poco di buono

Per Amos Oz

di Gianni Turchetta

Ripubblichiamo per ricordare un grande e amato scrittore il testo che Gianni Turchetta lesse all’Università di Milano quando, nel 2016, gli fu conferita la laurea honoris causa, già apparso su “Lo straniero” numero 189 del marzo 2016.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Quand’ero piccolo,” scrive Amos Oz in Una storia di amore e di tenebra, “da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.”
Sono parole che ci fanno riflettere su quanto la letteratura sia importante, e anche su quanto la letteratura sia tenace, benché fragile. Ci fanno anche riflettere su quanto sia fragile l’uomo, su quanto poco ci voglia a distruggerlo. Non so quanto sia stata voluta la scelta della data di oggi. Fatto sta che il 29 gennaio è vicinissimo al 27, al “giorno della memoria”, e penso valga la pena di ricordarlo, almeno per qualche istante, perché stiamo parlando di un grande scrittore israeliano, ma anche perché l’obbligo della memoria ci riguarda tutti.

Quando giustamente gli si attribuiscono grandi meriti, Amos Oz tende a schermirsi: dice che scrivere è una vocazione, un impulso irresistibile, che diventa come un dato di natura. E per questo lui non avrebbe meriti particolari. Ma noi, naturalmente, non gli crediamo, e pensiamo che invece di meriti ne abbia davvero molti. Anche perché la scrittura, quella vera, è figlia di un lavoro severo, faticoso, pazientissimo, di cui pure Oz ci ha parlato e che non sarebbe giusto dimenticare. Pochi hanno saputo farlo con questa qualità, con questa profondità e con questa intensità, e noi gliene siamo grati.

Mi sono appoggiato subito alle parole di Oz anche per non iniziare questo mio breve discorso con una banalità, che però è necessaria: voglio sottolineare cioè che stiamo per conferire una laurea honoris causa a uno scrittore. In negativo, ciò significa che non la stiamo dando a un politico: anche se l’impegno militante, ideologico, etico e politico di Oz è fondamentale. Ma in prima approssimazione, e in positivo, è importante sottolineare quanto conti la sua fiducia, starei per dire la fede (se non fosse una parola molto compromessa) verso la forza e la capacità di persistenza, e di resistenza, di quel tipo di discorso che ancora ci ostiniamo a chiamare letteratura. Visto il mondo in cui viviamo, verrebbe forse da chiedersi come mai la letteratura esista ancora. E potremmo provare a rispondere a questa domanda notando che il discorso della letteratura resta ancora così importante nelle nostre società perché ha saputo conservare una speciale capacità di conferire senso all’esistenza, di combattere contro l’oblio e l’insensatezza: superando, come appunto ci ha appena ricordato Oz, le barriere dell’individualità, dello spazio e del tempo. C’è un altro passo bellissimo di Una storia d’amore e di tenebra, in cui Oz parla della propria infanzia, dicendoci che abitava nel quartiere Kerem a Gerusalemme, “ma non vivevo lì, vivevo ai margini di un bosco”: questo bosco è il bosco incantato costruito dalle storie che gli raccontava la madre, prima matrice delle storie che poi avrebbe cominciato a raccontare lui: “Vagavo girando senza sosta per quei boschi virtuali, boschi di parole, casupole di parole, pascoli di parole. Tutto ciò che contava era fatto di parole”. Ecco, questa fiducia nella capacità delle parole di essere così solide da entrare in competizione con le cose, questa fiducia è un punto di partenza necessario.

Ma per altri versi, e quasi all’opposto, la forza del discorso di Oz vive anche della sua ferma coscienza dei limiti della letteratura, chiamata a misurarsi con la durezza, l’enormità, la violenza della vita e della storia. Non a caso, egli sottolinea continuamente anche i limiti davanti alla vita di chi si occupa di letteratura, declinando in modo originalissimo uno dei grandi temi della letteratura dell’Occidente moderno: quello dell’Inettitudine, chiamato in causa da molte delle sue storie. Ecco che cosa gli succede poco dopo essere entrato, appena quattordicenne, nel kibbutz di Hulda: “Quando fui beccato a scribacchiare poesie nella stanza sul retro della casa, fu ormai chiaro a tutti che da me non se ne sarebbe cavato nulla di buono”. Chi scrive, insomma, è un buono a nulla, un incapace. Perché lui sa scrivere, ma gli altri sanno vivere. D’altro canto, però, tutti hanno bisogno di storie: e Oz ci racconta come da bambino i compagni di scuola spesso l’aggredissero, avendone capito le debolezze, ma poi fossero affascinati dalle sue storie, che lui, piccola, impacciata Shéhérazade, produceva a getto continuo.

ambientalismo

Lettera agli studenti sul clima

Riprendiamo la lettera aperta agli studenti di studiosi, scienziati e attivista sul clima inviata al direttore di “Avvenire”

Alien

 

Caro direttore, desideriamo condividere con lei e con i lettori di ‘Avvenire’ una nostra ‘Lettera agli studenti’.

Nel 1967, più di 50 anni fa, un gruppo di ragazzi guidati da don Lorenzo Milani, dopo la bocciatura di alcuni di loro agli esami per la maturità magistrale, decisero di scrivere una lettera a una professoressa immaginaria di quel tempo, in cui la scuola era fortemente selezionatrice e, con le bocciature, censurava anche i modelli scolastici come quello innovativo e radicale della Scuola di Barbiana. Oggi, che i nodi del modello di sviluppo occidentale stanno venendo al pettine con i cambiamenti climatici e tutte le conseguenze a essi connesse, ci sentiamo di scrivere questo messaggio a voi studenti per stimolarvi a prendere in mano la situazione. Esattamente come chiede Greta Thunberg, la giovane svedese che nonostante i suoi 16 anni mostra una maturità politica da fare invidia ad ogni adulto.

In un’intervista al ‘Guardian’, Greta ha detto: «Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico quando avevo otto anni. Ho imparato che è una cosa creata dagli esseri umani. Mi dicevano di spegnere le luci per consumare meno elettricità e di riciclare la carta. Era strano, pensavo, che fossimo in grado di cambiare l’intera faccia del pianeta e il prezioso strato di atmosfera che lo rende la nostra casa: se eravamo capaci di fare questo, perché non ne sentivo parlare ovunque? Perché il clima non era la prima cosa di cui sentivo parlare quando accendevo la tv? Titoli, programmi radiofonici, giornali: non avrei dovuto sentir parlare d’altro, come se fosse in corso una guerra mondiale. Però i nostri leader politici non ne parlavano mai. Se usare i combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo? Perché nessuno parla dei pericoli del cambiamento climatico che è già in corso? E del fatto che duecento specie animali si estinguono ogni giorno? Ho la sindrome di Asperger e per me le cose sono bianche o nere. Guardo le persone che sono al potere e mi chiedo perché hanno reso le cose così complicate. Sento la gente dire che il cambiamento climatico è una minaccia alla nostra esistenza, però tutti vanno avanti come se niente fosse. Non possiamo più salvare il mondo rispettando le regole, perché le regole devono essere cambiate. Se vivrò cent’anni, sarò ancora qui nel 2103. Quello che facciamo o non facciamo ora, condizionerà tutta la mia vita e quella dei miei amici, dei nostri figli e dei loro nipoti. Gli adulti ci hanno deluso. E dato che la maggior parte di loro, compresi giornalisti e po-litici, continuano a ignorare la situazione, dobbiamo agire, oggi».

Sulla chiamata di Greta, molti studenti di tutta Europa hanno iniziato a ritrovarsi, ogni venerdì, di fronte ai palazzi del potere, in Belgio, Germania, Svezia, Olanda, Australia, Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito… semplicemente per stare con i loro cartelli che chiedono conto agli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece gli state rubando il futuro». Molti studenti in molte nazioni, ma ancora molto pochi in Italia. Non notiamo in Italia lo stesso fermento che c’è all’estero e se dovesse essere perché pensate che i cambiamenti climatici non vi riguardano, vorremmo dirvi che vi sbagliate di grosso: niente più di questo fenomeno influirà sul vostro futuro, perché avrà effetti sulla disponibilità di acqua, sulla produzione di cibo, sulla sicurezza dei territori, sulle migrazioni. Vorremmo darvi un consiglio: fate emergere tutto l’egoismo che è in voi per difendere il vostro futuro, perché se la temperatura terrestre continuerà a salire la vostra vita sarà un inferno. Dunque parlatene, studiate, confrontatevi con gli esperti (le autogestioni potrebbero essere delle buone occasioni…) e poi alzate la voce per inchiodare chi può decidere alle sue gravi responsabilità. La mattina del prossimo 15 marzo è indetto uno sciopero mondiale per il clima, promosso proprio dagli studenti. Non mancate questa occasione per iniziare un percorso: abbiamo poco tempo per rimediare ma possiamo ancora farlo. Ci avete prestato il futuro ed è tempo che lo riprendiate nelle vostre mani per renderlo sicuro, possibile e vivibile, non credete?

Francesco Gesualdi Centro Nuovo modello di Sviluppo
(già allievo di Barbiana e co-autore di Lettera a una professoressa)

Sergio Venezia
(Associazione CO-Energia – Progetti collettivi di Economia Solidale)

Oreste Magni
(Eco-istituto Valle del Ticino)

Amalia Navoni
(Coordinamento Lombardo Nord-Sud)

Roberto Burlando
(Docente di Economia Università di Torino)

Mario Agostinelli
(Associazione Energia Felice e Laudato Si’)

Lidia Di Vece
(Federazione Italiana Economia del Bene Comune)

Tonino Perna
(Ecolandia – Parco Ludico Ecologico Ambientale)

Alberta Cardinali
(Rete Gas Marche che aderiscono ad ‘Adesso pasta!)

Don Virginio Colmegna
(Fondazione Casa della Carità Associazione Laudato Si’)

Luca Mercalli
(Metereologo – Nimbus Società Metereologica Italiana)

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la poesia

Cosa si impara a vivere vicino a un lago

di Denise Levertov

traduzione di Paola Splendore

 

Queste poesie sono state pubblicate sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Nata in Inghilterra e naturalizzata americana, Denise Levertov (1923- 1997) – poetessa, saggista, attivista pacifista – ha scritto molte poesie su montagne, alberi, animali in cui, oltre ad ammirare il mondo naturale, lamenta l’opera di distruzione dell’uomo. Negli ultimi anni della sua vita ha vissuto a Seattle, accanto al lago Washington e al gigantesco vulcano Rainier, presenze dominanti nelle sue ultime raccolte – Sands of the Well (1996) e This Great Unknowing (1999), da cui sono tratte le poesie che seguono (The Collected Poems, New Directions Book 2013).

 

Soggiorni nel mondo parallelo

Viviamo le nostre vite di passioni umane,

crudeltà, sogni, idee,

crimini e pratica della virtù

dentro e accanto a un mondo privo

delle nostre preoccupazioni, libero

da ansie – benché influenzato,

certamente, dalle nostre azioni. Un mondo

parallelo benché sovrapposto al nostro.

Lo chiamiamo “Natura”; e solo a malincuore

ammettiamo di essere noi stessi “Natura”.

Quando dimentichiamo le nostre ossessioni,

i nostri egoismi, perché ci abbandoniamo per un attimo,

o anche un’ora, alla pura (quasi pura)

risposta a quella vita spensierata:

nuvola, uccello, volpe, il flusso della luce, il peregrinare

danzante dell’acqua, la vasta quiete

incantata dell’effimero su un vetro di finestra illuminato,

voci di animali, brusio minerale, vento

che conversa con la pioggia, oceano con la roccia, balbettio

del fuoco col carbone – allora qualcosa che era imprigionato

dentro noi, legato come un asino sul suo pezzetto

di erba masticata e cardi, si libera.

Nessuno scopre

dove siamo stati, quando saremo nuovamente immersi

nella nostra sfera (dove dobbiamo

per forza ritornare, per far procedere i nostri destini)

eppure siamo cambiati, un poco).

 

Minaccia

Puoi vivere per anni accanto

a un grosso pino, onorata di avere

un vicino così degno di rispetto, anche

quando lascia cadere gli aghi sui tuoi fiori

o ti sveglia, lanciando grandi pigne

sul tetto nella quiete della notte.

Solo quando, prima dell’alba, un anno,

all’equinozio di primavera, il vento

cresce e cresce facendo affiorare immagini

di barche sbattute come gusci di noce tra pareti

enormi di onde che avanzano,

solo allora capirai che sempre,

sotto il rispetto, sotto la tua fiducia

nella bellezza del pino, resta

la paura che un giorno si abbatterà

sulla casa, mentre sei a letto,

sulla fragilità della sicura

quotidianità cui ti sei

quasi abituata.

Educazione e intervento sociale

L’eterno ritorno del fascismo

di Erminio Ferrari

disegno di Guido Pigni

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Il fascismo non è più quello di una volta, siamo grossomodo d’accordo. Ma a differenza di “una volta” – diciamo dalla sua sconfitta nel 1945 – i suoi emuli possono vantare di esserlo: con appena qualche prudente sfumatura se si trovano al governo di un paese; senza remora alcuna se si tratta di adottarne il linguaggio. “Se ne fregano”, infatti.

È stata la grande penna di Maurizio Maggiani a tornarci su, con una lezione civile d’autore su “La Repubblica (“Antifascismo è non dire mai me ne frego) di cui essergli grati. Perché la questione sta nella realtà delle cose ma anche – e in questo caso soprattutto – nelle parole che la plasmano, da un lato, e dall’altro la descrivono.

Il fascismo, avvertiva Maggiani “è una cosa complicata che va studiata bene per non sbagliare e confondere”. E ha ragione. C’è stato, in Italia e non solo, un tempo, trenta, quaranta anni fa, in cui essere di destra o anticomunista conferiva a chi rientrava in una delle due categorie l’epiteto di fascista. Un modo rude e superficiale per chiudere la bocca a un avversario politico o per additarlo all’ira delle masse. Specularmente, entro la cornice dell’antifascismo una accorta operazione di propaganda aveva iscritto, giustificandolo, il totalitarismo sovietico e quello ideologico dei suoi succedanei. Un doppio abuso terminologico, diciamo così, che ha finito per svilirne il contenuto. Non che i fascisti fossero meri fantasmi che popolavano i sonni agitati di una sinistra inappagata: si rilegga la Storia e si guardino gli organici di questure, prefetture, magistraura. Dalla prova di forza a Genova, nel 1960, a Piazza Fontana, 1969, in poi, i fascisti stessi si incaricarono di ricordare a tutti che la loro sconfitta non ne aveva determinato la scomparsa.

Ma non è esattamente di questo che si tratta. Allora un fascismo residuale attentava alla democrazia (trovando all’interno delle sue istituzioni coperture e complicità). Oggi siamo qui a domandarci se quello in carica in Italia, il più a destra della storia repubblicana, si può definire un governo fascista, o quantomeno innervato da quella cultura politica. E non è un’analogia pretestuosa, come pretendono che sia le compassate grandi firme del giornalismo, come Paolo Mieli. Ma non è neppure un interrogativo accademico, come sono inclini a intenderlo gli storici. Con maggiore spessore, anche Emilio Gentile (che tale analogia rifiuta e chiama piuttosto “democrazia recitativa” quella in cui oggi viviamo) ha puntualizzato che i fascismi storici “negavano la sovranità popolare; erano fondati su partiti armati e dotati di programmi totalitari e di controllo generale della società; e praticavano una politica di espansione territoriale attraverso la guerra”. Tutte cose, è vero, che Matteo Salvini non ha (ancora) fatto. Al contrario, nella sua propaganda (come in quella di Le Pen, Orban, Kaczynski, e naturalmente dei 5stelle) la sovranità popolare è un autentico totem. Ma l’argomento rischia di essere troppo ingenuo per risultare in buona fede, dato che qui di politica si tratta, e il governo di un Paese non è un seminario di storici. Forse Eco o Pasolini saprebbero spiegarlo meglio.

Osserviamo lo spirito del tempo, quella maglietta con la scritta “Auschwitzland” indossata da una stolta donna a Predappio; la desertificazione della sinistra; il risentimento piccoloborghese; l’adozione, per ora soltanto promessa, di politiche sociali mirate (“le prime marchette [i contributi previdenziali] le ha messe il Duce”, mi disse in tutta buona fede una vecchietta nostalgica); il disprezzo come solo argomento dialettico; un balcone – i “social” – infinitamente più performante di quello di Palazzo Venezia; il riconoscibile accomodarsi di un certo ceto economico al prossimo avvento di un governo Salvini (una volta liberatosi dei prestanome grillini), paragonabile, secondo Piero Ignazi, al cinismo miope che nel 1922 indusse agrari e industriali a professare fedeltà a Mussolini; e infine un contesto internazionale di smarrimento post-traumatico.

E allora se non fascista, come definire diversamente un governo il cui dominus flirta con l’estrema destra di quella fatta, ne sollecita il voto, ne asseconda le pratiche, ne copre le schifezze e ne adotta il linguaggio?  In cui siede un ministro, Lorenzo Fontana, che di quell’area è schietta espressione? Di quale pensiero politico è espressione il ministro di polizia che – superando persino Berlusconi e competendo, va detto, con Renzi Matteo, esibizionista televisivo – ama mostrare il petto nudo come un Mussolini alla battaglia del grano? Che vuole censire razze “inferiori” o comunque “asociali” (compagno di partito, del resto, dell’altro Fontana, Attilio, presidente lombardo, che parla di “razza bianca”)? Che ha organizzato il proprio discorso politico attorno alla costruzione di un nemico, l’Europa e i “poteri forti” di cui è serva; vaghi, ma non troppo, parenti del complotto “pluto-giudaico-massonico” di antica memoria?  Libertino mangiapreti ma baciapile brandente un vangelo o un rosario, chissà mai che ci siano altri patti lateranensi da firmare? Che lavora a un lavaggio del cervello identitario per il cui successo si prodigano ormai fior di professionisti nell’informazione e nella scuola? Che usa twitter come olio di ricino per chi lo contesta? E che, soprattutto, “se ne frega” e ne mena gran vanto?

Se non gli storici, di nuovo gli scrittori. “Quest’epoca – ha scritto ancora Maggiani – si è ingravidata di fascismo. (…) Il popolo, sbigottito, incoraggiato dagli appositi segnali luminosi, ha preso a esultare, i miliziani della disgrazia hanno cominciato il loro giro di propaganda, ed è stato tutto un sibilare, un canticchiare, un cadenzare di me ne frego”. Mentre basterebbero gli occhi per vedere distintamente “montagne di teschi sotto i piedi di coloro che postano me ne frego”. Senza neppure più la fragilità resistente di un “I care” (a suo tempo vandalizzato da Veltroni) a fare da diga, se non in esemplari, disperse esperienze di amore per il prossimo.

Ma è vero, se ne dicono così tante di cose (e si cantano: chissà a che cosa pensava Vasco Rossi volendo “una vita che se ne frega”). E le parole non sono ancora azioni. Ma le parole della politica le anticipano e le giustificano. Chi usa parole fasciste ne prepara l’avvento.

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Una maestra in Palestina

di Livia Cozzolino

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Hanan Al Hroub

Ho passato un mese in Palestina. Gli Interventi Civili di Pace con cui sono partita mi portano negli uliveti della WestBank. Raccogliendo le olive fianco a fianco dei palestinesi, nel progetto si mira a costruire relazioni dirette e orizzontali con i contadini e gli abitanti dei posti dove siamo ospiti temporanei. Ed è proprio durante una di queste giornate di raccolta che conosco Aisha, nipote di Hanan Al Hroub, l’insegnante palestinese che ha ricevuto nel 2016 il Global Teacher Prize per il metodo che applica nelle sue classi.

Siamo nella valle del Wadi, affaticate dal caldo intenso della giornata ci attardiamo qualche minuto con la ragazza all’ombra di un ulivo. Nonostante l’immensa calma la giovane trasuda energia e voglia di raccontarsi. Parliamo della situazione che vivono i giovani palestinesi, della voglia di crescere e studiare, ma allo stesso tempo continuare a resistere e combattere perché un giorno il popolo palestinese possa vivere libero nelle sue terre. Riprendiamo il lavoro con la testa piena di pensieri e riflessioni.

Verso il tramonto arrivano al campo due uomini di ritorno dal lavoro nel cantiere (in una vicina colonia). Uno di loro è proprio il fratello di Hanan Al Hroub, che mi propone di chiamarla. Lei mi ringrazia per il lavoro che stiamo facendo, per il supporto e l’energia positiva che portiamo nelle loro terre. Le dico che sarei molto interessata a sapere di più del suo metodo e della sua esperienza di insegnante: prendiamo appuntamento per vederci di persona.

È così, grazie alla relazione diretta creata tra le olive, che ho avuto la possibilità di incontrarla e scambiare con lei alcune riflessioni sul sistema educativo palestinese.

Hanan Al Hroub è un’insegnante elementare, in una classe di livello 2, bambini dai 6 ai 7 anni, corrispondente quindi al nostro secondo anno di scuola primaria. Una donna sulla quarantina, il volto incorniciato da un delicato velo floreale e lo sguardo estremamente calmo, ma carico allo stesso tempo, mi ricorda immensamente quello della nipote. Sostiene di non parlare inglese molto bene, ma la conversazione è fluida e piacevole.

Hanan è una rifugiata, il suo villaggio di origine è Al-Qabu, da lì i palestinesi sono stati estromessi, la sua famiglia è tra quelle rifugiate dal 1948. È nata e cresciuta al campo profughi di Deisha nella non più periferia di Betlemme. Ha frequentato le scuole elementari dell’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi), ha conseguito poi il diploma superiore in una scuola pubblica governativa di Betlemme, mentre si è recata a Ramallah per frequentare l’Università, dove ha studiato Educazione primaria. Hanan si è sposata con un uomo di Wadi Fukin, villaggio al confine tra Territori palestinesi e Israele circondato da due enormi colonie. Ora lavora a Ramallah, la capitale della Palestina: “Sono nata in un campo profughi, mi sono sposata in un villaggio e ora vivo e lavoro in una città, trovo curiosa questa sorta di evoluzione”, dice la maestra.

Il metodo che applico, per il quale ho ricevuto il premio, è nato in casa, dalla mia esperienza come rifugiata, come madre e come insegnante palestinese”. Learning by play è un metodo molto usato in tutto il mondo, ma in Palestina acquista un significato particolare laddove i bambini di questi luoghi spesso non hanno un’infanzia giocosa come la potremmo e vorremmo immaginare.

Nella scuola dove insegna Hanan gli alunni vengono tanto da Ramallah, quanto dal campo profughi e dai villaggi vicini. Tutti loro hanno esperienza quotidiana, o quasi, della violenza dell’occupazione. La vedono negli arresti continui (soprattutto nei campi profughi è quasi impossibile trovare una famiglia che non abbia avuto qualche membro detenuto), la vivono nelle frequenti incursioni dell’esercito nelle strade se non addirittura nelle case, la vivono ai checkpoint che devono attraversare per recarsi da un villaggio a un altro, la vivono nei loro documenti inadatti a passare alcuna frontiera, rilasciati da uno stato che non ha riconoscimento internazionale. Ma soprattutto la violenza che subiscono i bambini, tanto quanto tutta la società palestinese, è quella latente e onnipresente, che avviene nelle loro menti: l’occupazione, e tutte le sue ramificazioni, per moltissimi di loro diventa un pensiero costante difficile da tenere sopito.

Hanan racconta che ritrova e riconosce gli effetti di questa violenza nei comportamenti dei bambini anche a scuola: “non è raro che in aula i bambini non riescano a focalizzare la loro attenzione sull’apprendimento, abbiano atteggiamenti di rifiuto o violenti nei miei confronti come verso i compagni, a volte si isolano o al contrario hanno comportamenti iperattivi e non seguono le lezioni proposte”. Suo marito è stato ferito dai soldati israeliani mentre riportava a casa i figli da scuola. È sopravvissuto, ma i ragazzi sono rimasti traumatizzati: non riuscivano a concentrarsi, si rifiutavano di uscire, di tornare in classe.

Partendo dalla sua esperienza personale Hanan ha quindi iniziato a riflettere su come poter rendere lo stare in classe un momento di apprendimento e di crescita collettiva e personale. “Posso affermare che per dei bambini che vivono in queste condizioni, ma probabilmente per ogni bambino, il metodo di insegnamento e valutazione tradizionali non sono adatti. Questi infatti si focalizzano su una valutazione quantitativa dell’apprendimento, con una mole immensa di nozioni da apprendere e una valutazione continua sotto forma di voti e giudizi. Il metodo tradizionale nelle nostre condizioni non è utile, non è importante che i bambini abbiano moltissime informazioni dalla scuola, l’importante è come le ricevono, come stanno in classe e come si relazionano tra pari. Anche perché gli insegnanti e la scuola non sono più l’unica fonte di formazione: i ragazzi hanno altri modi di avere pure nozioni attraverso le nuove tecnologie. L’importanza del nostro lavoro è quindi dare loro delle modalità di vita e comportamento.”

Hanan lavora con circa 30 bambini in un’aula che ha reso autonomamente (mi mostra orgogliosa le foto) colorata e accogliente. “Gli strumenti che uso sono giochi pratici creati con materiali di riciclo che ho ideato per la mia classe, costruito a casa e portato a scuola. L’ambiente nel gruppo-classe è pieno di gioia, felicità e praticità. Quando i bambini arrivano a scuola non stanno seduti al banco tutta la giornata, ma la lezione si sviluppa in parte frontalmente e in parte attivamente, in forma pratica e dinamica. Si fanno attività.”

Nei momenti di apprendimento è molto importante l’atmosfera che si crea per e tra gli alunni, in Palestina, dove l’emotività è continuamente scossa e la tensione sempre pronta a esplodere, un luogo di tranquillità può rivelarsi ancora più raro e prezioso. “In classe cerco di creare con loro un’atmosfera diversa dalla quotidianità che vivono nei campi o nella città. In classe c’è libertà, c’è fiducia, rispetto sia per l’insegnante che per gli altri bambini. La loro infanzia viene rispettata, i loro desideri vengono ascoltati. Ascolto molto i miei alunni. Analizzo la loro storia personale e familiare. Ognuno di loro esplicita in qualche modo i suoi problemi e io poi cerco di risolverli attraverso le attività che faccio in classe, specialmente i giochi. Elaboro inoltre a inizio anno un piano specifico di valutazione di apprendimento per ogni studente, che può comunque essere modificato in corso d’opera. Ovviamente oltre ai giochi e alle attività pratiche devo affrontare anche le materie curriculari durante l’anno. Ogni argomento viene però affrontato in una forma pratica e giocosa (disegno, danza musica), non solo, ma viene anche tarato sulla classe.”

Durante la mia esperienza di viaggio nelle varie regioni della WestBank ho avuto altri incontri con educatori, formatori e anche alunni palestinesi; alcuni di loro mi hanno fatto osservare come la mappa della Palestina nei libri scolastici non sia divisa tra Israele, o come preferiscono chiamarla i palestinesi “territori del ’48”, e WestBank, ovvero la Cisgiordania. Mi interrogo molto su quale sia l’utilità o lo scopo di tale mappa unificata. Un’altra educatrice con cui mi ero confrontata mi aveva detto che “Se si chiede a un ragazzo di posizionare Betlemme o Ramallah sulla mappa non lo sa fare, non sa per esempio se si trova al di qua o al di là del muro.”

Immagino quanta confusione debba esserci nella testa di un bambino che vede l’occupazione, i muri e l’esercito, ma non ritrova la rappresentazione grafica di quanto vive. Propongo l’argomento anche ad Hanan. “Noi come insegnanti dobbiamo raccontare la verità. Siamo palestinesi e abbiamo il nostro territorio, ma gli studenti devono conoscere la verità, devono sapere che molte delle nostre terre sono state confiscate e che viviamo sotto occupazione da 60 anni. Per cui agli alunni viene spiegato dalle insegnanti che quella era la terra dei palestinesi e adesso c’è l’occupazione. Per questo le mappe non vengono divise”.

La verità come sappiamo però può non essere sempre oggettiva, così Hanan prosegue riferendosi ai momenti di confronto che sta promuovendo tra le insegnanti di tutta la Palestina, grazie ai fondi ricevuti con il premio: “Quando parlo con le altre insegnanti sottolineo sempre l’importanza di stare molto attente a come raccontiamo la storia. Il nostro obiettivo è aiutare gli studenti a comprendere la realtà che vivono e soprattutto aiutarli a imparare a prendere decisioni autonome. Essere le prime persone attive nella loro vita. È importante che i ragazzi apprendano life-skills per affrontare la praticità della vita, devono imparare a proteggersi dall’influenza dell’occupazione e distinguere cosa è positivo e cosa è negativo al di là di quanto viene loro detto, devono fare le loro valutazioni.”

Nonostante la difficilissima vita quotidiana, Hanan mantiene uno spirito positivo. “I bambini vivono l’occupazione sempre – dice – hanno la possibilità di stare con me solo un anno. Voglio che quell’anno sia positivo per loro. Che possano vivere, crescere e imparare vedendo qualcosa di bello. Anche i bambini che vivono vite complicate, che vivono sotto occupazione, hanno diritto ad avere una vita felice e un’infanzia serena. Cerco di istillare in loro un seme positivo per un futuro albero forte.

Ogni giorno io non ho la garanzia che quei bambini torneranno a scuola il giorno dopo, quindi ogni giorno è importante, ogni giorno. Per questo quando, per esempio, durante una lezione sentiamo degli spari o delle esplosioni quello che faccio è dire “sì bambini, questa è la nostra realtà, ma non possiamo dargli il potere di interrompere le nostre vite ogni volta che lo vogliono, dobbiamo continuare a imparare”, quindi propongo subito delle attività che li distraggano, balli, canzoni, giochi perché rimangano con la testa nella classe e non si lascino prendere dalla paura, dalla tristezza o dalla preoccupazione.”

Il metodo di Hanan non mi è parso “rivoluzionario” in sè; ciononostante sono assolutamente convinta che, in Palestina come in tutto il mondo, anche le piccole lotte, i delicati cambiamenti dal basso, in un limitato gruppo-classe possano avere grande risonanza se portati avanti con caparbietà. Hanan è caparbia. E caparbie sono molte delle donne che ho incontrato in Palestina.

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