabbia giovane trovano ogni giorno un motivo in più per essere manifestate, l’Italia che non è cosmopolita, quella delle città-paesone, si sta perdendo e gli studenti perdono il contatto con il “centro”. Le cose stanno accadendo, ma non possono essere ripetute a macchinetta nelle grandi città e nelle piccole come iniziative clonate. Gli studenti oggi sono smaliziati e quindi non abboccano alle ricette precotte, ma se si aggiunge che spesso in provincia si è anche inconsapevoli allora il rischio è che non ci sia la massa critica necessaria a elaborare quella che attualmente è la terza via della protesta: quella che ha matrice culturale nel tentativo di vedere all’opera una visione anarchica al servizio di una prassi socialdemocratica. Dire “lotta” nelle grandi città, insieme a molti ragazzi, ha fortunatamente perso l’allure inquinante dei centri sociali e già da un po’ la retorica sessantottina (e seguenti) o dei sindacalisti più incazzati. Avere la possibilità per le assemblee studentesche della maggior parte delle città italiane di discutere e confrontarsi con un approccio cosmopolita è vitale per due motivi: sia perché non è un film già visto e sia perché non ci possiamo permettere di staccare il filo tra centro e periferia di un paese già vistosamente in pezzi. La scuola pubblica ha funzionato da semenzaio per il lavoro culturale, ma questa situazione non è che la conferma di un esaurimento definitivo della capacità di tenere insieme le diverse realtà del paese, i canali dello scambio intellettuale devono essere e già sono altri, ed è un pensiero condiviso il fatto che non basta la rete da sola che deve essere rafforzata dallo scambio e dall’incontro fisico. Nessuna esaltazione della grande città solo una constatazione da non sottovalutare, crescere con la testa e il cuore in subbuglio dà oggi qualche strumento in più per capire qualcosa in un presente multitasking. Perdere il tempo della curiosità e della lotta oggi è un male grave, la ricostruzione storica di questo passato prossimo sarà sempre più difficile: meglio seguirle e sceglierle in diretta le mille voci mescolate. Le fonti dirette sono il modo per orientarsi in una prospettiva con troppe vie di fuga. La cronaca è meglio della storia… è meglio esserci. (Nicola Ruganti)

Pubblichiamo il commento di Annalisa Villa, rappresentante degli studenti del Liceo Mamiani di Roma, in seguito allo “sciopero generale transnazionale” del 14 novembre.

 di Annalisa Villa

Ieri è stata una giornata di protesta transnazionale. La mobilitazione è dilagata in 87 città italiane e in numerosissime città spagnole, greche e portoghesi.

A Roma soltanto noi studenti dei licei eravamo 50mila. Abbiamo dimostrato la forza di una rabbia che nasce dal basso e che si concretizza in cortei del tutto autorganizzati, senza la ricerca di sponsor o fondi partitici per finanziarsi. Unendoci poi al corteo degli universitari, rifiutando invece l’adesione alla protesta di sindacati, che non ci rappresentano, abbiamo ribadito, oltre alla nostra pratica, la condivisione della protesta e tutti i suoi contenuti. Siamo arrabbiati per uno smantellamento della scuola statale sempre più concreto (attraverso l’imminente approvazione della DDL 953 ex Aprea), per un futuro che ci si preannuncia di precariato, per un governo fortemente politico (e non tecnico!) che continua a farci rimanere inascoltati. Ieri abbiamo urlato ai giornalisti di dire la verità su quello che stava succedendo. Ancora una volta il centro nella nostra città era blindato e di nuovo ci è stato impedito di andare a manifestare il nostro dissenso sotto quei palazzi che detengono le responsabilità del nostro malessere. Ci hanno fatto allungare il percorso, ci hanno arbitrariamente bloccati sul lungotevere e ci hanno caricato senza pietà. Non contenti tre blindati della polizia hanno letteralmente inseguito, per oltre 1 Km, i manifestanti che avevano attraversato il ponte e cercavano, ormai lontani dal proprio obbiettivo, di scappare. Ieri la risposta dello stato è stata la violenza. Il dato politico forte, a mio parere, è stato ancora una volta il tentativo di isolamento fino allo sfinimento della protesta e l’obbiettivo di ridurre al minimo l’opposizione sociale con la repressione. Ieri noi eravamo determinati: con le nostre urla e con i nostri numeri, sapendo che possiamo davvero determinare passaggi sociali e politici, li abbiamo spaventati, per questo hanno deciso di far scoppiare il panico. I giornali parlano ancora di black bloc, di infiltrati, di violenza insensata di piazza oppure se cercano di difenderci ci dipingono come ragazzini allegri e indifesi che volevano solo sfilare per le vie di Roma, magari canticchiando canzoncine freak da un carretto. Noi non siamo niente di tutto questo. Gli infiltrati non c’erano, non siamo criminali non possiamo essere ridotti a un semplice “problema di ordine pubblico”. Inoltre non crediamo più che un corteo-sfilata possa risolvere la situazione, non siamo allegri e non siamo neanche così indifesi. Ci difendiamo perché è sempre più necessario farlo; perché senza un casco rischi di fartela spaccare a manganellate, la testa.

il libro

Partecipazione e lavoro sociale

di Maurizio Braucci

Josephin Baker, cantante, ballerina e filantropa, si chiese se la vocazione fosse “la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”. Riprendendo questa definizione e, tra le righe, la sua implicazione vocazionale, Giovanni Laino ha intitolato il suo saggio Il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo – la partecipazione come attivazione sociale (Franco Angeli, pag. 238, euro 31).

Raccolta di scritti inediti e di articoli rimaneggiati, il libro propone teorie, memorie e analisi di un professore che non attende solo ai corsi universitari, quelli della Facoltà di Architettura di Napoli, ma che da anni opera anche nell’ambito dell’attivismo sociale. Infatti, in una premessa vocazionale, Laino scrive che nelle pratiche sociali “è meglio essere misurati, possibilmente miti anche se facendo i conti con i propri limiti spesso si riesce ad essere solo tiepidi” a sottolineare che la pazienza e l’umiltà negli obiettivi dovrebbero essere virtù dell’attivista sociale.

Nei primi capitoli, Laino scruta nella tradizione partecipativa italiana, definendola “carsica” all’interno di una storia nazionale egemonizzata dai partiti e dalle organizzazioni a loro legate, e ritraccia così i percorsi di élites illuminate, cioè di minoranze, che dal dopoguerra hanno perseguito l’attivismo sociale come strumento per l’ottenimento di riforme a vantaggio dei più deboli. La proposta di brevi schede biografiche di importanti esponenti di queste minoranze – Zanotti Bianco, Guido Calogero, Aldo Capitini, Manlio Rossi-Doria, Sebregondi ed altri – ha lo scopo di dimostrare che il tema della partecipazione, tanto decantato ai giorni nostri, è di fatto una pratica in Italia assai consolidata.

Negli ultimi anni “coloro che si sono interessati alla partecipazione hanno guardato con molta attenzione ai lavori elaborati in ambienti Nord europei, Nord americani e latino americani” mentre Laino ritiene che “una rivisitazione del patrimonio di tante esperienze italiane possa ancora sostenere la ricerca di una declinazione meno ideologica e formale della democrazia partecipativa”.

appuntamenti

Convegno L’ambiente che educa a Genova

In occasione di ABCD + Orientamenti,  Salone dell’educazione, dell’orientamento e del lavoro, a Genova da oggi fino al 16 novembre, segnaliamo il convengo “L’ambiente che educa”  venerdì 16 novembre dalle 15e30 alle 18 presso la Sala Riviera della Fieracongressi di Genova.  Al convegno, moderato da Doriana Allegri del Comune di Genova, parteciperanno il pedagogista Raniero Regni, Alessandra Montemurro del Centro Nascite Montessori di Roma, la preside dell’Istituto Comprensivo Montessori di Bolzano Heidi Niederkofler e la nostra Beatrice Borri, ricercatrice presso la Freie Schule am Mauerpark di Berlino. In questa occasione Borri parlerà del suo anno di formazione presso una scuola alternativa tedesca,  racconto già pubblicato sul numero 10 della rivista

Alla fiera sarà possibile acquistare l’ultimo numero della rivista e gli arretrati.

 

Convegno L’ambiente che educa
Genova
16 novembre 2012
Fieracongressi h. 15.30 | 18.00
Sala Riviera

 

intervengono
Raniero RegniIl vestito dell’anima: dall’amore all’ambiente al paesaggio –  Docente di Pedagogia Sociale  Facoltà di Scienze della Formazione Università Lumsa di Roma
Alessandra MontemurroUn nido a misura di bambino – Formatrice Centro Nascita Montessori di Roma
Heidi NiederkoflerL’ambiente educativo: dall’ atteggiamento pedagogico degli adulti agli ambienti predisposti agli apprendimenti – Dirigente Istituto Comprensivo Montessori di Bolzano (lingua tedesca)
Beatrice BorriRacconto di un anno in una Freie Alternativschule in Germania – Ricercatrice Freie Schule am Mauerpark
modera Doriana Allegri – Responsabile Coordinamento Tecnico Pedagogico – Comune di Genova

maestri

Consigli a un aspirante lettore

 di Nicola Villa 

 

Più che a un aspirante scrittore i testi, i saggi, le pagine dei Diari e gli interventi di Virginia Woolf sembrano diretti a un aspirante – consapevole e critico – lettore. Consigli a un aspirante scrittore è il titolo di questa agile ma utilissima antologia della scrittrice inglese, uscita nei Bur-Rizzoli a cura di Roberto Bertinetti (256 pagine per 7 euro), che raccoglie alcuni scritti finora inediti in Italia estratti sia dalla monumentale summa dei saggi woolferiani, da poco ultimata (sono sei i volumi degli Essays of Virginia Woolf), che dalle pagine dei Diari, grazie alle traduzioni di Bianca Tarozzi e Giordano Vintaloro. Per Woolf, le attività di scrittrice e di critica sono sempre andate di pari passo, sin da giovanissima quando, appena ventiduenne, iniziò a collaborare con diversi e prestigiosi giornali londinesi, fino a ridosso del suicidio nel 1941. Leggere la saggistica di Woolf può aiutare a comprendere come il processo di formazione della scrittrice sia stato lungo e precoce già dall’infanzia passata nella biblioteca di famiglia (il padre, Sir Leslie Stephen, era un noto intellettuale e storico), mentre quello creativo sia stato concentrato e intenso per venti anni, di cui quelli veramente prolifici sono stati appena dieci. Nonostante pensasse di essere lenta, Woolf ha scritto i suoi libri più riusciti e più sorprendenti in pochi anni e le date aiutano a capirlo: Mrs Dalloway, Gita al faro, e Orlando, i suoi capolavori, vedono la luce dal 1925 al ’28, e Gli anni viene pubblicato dieci anni dopo, a conclusione di un ideale sviluppo della sua sperimentazione letteraria che oggi viene considerata un caposaldo del modernismo. Nella Lettera a un giovane poeta la Woolf scrive una sorta di dichiarazione poetica: “forse è questo il tuo compito – trovare le relazioni tra cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità, assorbire ogni esperienza che ti passa davanti senza paura e saturarla completamente, così che la tua poesia sia un tutto, non un frammento”. Questo per dire che per buona parte della sua vita, 59 anni, Virginia Woolf si è dedicata più “ai libri degli altri” e al dibattito culturale del suo tempo, aspetto mondano che aveva sicuramente contribuito ad accrescere la sua fama. Quello della fama, del riconoscimento, è un tema non trascurabile nel ragionamento di Woolf, che emerge dagli scritti personali come un punto cruciale in rapporto al suo bisogno di indipendenza economica, la celebre “stanza tutta per se” dove scrivere e leggere senza bisogno di altri lavori e dipendenze, ma soprattutto collegato alla sua depressione e al suo bisogno di “attaccarsi” alla vita: “perché la vita è così tragica, così simile a uno stretto sentiero a strapiombo sull’abisso?”, scriveva sul suo diario già il 25 ottobre del 1920. Le sue riflessioni sul denaro rivelano non tanto un carattere ossessivo per il bisogno di riconoscimento, ma più che altro da un aspetto farmaceutico concreto e da un aspetto di reale autonomia politica: “la libertà intellettuale dipende da cose materiali. E la poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non solo per duecento anni ma dall’inizio dei tempi”.