in evidenza, primo piano

Praticare l’obiettivo

di Pino Ferraris

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

Alcune riflessioni a caldo, prendendo spunto da due interventi all’interno del dibattito che si è sviluppato, all’inizio di dicembre, dai gruppi che si sono incontrati al Mammut di Napoli per discutere del “sociale”, della sua condizione, degli sviluppi che probabilmente prenderà e di quelli che sarebbe bene tentare di imprimergli.
Il primo è offerto dal racconto di Marina Galati della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme che ha confrontato due episodi di mobilitazione sociale (l’occupazione dell’Azienda sanitaria per ottenere diritti negati ai disabili) concentrati nella stessa località ma in epoche diverse. In esso si sottolineano con forza i mutamenti nella configurazione della questione sociale che sono venuti avanti in questi ultimi tempi e che richiedono nuovi modi del fare società.
L’esperienza riportata parla della transizione da una mobilitazione sociale di strati marginali e minoritari della società (i venti disabili che occuparono l’azienda trent’anni fa) a una recente iniziativa che ha coinvolto più ampie fasce sociali (comprese le famiglie, gli operatori sanitari stessi e addirittura una parte della polizia municipale che hanno occupato l’azienda alla fine dello scorso anno), frutto di nuove alleanze tra aree storiche di marginalità sociale e nuove figure sociali “vulnerate” dalla crisi in atto.

in evidenza

Le biblioteche come bene comune

di Antonella Agnoli

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

Abbiamo bisogno di biblioteche, ma di quali biblioteche? Biblioteche di pubblica lettura e biblioteche di conservazione sono servizi diversi. Di queste ultime in Italia ne abbiamo a centinaia, forse migliaia, che svolgono il loro compito, più o meno bene. Ciò che non abbiamo, se non in poche regioni del Centro- nord, è l’equivalente delle prime: istituzioni aperte a ogni tipo di pubblico, che si pongono il problema di cercare nuovi pubblici da mettere in contatto con la cultura (non necessariamente con i soli libri) in un mondo sempre più ignorante. All’estero furono create nell’Ottocento perché libertà e democrazia richiedono che l’educazione sia il più possibile diffusa, in Italia non sono mai diventate un servizio “normale” e quindi sono rimaste un optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione comunale. Le nostre classi dirigenti hanno sempre pensato che la biblioteca fosse un deposito di libri, forse necessario per il prestigio della città ma irrilevante ai fini pratici; in Francia, in Olanda, in Svezia o negli Stati Uniti la biblioteca non assomiglia a un palazzo rinascimentale pieno di scaffali, tavoli e sedie: spesso è un edificio di vetro e cemento, con poltrone e divani, giardini o terrazze, una caffetteria piacevole, molto spazio per i bambini, luoghi di incontro per gruppi di lettura, magari con corsi di arabo o di ricamo. Sono istituzioni irrinunciabili per le città che le ospitano, servizi che accolgono ogni giorno migliaia di bambini e di adulti. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno anche noi, moltiplicando le realtà positive come Sala Borsa a Bologna, la Delfini a Modena, la San Giorgio a Pistoia e molte altre.

in evidenza, primo piano, ritorno alla terra

Sud e migranti

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

 

Non passa giorno che non ci venga detto che “ognuno deve fare la propria parte per uscire dalla crisi”. Il “monito del Capo dello Stato”, la “preoccupazione” espressa da qualche altro esponente istituzionale, il segretario del tal partito che dice, “assumendosi le proprie responsabilità”, di essere “pronto a fare la sua parte”. Cosa vuol dire questa frase dal sapore pirandelliano? Che, in realtà, buona parte della classe dirigente non sta facendo la “propria parte” (anche se afferma di essere disposta prima o poi a farla)? Proviamo a rovesciare la prospettiva. Proviamo a pensare che forse, per affrontare la crisi, è necessario proprio cambiare parte. Cambiare sceneggiatura. Entrare anche nelle “parti” degli altri e improvvisare un po’.
In questo articolo vorrei parlare di crisi partendo dall’agricoltura, dal Sud e dai migranti di origine africana, raccontando come alcune realtà che si occupano a vario titolo di queste questioni stiano facendo non (solo) la loro “parte”, ma qualcos’altro e di più. Non è un caso che alcune tra le prime risposte alla (o tentativi di attutire gli effetti della) crisi  economica vengano dall’agricoltura, dal Sud, dai migranti africani: si tratta di un settore economico, di una parte dell’Italia e di un “pezzo” della classe lavoratrice che da anni, da ben prima dell’attuale crisi finanziaria, risentono di varie “crisi”.

in evidenza, urbanistica del disprezzo

Rigore Equità Sviluppo

di Roberto Landolfi

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

 

Rigore: tempo del dovuto, tempo del voluto
“Il 2011 si chiude con un atto dovuto; il 2012 si aprirà con un atto voluto”, l’incipit dell’articolo di Guido Tabelloni, dal titolo Il Coraggio di parlare ai cittadini, comparso sul Sole 24 Ore di fine anno 2011, intende spiegare l’azione del governo, quella già avvenuta e quella che dovrà avvenire. Compito davvero arduo. È ben difficile spiegare una manovra che, nel 2011, ha introdotto una quantità di nuove tasse e nuovi balzelli che pochi altri governi hanno saputo imporre, con la presunzione di mettere in sicurezza i conti pubblici. La manovra 2012 dovrà (dovrebbe… vedremo) portare  liberalizzazioni, occupazione, sviluppo. La politica dei due tempi, di democristiana memoria, presuppone un bell’atto di fiducia da parte dei cittadini: il coraggio non lo deve avere solo chi parla chiaro ai cittadini. Il coraggio lo devono avere anche tutti coloro che sono disposti a credere a chi, prima ti dà uno schiaffo e poi dice: tra poco arriva la carezza. Arriverà la carezza? E poi c’è carezza e carezza, dipende da chi la fa e da chi la riceve. Per ora lo schiaffo fa male. In particolare quando colpisce i più deboli, i più poveri e la cosiddetta classe media che, a tambur battente, si avvicina a livelli di gran difficoltà economica. Ma, si dice: occorre aver fiducia nei Professori. Ne avranno gli italiani? Questa è storia che si scriverà nei prossimi mesi.

il libro

La lezione di Pino Ferraris

di Luigi Monti

 

È morto giovedì scorso nella sua casa di Roma Pino Ferraris, sociologo, politologo e storico del movimento operaio e socialista. Pino è mancato proprio nel momento in cui la generazione di operatori e educatori della rete di cui Gli Asini fanno parte aveva con insistenza cercato e ottenuto da lui un confronto su alcuni dei temi che agitano (o dovrebbero agitare) il mondo dell’intervento sociale.

Prima che in carne e ossa, l’incontro era avvenuto grazie alla riedizione di alcuni suoi scritti sul movimento operaio delle origini, Ieri e domani, per le edizioni dell’Asino, che su molti di noi, quasi all’oscuro di quel pezzo di storia, aveva esercitato un fascino inaspettato, visto il taglio erudito e accademico delle occasioni in cui erano stati redatti, e generato tutto dalla forza delle idee e dalla luminosità delle figure e delle esperienze che in quelle pagine aveva saputo evocare. Osvaldo Gnocchi-Viani, la Società umanitaria, il sindacalismo belga di fine Ottocento, il movimento luddista o l’owenismo: leggendo le pagine di Ieri e domani improvvisamente salta agli occhi come la storiografia socialista tradizionale abbia, più o meno consapevolmente, lasciato in ombra una tradizione “altra” che avrebbe potuto imprimere alla storia europea un’evoluzione molto diversa da quella che poi è sfociata nei nazionalismi e nei totalitarismi che hanno insanguinato il continente per mezzo secolo e impiantato un seme di violenza nella sua cultura per un tempo ben più lungo.

Nel libro Pino analizza “quel grandioso movimento politico e sociale che, dalla metà dell’Ottocento al 1920 ha generato il possente antagonismo sociale, culturale e la grande ondata associativa e democratica che hanno segnato la storia dell’Europa contemporanea”. Ciò che prevale nella fase iniziale dell’associazionismo operaio e tema centrale del libro (ciò che più ha attirato la nostra attenzione anche in relazione alle domande che “il sociale” si dovrebbe porre di fronte alla crisi di questi mesi) è l’elemento della mutualità, ovvero del reciproco soccorso ogni volta che difficoltà della vita impedivano agli associati di rispondere autonomamente ai propri bisogni e alle proprie necessità. Le associazioni mutualistiche erano sostanzialmente di due tipi: le “società di mutuo soccorso” che assistevano i soci di fronte ai rischi della disoccupazione, dell’infortunio, della malattia, della vecchiaia e della morte e le “cooperative” che difendevano il lavoratore dalla speculazione sui beni di consumo e che promuovono risposte alla mancanza di lavoro.