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Via Curiel 8

 Salutiamo con piacere l’uscita del film d’animazione Via Curiel 8 di Mara Cerri e Magda Guidi, vincitore del premio come miglior film nella sezione “Italiana.Corti” dell’ultima edizione del Torino Film Festival. Il film è tratto dal bellissimo libro della Cerri ora ripubblicato in nuovo formato da Orecchio acerbo (libro+dvd) e verrà presentato il 4 marzo durante il festival di fumetti di Bologna Bil Bol Bul.

Qui sotto è possibile ascoltare la presentazione di Goffredo Fofi e delle autrici della mostra delle tavole originali del film presso la galleria Tricromia di Roma.

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Praticare l’obiettivo

di Pino Ferraris

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

Alcune riflessioni a caldo, prendendo spunto da due interventi all’interno del dibattito che si è sviluppato, all’inizio di dicembre, dai gruppi che si sono incontrati al Mammut di Napoli per discutere del “sociale”, della sua condizione, degli sviluppi che probabilmente prenderà e di quelli che sarebbe bene tentare di imprimergli.
Il primo è offerto dal racconto di Marina Galati della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme che ha confrontato due episodi di mobilitazione sociale (l’occupazione dell’Azienda sanitaria per ottenere diritti negati ai disabili) concentrati nella stessa località ma in epoche diverse. In esso si sottolineano con forza i mutamenti nella configurazione della questione sociale che sono venuti avanti in questi ultimi tempi e che richiedono nuovi modi del fare società.
L’esperienza riportata parla della transizione da una mobilitazione sociale di strati marginali e minoritari della società (i venti disabili che occuparono l’azienda trent’anni fa) a una recente iniziativa che ha coinvolto più ampie fasce sociali (comprese le famiglie, gli operatori sanitari stessi e addirittura una parte della polizia municipale che hanno occupato l’azienda alla fine dello scorso anno), frutto di nuove alleanze tra aree storiche di marginalità sociale e nuove figure sociali “vulnerate” dalla crisi in atto.

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Le biblioteche come bene comune

di Antonella Agnoli

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

Abbiamo bisogno di biblioteche, ma di quali biblioteche? Biblioteche di pubblica lettura e biblioteche di conservazione sono servizi diversi. Di queste ultime in Italia ne abbiamo a centinaia, forse migliaia, che svolgono il loro compito, più o meno bene. Ciò che non abbiamo, se non in poche regioni del Centro- nord, è l’equivalente delle prime: istituzioni aperte a ogni tipo di pubblico, che si pongono il problema di cercare nuovi pubblici da mettere in contatto con la cultura (non necessariamente con i soli libri) in un mondo sempre più ignorante. All’estero furono create nell’Ottocento perché libertà e democrazia richiedono che l’educazione sia il più possibile diffusa, in Italia non sono mai diventate un servizio “normale” e quindi sono rimaste un optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione comunale. Le nostre classi dirigenti hanno sempre pensato che la biblioteca fosse un deposito di libri, forse necessario per il prestigio della città ma irrilevante ai fini pratici; in Francia, in Olanda, in Svezia o negli Stati Uniti la biblioteca non assomiglia a un palazzo rinascimentale pieno di scaffali, tavoli e sedie: spesso è un edificio di vetro e cemento, con poltrone e divani, giardini o terrazze, una caffetteria piacevole, molto spazio per i bambini, luoghi di incontro per gruppi di lettura, magari con corsi di arabo o di ricamo. Sono istituzioni irrinunciabili per le città che le ospitano, servizi che accolgono ogni giorno migliaia di bambini e di adulti. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno anche noi, moltiplicando le realtà positive come Sala Borsa a Bologna, la Delfini a Modena, la San Giorgio a Pistoia e molte altre.

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Sud e migranti

di Mimmo Perrotta

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 (febbraio-marzo 2012) della rivista “Gli asini”. Ti incoraggiamo a comprare il numero e ad abbonarti

 

Non passa giorno che non ci venga detto che “ognuno deve fare la propria parte per uscire dalla crisi”. Il “monito del Capo dello Stato”, la “preoccupazione” espressa da qualche altro esponente istituzionale, il segretario del tal partito che dice, “assumendosi le proprie responsabilità”, di essere “pronto a fare la sua parte”. Cosa vuol dire questa frase dal sapore pirandelliano? Che, in realtà, buona parte della classe dirigente non sta facendo la “propria parte” (anche se afferma di essere disposta prima o poi a farla)? Proviamo a rovesciare la prospettiva. Proviamo a pensare che forse, per affrontare la crisi, è necessario proprio cambiare parte. Cambiare sceneggiatura. Entrare anche nelle “parti” degli altri e improvvisare un po’.
In questo articolo vorrei parlare di crisi partendo dall’agricoltura, dal Sud e dai migranti di origine africana, raccontando come alcune realtà che si occupano a vario titolo di queste questioni stiano facendo non (solo) la loro “parte”, ma qualcos’altro e di più. Non è un caso che alcune tra le prime risposte alla (o tentativi di attutire gli effetti della) crisi  economica vengano dall’agricoltura, dal Sud, dai migranti africani: si tratta di un settore economico, di una parte dell’Italia e di un “pezzo” della classe lavoratrice che da anni, da ben prima dell’attuale crisi finanziaria, risentono di varie “crisi”.