In casa

A volte ritornano

di Gad Lerner

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Sono consapevole di essermi scelto un titolo più adatto a un’opera di “horror fiction” alla Stephen King che non a un convegno di storici. Ma credo che, al di là della semplificazione giornalistica di una materia complessa, sia utile un tentativo di comparazione che evidenzi le analogie e le differenze fra il razzismo di Stato dell’Italia fascista e le pulsioni xenofobe alimentate (anche, non solo) dall’alto nel tempo presente.

Ciò rende necessario confrontarsi, ottant’anni dopo, con il classico espediente retorico che consiste nell’apparente capovolgimento di quasi tutti gli argomenti di senso comune impiegati nel discorso pubblico a proposito di “noi” e “loro”; gli italiani e gli stranieri; gli autonominati portavoce del popolo contrapposti a chi non è considerato degno di farne parte.

Esaminerò alcuni di questi capovolgimenti che sembrano rendere molto distante dalla realtà odierna il 1938, senza dimenticare che noi lo reinterpretiamo alla luce dei terribili sette anni di persecuzione che gli seguirono e che allora in pochi avrebbero previsto. La supina accettazione delle leggi razziali rimane peraltro un evento considerato inspiegabile dall’italiano medio, che non riesce quasi a credere sia potuto davvero accadere in un paese come il nostro al tempo dei suoi genitori o dei suoi nonni. Capita così che molti si indispettiscono quando gli viene suggerito che la cosa migliore – se si vuole comprendere come sia stato possibile che il paese applicasse con zelo quelle normative razziste – è osservare con sguardo distaccato la cronaca quotidiana odierna, con la sequenza di invettive xenofobe e episodi di violenza spicciola che la contraddistingue.

Assai banale è il primo capovolgimento retorico con cui dobbiamo fare i conti: oggi dire a qualcuno che è razzista equivale a offenderlo. Denigrazione aggravata dal ricorso a formule generiche, come quando in televisione si sollevano sdegno e ironia adombrando che addirittura l’Italia intera sia diventata o ritornata a essere un paese razzista.

Nel 1938, con una campagna propagandistica lanciata a freddo, il razzismo fu pianificato e indicato come virtù nazionale. Semmai erano gli antirazzisti a doversi vergognare: ricordo una copertina gialla de “La Difesa della Razza” del marzo 1939 che ritraeva brutti e vestiti in modo ridicolo l’ebreo, il nero e il meticcio, cioè i soggetti da stigmatizzare, con un titolo che gli faceva il verso: “Antirazzisti di tutto il mondo, unitevi!”. Prendiamone nota, perché questa cifra del sarcasmo – ammantare d’ironia la stigmatizzazione del bersaglio prescelto – è un espediente retorico, questo sì, che si ripropone uguale identico ottant’anni dopo.

Comunque sia, solo sparute minoranze di fanatici brandiscono ancora in pubblico gli argomenti pseudo-scientifici del razzismo biologico, ovvero la superiorità degli ariani sui semiti, o la convinzione di Robert Knox secondo cui “le razze scure sono ferme, quelle chiare progrediscono”.

Il razzismo contemporaneo, che rifiuta di essere rappresentato come tale, ricorre preferibilmente a argomenti di natura storica, culturale o religiosa. Gli uomini sono tutti uguali ma il mondo andrebbe meglio se ciascuno stesse a casa sua, specie se gli intrusi arrivano dall’Africa e senza un soldo in tasca. Quanto ai musulmani, rimasti indietro di alcuni secoli, essi non sarebbero integrabili nelle nostre società occidentali.

Chi oggi predica l’ostilità nei confronti dello straniero, si guarda bene dal teorizzare la superiorità o l’inferiorità di una “razza” nei confronti delle altre. Solo nei confronti dei rom e dei sinti è ancora esteso un compiaciuto ricorso abusivo alle teorie del razzismo biologico: gli “zingari” avrebbero il furto e il vagabondaggio inscritti nel loro Dna; dunque sarebbero portatori di una malattia sociale ereditaria, come tale da estirpare. Sarebbero l’eccezione che conferma la regola secondo cui siamo diventati tutti antirazzisti.

Vi è poi un secondo, diffusissimo capovolgimento retorico nell’armamentario della propaganda dei post-razzisti: essi fanno propria e riproducono, assoggettandola ai propri fini, la terminologia entrata nel linguaggio comune per evocare la memoria delle persecuzioni del secolo scorso. Si proclamano paladini di quella memoria, trasformandola in autocommiserazione. Cito testualmente da un’intervista che il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, mi ha concesso in mezzo a una baraccopoli sorta a opera di migliaia di braccianti africani che in Calabria trovano lavoro alla giornata, per raccogliere le arance, ma non ricevono un alloggio dignitoso.

Salvini: “Dove sta il razzismo in Italia? Io non lo vedo. Il vero razzismo, che alimenta altro razzismo, è quello che dice ‘avanti tutti’, immigrazione libera”. Lo sentiamo dire sempre più spesso: se c’è un razzismo, è il razzismo contro gli italiani. Siamo noi le vittime, il popolo minacciato.

Ancora più significativa, in proposito è la parola-chiave ripetutamente utilizzata in televisione da Salvini e altri, quando affermano, testuale, riguardo al flusso migratorio: “È in atto un tentativo di genocidio delle popolazioni che abitano l’Italia” o, a seconda dei casi, “dei popoli europei”. Genocidio, una parola terribile che scuote le coscienze. Siamo noi italiani i nuovi ebrei, i perseguitati di oggi.

Non può stupire, a questo punto, che rimuovendo la memoria del genocidio di cui furono vittime i rom e i sinti europei, venga pubblicamente manifestato fastidio per il fatto che gli appartenenti a quelle etnie di cittadinanza italiana non sono espellibili dal territorio nazionale. Quelli, testuale, “purtroppo, ce li dobbiamo tenere”… e pare quasi una sofferta deroga rispetto al buon principio dell’eliminazione fisica.

Né stupisce che il sindaco di Trieste abbia voluto prendere le distanze dal manifesto con cui un liceo pubblicizzava una mostra sulle leggi razziali, riproducendo la prima pagina del giornale cittadino del 1938 sormontata da questo titolo: “Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei”. Troppo crudo, per il sindaco Dipiazza. Sentite le sue parole: “Su questi temi non dobbiamo accendere il fuoco. Il Novecento va rispettato, dobbiamo tutti metterci sull’attenti e chiedere scusa, da una parte e dall’altra: ma se ognuno mi fa da distributore di benzina, non la finiamo più”. Chiedere scusa da una parte e dall’altra. Non è ben chiaro di cosa dovrebbero chiedere scusa gli ebrei espulsi dalle scuole, se non di essere nati. Qui davvero ci soccorre la citazione del filologo Cesare Segre opportunamente proposta a noi poco fa dal rettore Paolo Mancarella, a proposito di un paese “uscito senza rossore dalla vergogna”. Il sindaco di Trieste ha maldestramente impersonato il buonsenso codardo di un paese che fascista lo è già stato, e non se ne è mai dispiaciuto troppo.

Il terzo espediente retorico che va per la maggiore, è il cospirazionismo. Vorrei tornare per un attimo al “tentativo di genocidio dei popoli europei in atto”, da cui Salvini pretenderebbe di mettere in guardia la cittadinanza. Non sarebbe giusto lasciarlo in sospeso. Come è noto, oggi i nuovi guardiani della civiltà europea usano definirla “giudaico-cristiana”, includendovi disinvoltamente con quella lineetta o trattino di punteggiatura l’ebraismo additato nel 1938 come suprema minaccia. Ebbene, sarà interessante rilevare che, guarda caso, il principale artefice di questo disegno criminoso di “sostituzione etnica”, cioè del cosiddetto piano immigrazionista volto ad abbattere il costo della manodopera e a sradicare le identità culturali d’Europa, sarebbe di nuovo un ebreo cosmopolita: Gyorgy Schwartz, nato a Budapest nel 1930 e residente a New York dal 1956. Meglio noto come George Soros, finanziere dal patrimonio valutato intorno ai 23 miliardi di dollari, che ne ha investiti 12 per promuovere una “società aperta e liberale in tutto il mondo”. Che coincidenza, è di nuovo lui la bestia nera. Ci sono parlamentari del nostro partito di maggioranza relativa che definiscono apertamente Soros come “un criminale” che, se rimettesse piede nella nostra penisola, dovrebbe essere arrestato.

Noi commemoriamo qui l’espulsione di docenti e studenti ebrei dalle università italiane nel 1938.

A Budapest in questi stessi giorni il governo sta adottando provvedimenti al fine di espellere dal territorio ungherese una università intera, la Ceu (Università dell’europa centrale) fondata da Soros e presieduta da Michael Ignatieff. Ai suoi studenti e ai suoi docenti credo debba giungere la nostra piena solidarietà.

L’accusa non è più quella esplicitamente antisemita di far parte di una cospirazione demoplutomassonicogiudaica. L’accusa ora è di essere mondialisti, o globalisti. Nel suo paese natale, Soros è accusato da testi di propaganda governativa fatti pervenire a tutte le famiglie di voler portare in Europa un milione di migranti all’anno, finanziandoli con 30 mila euro a testa. Per questo avrebbe assoldato tante organizzazioni non governative; e naturalmente tanti propagandisti del verbo immigrazionista, come il sottoscritto. L’inverosimiglianza di tali accuse evoca, per analogia, I protocolli dei savi di Sion, ma, nondimeno, le hanno fatte proprie tutti i movimenti sovranisti europei.

Si arriva così inevitabilmente al quarto capovolgimento retorico, che è anche il più classico, fin dai tempi di Esopo e della favola del lupo e dell’agnello: il vittimismo. Gli stranieri sono i privilegiati, il popolo italiano ne è la vittima.

Nel 1938 i giornali cercavano di dimostrare, sotto dettatura del regime, l’esistenza di una minaccia alla nazione rappresentata dallo “strapotere ebraico”. Avidi detentori delle leve dell’economia, o sovversivi “giudeobolscevichi” che fossero, ben presto venne fatta cadere anche la distinzione fra ebrei di cittadinanza italiana e i profughi dall’Europa centrale, perché tutti dovevano essere considerati estranei al corpo sano della nazione. La Chiesa stessa condivideva l’argomento secondo cui gli ebrei erano sovra-rappresentati nella finanza, nell’editoria, nelle professioni e nell’università, dunque occorreva discriminarli fino a ristabilire le giuste proporzioni etniche.

Oggi che gli ebrei vengono incorporati d’ufficio nel novero della “civiltà europea”, è nei confronti degli immigrati extracomunitari che si fa circolare la falsa idea secondo cui i nuovi arrivati godrebbero di sussidi economici e prestazioni di welfare in misura maggiore rispetto agli italiani con basso reddito. Falso, ma fa molta presa.

Riecheggiano i luoghi comuni tipici dell’Italia di un secolo fa, soprattutto degli anni immediatamente precedenti e successivi alla prima guerra mondiale, quando l’autocommiserazione trovava i suoi cantori in Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio. Fu il primo a proporre l’annullamento delle classi sociali nell’indistinto patriottico della Grande Proletaria; e fu il secondo a cavalcare il revanscismo della Vittoria Mutilata.

Oggi come allora, chi si sottrae a tale declinazione vittimistica del patriottismo è esposto all’accusa di slealtà nei confronti della nazione. Tornano gli elenchi di intellettuali e avversari politici definiti spregiativamente “apolidi”, prezzolati dalle tecnocrazie sovranazionali, traditori degli interessi del popolo.

Tutto questo all’insegna di un ritrovato superomismo maschile, perché non è faccenda da signorine guidare il popolo nella sfida contro i suoi nemici esterni, che siano i burocrati di Bruxelles o i falsi profughi dei barconi, ora non più “scortati” dalle navi delle ong, dispregiativamente ribattezzate “taxi del mare”.

La potenza di tale offensiva ideologica rende arduo, se non impossibile, un processo di identificazione solidale tra i migranti di ieri e quelli di oggi; tra i profughi di ieri e quelli di oggi.

Come è noto nel secolo successivo alla sua fondazione come regno unitario nel 1861 l’Italia ha avuto circa 27 milioni di emigranti. Ma anche fra loro e i loro discendenti è facile sentirti obiettare: “Come ti permetti di fare il paragone? Questa gentaglia non è come noi. Questi rubano e violentano le donne, noi volevamo solo lavorare”. E quanto ai profughi ebrei che nel 1938 a centinaia di migliaia cercavano ospitalità in Europa, la loro innocente rispettabilità viene definita incomparabile con i fuggiaschi del tempo contemporaneo. Solo alcuni testimoni sopravvissuti della Shoah insistono nel richiamare i meccanismi dell’indifferenza che stritolarono le loro esistenze e che oggi vedono ricomparire.

La retrocessione di status e le decurtazioni di reddito avviate già prima della grande recessione del 2008, hanno favorito la diffusione del falso luogo comune secondo cui l’unica maniera efficace di difendersi sarebbe circoscrivere ai soli cittadini italiani l’assegnazione dei posti di lavoro, delle case popolari e delle tutele del welfare.

Forse, nel mio tentativo di comparazione storica fra il 1938 e il 2018, questa è la nota più amara: tanto fu pianificato a freddo, dall’alto, il razzismo biologico di Stato del regime fascista, tanto il razzismo culturale odierno si avvale di una poderosa spinta dal basso, di un consenso popolare che di recente ha rotto gli argini sentendosi libero di manifestarsi, finalmente, come l’esistenza di tabù consolidati non gli aveva consentito fino a qualche anno fa.

Ci è voluto del tempo, una lunga e metodica preparazione, affinché nel dibattito pubblico italiano conquistasse vittoriosa il centro della scena la tracotante iattura del “politicamente scorretto”. Contribuendo in maniera decisiva alla diffusione della xenofobia e all’odio per gli stranieri che nel nostro paese sta passando rapidamente dalle parole ai fatti.

Qui torna molto utile il riferimento agli intellettuali che negli anni venti e trenta del secolo scorso prepararono l’avvento della persecuzione razzista. Perché le analogie tra il linguaggio che essi adoperavano e quello adoperato da alcuni loro colleghi contemporanei, pur nella diversità dei mezzi a disposizione, sono impressionanti.

Allora come oggi la sfida viene lanciata contro un codice linguistico – irriso come “politicamente corretto” – liquidato in quanto inadeguato a esprimere le vere pulsioni del popolo, perché imprigionato nella gabbia del potere culturale e finanziario. Loro sì che hanno il coraggio di dire “pane al pane e vino al vino”, senza paura delle trasgressioni e delle invettive necessarie, senza guardare in faccia nessuno.

Telesio Interlandi, Giorgio Almirante, Giovanni Preziosi, ma anche il più algido filonazista Julius Evola e il popolarissimo Giovannino Guareschi, si presentavano come giornalisti brillanti e anticonformisti, polemisti anti-establishment, col gusto della provocazione e della battuta di spirito, con quel pizzico di eresia anche nei confronti del Partito nazionale fascista che non guastava. Prima su “Il Tevere” e sul settimanale “Il Travaso delle Idee”, poi su “La Difesa della Razza” e su tutta la grande stampa, fecero largo uso della satira, con rime e vignette che schernivano l’avarizia degli ebrei, l’eccessivo potere di Toeplitz e della sua Banca commerciale, le usanze dei neri africani cannibali primitivi e il richiamo sessuale rappresentato dalle loro donne.

Ma si fa per scherzo, non sarete così poco spiritosi da non distinguere una provocazione da un discorso serio? Ce lo sentiamo ripetere di nuovo oggi.

In casa

Se a Partinico si può, ovunque si può

di Martina Lo Cascio

quadro di Fred Fowler

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Giulio: “Nel giardino mio ci dovete fare una piccola piscina per le palline e poi uno scivolo alto fino al cielo e poi per favore niente macchine, formiche e case”.

Noi: “Perché le formiche che fanno? Facciamole rimanere…”

Giulio: “Va bene dai le formiche possono stare, però per favore andiamo dai signori che hanno le case e gli dicete per favore andate in un altro posto perché qui stiamo costruendo il giardino delle emozioni”.

Nel frattempo passa una vicina e Giulio prende un volantino dalle nostre mani, su cui c’è scritto semplicemente: “Viviamo l’arena solidale-Let’s live the solidarity arena”, e le dice: “Maria martedì prossimo devi venire all’assemblea al giardino perché stiamo facendo una festa per i bambini”.

Giulio è un bambino del quartiere dove si trova l’ex-Arena Lo Baido di Partinico; il 7 ottobre è programmata una festa, per iniziare a viverla e farla diventare “la piazza della Solidarietà”.

Ci troviamo in un paese di circa 32mila abitanti della provincia di Palermo, un posto con una disoccupazione giovanile del 49%, con un’emigrazione di circa 5500 persone solo dell’anno 2017. Con le strade piene di rifiuti, con un comune in dissesto, con un servizio sanitario sempre più scadente (quest’estate sono stati ridimensionati i reparti di Ostetricia, Ginecologia, Pediatria e Psichiatria), con 14 centri chiamati di accoglienza (4 Cas, 4 comunità per minori, 2 Sprar ordinari e 4 Sprar per minori, per un totale di circa 280 “ospiti”).

Un posto come tanti altri con tali caratteristiche di contesto, e allo stesso tempo, in cui ci si crede speciali, quasi unici nell’impossibilità di innescare piccoli e grandi cambiamenti, partecipazione e condivisione. “Qui è impossibile fare qualcosa, la gente non è interessata, ad Alcamo (il paese vicino) o al nord, lì sì che funzionano le cose”; frasi simili le ho sentite a Campobello di Mazara, Niscemi, Nardò, Rosarno, Nicotera Marina…

A rafforzare la specialità di Partinico ci hanno pensato quest’estate innumerevoli giornalisti più o meno informati, più o meno consapevoli del ruolo che hanno giocato nella riproduzione di stereotipi, di certo vogliosi di inserirsi nel dibattito attuale che vede due fronti contrapporsi: i razzisti, populisti, violenti e gli antirazzisti, umanitari, buonisti. È in questo clima da tifoseria forse che hanno trovato incoraggiamento i partinicesi protagonisti della prima azione violenta, razzista e vile messa in scena a fine luglio.

Dieng Khalifa, 19 anni senegalese, viene aggredito in pieno giorno mentre si trova fermo sulla sua bici davanti a un Tabacchi. Alcuni iniziano con degli insulti e lo invitano ad andarsene da quel posto e in generale a tornarsene al suo paese. Lui rimane fermo respingendo così la violenza verbale ed è a quel punto che parte l’aggressione fisica di gruppo. Nei giorni successivi qualcuno dirà “è rimasto fermo come un leone”, che tradotto per altri significa che meritava l’aggressione per essersi permesso di prendere parola, resistendo in silenzio.

Parte del dibattito, in ceti e ambienti differenti, si sviluppa attorno a un’unica domanda: “è un atto di violenza razzista o una normale azione di violenza partinicese?”. La domanda stessa nasconde la natura razzista non tanto dell’azione ma dell’interpretazione generale che tutti diamo; chiedersi se sia razzismo o meno aggredire fisicamente in sei persone un ragazzo perché sta fermo sulla sua bici nasconde l’idea che la vita di un nero naturalmente vale di meno, il diritto di un nero di difendersi comunque è più limitato del “nostro”, per non parlare del suo diritto di parola. Il nero è o da massacrare o da proteggere, non ha una sua soggettività. Al massimo, il nero, in questo caso Dieng, può dimostrare di essere talmente indifeso o buono da poter dire: “Non alzo le mani, come mi hanno insegnato gli educatori”.

L’iniziativa della Cgil Palermo che si svolgerà qualche giorno dopo l’aggressione prende il titolo ed è tutta incentrata sull’esaltazione di quella frase di Dieng Khalifa, “Non si alzano le mani”, dichiarata all’ennesimo giornalista che l’avrà tartassato in quei giorni. Nella sala del convegno sindacale perfino i migliori esperti dichiarano: “Non stiamo parlando di razzismo”; qualcuno utilizzerà questo argomento per fare un altro parallelismo improprio con la nonviolenza di Danilo Dolci.

In casa

I diritti: né privilegi, né meriti

di Chiara Marchetti

murale di C215

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Il 4 ottobre, con la firma del Presidente Mattarella, è ufficialmente entrato in vigore il Decreto immigrazione e sicurezza passato al consiglio dei ministri dieci giorni prima. In questo periodo numerose analisi, anche precise come quelle puntualmente prodotte dall’Asgi, sono state pubblicate e rese accessibili. Questo articolo non si propone quindi di analizzare in dettaglio i contenuti del decreto, ma di evidenziare alcuni dei suoi aspetti principali a partire dall’esperienza maturata all’interno dell’associazione Ciac a Parma.

La campagna che abbiamo lanciato col Ciac, e che è poi diventata la campagna nazionale della rete EuropAsilo, è intitolata “Diritti non privilegi”. Sgombrare il campo dalla credenza sui presunti privilegi di cui si avvantaggerebbero richiedenti asilo e rifugiati è più facile a dirsi che a farsi: c’è sempre qualcuno che nella deprimente “guerra tra poveri” che affligge il nostro Paese è tentato di ricordare le sventure di cui sono vittima numerose altre categorie di connazionali (i disoccupati, i nostri giovani, gli anziani con la pensione minima, i terremotati) e a imputare la responsabilità del loro oblio e dell’assenza di politiche e servizi in loro favore alla presenza dei migranti forzati. Proprio loro, più di altri migranti, perché beneficiando di un sistema di protezione e di accoglienza avrebbero la colpa ulteriore di sottrarre risorse ad altri, senza tuttavia meritarselo. La strategia discorsiva è ormai logora ma sempre efficace, soprattutto da quando è riprodotta e amplificata da interpreti che ricoprono alte cariche istituzionali.

Ma al di là delle semplificazioni, il discorso è meno banale di quanto sembri. Il diritto, i diritti – così come sanciti dalla nostra Costituzione – si basano su un principio di uguaglianza e non discriminazione. E non si fondano su un principio di merito. Non si basano nemmeno su un percorso a punti o un gioco dell’oca, attraverso cui l’individuo debba dimostrare via via di essere salito di un gradino nella scala che gli consente di approdare a un set più ampio di diritti o alla cittadinanza, salvo poi poter precipitare al via per aver compiuto un passo falso. Si può godere o non godere dei diritti (e certamente ci sono anche criteri di esclusione, il primo dei quali basato proprio sul possesso o meno della cittadinanza), ma non si può “goderne un po’” o “solo fintanto che”. Soprattutto, il fatto che qualcuno sia titolare di determinati diritti non ha mai comportato la perdita di quelli o di altri diritti per qualcun altro. Se ora il decreto immigrazione introduce in maniera così netta e grave un principio discriminatorio e di premialità, si tratta di un segnale molto pericoloso per la nostra democrazia.

E non è un caso che avvenga proprio in primo luogo con la categoria degli stranieri (non cittadini) e dei rifugiati: il monito di Hannah Arendt nel suo Le origini del totalitarismo – “Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono a essere senza alcun diritto, schiuma della terra” – risuona in tutta la sua drammaticità oggi più che mai, quando ci interroghiamo su quali diritti umani siano davvero esigibili per chi non ha la cittadinanza del paese in cui si trova, per scelta o per necessità, a risiedere. Ma non è un caso anche per un altro motivo. Perché, pur trattandosi di un diritto, il criterio del merito ha sempre lambito la disciplina dell’asilo. Merito che porta con sé anche una dimensione morale. Sin da quando nel secondo dopoguerra si è affermato il diritto contemporaneo dei rifugiati, a essere riconosciuto come presenza legittima e persino desiderata era il rifugiato ritagliato dalla definizione della Convenzione di Ginevra: un individuo singolo, per lo più di sesso maschile, con un profilo stimabile e riconoscibile di “combattente per la libertà e la democrazia” che poteva dimostrare di essere stato perseguitato proprio per le sue azioni, le sue idee, le sue lotte. Una sorta di eroe che, proprio perché calpestato nel Paese di origine, poteva trovare asilo e riconoscimento in uno Stato che si riconosceva in valori e pratiche politiche di segno opposto. Questi sono i “veri” rifugiati. Quando nell’epoca successiva alla caduta del Muro di Berlino sono iniziate a moltiplicarsi le nuove guerre e con esse gli esodi massicci di sfollati in cerca di protezione prima nei paesi limitrofi e poi anche oltre, verso il Nord del mondo, queste vittime non sembravano più così facilmente riconducibili alla categoria del rifugiato. Quale era il loro merito? Di essere sopravvissute? Di rappresentare la vittima perfetta attorno cui dispiegare un apparato umanitario di emergenza? Vite da salvare forse. Ma non rifugiati meritevoli di pieno riconoscimento, cittadini capaci di parola e di azione.

Se non si tratta di un diritto pieno e inalienabile, come quello di asilo riconosciuto ai rifugiati convenzionali, allora bisogna sempre dimostrare di meritarselo. Soprattutto quando questo comporta l’accesso a servizi di welfare che – quelli sì – sono percepiti come bene limitato. Se la “coperta” dell’assistenza è corta, accorderò un trattamento migliore e più servizi a chi se lo merita, introducendo principi di esclusione o di perdita del diritto sulla base del comportamento individuale e dell’adesione al progetto definito da chi ha il potere e il mandato di farlo.

In casa

Sul sindacato, o del buon uso degli elefanti

di Francesco Ciafaloni

murale di Alexis Diaz

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Le organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti e dei pensionati sono le maggiori organizzazioni di massa in Italia, forse le uniche rimaste. Sono gli elefanti del sistema sociale. È vero che i molti milioni di iscritti – quasi 16 milioni nell’86 per le confederazioni maggiori, Cgil, Cisl, Uil, Cisnail, Ugl – sono probabilmente gonfiate per milioni. È vero che ai 5 milioni e mezzo della Cgil forse bisogna toglierne almeno 1, stando alle verifiche dell’Inps. È vero che il rapporto con gli iscritti è estremamemte debole, soprattutto per i pensionati. Ma la comunicazione non è la sola funzione dei sindacati; il rapporto può essere un rapporto intermittente, d’uso. Ma i militanti dei movimenti politici organizzati in rete – i 5s – hanno con il gestore della loro piattaforma un rapporto ancora più debole di quello tra un sindacato e i suoi iscritti. Con la pubblicità mirata e con l’egemonia nell’informazione su alcuni temi economici e politici si possono vincere le elezioni, se il messaggio pubblicitario diventa senso comune. Ma basta un’occhiata ai numeri dei votanti per scegliere i candidati, migliaia o centinaia, mentre gli elettori sono molti milioni, per capire che si tratta di un rapporto di sudditanza.

I sindacati sono elefanti non solo per la mole. Come si è detto dell’elefante, un sindacato può essere cose molto diverse a seconda della parte con cui si entra in contatto: lotta, movimento, lobby, servizio, difesa. Gli elefanti sono importanti per l’ecosistema in più di una dimensione. Non possiamo essere indifferenti a ciò che fanno gli elefanti; neppure dare per scontato che ci saranno sempre, anche se non ce ne curiamo. Anche gli elefanti muiono. Un mondo senza gli elefanti non sarebbe un bel mondo. La natura non lascia vuoti e ci sono grossi animali in circolazione assai peggiori degli elefanti. Ci sono i monopoli mondiali, che ci governano senza parere, che ci servono ma ci opprimono e determinano, che ci vendono, all’occorrenza: Google, Amazon, Uber, Airbnb, per citare i nomi più noti in settori diversi. Ci sono le grandi finanziarie, le grandi banche, che potrebbero cacciarci in una nuova crisi dell’occupazione. Sono monopoli con cui è impossibile avere un rapporto critico, o conflittuale. Di alcuni di essi non sapremmo fare a meno, anche se non siamo patiti dei telefoni tuttofare. Le piattaforme mondiali dirigono il lavoro di molti di noi: dovremmo cercare i modi di difenderci, anche usando o costruendo organizzazioni sindacali. Ci sono anche i sindacati dei padroni, che difendono interessi opposti a quelli di chi lavora (ci saranno convergenze: il gioco non è a somma zero; ma i precari vogliono stabilità e reddito e quelli vogliono flessibilità e costi bassi). Un governo che collabori con i sindacati dei padroni e non tratti con quelli dei lavoratori, come è accaduto col Governo Renzi, può produrre, ha prodotto, guai irreversibili.

Anche dai sindacati dei lavoratori bisogna difendersi, all’occorrenza. Bisogna criticarli. Aderire a sindacati minori se è necessario; crearne di nuovi se possibile. C’è bisogno di leghe di lavoratori che guardino lontano ma agiscano vicino. Non ci sono ricette valide per tutti. Quello che è sicuro è che in questo mondo di mastodonti da soli non si va da nessuna parte. L’orgoglio della originalità, dell’autonomia, della individualità, teniamocelo per le idee.

 

Gli asini e gli elefanti

Gli autori e i lettori degli “Asini” hanno a che fare con i sindacati, grandi e piccoli (in effetti si tratta di una mandria di elefanti, alcuni vecchi, enormi, altri giovani e un po’ più vitali, altri che inciampano ancora nella proboscide) o come intellettuali o come operatori sociali.

Come intellettuali hanno visto gli anni migliori, di lotta, di crescita, dei sindacati maggiori, ne vedono la decadenza, la debolezza, la sclerosi e suggeriscono loro – hanno suggerito – mutamenti organizzativi che dovrebbero renderli istituzioni più democratiche, funzionanti, efficaci.

Non credo di aver mai condiviso la scelta di suggerire mutamenti organizzativi ai vertici sindacali, neanche quando i suggerimenti venivano da amici fraterni, come Carlo Donolo. I sindacati sono organizzazioni di persone anche molto diverse, con idee e interessi diversi, universalistici e particolaristici. I vertici ne sono insieme i prodotti e i gestori. Nei momenti creativi, di movimento, le idee e le proposte istituzionali possono essere molto importanti. Possono dare forma definita a rivendicazioni socialmente molto forti ma non molto precise: lo Statuto dei diritti dei lavoratori nasce da riflessioni giuridiche che precedono il movimento sociale della fine degli anni sessanta. Ma i mutamenti importanti interni ai sindacati – i consigli, le rappresentanze unitarie – sono venuti da adesioni nuove numerose, di massa, non da suggerimenti ai vertici. I vertici possono aiutare o combattere i mutamenti; non possono produrli. Vittorio Foa è stato un sindacalista importante in un momento creativo. Poi ha fatto altro. Bruno Trentin, è diventato un sindacalista importante in un momento creativo, e lo è rimasto, in sostanza, per tutta la vita. È riuscito a realizzare alcune misure di vertice, come le quote femminili, che furono inizialmente una sua iniziativa, ma è stato schiacciato, alla fine, dall’inerzia, dalla sordità, dell’organizzazione.

I Diari 1988-1994 di Bruno Trentin sono la cronaca di una impotenza, di una disperazione. Forse Trentin non era un uomo allegro di suo, ma i momenti di serenità gli venivano dagli affetti, da ambienti che gli erano particolarmente cari, dalla montagna (seria – le foto di alcune pareti che scalava fanno impressione anche a un tenace frequentatore di sentieri). L’infelicità gli veniva dalla Cgil, di cui era Segretario Generale, dai suoi funzionari.

Quello che possono fare utilmente persone esterne alle organizzazioni, con qualche competenza, sono analisi sociali, proposte di strutture giuridiche, di vie di uscita da posizioni difficili, che si vedono forse meglio da lontano che da vicino. Oppure si può essere membri attivi, senza troppe illusioni. La macchinosità delle organizzazioni maggiori è mostruosa. La Cgil, come sappiamo, ha più di metà degli iscritti nel sindacato pensionati, lo Spi. In passato i pensionati valevano per una certa frazione di lavoratore, come un tempo i neri negli Stati Uniti. Ora valgono un lavoratore intero. Avrebbero la maggioranza automatica in ogni congresso, ma hanno contribuito ad accettare, a non contrastare abbastanza, non solo la legge Fornero ma l’inclusione nell’Inps dei fondi pensione di categoria, come l’Inpdai dei dirigenti di aziende industriali (indebitatissmo per gli aumenti a fine carriera), in aggiunta agli elettrici, ai telefonici, ai trasporti, che erodono l’attivo considerevole del Fondo lavoratori dipendenti. La Cgil non è un’assemblea che vota e decide a maggioranza. È una Confederazione che organizza interessi, anche diversi, e addirittura contrapposti.

Gli asini operatori sociali hanno rapporti obbligati con le sedi sindacali locali, cioè con la coda, con la proboscide dell’elefante, come li hanno con gli Enti locali, con le Fondazioni bancarie, in quanto membri di associazioni che hanno bisogno di sostegni organizzativi e di fondi. Hanno o potrebbero avere rapporti in quanto lavoratori precari, o volontari obbligati, nel senso che fanno non solo attività politica o caritativa ma un vero lavoro, che nessuno riconosce e paga.

Sulle analisi sociali non c’è molto da dire. Ognuno fa quello che può e sa fare; qualche volta su temi importanti e con parole alte; qualche volta su dettagli e con parole grigie. Sugli operatori sociali ci sono più problemi, fallimenti e successi da raccontare, più proposte.

appuntamenti

Chi parte chi arriva chi sta

 

Seminario a Lamezia Terme, 18-20 gennaio

Organizzato da:
Rivista Gli Asini
Comunità Progetto Sud

Questo seminario è il primo di un ciclo di incontri che la rivista Gli Asini dedica al Mezzogiorno d’Italia, alle sue trasformazioni sociali, politiche, culturali, economiche, alla sua posizione nel Mediterraneo, alle esperienze e alle possibilità di intervento sociale e politico nelle città e nelle aree rurali. Gli incontri si terranno in Calabria e in Puglia e sono rivolti a operatori sociali e culturali, insegnanti, educatori, attivisti, in particolare a quanti sono sotto i 30 anni.
Il primo incontro si concentra sulla questione delle migrazioni. Le regioni del Sud sono un crocevia, al contempo terra di partenza e terra di arrivo. È oggi impossibile comprendere il Mezzogiorno e agire in maniera sensata per il cambiamento sociale se non si prendono in considerazione la mobilità degli individui, le sue cause, le sue conseguenze. 

Chi parte. Terra di emigrazione, di nuovo. Quell’emigrazione che sembrava finita alla fine degli anni Settanta è ricominciata già negli anni Novanta ed è diventata un fenomeno di massa con la crisi economica cominciata nel 2008. Secondo lo Svimez, tra il 2002 e il 2016 sono emigrate dal Sud quasi due milioni di persone, il 16% delle quali sono andate all’estero. La metà circa sono giovani; la metà non è tornata. Partono studenti che vanno nelle Università del Nord, laureati che non trovano impieghi adeguati ai loro titoli di istruzione, operai precari disoccupati. Contrariamente al passato, gli emigrati non inviano rimesse, non comprano terre, non costruiscono case nel paese d’origine; semmai, vivono altrove con il contributo economico delle famiglie rimaste al Sud. 
Certo, non si emigra da tutto il Sud, non in maniera omogenea: la Puglia sembra la regione che meglio riesce a far tornare i propri giovani; e, rispetto alle aree urbane, sono le aree interne, rurali, montane quelle che soffrono maggiormente. In queste aree, le dinamiche demografiche (al Sud si fanno meno figli che al Nord!) sembrano indicare un futuro di spopolamento e invecchiamento della popolazione, difficilmente reversibile.

Chi arriva. Nel frattempo, e già dagli anni Settanta, il Sud è territorio di immigrazione e di transito. Ci sono oggi al Sud poco meno di novecentomila cittadini stranieri. Processi migratori differenti, individui provenienti dal Maghreb, dall’Africa Sub-Sahariana, dall’Asia, dall’Europa orientale. Badanti, operai agricoli, commercianti. Per molti di loro il Mezzogiorno è solo terra di passaggio, vogliono andare altrove. Fenomeni come le baraccopoli di Foggia e Rosarno e il caporalato indicano da un lato come l’agricoltura delle pianure costiere del Sud sia ancora periferia, oggi di sistemi agroalimentari che hanno i propri terminali nei supermercati di tutta Europa e, dall’altro lato, come i meridionali, per anni oggetto di razzismo e stereotipi, siano capaci anch’essi di sfruttare e guardare con razzismo quanti sono più poveri e deboli di loro. I discorsi leghisti di paura e rifiuto dell’immigrazione, per la chiusura dei porti ai richiedenti asilo, per le derive regionaliste, sono molto diffusi anche nel Sud Italia.

Tra chi parte e chi arriva c’è chi sta. E chi sta, in particolare i ragazzi, i giovani, deve fare i conti con la difficoltà di restare in luoghi nei quali ci sono poche prospettive di sopravvivenza. Secondo lo Svimez, nel 2017 ci sono al Sud 845mila famiglie in povertà assoluta, il 10% del totale. 600mila sono le famiglie in cui tutti i componenti sono disoccupati. Al Sud più che altrove, sopravvivenza vuol dire lavoro nero, precario, sfruttato, raccomandazioni, clientelismo. Le riflessioni sul “restare (o tornare) a Sud”, soprattutto nelle aree interne, riguardano spesso questioni culturali, legate all’“identità meridiana”, alla tradizione, alla lentezza, all’idea che il Sud rappresenti uno sviluppo diverso dal e alternativo al capitalismo del Nord. È però urgente e necessario discutere – e sperimentare praticamente – come si possa costruire (non ricostruire, perché non c’è mai stata) una società più giusta, un’economia che non si basi sullo sfruttamento e sostenibile dal punto di vista ambientale, che contemporaneamente coinvolga gli stranieri che decidano di vivere e gli emigrati che decidano di tornare al Sud.

È per questo che il seminario si rivolge soprattutto a giovani, a persone e gruppi che non solo pensano e analizzano, ma anche praticano forme di intervento sociale e politico e di sperimentazione di economie alternative e dal basso nelle regioni del Sud, e che vogliano ragionare e confrontarsi tra loro, senza intenti narcisisti, inutilmente retorici e autocelebrativi.

Programma provvisorio 

Venerdì pomeriggio (dalle ore 15.00)
Introduzione
“Meridionalismi”, Goffredo Fofi, Marco Gatto, Vito Teti

Venerdì sera
Presentazione e discussione a partire dal film

Sabato mattina
“Chi parte”, Enrico Pugliese
“La politica al Sud oggi”, Isaia Sales, Dario Tuorto

Sabato pomeriggio
“Chi arriva”, Mimmo Perrotta, Alessandra Ballerini, Mamadou Dia, Martina Lo Cascio

Sabato sera
Presentazione e discussione a partire da romanzi, Giulia Caminito

Domenica mattina
“Chi sta”, Marina Galati, Maurizio Braucci, Savino Monterisi, Tonino Perna

La scadenza per l’iscrizione è il 22 dicembre 2018.
La sede del seminario è presso “Oasi S. Francesco D’Assisi”, via Colle S. Antonio, 3 – Lamezia Terme. L’iscrizione al seminario ha un costo di 80€, per coprire le spese di vitto e alloggio.

Info e prenotazioni prenotazioni: comunicazione@asinoedizioni.it | 06/8841880 | 347/3834951

Posti limitati.
Iscriviti con il modulo on-line: https://docs.google.com/forms/d/1n8_bRk6sxK0aCEAtAN5wS02wVgAh1UDZC2x-zcu7ZBs/edit

Seguiranno aggiornamenti sul programma e i relatori e maggiori informazioni sull’iscrizione e le modalità di pagamento.