pianeta

#NeverAgain: gli studenti americani contro la violenza armata

di Lorenzo Velotti

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Il 14 febbraio Nikolas Cruz, un ex studente della Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, è tornato nella sua scuola e con un fucile semi-automatico ha sparato indiscriminatamente a studenti e insegnanti, uccidendo diciassette persone. Una dinamica non particolarmente diversa rispetto alle molteplici stragi compiute nelle scuole e nelle università statunitensi con una certa frequenza, se non che questa volta la sparatoria ha generato, in pochi giorni, il più grande movimento contro la violenza armata da almeno due decadi. I giovanissimi studenti di Parkland, invece di limitarsi al lutto, alla solidarietà o alle preghiere, hanno messo l’accento sul fatto politico della tragedia: hanno denunciato l’enorme influenza della lobby delle armi, la National rifle association (Nra), sul Congresso degli Stati Uniti. Hanno creato, in gran parte grazie all’uso dei social networks, un movimento in grado di produrre, a un mese dall’accaduto, una collettiva “uscita dalle classi” in tutte le scuole del paese e, il 24 marzo, una “Marcia per le nostre vite”: una gigantesca manifestazione, celebratasi in oltre 800 città statunitensi, in opposizione alla violenza armata.

Il successo mediatico del movimento è indubbio e, per quanto riguarda la lotta alla violenza armata, inedito. Lo straziante discorso della studentessa sopravvissuta Emma Gonzalez ha fatto il giro del mondo. Il problema della violenza armata è diventato protagonista del dibattito pubblico americano. Inoltre, in poche settimane, diversi (cauti) passi avanti verso un maggiore controllo della vendita e del possesso di armi sono stati fatti tanto dai governi di alcuni stati federali quanto da alcune aziende private. Gli studenti sono riusciti a raccogliere diversi milioni di dollari attraverso il crowdfunding, le donazioni da parte delle celebrità e l’appoggio di società e fondazioni private. Secondo i sondaggi, l’opinione pubblica è sempre più a favore di leggi più restrittive sulla vendita delle armi. In questo contesto, ciò che è veramente interessante sono la natura, e le potenzialità, di questo movimento.

Un movimento radicale?

Un elemento in particolare, oltre al successo mediatico, differenzia questi studenti dai movimenti per il controllo delle armi esistiti finora – nati in quartieri bianchi e “bene” come reazione alle stragi. Questa volta, infatti, i ragazzi stanno cercando – come si è potuto ascoltare in alcuni dei discorsi della March for Our Lives – di dar voce al problema della violenza armata non solo nelle scuole, ma anche più in generale nei difficile contesti delle comunità povere, in particolare afroamericane, dove il tasso di omicidi è ben più alto che quello nelle scuole, ma i cui problemi non vengono ascoltati quanto quelli di bambini bianchi. In altre parole, il movimento sta cercando di legare la protesta contro le armi a problemi più profondi: la disuguaglianza e il razzismo. L’obiettivo è molto ambizioso. Ce la faranno? Il movimento contro le armi sarà ricordato come un movimento d’opinione di estremo successo – come il movimento antifumo, che trasformò il paese del cowboy Marlboro in quello dove il tabacco è quasi un tabù – o si tratta invece, come sostiene Sarah Jaffe su “The New Republic”, di “un movimento che chiede un nuovo senso comune, capace di portare nel dibattito nazionale idee radicali”? Il problema è che, di “radicale”, fino a questo momento, non c’è stato molto. Innanzitutto, completamente escluso dal dibattito è, naturalmente, il secondo emendamento della Costituzione – il diritto a possedere un’arma – considerato inalienabile dagli statunitensi. Gli studenti hanno addirittura bollato come calunnia l’accusa, mossa dalla destra americana, di sostenere il divieto totale del possesso di armi.

Tuttavia, sarebbe ingenuo individuare o meno l’elemento radicale del movimento a partire da questo fattore, senza considerare l’importanza che questo diritto ha, e ha sempre avuto, nello spirito americano. In effetti, il diritto alla proprietà delle armi è radicato tanto nel giovane studente di sinistra – che lo sostiene in quanto eredità dell’originale spirito anarchico americano, garanzia del diritto di ribellione del popolo e mezzo per sottrarre allo Stato il monopolio della forza legittima – quanto nel vecchio cowboy repubblicano che cercò di persuadermi dicendo che, “quando hai un’arma in tasca, e sai che tutti quelli intorno a te ne hanno una, ti senti sicuro, ti senti libero”.

Il nome che i media italiani hanno dato alla protesta, “movimento contro le armi”, non è dunque corretto. Traducendo alla lettera Movement against gun violence, il nome rispecchia più fedelmente i suoi obiettivi reali: “Movimento contro la violenza armata”. Il manifesto del movimento, infatti, non accusa le armi in quanto tali o il possesso delle stesse, ma propone diverse misure preventive nei confronti della violenza armata, come vietare il possesso di armi semiautomatiche e gli accessori che simulano armi automatiche, creare un registro delle vendite di armi e un registro universale degli antecedenti penali, cambiare le leggi sulla privacy affinché gli istituti di salute mentale comunichino con la polizia, vietare le ferie di armi e la vendita di armi di seconda mano, alzare l’età minima per comprare armi ai 21 anni e aumentare i fondi per la sicurezza nelle scuole. Tutte proposte molto pragmatiche, volte alla prevenzione delle stragi mediante un maggior controllo della popolazione.

#NeverAgain nel contesto dei movimenti sociali dell’era Trump

“Il movimento studentesco contro la violenza armata è inseparabile dalla più ampia serie di movimenti sociali sorti nell’era di Trump”, sostiene Nicolaus Mills su “Dissent”. È vero, a partire dalla notte stessa delle elezioni del 2016, una nuova stagione di movimenti studenteschi e di protesta ha invaso gli Stati Uniti. La sinistra radicale è tornata, dopo diversi decenni, ad acquisire un peso all’interno della vita politica americana. Non solo grazie a personaggi come Bernie Sanders, che in campagna elettorale non ha avuto paura a definirsi socialista – un tabù negli Stati Uniti – ma anche grazie alla nascita, per esempio, del movimento Antifa, che si propone di praticare un antifascismo militante, sostenitore dell’azione diretta spesso anche violenta, e che per questo è minacciato di essere inserito nella lista dei gruppi terroristi dal governo federale. In generale, secondo uno schema classico, lo spostamento a destra del partito repubblicano ha provocato una parziale rinascita della sinistra radicale nel fronte dell’opposizione. Inoltre, le Women March – nate come reazione al maschilismo presidenziale – hanno riportato all’ordine del giorno il femminismo e la lotta al patriarcato in tutti i suoi aspetti. In questo senso Trump ha il merito di aver resuscitato, grazie al suo estremismo di destra, importanti temi di sinistra che erano spariti dal dibattito quotidiano.

Ciò nonostante, tanto la Women March e la rinascita del femminismo in America, quanto la March for our lives, non possono certo essere considerati movimenti di sinistra radicale, ma fanno parte delle classiche battaglie della sinistra democratica liberale: i diritti civili. L’uguaglianza di genere nel primo caso e il diritto civile per eccellenza, il diritto alla vita, nel secondo. Infatti, come sottolinea Mills su “Dissent”, la protesta contro la violenza armata non ha, negli intenti degli organizzatori, un “finale aperto”, come aveva Occupy Wall Street nel 2011, ma si richiama invece al movimento per i diritti civili degli anni ’60, che lottava per cambiare le leggi, non il sistema. Nelle parole di uno dei giovani protagonisti di #NeverAgain: “se i politici non cambiano le leggi, li cacceremo votando”. Considerate dunque le differenze esistenti tra i movimenti di protesta, la cui nascita o il cui rinvigorimento sono dovuti alla presidenza Trump, non è affatto scontata la visione secondo cui questi, radicali o liberali che siano, possano essere considerati una sola forza e possano davvero cambiare, in senso radicale, gli Stati Uniti. Conosciamo bene quella sensazione – che la mia generazione ha vissuto con Berlusconi – dell’avere un nemico comune e di cercare un filo che unisca tutte le lotte, per poi ritrovarsi ben lontani dal trovarlo non appena questa forma così evidente di nemico scompare.

Un movimento generazionale?

Nonostante l’entusiasmo tipico dell’età in cui si pensa davvero di poter cambiare il mondo, a ben vedere questo non sembra un movimento che si lascia trasportare dall’utopia, come facevano in gran misura i loro coetanei di mezzo secolo fa’. Al contrario, si tratta di un movimento che si fonda su concrete proposte legislative da realizzare attraverso un’incredibile campagna mediatica per portare dalla propria parte la maggioranza dell’opinione pubblica. Degli obiettivi così concreti, insieme all’abilità con cui questi giovani si destreggiano tra le strategie di marketing contemporanee, sono gli elementi nuovi di questo movimento, che rispecchiano le caratteristiche di questa generazione. Secondo alcuni, siamo infatti di fronte alla politica fatta dalla “Generazione Z” (i veri nativi digitali, successivi ai “Millennials”). Pragmatici, concreti, informati, benestanti, abili esperti di informatica e di marketing online, con il quale ottenere risultati tangibili, seppur non rivoluzionari. I protagonisti della protesta hanno voluto dare un’impronta generazionale al dibattito, dichiarando di voler riparare “i danni fatti dagli adulti”. Nonostante ciò, i sondaggi mostrano che i giovani statunitensi non sono necessariamente più sfavorevoli alle armi che i loro genitori. Forse, quella del movimento non è altro che un’intelligente strategia politica e comunicativa per convincere i propri coetanei facendo leva sulle fratture generazionali, reali o meno che siano. Eppure, non è del tutto convincente l’identificazione della protesta come un movimento generazionale, perché la lotta è perfettamente conforme alle regole e ai mezzi forniti dal sistema liberale costruito dai loro padri. Visto da questo punto di vista, il movimento non può certo essere considerato né generazionale né radicale, ma piuttosto un efficace movimento d’opinione che agisce come un gruppo di pressione.

Tuttavia, se questi giovani riuscissero veramente a rendere la battaglia contro la violenza armata la causa occasionale per un più ampio movimento che identificasse e combattesse le radici socioeconomiche – come la disuguaglianza economica e il razzismo – del problema delle armi e non solo, allora avrebbe veramente delle vere potenzialità, radicali. Superare questa linea di confine è fondamentale. Una linea di confine che non determina solo le sorti del movimento, ma in qualche modo il futuro del concetto di sinistra. La politica contemporanea negli Stati Uniti e in gran parte del mondo occidentale vede la sinistra e la destra come concetti ormai offuscati e confusi, i cui elementi classici vengono mescolati a piacere dai politici di turno, con una forte tendenza ad adottare il seguente modello: da una parte una sinistra liberale che si batte per i diritti ma che in campo economico e sociale ha sposato il neoliberismo selvaggio, nutrendosi principalmente dei voti dei benestanti istruiti che vivono in contesti urbani, mentre la destra maschilista, intollerante e xenofoba, oggi vive e si nutre della classe operaia, dei contadini, e di tutti coloro che sono stati dimenticati dalla società globale. Tra i dimenticati parliamo dei bianchi. I neri, i latinos e i migranti in generale, non hanno alcuna rappresentanza politica. Senza addentrarci in un’analisi che non sarebbe possibile approfondire in questa sede, questo divario è rappresentato dagli ex candidati presidenziali Clinton e Trump, che hanno spaccato in due la società statunitense come mai lo era stata nell’ultimo secolo. Da una parte le belle parole, i bei princìpi, i diritti civili – insomma, il politically correct – a fare da copertina a un neoliberismo selvaggio, alla guerra, eccetera. Dall’altra la capacità di parlare (seppur, in gran parte, mentendo) a coloro che da questo neoliberismo sono stati massacrati, e che sono oggi vittime della società urbana e globale che per questo rifiutano, rifugiandosi in vecchie certezze: un’America grande, bianca, lavoratrice, armata. È questa destra che, infatti, ha accusato la protesta di non essere spontanea, ma di essere finanziata dai “miliardari che odiano le armi”.

Se la linea divisoria che oggigiorno tiene separata la sfera dei diritti civili da quella dei diritti sociali ed economici non verrà spezzata, il movimento non farà altro, nel migliore dei casi, che rendere più severa la legislazione sulle armi. Se invece questi giovani riusciranno a coinvolgere gli esclusi e a unire la causa civile con quella socioeconomica, allora questo movimento passerà alla storia come una radicale rivolta generazionale.

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Da dove vengono gli italiani

di Ugo Cornia

L’altro giorno, mentre ero in macchina, sento un intervista dove c’era uno che diceva che in Italia è meglio se ci stanno gli italiani. E l’intervistatore chiedeva “ma che cosa intendi per italiani?” e si capiva dalla risposta che l’altro intendeva per esempio i non-africani e magari intendeva anche gli svedesi come non-italiani, ma gli sembravano molto meno non-italiani degli africani. Secondo me, per riassumere la sua opinione in termini corretti, i più non-italiani erano gli africani, poi c’erano i cinesi, poi degli altri che erano sempre non-italiani ma meno, e di italiani veramente italiani c’erano soltanto gli italiani. A me queste sono questioni che piacciono moltissimo. Perciò vediamo di capire che cos’è un italiano. Per esempio io, come tutti, ho avuto quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisnonni, trentadue quadrisnonni, sessantaquattro cinquisnonni, centoventotto seisnonni, duecentocinquantasei settisnonni, cinquecentododici ottisnonni. I novisnonni, o ennonni sono già più di mille. Se noi calcoliano venticinque anni di differenza tra padre e figlio, ogni secolo fa quattro generazioni, quindi l’elenco precedente comprende i miei avi fino a circa due secoli fa. E se, come si diceva, una volta fatta l’Italia, bisognava ancora fare gli italiani, andando un po’ a occhio i settisnonni e gli ottisnonni non erano ancora italiani. Però, ricordandoci tutte le discussioni dei nostri illustri antenati letterati, è già qualche secolo che si discute di italiani che parlavano già italiano prima che l’Italia fosse fatta. Seguendo questa traccia possiamo invertire il discorso precedente e dire che visto che c’erano gli italiani bisognava fare l’Italia. Dunque proseguiamo a calcolare numericamente i nostri avi. Basta seguire la potenza del 2. Tre secoli fa i miei dodicisnonni erano ottomilacentonovantadue; quattro secoli fa i miei sedicisnonni erano centotrentunmilasettantadue. Ma cinque secoli fa, a venti generazioni da me, i miei ventisnonni avevano già superato il milione, erano infatti due milioni e novantanovemilacento-cinquantadue. Sei secoli fa i miei ventiquattrisnonni erano sedici milioni settecentonovantatremiladuecentosedici, e bastava che uno solo di questi oltre sedici milioni si rompesse una gamba, o trovasse in un boschetto una che la dava via facile e non era una mia ava e per quel giorno lì lo svuotava delle munizioni, o più semplicemente che lui la notte x non ne avesse voglia perché aveva mangiato troppo, che io non ci sarei. Milioni di persone devono aver scopato facendo centro al momento giusto perché io ci sia stato. E comunque sette secoli fa (al tempo di Dante, e finalmente di un volgare illustre che dava la possibilità ai post romano-barbarici di esprimersi con una lingua nobile e precisa) erano duecentosessantotto i milioni di persone che dovevano aver scopato tra di loro con grande precisione perché io ci fossi proprio così come sono. E anche se non si sapeva bene cosa si dicevano tra di loro perché un volgare illustre non c’era ancora, otto secoli fa erano più di quattro miliardi di persone a scopare tra di loro per fare me. Mentre nove secoli fa erano già più di 64 i miliardi di persone a aver chiavato tra di loro per farmi. Ora vediamo di chiudere un po’ il ragionamento: anche ammettendo che ci siano stati incesti e lavorini con cugine, sessantaquattro miliardi di italiani secondo me non ci sono mai stati. E anche se c’erano, è mai possibile che una delle mie belle 33 miliardi circa di ave, magari anche giovane, mentre il marito era fuori a lavorare, non abbia offerto un bicchier d’acqua a uno straniero di passaggio giovane e di bella presenza, che poi da cosa nasce cosa: zing zing, due colpetti e via, e magari lei c’è restata incinta? E per esempio, quei miei avi Moreschi, che all’inizio del settecento hanno lasciato Vigo di Rendena per venire a vivere a Modena, e io dentro di me mi dicevo: Moreschi, sicuramente erano pirati saraceni, come ci erano finiti a Vigo di Rendena, cioè sui monti, dei pirati saraceni? Poi incontro un tale che si chiama Moresco e dice che i Moresco e i Moreschi non sono saraceni ma ebrei e poi invece incontro un altro che dice che i saraceni scappavano sulle alpi quando i cristiani tornavano al potere, e comunque poi questi Moreschi si son dati al ramo ferramenta nei secoli. E questi miei avi Moreschi io li ho avuti sempre per molto cari perché erano gli unici non emiliani insieme a una bisnonna romagnola e quindi mi davano fantasie esotiche. Ma sto andando un po’ troppo in lungo, quindi concludo. Spero che fra meno di dieci anni esistano dei bei test storico-genetici da comprare al supermercato con non più di venti euro, così uno si fa il suo test storico-genetico e gli dicono per esempio che lui è 8% celtico, 11% romano, 9% etrusco, 1,5% troiano, 5% fenicio, 6% nubiano, 4% assiro, 13% longobardo (a me piacerebbe scoprire per esempio di avere un 15% ostrogoto, che nessuno sa che fine hanno fatto questi ostrogoti), 3% ebreo, 15% saraceno, 7% unno, 13% siriano, 2% cinese, e così via. Che dopo uno potrebbe dirsi: cazzo se scopavano tra di loro una volta la gente.

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Chiediamoci perché Putin piace ai russi

di Fulvio Scaglione

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Nell’eterna polemica tra l’Occidente e la Russia non si capiscono tante cose. Ma una, in particolare, pare assurda: perché i politici e i media “nostri” siano così refrattari ad ammettere che Vladimir Putin gode di un consenso reale nel suo Paese, che vincerebbe le elezioni presidenziali anche se avesse di fronte avversari politici veri e non figurine come quelle dell’ultima tornata elettorale, che gli ha regalato il quarto mandato presidenziale con il 76,6% dei voti scrutinati su un’affluenza di circa il 68% degli aventi diritto.

L’affermazione di cui sopra non viene smentita dalle considerazioni che, a mo’ di litania, ricorrono con grande frequenza sui media europei e americani. Giornalisti scomodi e oppositori fanno spesso una brutta fine? Vero. Ma la coraggiosissima Anna Politkovskaja, trattata da star all’Ovest, era semi-sconosciuta alla grande maggioranza dei russi e famosa solo presso la borghesia illuminata di Mosca e San Pietroburgo. Dal punto di vista elettorale poca roba. E Boris Nemtsov, l’ex ragazzo prodigio della politica russa, vice-premier nel 1997 a 38 anni, ucciso a Mosca nel 2015, strenuo oppositore del Cremlino, era ormai solo un elenco di belle speranze mai realizzate.

Poi, certo, c’è Aleksej Navalnyj, il blogger che mobilita i giovani, un altro oppositore che l’Occidente magnifica e che non ha partecipato alle presidenziali perché tagliato fuori dalle liste da una condanna per corruzione. La condanna sarà stata pure pretestuosa (ma non è obbligatorio che sia così), resta il fatto che Navalnyj ha partecipato a una sola corsa elettorale, quella del 2013 per la carica di sindaco di Mosca, quando era all’apice della popolarità, perdendo clamorosamente contro Sergej Sobyanin, sindaco in carica e personaggio detestato dai moscoviti. O forse crediamo che Putin vinca perché sono finiti in galera il petroliere Khodorkovskij e le Pussy Riot?

È vero, il sistema dei media è ossequiente e controllato. Ma per diventare Presidente basta il 50,1% dei voti. E Putin ne prende il 76%, con un indice di popolarità che per tutto il 2017 è stato sopra l’80%.

A dire cose come queste ci si prende subito del “filoputiniano” o quando va peggio, del “rossobruno”. Ma se non si parte da lì diventa quasi impossibile capire non tanto il putinismo e il suo successo, che sarebbe il meno, ma non si capiscono i russi. Il che è un po’ più rischioso.

In primo luogo la Russia, da quando è lecito chiamarla così, ovvero più o meno da quando la Rus’ di Kiev si affermò come entità statale intorno all’880, ha sempre avuto una tradizione di centralismo e di potere forte e verticale. Il “fenomeno Putin”, in sostanza, risponde perfettamente a quella lunga e coerente storia. A noi non piace, ovvio. E fin qui ci sta. Il problema è che, per ragioni tuttora misteriose, crediamo non tanto e non solo che il nostro sistema sia migliore (e fin qui, ci sta) ma che tutti gli altri popoli non facciano altro che desiderarlo, che vogliano solo diventare come noi. Quando questo non succede, come in Russia, pensiamo in automatico che la colpa sia di qualcuno che lo impedisce. Nel caso specifico, che sia Putin a impedire ai russi di mettersi sulla retta via. Non è così e faremmo bene a rendercene conto.

E non è così non solo perché la storia ha il suo peso. Putin ha un forte e vero consenso interno, ha promesso ai russi di realizzare i loro desideri e in buona parte ha mantenuto la promessa.

Nessuno sembra rendersi conto di che cosa sia successo ai russi nel periodo che va dalla morte di Leonid Brezhnev (1982) alle dimissioni di Boris Eltsin (1999). Un ventennio scarso di scossoni e colpi di scena, con la fine di un mondo noto e l’avvio di un mondo nuovo, sconosciuto e imprevedibile. Perestrojka, oligarchi… Per noi sono categorie politiche. Per i russi, a prescindere da qualunque altra valutazione, furono incertezza, miseria, disoccupazione, malattie, precarietà in una misura mai vista prima. In quegli anni, la speranza di vita dei russi, soprattutto dei maschi, crollò a livelli tragici. Per gli uomini, passò da 65 a 57,5, tredici anni sotto la media dell’Europa occidentale, per la donne da 74,5 a 71,2. In poche parole, fu una strage.

Per dire quant’acqua è passata sotto i ponti, possiamo ricordare questo. Nell’estate del 1999, quando il semi-sconosciuto (agli elettori, almeno) Vladimir Putin fu nominato primo ministro, la Russia post-sovietica era reduce da uno dei suoi momenti più drammatici: pochi mesi prima, infatti, aveva dichiarato il default, ovvero l’impossibilità di onorare i debiti contratti con gli altri Paesi. Nel 2017 lo stesso Putin ha annunciato che la Russia aveva estinto il proprio debito estero, compreso quello contratto ai tempi dell’Urss.

Altra storia: due mesi dopo essere diventato primo ministro, Putin dovette confrontarsi con l’invasione del Daghestan da parte delle milizie islamiste uscite dalla Cecenia e con l’incubo della disonorevole pace firmata da Mosca nel 1996, alla fine della prima guerra. Certo, per noi è facile provare disgusto per quella campagna militare crudele e senza scrupoli. Ma alla luce di quanto è successo in Siria e in Iraq, o di quanto succede nel Sinai e in Libia, ci sentiamo davvero di giudicare assurdi i timori della Russia di allora, che vedeva nell’islamismo caucasico un progetto di disgregazione territoriale dello Stato?

Solo un paio di esempi per raccontare che Putin ha dato ai russi ciò che loro più chiedevano dopo i “torbidi” del 1982-1999: stabilità, ordine, gerarchia. Se volete, anche prevedibilità e noia. È facile, per noi, fare ironia sui treni che arrivavano in orario quando c’era lui. Ma se ad arrivare puntuali, dopo anni di stenti, sono i salari degli operai e dei dipendenti pubblici, le pensioni e gli stipendi dei militari, il discorso cambia non di poco. Soprattutto in un Paese in cui la piccola e media borghesia delle arti e dei mestieri è meno diffusa che da noi.

Stabilità, ordine e gerarchia che hanno poi permesso al Cremlino di condurre un’altra operazione graditissima ai russi: ricostruire l’orgoglio nazionale riportando la Russia al centro del dibattito politico internazionale. Non più zimbella di tutti, accattona che andava chiedendo prestiti portando sulle spalle l’onta di un fallimento storico, ma nazione potente e combattiva. Con il vantaggio, per Putin, di innestare un meccanismo infernale dal nostro punto di vista ma assai virtuoso per il suo rating. Quella “nuova Russia” (in realtà mai così “antica”) dà molto fastidio all’Occidente e ogni nostro segnale di fastidio si trasforma in un sorriso di trionfo per i russi, che detestano essere guardati dall’alto in basso e quindi premiano chi, nel nostro caso Putin, dall’alto in basso non si fa guardare da nessuno.

Sono queste le ragioni per cui Putin raccoglie in patria un largo consenso. Possiamo anche fregarcene e contare sulla potenza economica, politica e militare, che certo non ci mancano. Ma ce ne sono stati altri, in passato, che ragionavano così e hanno raccolto solo grane. Con la Russia è sempre meglio provare a capire prima. Dopo è spesso tardi.

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Birmania: il dramma dei rohingya

di Stefano Vecchia

Otto mesi fa, la svolta verso quello che per molti è stata la “soluzione finale” alla presenza in territorio birmano di una minoranza non solo esclusa, ma addirittura disconosciuta. Dal 25 agosto 2017, sono stati 800mila i musulmani di etnia rohingya a essere costretti a lasciare lo Stato occidentale birmano di Rakhine (Arakan), dove storicamente sono concentrati, verso il confinante Bangladesh. Un esodo le cui caratteristiche hanno fatto dire all’Onu che si è trattata della “crisi umanitaria più improvvisa della storia”, i rastrellamenti dei militari e paramilitari birmani, condotti non solo con metodo ma anche con una ferocia che ha espresso con pochi dubbi la volontà di procedere alla fase finale della “pulizia etnica” denunciata dall’Onu e da altri che ha avuto un precedente nell’estate 2012 e si è riaccesa nell’autunno 2016, ma che ha radici profonde. Nella presunta “estraneità” religiosa, etnica e culturale di una popolazione per lingua e tradizioni prossima ai vicini bengalesi, presente sul territorio birmano attuale in parte come conseguenza del controllo coloniale britannico e che occupa aree insieme coinvolte nei progetti di sviluppo e nei piani di nuova occupazione governativi ma dove i militari hanno forti interessi propri. Una “diversità” sfruttata e amplificata dai nazionalisti e dall’estremismo religioso in una popolazione di 56 milioni al 90 per cento buddhista, anche per incentivare instabilità sociale e politica di cui molti si avvantaggiano. La fede islamica dei rohingya, poi, con le aree di ribellione anche armata al suo interno e legami incerti con il jihadismo internazionale ha facilitato il processo di esclusione che i birmani approvano in grande maggioranza e che pone anche il loro debole governo civile davanti a scelte scomode.

In Bangladesh, i profughi si sono uniti a altri 300-400mila rifugiati accolti da tempo, sebbene costretti in maggioranza in condizioni esistenziali assai difficili. Il dato complessivo, come pure i 500mila rohingya ospitati in Arabia Saudita e gli altri 200-300mila in vari paesi, asiatici e no, ha ridotto a non più di mezzo milione i superstiti sul suolo birmano dove è sempre stata loro negata la condizione di etnia autoctona a fianco delle decine di altre che formano un mosaico di tradizioni su cui i birmani (Bamar) emergono con quasi il 70 per cento. Di conseguenza la cittadinanza e ogni diritto, se non quello della sopravvivenza sotto tutela internazionale viene costantemente erosa e minacciata dai vicini buddhisti e dai nazionalisti, ma anche dai concreti interessi dei militari e dei gruppi religiosi e economici a essi associati anche dopo la fine ufficiale della dittatura nel 2011, e due anni fa la cessione formale del potere a un governo civile abilitato dalla Costituzione a liberarsi di una pesante tutela delle forze armate.

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A Cuba, dopo i Castro

di Lucia Capuzzi

Il 19 aprile, si è conclusa formalmente l’era Castro. Quel giorno, i 605 deputati dell’Assemblea nazionale cubana – appena designati alle elezioni non competitive dell’11 marzo ­– hanno scelto i 31 componenti del Consiglio di Stato, tra cui il presidente di quest’ultimo, nonché presidente della Repubblica. Per la prima volta da mezzo secolo, il designato non è un Castro. Raúl – che dal 2008 ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel nell’incarico –, 81 anni, ha deciso di non ripresentare la propria candidatura. Anche per lui – ha detto – vale la regola di un massimo di due mandati consecutivi decisa nel VI congresso del Partito comunista del 2011, su sua stessa proposta. L’unico figlio maschio, il colonnello Alejandro ­– figura cruciale nel riavvicinamento con gli Usa e a lungo indicato come il successore –, inoltre, non è un parlamentare e, pertanto, non poteva aspirare alla carica. L’altra figlia attiva in politica, Mariela, lei sì deputata, si era detta non disponibile.

Sarà questo cambio della guardia, programmato a tavolino dallo stesso leader (non più Máximo), a mettere fine all’egemonia del “cognome rivoluzionario” per antonomasia? O forse la stagione del castrismo è terminata nel 2006, quando il Comandante, ormai malato, ha passato il timone al fratello minore? O ancora prima, quando la crisi brutale del “periodo speciale”, successiva allo sgretolamento dell’Urss, ha sancito il divorzio tra la società allo stremo e il mito della Revolución? O solo dopo, quello storico 25 novembre 2016, quando il Líder Máximo s’è spento a 90 anni, il giorno del 60esimo anniversario della partenza dal Messico del Granma, con 86 uomini a bordo decisi a iniziare la Rivoluzione contro il dittatore Fulgencio Batista? O, forse, l’epilogo è ancora lontano, dato che Raúl continuerà a guidare, fino al 2021, le redini del partito, organismo quest’ultimo superiore allo Stato in base alla Costituzione del 1976? Sul successore, dunque, l’attuale vice Miguel Díaz-Canel, aleggerà l’ingombrante ombra del Castro minore. Quali margini di autonomia gli saranno concessi?

Sono molti gli interrogativi che accompagnano la “transizione”, vera o presunta, in atto. Un dato, però, è certo: è in corso perlomeno il primo ricambio generazionale al vertice del socialismo tropicale. Il che, come Samuel Huntington ha sottolineato, implicherà necessariamente dei sommovimenti interni. Il nuovo arrivato, chiunque sia, non ha la legittimità tradizionale di cui hanno goduto finora i Castro. Dovrà, pertanto, costruirsi un proprio autonomo consenso. Muovendosi in bilico tra la vecchia guardia ­– abituata “al miele del potere”, secondo la celebre espressione fidelista, e restia a farsi da parte – e la generazione post-rivoluzionaria. E, dunque, – sottolinea l’analista Arturo López-Levy –, sarà costretto a trasformare la leadership carismatica in una sorta di dirigenza collettiva dentro il ristretto ma non troppo, club della nomenclatura. Uno stile che ha cominciato a emergere già nella “fase raulista”. Tale mutazione implicherà necessariamente una ridefinizione degli equilibri. Con possibili nuove ascese e rovinose cadute da parte di quanti erano più vicini ai Castro.

Se, come tutto indica, il nuovo presidente fosse proprio Díaz-Canel si avrebbe, inoltre, un ulteriore “strappo”: il potere sarà consegnato a un civile. L’autorità dei Castro si è forgiata nella lotta rivoluzionaria al regime di Batista. Fidel era prima di tutto un guerrigliero, come la sua divisa verde-oliva, orgogliosamente ostentata, doveva ricordare. Raúl, addirittura, è stato per decenni il capo delle Forze armate, le potenti Far. Queste ultime giocano un ruolo chiave non solo nell’ambito della sicurezza. Tramite il consorzio Gaesa, esse gestiscono alcune delle principali aziende cubane, dal porto del Mariel alla catena turistica Gaviota. Finora l’identificazione tra Stato e caserme è stata totale. La divisione, ora, comporta per entrambi la necessità di costruire un canale di comunicazione – e negoziazione -, più o meno fluido.

C’è, tuttavia, un’ulteriore variabile da tenere in conto. I “giochi di palazzo” sono solo una parte della “partita politica” che si disputa a Cuba. Le riforme degli ultimi dieci anni per “attualizzare il modello”, come più volte ripetuto da Raúl, hanno, nel bene e nel male, modificato in modo irreversibile la società. Le nuove libertà, da quella di viaggiare all’estero senza la “tarjeta blanca” (l’autorizzazione governativa) all’accesso a Internet – per quanto distribuite con il contagocce – l’hanno resa maggiormente plurale. E anche diseguale, con un tasso di povertà intorno al 20 per cento, rispetto al 6,6 di trent’anni fa. Al contempo, i cittadini sono diventati più esigenti nei confronti dei dirigenti. Questi ultimi, dunque, dovranno in qualche modo adeguarsi, cercando perlomeno di rispondere alle domande più immediate di maggiore sviluppo e benessere economico.

Un ultimo fattore, infine, non va sottovalutato. Il ruolo che può svolgere il vecchio nemico ormai buon vicino “Yankee”. Gli Stati Uniti, del resto, sono stati sempre, spesso loro malgrado, co-protagonisti nelle evoluzioni cubane. L’embargo del 1961 e la successiva e maldestro invasione della Baia dei Porci sono state fondamentali nello spingere il nazionalista Fidel tra le braccia, spalancate, dell’Urss. Ci sono voluti 53 anni per mettere fine a un anacronistico “muro contro il muro”, sopravvissuto alla Guerra fredda. Tanto che quando, il 17 dicembre 2014, i presidenti Barack Obama e Castro hanno annunciato in contemporanea la “normalizzazione”, gli stessi analisti sono rimasti spiazzati. Da allora, s’è prodotto un lento processo di apertura reciproca, culminato nel viaggio nell’isola di Obama dal 20 al 22 marzo 2016. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, da sempre ostile “all’accordo sconsiderato” del predecessore, ha impresso una brusca frenata al riavvicinamento. A partire dal divieto per le imprese americane di fare affari con le compagnie dell’isola controllate dalla citata Gaesa.

L’ultima giravolta è stato il rimpatrio dei diplomatici di stanza all’Avana. Gli stessi che erano tornati con la riapertura dell’ambasciata il 14 agosto 2015. Nella sede, ridotta a “posto”, dal 5 marzo scorso, ormai ci sono solo i funzionari indispensabili. Come ai vecchi tempi. La motivazione ufficiale del dipartimento di Stato sono “misteriosi attacchi acustici” subiti da 22 diplomatici e dai loro familiari tra la fine del 2016 e la metà del 2017. Del sabotaggio, non dimostrato scientificamente per il momento, non sono state accusate direttamente le autorità cubane. L’ormai ex capo della diplomazia statunitense Rex Tillerson, però, ci ha tenuto a precisare che queste non “sono state in grado di proteggere i cittadini Usa”. Al di là dell’episodio, il giallo degli “attacchi acustici” va, però, inquadrato nel clima di nuovo gelo. Il quale arriva con un tempismo notevole. Proprio in uno dei momenti decisivi della storia cubana – il ritiro della dinastia Castro – Washington sceglie di chiudersi a riccio. Ancora una volta.