appuntamenti

Cosa dice veramente il “decreto Salvini”? Una comunità si interroga

Nonantola – sabato 9 febbraio 2019
La Clessidra – Piazza Tien An Men 1 – ore 16

George Harriman

Cosa dice veramente il “decreto Salvini”?
Una comunità si interroga

Incontro con
Nazzarena Zorzella, avvocata Asgi
Tutti ne discutono, pochi lo conoscono. Il decreto legge 113/18 (il cosiddetto “decreto sicurezza” o “decreto Salvini”) ha introdotto cambiamenti importanti in materia di immigrazione, protezione internazionale e pubblica sicurezza.
Questi cambiamenti riguardano i cittadini di origine straniera, ma anche i territori in cui essi vivono. Per capire meglio le novità introdotte dal decreto e gli effetti che potrebbero portare anche a Nonantola, abbiamo invitato Nazzarena Zorzella, avvocata di Bologna e membro attivo dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione).
Traduzione in wolof, mandinka e inglese a cura di Ismaila Mbengue, Yaya Mane e Maria Chiara Monari.
Questo è il primo di un ciclo di incontri “senza loghi”, pensato cioè da diverse associazioni del territorio (Anni in fuga, ANPI, Libera, Arci, Pace e solidarietà…), dalla Parrocchia e dall’Amministrazione Comunale di Nonantola per comprendere meglio i cambiamenti giuridici, politici e culturali che ruotano intorno al tema dell’immigrazione.

Locandina

In casa

Salvini, il ministro che giurò sul Vangelo

di Rinaldo Gianola

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La protesta di molti sindaci contro il decreto sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini è il primo vero segnale di opposizione politica e civile al governo grillino-leghista uscito a sorpresa dalle elezioni del 4 marzo scorso. La decisione di non applicare o di contestare il decreto, il ricorso al giudice per arrivare poi alla Corte costituzionale, la difesa esplicita, con i fatti, dei migranti che chiedono di essere iscritti all’anagrafe, si presentano come azioni di contrasto reale alle politiche del governo Conte. In questo caso il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che ha dato il via alla protesta, e tutti gli altri che hanno condiviso con toni diversi le ragioni della ribellione sono stati accusati da Salvini di “tradimento”, minacciati di un taglio dei contributi pubblici e di richieste infondate di dimissioni.

Negli ultimi nove mesi siamo passati dal blocco dei porti al rifiuto di accogliere navi di migranti in difficoltà, dal mancato rispetto degli accordi europei liberamente sottoscritti dal nostro Paese alla riduzione netta dei fondi per l’accoglienza, in un crescendo populista, sovranista chiamatelo come volete, o più semplicemente fascista anche se certi editorialisti dei grandi giornali si sorprendono di queste ipotesi di accusa, alzano il ditino, come se l’Italia di Salvini e di Di Maio fosse al riparo da questi rigurgiti della storia. Le azioni del nostro governo e in particolare del nostro ministro dell’Interno che in campagna elettorale giurò sul rosario e sul Vangelo, sono in perfetta sintonia con il filo spinato steso ai confini ungheresi per impedire l’ingresso dei migranti, con le processioni dietro la croce dei polacchi impauriti dalla minaccia dei neri e dei musulmani, con i muri di Trump e le politiche muscolari e violente promesse dal neopresidente del Brasile, Bolsonaro.

I sindaci contestatori, in assenza di un’opposizione parlamentare credibile, hanno espresso una forma di resistenza civile, morale, come se volessero difendere l’anima democratica del Paese. Non è possibile prevedere se questa reazione basterà a fermare il disastro ideale e sociale che stiamo vivendo, né se innesterà finalmente una vera opposizione politica. C’è qualche cosa di più, di più ampio e grave. Perché è evidente che noi italiani, europei, cittadini di questo mondo malmesso, siamo di fronte a una regressione pericolosa, a un disastro umanitario e al terremoto, al crollo culturale di quello che un tempo si sarebbe chiamato lo spirito europeo. Pare che non sia rimasto niente, anche la Chiesa è sparita, non si sente, la sua voce è flebile sommersa dagli scandali di varia natura. La politica europea non offre leader credibili capaci di opporsi a questa deriva. È chiaro che il decreto sicurezza viola principi fondamentali in materia di diritti umani, impedisce ai più deboli di chiedere protezione, persino di iscriversi all’anagrafe per essere “riconosciuti”, per esistere in questo Paese. È un provvedimento che si colloca fuori dalla Costituzione, che creerà, secondo i sindaci, altri 120mila clandestini e quindi nuove emergenze nelle città.

I sindaci protestano e fanno bene. Ma bisogna chiedersi cosa pensano e come agiscono i cittadini delle loro città. Bisogna interrogarsi sugli italiani, sulle loro aspirazioni, sui loro pensieri profondi, sulle loro rabbie e delusioni. Dal voto del 4 marzo a oggi la Lega di Salvini ha più che raddoppiato i consensi, è saldamente la prima formazione politica con oltre il 32%, ancora un piccolo balzo fino alla soglia del 40% e potrebbe governare da sola. La crescita dei voti potenziali è stata alimentata da politiche xenofobe, da parole e slogan violenti, dalla volgarità trionfante della comunicazione social di Salvini e compagnia. Viene il dubbio che in quest’Italia sfilacciata e proterva, anche la protesta dei sindaci possa portare consensi al “truce”, al leghista che stringe calorosamente la mano al sovranista ungherese Orban nel palazzo della Prefettura di Milano. Nel tragico 1939, ha ricordato Sergio Romano, nella stessa sede il ministro Ciano incontrò Ribbentrop. La Storia offre sempre delle lezioni.

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i doveri dell'ospitalità

Ai miei amici italiani

di Ugo Pipitone

DAIM

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Abbiamo ricevuto da un caro amico, nostro collaboratore da tanto su politica e società latino-americana, questa lettera, e gli abbiamo chiesto di renderla nota anche ai nostri lettori. Essi capiranno certamente perché l’abbiamo fatto.

Carissimi,

gran parte di noi viene da una cultura che, con certa approssimazione, si potrebbe definire marxista-calvinista. E cioè, i temi personali sono generalmente off limits, in parte perché le maglie dei bisogni collettivi sono così strette che l’individuo ha difficoltà a trapassarle e in parte perché i dolori del mondo sono così grandi da produrre un senso di colpa all’occuparsi dei propri. In questa lettera romperò parzialmente il canone.

Da qualche giorno sono uscito da un ospedale di Città del Messico dove ho subito due operazioni all’aorta. Non racconterò il purgatorio. Non ne vale la pena di fronte a tanta gente che assume in mille modi il tentativo di restare in vita quando la vita sembra volersene andare o la solitudine che precede un’esistenza che va verso la sua fine. Voglio solo dirvi un paio di cose tra le molte che ogni giorno mi assalivano in ospedale e che dimenticavo qualche ora dopo sotto la valanga di nuove attenzioni, che mi si imponevano senza possibilità di fissare nella memoria cronologie o graduatorie.

Una premessa: sono stato oggetto di un’attenzione ospedaliera di prim’ordine da parte di medici, infermieri e barellieri che mi obbligavano ogni giorno a pensare all’inumana distanza tra medicina privata e medicina pubblica in questo paese. Sono ancora qui perché sono un professore universitario con una generosa assicurazione privata che stabilisce un privilegio che la grande maggioranza dei messicani non ha. Non mi rincresce di essere vivo per una prerrogativa di classe ma l’ombra dell’imbarazzo non è mai troppo lontana. Una neonata con deformazione craneale, figlia di un amico italiano nato in Messico e di una cittadina francese, ha dovuto viaggiare a Nantes per essere operata in un’istituzione pubblica. Costo: zero a fronte dei 150mila euro delle mie due operazioni. Solo per ricordare che il capitalismo non è una malattia dello spirito ma una realtà storica con molte facce.

E vengo ai due punti annunciati. In procinto di entrare al chirofano per la seconda operazione sapevo che avrei visto mia moglie e i miei tre figli per pochi secondi. Che fare? Immaginavo le maschere di ottimismo a nascondere le loro paure. E dal lettino mi sono messo ad agitare le braccia come in una specie di tifo da stadio: una forma di inneggiare a me stesso e infondere un qualche coraggio ai miei. E, in quel momento, la mia figlia più piccola (Alice, 38 anni) ha cominciato a intonare “Avanti popolo alla riscossa bandiera rossa, bandiera rossa”. Nel mezzo della sorpresa di chirurghi, anestesisti e infermieri in un attimo mi sono passate per la testa molte cose che avrei qualche difficiltà a raccontare con la necessaria sintesi e coerenza. Quella canzone era stata mia e non lo era più. Un’antica, dismessa, identità. Troppa infamia si è accumulata sul mondo in nome di un ideale comunista di giustizia finale che doveva essere l’inizio della vera storia dell’umanità. Ma c’è una difficoltà. È facile (in realtà non lo è mai stato) rinnegare Stalin, i deliri imperiali di Mao, la logorrea tropicale di Castro, la purezza omicida di Pol Pot, il narcotraffico “rivoluzionario” delle Farc o i burocrati totalitari in doppio petto dell’Europa dell’Est, ma come farlo con la Resistenza o con le Brigate internazionali, con gli operai della Fiat relegati nei reparti confino?

Torno all’autobiografia. Come farlo con Giovanni Mottura che a metà degli anni sessanta riuniva me e pochi altri giovani (avevamo meno di vent’anni e lui meno di trenta) a casa sua (una soffitta in via Bligny 10 a Torino) a leggere sotto la sua paziente guida La questione agraria di Kautsky? Lì cominciai a capire che il marxismo era qualcosa di più di un’opzione di campo ma lo sforzo per capire un capitalismo che non è mai sato trasparente. Oggi, da tempo, non sono più comunista e sono tanto marxista come wilsoniano (da Edmund), ammiratore di Venturi (Franco), di Salvemini, Erasmo, De Sanctis (Francesco) o Christopher Lasch, per dire. Credo di aver capito con gli anni che il socialismo quando pretende essere dottrina scientifica si converte nel suo contrario: una metafisica, un intreccio di certezze rivelate. Il socialismo o è un organismo vivo capace di assorbire il meglio di ogni tempo o è un credo.

Per questo e altro, quando mia figlia ha attaccato con Bandiera rossa sulla soglia della sala operatoria, mi sono sentito io e un altro. Non ho voglia (supponendo che ne fossi abilitato) a fare lezioncine a nessuno, ma oggi so (anche se tra i fumi della commozione suscitata da una vecchia canzone) che il socialismo (a parte il comunismo come ideologia finalista e come pratica totalitaria di governo) è l’incarnazione del meglio di una storia iniziata con l’Illuminismo. So anche che oggi, in un passaggio storico che minaccia i margini di solidarietà che le lotte sociali hanno imposto al capitalismo dalla fine del Settecento, di fronte all’ecatombe ambientale annunciata da un capitalismo irresponsabile (che non è l’unica forma di capitalismo: sarebbe come dire che Salvini e Trump sono le uniche forme di liberalismo politico o che Danimarca e Nigeria sono la stessa cosa), i purismi e i massimalismi ideologici sono divenuti una fonte di moralismo irresponsabile destinato a facilitare il compito dei nostri attuali cavalieri dell’Apocalisse. Il minoritarismo virtuoso, come orizzonte politico, fa parte dell’eredità epica del bolscevismo e dell’ultima stagione del populismo russo. Un capitolo chiuso.

E passo al secondo punto. Per farlo devo parlare di un giovane avvocato bolognese, Marco Ferrari, che, nei momenti in cui la mia vita sembrava in bilico, chiamò la mia altra figlia per trasmetterle il suo affetto e un messaggio criptico. Marco, che gira in una vecchia Vespa per Bologna d’estate e d’inverno, lavora con gli emigranti aiutandoli a regolarrizare la loro posizione con permessi di soggiorno e altro. Lascio immaginare i suoi redditi avendo scelto come clientela il gruppo umano più povero e derelitto dell’Italia di oggi. Questo è il primo tratto di una personalità che ha fatto della solidarietà la sua principale attività professionale e personale. Il secondo tratto, per quanto io possa discernere, lo percepii parecchi anni fa in un pomeriggio piovoso di Bologna. Mi invitò in in un bar frequentato da giovani ad assaggiare salumi, piadine e birra. Nel mezzo del delizioso banchetto dovetti ascoltare le sue teorie (articolatissime) che spiegavano come l’attentato alle Torri gemelle fosse stato opera dalla Cia. Nonostante il rispetto e l’affetto verso di lui non sapevo dove nascondermi e come togliermi di dosso una gragnuola di teorie cospirative. E arrivo a oggi. Nei miei giorni di ospedale, è venuta da lui (in una telefonata a mia figlia) una frase così luminosa da essere incomprensibile. Una piccola Apocalisse di Giovanni: dì a Ugo che non ha il diritto di morire; è un privilegio da aristocratico e lui non lo è. Sono passati giorni e non riesco ancora a capire. Ma so che Marco ha ragione e forse un giorno capirò. Comunque il sottotesto semplificato era chiarissimo: che non faccia lo stronzo, per il momento non ha il diritto di lasciarsi andare.

Questo è quanto volevo dirvi. Scusate personalismi e generalità. Un abbraccio a tutti,
Ugo

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L’autobiografia della nazione

di Piero Gobetti

a cura di Pietro Polito

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La dialettica tra rivoluzione e autobiografia della nazione è al centro di due rivisitazioni antologiche del pensiero di Gobetti: La rivoluzione italiana (19181925), a cura di Pietro Polito, Edizioni dell’asino 2013 e L’autobiografia della nazione, a cura di Cesare Panizza, aras edizioni 2016, da cui sono tratti i testi che seguono: Elogio della ghigliottina del 1922, Il calderone piccolo borghese e La normalizzazione del 1924.

Può essere utile domandarsi: “Il fascismo gobettianamente è una rivoluzione?”. La risposta di Gobetti è inequivocabile: la “rivoluzione” fascista non è stata una rivoluzione, ma un colpo di Stato. Negli anni di Gobetti si passò tragicamente nel volgere di poco tempo dal socialismo possibile al fascismo reale. Ebbene, per il giovane teorico di una immaginosa rivoluzione liberale, la marcia su Roma non è stata il punto d’arrivo di un processo rivoluzionario come, invece, avrebbero potuto essere i moti operai del ’19-’20. Infatti, nella rivoluzione operaia egli vede la rivoluzione italiana che avrebbe potuto portare a compimento il processo lasciato interrotto dal Risorgimento. Schematicamente, si può dire che mentre l’occupazione delle fabbriche degli anni ’19-’20 è stata una rivoluzione non riuscita, al contrario il fascismo è stata una controrivoluzione riuscita.

L’avvento del fascismo spinge Gobetti a caratterizzare la rivoluzione liberale come una rivoluzione operaia, la rivoluzione operaia come una rivoluzione liberale. Il soggetto della rivoluzione liberale è il movimento operaio affiancato da una élite di intellettuali radicali: “Siamo rivoluzionari – scrive nel 1922 – in quanto creiamo le condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicataci dalla storia, genereranno la civiltà nuova, il nuovo stato”. L’apologia del movimento operaio, “la forza più energica del mondo moderno, […] la sola su cui si possa operare, per la conquista della nuova civiltà”, agli occhi di oggi può apparire inattuale. Eppure la posizione di Gobetti, oltre ad avere un fondamento storico nel contesto degli anni in cui egli l’ha elaborata, presenta un perenne elemento di vitalità per il modo in cui egli concepisce l’azione del movimento. L’adesione gobettiana al movimento operaio non deriva da una scelta di classe quanto piuttosto da una più generale fiducia accordata all’azione autonoma di movimenti dal basso.

Gobetti accoglie la lettura di quegli anni come uno scontro tra reazione e rivoluzione, riformulandolo nei termini di un conflitto tra rivoluzione e autobiografia della nazione. Elogio della ghigliottina è forse l’articolo giustamente più celebre di Gobetti: qui egli introduce l’interpretazione del fascismo come autobiografia della nazione. Distinguendo tra Mussolini e il fascismo, egli vede nel primo “nulla di nuovo”: il futuro duce gli appare come un nuovo Giolitti. Mentre Mussolini può essere considerato “un fatto d’ordinaria amministrazione”, per contro “il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione”, attestando “l’impudenza della nostra impotenza”: gli italiani sono “un popolo di dannunziani” al quale non si può chiedere spirito di sacrificio.

A Gobetti la storia italiana appare come una lunga storia di servi, di cui il fascismo è l’ultima e l’estrema conseguenza. In una forma degenerativa il fascismo continua la politica diseducatrice delle vecchie classi dirigenti e perpetua i vizi atavici e più diffusi della mentalità italiana: la retorica, la cortigianeria, la demagogia, il trasformismo, la fiducia, l’ottimismo. La lotta al fascismo prima ancora che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile, una questione di istinto: “C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremo per un certo senso i disperati sacerdoti”.

La base sociale dell’autobiografia della nazione sta nel “calderone piccolo-borghese” che ne incarna perfettamente “i vizi inguaribili”. Le caratteristiche costanti della piccola borghesia (oggi si direbbe della maggioranza silenziosa) sono “l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo” a cui Gobetti oppone “la lotta contro l’unanimità, la resistenza inesorabile, l’intransigenza di fronte a nemici ed amici”.

Invece l’ideologia dell’autobiografia della nazione è la normalizzazione che è “un elemento psicologico e ideale necessario come la violenza”. Normalizzare significa conciliare gli opposti, addomesticare “le minoranze battagliere” e “i movimenti libertari sorti dal basso”, lusingare le classi medie e le “masse quietiste”, contrastare “coloro che parlano di una continuazione della lotta”, favorire il “formarsi di una vera e propria voluttà del servire”. Reagendo alla normalizzazione, Gobetti afferma che “l’opposizione può servire il paese soltanto rifiutandosi di far la pace col vincitore”.

L’invito a leggere o rileggere Gobetti poggia sulla convinzione che può giovare a comprendere i corsi e i ricorsi della storia d’Italia dall’avvento del fascismo a oggi. Sinteticamente, sulla scorta di Gobetti, il Novecento italiano e le sue propaggini nel xxi secolo possono essere inscritti e risolti nell’eterna dialettica tra una rivoluzione italiana non riuscita, mai compiuta più che incompiuta, e il periodico, prepotente e prorompente, ritorno dell’autobiografia della nazione, che è dura a morire, cova sotto la cenere, riemerge periodicamente in forme nuove, inedite e impreviste.

Gobetti ci ha insegnato una volta per tutte che la cultura politica “si può svolgere solo attraverso la lotta politica e la lotta politica nel mondo moderno ha la sua premessa necessaria nella libertà”. Adottando in senso ampio il termine rivoluzione, si può dire che il fascismo, ogni fascismo, è una rivoluzione contro la cultura, mentre la rivoluzione liberale vagheggiata da Gobetti è una rivoluzione per la cultura. In questo senso la rivoluzione liberale è l’esatta antitesi della cosiddetta “rivoluzione fascista”. La rivoluzione liberale è una rivoluzione contro l’autobiografia della nazione.

 

ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA

Giustino Arpesani risponde affermativamente a una domanda che uno scrittore della “Rivoluzione Liberale” non si sarebbe neppure posta. Il nostro amico ha della democrazia una visione primitiva, della patria un concetto messianico: la politica è pensata come un problema di illuminismo, di adesione a dogmi specifici, tutto l’imprevisto della realtà esaurendosi nella preparazione ideologica e nelle premesse di fede.

Il mondo della pratica non sarebbe nulla di diverso dal mondo intellettuale, un mondo intellettuale concepito rigidamente, con idee chiare e distinte, senza dialettica, senza sfumature. Il suo ragionamento sulla collaborazione è rigorosamente scolastico, l’azione ne dovrebbe scaturire identica con una professata verità di catechismo. Non distingue tra proposito e risultato; per diffondere una convinzione è disposto a sacrificare la complessità della praxis.

I popoli immaturi peccano di queste ingenuità filosofiche; le malattie dell’apostolato coincidono con la giovinezza; quando si ha più il gusto del monotono e del concluso che l’arguta sopportazione del diverso. Giovanni Gentile giunse a confessarmi candidamente che scriveva un libro su James da pubblicarsi in inglese per guarire gli americani dagli errori del pragmatismo. Il fascismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun miglior panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie bambinesche misure.

La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il chiamarci di volta in volta con un nome piuttosto che con un altro non è dunque una questione di stile, ma appena un modo di eludere le persecuzioni e di farci sopportare. Se dovessimo salire davvero in cattedra saremmo dei ben strani predicatori, e chissà chi potrebbe capire le nostre pazze intenzioni. Ossia il nostro antifascismo non è l’adesione a un’ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato. Non so come i gentiliani potranno intendere questa che ci pare addirittura una questione di istinto.

Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antiche, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo vile e letterario dei cristiani che si potrebbe definire la delusione di un ottimista. Amici miei, la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti.

Temiamo che pochi siano così coraggiosamente cinici da sospettare che da queste metafisiche si possa giungere al problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso maliziosamente un insolente realismo politico obiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo “nipote” di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco. Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e nel settembre del 1920 pensammo e pubblicammo nel febbraio scorso la Rivoluzione Liberale, con un senso di gioia, per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, corotta essa stessa, pur nasceva. In Italia, c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace.

È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma certe ore di ebbrezza valgono per confessione e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano.

Caro Arpesani, non ci si può intendere. Tu vuoi valorizzare, e io credo che si possa solo valorizzare con l’opposizione, tu temi i dissensi e io vedo nei consensi la prova di una debolezza, l’inesistenza di interessi reali distinti, coraggiosi, necessari. Tu hai inteso il problema in un modo tutto formale: chiedevi una disciplina, l’accetti anche se venga donde non la speravi. Io non riesco a pensare Cesare senza Pompeo, non vedo Roma forte senza guerra civile. Posso credere all’utilità dei tutori e perciò giustifico Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso per chi lavora da anni dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. Ti ringrazio, amico mio, che mi suggerisci tragiche confidenze. Ora credo di giustificare meglio le mie responsabilità, le ragioni dell’istintiva nostra ribellione. Non valorizzare; non ubriacarsi. Per le ragioni politiche che abbiamo detto Emery e io nei numeri scorsi. Per questa ragione psicologica, chiarita qui, inesorabile. C’è stato in noi, nel nostro opporsi cieco, qualcosa di donchisciottesco. Ma nessuno ha riso perché ci si sentiva una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo. E bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un De Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada!

(da “La rivoluzione liberale”, a. 1, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130)

poco di buono

Occident express

di Stefano Massini

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Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Non ho l’età per tutto questo viaggio.

Se avessi potuto scegliere, non avrei mosso neanche il primo passo.

Poi un giorno sono partita, e questo è certo.

Se sono arrivata, chi può dirlo.

Di certo mi fanno male i piedi, e questo è un fatto.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Il posto che chiamavamo casa

era un gruppo di cubi di cemento, lo chiamavano Hulalyah.

Mi ricordo poco degli ultimi tempi a Hulalyah.

Forse perché c’è poco da ricordare.

O forse perché quel poco è meglio lasciarlo dov’era.

Quando faccio l’errore di pensarci, mi si alza in testa una gran polvere,

come quando il deserto là intorno si alzava a un tratto in aria e faceva tempesta.

Poi la luce si faceva gialla. Intravedevi la palla rossa del sole.

Dicevi “è passata”.

E infatti la polvere si abbassava: tornavano fuori i contorni.

Da bambina – questo me lo ricordo, sì – alle tempeste di polvere tremavo sempre.

Mi chiedo se esista ancora. Forse sì, forse no. Ormai ha poco senso.

Certe volte penso che i posti della terra non esistano nemmeno:

crollano su se stessi appena giri l’angolo, e non li vedi più.

A Hulalyah non ci arriva una strada vera.

Solo una striscia di sassi. Terra e sassi.

Poi, in fondo, una spianata di vecchio catrame:

i cubi di cemento stanno affacciati su quella.

Basta, non c’è altro.

Un vecchio camion con le ruote sgonfie fa parte del paesaggio.

Lo trovammo una mattina, tantissimi anni fa, avevo ancora i capelli neri.

Chissà. Forse aveva finito il carburante.

Nessuno è più tornato a prenderlo. Ed è rimasto là.

Sul cofano nel tempo sono fiorite macchie di ruggine.

Fra i cubi di cemento di Hulalyah ci ho passato la vita intera. Anni.

Non so quanti, smisi a un certo punto di contarli. So solo che erano tanti.

Diciamo quanto basta per morire tre volte.

Qualcuno, una volta, mi disse che la vita è una somma di funerali:

separano le tappe, una dopo l’altra. Dici “sono morta” e ricominci.

Fra i cubi di cemento di Hulalyah io morii tre volte.

La prima volta morii come bambina.

Successe quando vidi morire una capra.

Fu dentro la baracca di Rashid, con un caldo atroce.

Qualcuno, come niente fosse, prese la capra e le tagliò la gola.

Non che non avessi mai visto ammazzare una bestia,

però chiudevo sempre o tutti e due gli occhi o uno solo.

Quella volta decisi di guardare.

Volevo io, decisi io. Non mi obbligò nessuno.

Ed ecco: uno schizzo di sangue mi arrivò in faccia, qui, fra l’occhio destro e le labbra.

Sentii che il sangue è una roba calda. Non lo sapevo, non me l’avevano detto.

La cosa però mi fece quasi ridere. Anzi, non c’è il quasi.

E quando uscii ridendo dalla baracca di lamiera, ero morta e rinata.

La bambina che ero stava là dentro, sdraiata, come una salma.

O forse era tutt’uno con la capra, non lo so. Ma rimase là dentro, e non l’ho vista più.

La seconda volta morii come ragazza.

C’è un momento preciso in cui cominci a essere donna, ed è quando ti assale lo schifo.

Non dico lo schifo qualunque: quello succede di averlo prima, e non fa danno.

No. Intendo il disprezzo vero: l’odio per il mondo.

Quando diventi capace di odiare, non sei più una ragazza.

Io odiai con tutta me stessa la famiglia di Abdel Karoum.

Augurai ogni male possibile a lui, a sua moglie, ai loro tre figli.

Fra questi tre figli ce n’era uno, che mi fu messo accanto.

Mi fu permesso di mangiare tre datteri. E di scegliere fra due veli: quale preferivo.

Poi non mi ricordo nulla.

So solo che a un certo punto uscii di notte: pioveva. C’era fango.

Andai dentro il vecchio camion con le ruote sgonfie.

Mi ci chiusi dentro. E provai con tutta me stessa a urlare, senza riuscirci.

Allora mi fissai la mano, questa mano.

Con forza l’afferrai con l’altra,

e la costrinsi a farmi con l’unghia un taglio sulla guancia, fino a sanguinare.

Fu la seconda volta che sentivo il sangue in viso.

Ma stavolta non era di una capra. Era mio.

E quello fu il mio secondo funerale.

La terza volta che morii, fu molto tempo dopo.

Avevo già i capelli bianchi, e il fiato a volte mi veniva meno.

Cosa avevo alle spalle?

Macchie di ruggine, come quelle sempre più grosse sul cofano del camion.

Mio marito era stato ucciso. Come tanti altri.

Alla fine la morte era diventata normale: ci scorreva addosso. La guardavamo scivolare.

Nel tempo avevo anche avuto dei figli.

Tre maschi, Asser, Kadar, Amouf.

Tutti nell’esercito, partiti da un anno e più.

Non mi sarei stupita se non li avessi più visti.

Uno di loro si era già sposato,

e aveva una bambina, Nassim, che era con me quel giorno.

Successe tutto come una tempesta di polvere e sabbia: si alzò all’improvviso,

e senza nemmeno che mi rendessi conto, ci trovammo dentro.

Dietro la baracca di Rashid c’era un tubo dell’acqua che saltava fuori dal terreno,

ci avevamo attaccato anni fa un rubinetto,

e il liquido giallo che gocciolava fuori lo usavamo per lavarci.

Ero là, in quel momento, con Nassim attaccata al collo.

Iniziai a dirle “Se vuoi ti racconto la storia di Shaban, e come parlò col fiume.”

Riempivo intanto una bottiglia di plastica.

C’era una volta una bambina come te. Vi assomigliate molto.

Ma questa bambina non aveva neanche un nome,

perché era comparsa all’improvviso una notte, lasciata chissà da chi,

e per questo sul momento la chiamarono Shaban:

quella notte era la prima notte di quel mese…”

Ecco. Fu qui.

Arrivarono con i furgoni.

Non vidi niente: sentii soltanto.

E poi che cosa? Un gran chiasso.

Urla come di bestie, spari, rumore di gomme.

Li stavano ammazzando tutti, come già a Faduja, a Koral, a Aswar:

ci erano arrivati i racconti.

La bestia che c’è in ognuno di noi a volte – se la ascolti – sceglie per il meglio.

E io l’ascoltai, quel giorno: mi buttai a terra, davanti al rubinetto,

tappando la bocca alla bambina quasi a soffocarla.

Facemmo finta di essere morte. Sdraiate giù come carcasse.

Non so quanto restammo così. Forse ore. Forse minuti.

Mossi il primo muscolo del piede dopo un bel po’,

nell’aria ormai c’era rimasto solo il suono della radio,

un altro discorso di Moqtada al-Sadr.

Eravamo sudice di fango. Con un po’ d’acqua pulii il viso a Nassim. Poi il mio.

Ci guardammo.

Sapevamo benissimo

che non c’era nessun altro vivo, oltre la baracca di Rashid.

Misi la bambina seduta su un masso. Era pietrificata.

E senza perderla di vista, camminando all’indietro,

sgusciai il tempo di un attimo dentro ognuno dei cubi di Hulalyah:

ai morti non servivano più i soldi, a noi probabilmente sì.

Riempii una borsa con quello che trovavo.

Piegai le banconote alla meno peggio,

e con le scarpe sporche di fango e sangue riattraversai quel cimitero.

È l’ultimo ricordo che ho di casa nostra.

Cosa accadde subito dopo, non so dirlo.

Mia sorella mi diceva un tempo “Tu Haifa sei nata per star ferma.”

E io facevo sì col mento.

Ma nonostante questo, presi la bambina in braccio.

E da lì ce ne andammo.

 

2. Il bestiame

Quando cammini, non è che sai sempre dove andare.

Ci sono certe volte che cammini e basta.

Ti portano le gambe, sanno tutto loro.

E lì scopri che magari sei diversa da come credevi.

Io ero sempre stata a casa, sempre o quasi.

Perfino da ragazza. Pensavo di non avere le gambe forti.

Ed ora invece ecco: camminavo.

Quando fece buio eravamo per strada da qualcosa come nove ore.

Nove ore camminando non sono uno scherzo,

soprattutto se hai una bambina addosso,

e tua sorella ti diceva che sei nata per star ferma.

Arrivammo a Quaryat al-Alshiq che già le luci erano accese,

vidi le prime case da sopra un’altura, e mi assalì un misto di gioia e di terrore:

la gioia fu che a Quaryat al-Alshiq abitava un fratello di mio padre.

Il terrore fu che dovevamo entrare in città, e riconoscere la strada.

Presi il viso di Nassim fra le mani. Le chiesi l’ultimo sforzo.

Poi scendemmo dalle rocce verso la strada,

dove un baraccone di legno e ghisa bruciava qua e là.

Sembrava una stalla,

o meglio: lo era di certo, come mi disse l’odore tremendo che veniva fuori:

carne bruciata.

Pensai “Se c’erano bestie, ci sarà almeno un barile d’acqua”,

e stringendo gli occhi per il bruciore, provai a addentrarmi nel fumo.

Fu lì che vidi Gheffiah, il pastore.

Ricurvo fra la cenere e i carboni,

cercava fra le carcasse se c’era ancora qualche bestia viva.

Quello lassù sembra vivo

e gli mostrai un montone fermo in equilibrio su un soppalco mezzo crollato.

Lui fu come se vedesse un tesoro. Credo lo chiamò quasi per nome.

E si arrampicò per recuperarlo, prima che fosse del tutto buio.

Fuori c’era un camioncino, con i fari accesi,

su cui le bestie sopravvissute, strette da non dire, facevano un chiasso da inferno.

Sai come si fa a entrare a Quaryat al-Alshiq senza documenti? “

Lui mi fissa come fossi pazza:

C’è il coprifuoco, comincia fra mezz’ora.”

Nascondici fra le bestie. Sul camion. Ti do mille dinari per me e mille per la bambina.”

Di nuovo mi fissa come fossi pazza:

Non rischio: è già tutto fatto

domattina un tizio mi compra le bestie

e coi miei figli ce ne andiamo per sempre da qua.”

Cinquemila vanno bene? Non ne ho di più. Che ti importa? Tu domani te ne vai, sei salvo!”

Mi ignora.

Ma appena arriva al camion, mentre carica su il montone,

mi fa da lontano un cenno con la mano.

Afferro per un braccio Nassim, che si è quasi addormentata.

Prima che ci ripensi,

ci infiliamo sul furgone, sdraiate in basso, lunghe, ferme fra le zampe.

Il pelo delle pecore ci copre del tutto,

il caldo è asfissiante, l’odore peggio.

Gheffiah mette in moto, sentiamo togliere il freno a mano,

stringo la bambina, ogni sasso della strada è un sobbalzo.

Sento il camion rallentare, rallentare, rallentare.

È la fila delle macchine per entrare in città.

Sessanta… settanta… novanta…

La voce dei soldati.

Il pastore spegne il motore.

Scende dal camion.

La voce dei soldati.

Poi un rumore metallico: aprono lo sportello posteriore.

Un alone di luce sopra di noi: hanno una torcia.

Trattengo il respiro. Con le mani blocco le gambe di Nassim perché stia immobile.

Distinguo la voce dei soldati.

Uno di loro sale sopra: ne intravedo là avanti lo stivale.

Fa un passo fra le bestie, poi un altro.

A un tratto, assordante, la sirena del coprifuoco.

Il soldato salta giù, sento richiudere lo sportello.

Il motore si riaccende. Ci muoviamo? ci muoviamo!

Nassim, ci muoviamo!”

E sì, per ora siamo salve.