storie

La puzza dalle parti di Roma

di Nicola Ruganti

William Kentridge

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Da anni indossa la stessa giacca a vento bianca. Ha i capelli color fieno, gli occhi cerulei e se ci parli sembra sempre che la cosa non la riguardi. Ride, ma di rado e solo se te lo meriti.
Si chiama Ariel, ha diciannove anni; la sua mamma fa la commessa in un discount, un tempo si appassionava ai cartoni della Walt Disney e le piaceva La sirenetta.
È appena rientrata in casa e trova sua madre, Marina, che ha cenato da sola, sta uscendo: “Ariel non ti ho aspettato per cena. Vado alla riunione della spazzatura. Faccio tardi, non mi aspettare sveglia.”
Da quando l’impianto dei rifiuti ha iniziato a fare puzza sua mamma è cambiata. È sempre stata secca e piena di rughe, ma asciutta e signorile. Da quando è iniziata la puzza, la mamma non è più la stessa, uguale dignità, ma adesso è nervosa e triste.
Ariel ricorda il periodo delle elementari come il suo periodo più felice, sua madre lavorava tantissimo, anche più di adesso, ma era felice e rideva.
Si ricorda che quando tornavano da scuola c’era papà che faceva le coccole, prima a lei, poi dava un bacio a mamma e le diceva: “Marina, mi piace ridere con te!”.
Con l’arrivo della puzza, tutto è iniziato a precipitare. Con l’arrivo del maledetto Tmb, il Trattamento meccanico biologico dei rifiuti di Roma, Marina ha iniziato a ridere sempre meno.
Mamma e papà hanno iniziato a litigare.
Papà le diceva che doveva stare calma, che le cose sarebbero andate a posto.
Poi papà ha iniziato a urlarle in faccia: “Basta! Sei fissata! Basta Marina!”
Ariel era in camera, sentiva la mamma che tossiva e piangeva, ascoltava suo padre che diceva: “Marina non sei più la stessa!”
Dopo quel giorno, Ariel faceva le medie, suo padre è tornato sempre meno a dormire e nel giro di un anno si è ritrovata in cucina davanti alla tavola con i suoi che le dicevano: “I tuoi genitori ti amano. Papà va a stare in un’altra casa perché mamma e papà non vanno più d’accordo. L’amore di mamma e papà per te non cambia.”
Per il primo periodo è andata qualche fine settimana a casa di papà, poi ha smesso e non ha più avuto voglia di vederlo. Non è convinta, le manca, ma preferisce così.
La mamma, tutte le volte che tornava dalla casa del padre, le domandava: “Da lui la puzza non si sente, vero?”
Ariel le rispondeva di non preoccuparsi, che non avrebbe deciso con chi stare in base alla puzza, che lei voleva stare con mamma.
Ci sono cose che non riesce a spiegarsi, come è possibile che quella donna così sorridente e forte sia diventata l’ombra di se stessa. Ariel se lo domanda sempre più spesso: “Perché succedono cose che ci fanno smettere di ridere?”.
Anche Ariel sente la puzza, le brucia spesso la gola, ma non lo dice a sua madre perché pensa che non la possa reggere. La vede fragile, come appesa a un filo.
Quando Marina va alle riunioni della spazzatura sente di essere capita, sente che lì non la prenderanno per matta, si sente capita. Lì tutti vogliono fare qualcosa per chiudere quella discarica calamitosa travestita da impianto per il trattamento dei rifiuti.
Ariel per questa sera decide di rimanere a casa, è triste per sua madre, cerca di non pensare alla puzza. In famiglia, riflette, basta mamma.
La gola ormai le brucia da anni. Non ne può più di avere la sensazione di dormire dentro un cassonetto.

Entrare non è stato difficile. Marco sa da che parte arrivarci.
Abbiamo preso un gozzo, una piccola barchetta abbandonata. Lo abbiamo rimesso a posto segretamente, lo abbiamo tenuto nascosto per mesi in un anfratto della riva del Tevere.
Stanotte abbiamo risalito la corrente.
Marco sa che c’è un canale di scolo che dal Tevere arriva all’impianto dei rifiuti. Abbiamo attraccato, siamo entrati in un’insenatura putrescente invasa da alghe e fango. Ci siamo attrezzati con chantilly e tute impermeabili, prese da un armadio con la roba da moto lasciata da papà, e abbiamo risalito l’argine del Tevere.
È freddo, ci muoviamo lenti con una scala, dobbiamo portare dentro dieci taniche che abbiamo preparato con benzina e pece. Ce le passiamo faticosamente, ogni tanto inciampo, non penso a niente, procedo e basta.
Le ultime notizie che ho sentito sono che la chiusura di questa fabbrica di puzza e veleno è rinviata. La verità è che quel giorno non arriverà mai.
Abbiamo pianificato tutto per mesi e stanotte abbiamo deciso di procedere. Sappiamo che le telecamere dell’impianto sono spente da mesi.
Marco lo ha scoperto perché a cena suo padre, che lavora al Tmb, ha raccontato che ha denunciato i malfunzionamenti dell’impianto: la mancanza di sicurezza, le telecamere spente, l’enorme accumulo di rifiuti non trattati. Il risultato è che non è successo niente.
Marco mi ha raccontato che suo padre è triste. I primi anni della puzza era anche furibondo, adesso non più.
“Ariel sbrigati!” Marco mi chiama. Accelero, portiamo le taniche vicino ai grossi nastri che trasportano i rifiuti.
Cospargiamo tutto di pece e benzina.
Marco odia questo impianto quanto me. Non ne può più di vedere suo papà tornare con quello sguardo spento e con quella puzza addosso.
Suo padre gli ripete continuamente che la cosa importante è il lavoro, gli dice fino allo sfinimento che lui quel lavoro se lo tiene stretto.
Marco non è d’accordo. Lo vede ogni giorno più infelice e ha paura che si ammali.
Là dentro respirano qualcosa che non può più essere chiamato aria. È veleno.
Il naso sente la puzza, la gola rimane strozzata, nei polmoni entra acido.
Ci guardiamo, un attimo, nel buio: serve a farci forza. Abbiamo preparato le micce, le accendiamo una dietro l’altra.
Scappiamo verso la scala, appoggiata al muro dell’impianto, per la nostra ritirata veloce. Sentiamo dietro di noi scoppiare i bidoni con dentro roba chimica. Ho paura. Vedo l’aria che si illumina di una fosca luce purpurea.
Ci tiriamo dietro la scala e sprofondando nel fango puzzolente – con i conati di vomito e questa maledetta tosse secca – ci buttiamo sul gozzo e iniziamo a remare.
Solo in quel momento ci voltiamo: le fiamme sono già alte.
Il Tevere ci butta aria umida addosso, sentiamo il freddo nelle ossa e la puzza dentro i polmoni, adesso, per l’incendio, è ancora più acre.
Arriviamo arrancando all’attracco da dove eravamo partiti.
Rimaniamo acquattati per un po’. Sono esausta. Ci spogliamo e ci mettiamo i vestiti che abbiamo chiuso dentro a un sacco della spazzatura. Sono tutti bagnati, fa niente. Ci cambiamo, lasciamo tute e chantilly nella barca. Dobbiamo filare.
“Adesso mamma sarà contenta.” Penso solo a questo, soltanto a questo.
Appena raggiungiamo la strada. Non capisco da dove arrivi, ma sento una botta forte sulla testa. Qualcuno mi afferra. Urlo forte. Sento Marco che bestemmia. Si accendono dei fari altissimi, mi sento accecare.
Capisco dai lampi blu che sono guardie. Mentre sono sbattuta a terra, e picchio la testa, vedo la riga rossa della divisa dei Carabinieri.
“Vaffanculo! Arrestate chi ci avvelena! Bastardi!” Urlo a squarciagola “Avete rovinato la mia mamma!” Mi piegano in due e mi spingono in una macchina “Maledetti! Voi e i vostri padroni! L’ho distrutto! Alla faccia vostra!”

È il suo incubo ricorrente. Si sveglia sudata e piena di rabbia. Sta ancora stringendo i denti e i pugni.
Quando le succede rimane un po’ a piangere nel letto, di rabbia.
Sogna di dare fuoco al maledetto Tmb. Sempre nello stesso modo, sempre passando dal Tevere e sempre con Marco, il suo amico del cuore.
Si è addormentata vestita sul divano. Sua madre non è ancora tornata dalla riunione. Vorrebbe abbracciarla forte, dirle che c’è un modo per uscire da questo inferno. La verità è che non ci crede neanche lei.
Non ha più sonno e decide di scendere in strada per una passeggiata.
È inutile tenere la finestra chiusa, la puzza entra ugualmente, le zaffate arrivano ovunque.
Ariel si mette la sua mascherina e inizia a passeggiare; non ha voglia di usare il telefono. Non ha nessuna intenzione di rompere il silenzio notturno delle chat, nessun desiderio di infrangere la tregua dagli aggiornamenti e dalle storie pubblicate sui social.
Inizia a camminare, si rende conto che nella sua zona la puzza ha cambiato il modo di vivere, anche la notte.
Le persone sono così segnate dalla puzza, dalla rabbia e dalla frustrazione per quel dannato Tmb, che c’è meno paura di camminare la notte per le strade.
Le finestre sono chiuse, le luci delle case sono accese.
La mamma di Ariel glielo ha raccontato diverse volte: dieci anni fa l’aria poteva essere chiamata aria, le aziende facevano a gara a prendere le proprie sedi sulla via Salaria. C’era Sky e tanti uffici, ma via via hanno chiuso e adesso ci sono enormi edifici, tutti deserti.
Era un posto normale, la puzza non entrava in tutte le discussioni.
Negli anni le persone che hanno avuto la possibilità di fuggire dal Tmb se ne sono andate.
Ci sono amiche che Ariel non ha mai più rivisto, né sentito.
Le persone si trasferiscono, vogliono dimenticare l’esasperazione, la paura di ammalarsi e di marcire a ogni respiro.
Ariel cammina e raggiunge una piazza; trova due persone che discutono animatamente. Si ferma in disparte, fa finta di usare il telefono e ascolta. Dopo un po’ arrivano altre persone e capisce meglio che uno è il prete della zona e l’altro il presidente del municipio. Le viene da sorridere, non sa perché. Vede che hanno voglia di cambiare le cose, sente che non si arrendono, ma sente anche che la rabbia è tanta. Intorno a loro alcuni cittadini discutono a voce alta, altri, e sono quelli che le fanno passare il sorriso, stanno zitti. Hanno lo sguardo dell’insofferenza. Esasperati e svegli di notte.
Ariel decide di rientrare a casa, le è venuto sonno e vuole rintanarsi sotto le sue coperte. Forse stasera si metterà una pezza bagnata sulla bocca e sul naso, così sentirà solo l’umido del suo fiato.
Marina entra in camera di Ariel mentre sta albeggiando: “Dobbiamo andarcene!”, dice con la voce alta, ma senza strillare, “Non possiamo stare qua. Guarda fuori!”
L’odore è più aggressivo e putrescente del solito; la pezza umida è ormai inutile.
Guarda sua madre e vede che non è in crisi.
Vede la mamma che le parla in modo deciso, intuisce qualcosa di diverso. Mamma non sta pensando solo alla puzza, la vuole proteggere.
Le dice “Ariel guarda fuori!” Ariel si affaccia e il Tmb è in fiamme, ma soprattutto vede un fumo nero, così denso e scuro che fa paura.
Ariel trema forte e abbraccia sua madre e sente un abbraccio forte che non sentiva da anni. Ascolta una voce che aveva scordato: “Ariel il Tmb è pieno di veleni, dobbiamo andarcene. Ho sentito il padre di Marco, dice che possiamo andare dai suoi genitori in campagna. Quella nube tossica va verso Roma. Noi andiamo verso Rieti”.
Ariel si mette a piangere, le viene così, di colpo stringe mamma e dice sì. Dice tanti sì e singhiozza.
La puzza è peggio del solito.
Mamma e figlia prendono tre cose al volo e corrono al bar dove Marco e Gianni, il padre, le stanno aspettando.
Fuori dal bar un gruppo di persone discute animatamente, tra loro c’è anche Gianni. Sta difendendo i dipendenti dell’azienda dei rifiuti. Sta difendendo il suo lavoro.
C’è un signore anziano che lo attacca con forza e il padre di Marco si difende e risponde con agitazione. “Noi ci lavoriamo! Non c’è un piano alternativo! Chissà dove ci mandano a lavorare!”
Insiste: “Quale interesse avremmo avuto noi a incendiarlo!”
Il signore anziano è bilioso e fuori di sé: “Te lo dico io cos’è che te lo fa fare! Che entrate in un posto che puzza di acido e di morte, che non ne potete più! Che l’azienda non vi ascolta!”
Gianni è furibondo: “Ora basta! Siamo in mezzo a un nube tossica! Chi più di noi sa che è roba pericolosa e mortale questa?!?” Nessuno lo aveva mai visto così. “L’azienda ci fa rispettare dei protocolli nel vestiario e nella pulizia e siamo monitorati. Non sappiamo cosa respiriamo, questo è vero. Ma ti dico una cosa sola, e poi vado via. Qui a respirare questa roba che brucia non ci sto!
Tra questo lavoro e niente tutti noi preferiamo lavorare. Te lo ridico La-vo-ra-re !!!”
Il signore anziano rimane zitto, poi dice a mezza voce: “E allora chi l’ha fatto questo disastro ambientale?!? Chi ci vuole ammazzare?!?” Mentre si allontana tossisce di una tosse secca e maligna.
Gianni ha la macchina vicino, salgono tutti e quattro in macchina e partono per la campagna. La strada sale e a una curva Gianni accosta per vedere il Tmb dall’alto. “Se non si sbrigano a spegnere è una sciagura. Là dentro ci sono dei serbatoi di acido solforico e soda caustica che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.” Detto questo Gianni diventa silenzioso.
Non ha idea, pensa tra sé, di chi possa aver fatto una roba del genere, gli viene alla mente una visione profetica. Si immagina di essere su un camion – inserito dall’azienda a fare turni di notte perché non sanno come altrimenti reimpiegarli – mentre porta i rifiuti a Rocca Cencia, un impianto a Roma est. E immagina anche altri camion che partono per impianti di trattamento rifiuti nel Lazio, e anche più lontano. Immagina qualcuno che si sfrega le mani. Qualcuno che si sfrega le mani non abita sulla Salaria e neppure ci lavora. Non sa chi è, ma qualcuno c’è che si sfrega le mani sulla pelle degli altri. Verrà fuori, pensa fra sé.
Ariel invece ha smesso di guardare la nube tossica, si è persa negli odori. Su quel ciglio della strada, lontano dal Tmb, non sente più la puzza.
Quasi non se lo ricorda più il suo incubo, ricorda solo le sue urla: “Avete fatto diventare triste mamma!” Ricorda di aver pensato che era un incubo: era un incubo d’amore. Prima della puzza non credeva che fossero possibili gli incubi d’amore.
Ariel spera che piova e che il cielo si ripulisca. In tutti questi anni c’è una cosa che l’ha tirata su di morale. Una cosa che faceva di nascosto da tutti.
Ogni tanto si fermava guardare il cielo nitido, seguiva incantata gli stormi – macchie nere proteiformi – e, vergognandosi di dirlo soprattutto a mamma, Ariel pregava segretamente il cielo celeste di Roma di mettere fine alla puzza.
Marina è in piedi, guarda anche lei l’orizzonte e ha voglia di piangere, di stringere Ariel.
Succeda quel che succeda inizia qualcosa di nuovo, senza veleno.
Marina ripensa a quel fetido odore di bruciato che sa di morte, che la prendeva dentro, che la faceva stare male. È donna di vita, sa bene che nessuno le renderà indietro dieci anni di infelicità.
Dieci anni in cui chi abitava – o governava – altrove li faceva sentire dei pazzi isterici. Dieci anni in cui la differenza era tra chi sentiva la puzza e chi non la sentiva, o non la voleva sentire.
Adesso ha una sensazione diversa. Non si sente orfana di battaglia. Sa che cosa vuole fare.
Questa alba tossica ha dentro di sé qualcosa che, dopo tanti anni, le fa sperare una vita.
Stringe sua figlia. Le asciuga i lacrimoni.
La bocca le accenna una smorfia, è un sorriso, per Marina è ora di piangere.

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storie

Vento sul Sulcis

di Michela Calledda

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Conta le gocce del mare,

Conta i granelli di sabbia:

Avrai contato i nostri sospiri

Nel cuore della terra.

Manlio Massole

Dicono che la pazienza sia la virtù dei forti. Invece no, non è vero: la memoria è la virtù dei forti. La memoria che racconta, che ammonisce, la memoria di chi sa perché c’era. Ed è oggi che me ne rendo conto, oggi che il tempo e la morte la rendono lontana e confusa quella memoria, sfumata.

Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, dice la canzone. Per me quel posto si chiama Sulcis, il posto che meglio di tutti racconta la parabola della lotta per il lavoro in Sardegna. Ed è da qui, da questo angolo di terra violentata, insultata, incompresa e abbandonata che mi piacerebbe partire. Dall’occupazione delle miniere del 1992, raccontata ancora oggi con toni epici; e da due dei protagonisti di quell’occupazione: Manlio Massole, maestro, minatore e poeta, e Silvestro Papinuto, minatore fornellista e appassionato speleologo.

Tra settembre e ottobre 2018 Il Sottosopra, audio-documentario di Giuseppe Casu e Gianluca Stazi, diretto da Stazi con la collaborazione dei minatori del Sulcis Iglesiente, ha vinto il 70° Prix Italia 2018 nella categoria Radio Documentary e Reportage (cosa che non accadeva dal 1964 per la categoria audio-doc); e per la prima volta in assoluto per un prodotto italiano, si è aggiudicato il Prix Europa 2018 come Best European Radio Documentary.

Il Sottosopra è un viaggio sonoro tra le miniere del Sulcis Iglesiente. Un viaggio potente che con suoni, rumori e voci ci trascina per quarantacinque minuti nel buio delle gallerie con la forza dolce di una memoria mai del tutto pacificata e l’eco ancora vibrante delle vite spese nelle viscere della terra.

Le storie di Silvestro e Manlio sono raccontate in parallelo. I ricordi e le versioni si inseguono e si distinguono, si distanziano per poi incrociarsi e convergere. I ritratti che ne vengono fuori sono quelli di due uomini profondamente diversi per estrazione, carattere e cultura, ma accomunati dall’amore e dall’orgoglio per il proprio lavoro e per quella battaglia.

Silvestro è il più giovane tra i due. Comincia a lavorare in miniera a 23 anni: la sua intenzione era lavorare per qualche mese e racimolare i soldi per comprare una macchina. Rimarrà in miniera per ventotto anni e la miniera diventerà per lui scuola di vita e palestra politica, al punto da sentire per essa una sorta di gratitudine filiale: “La chiamo babbo la miniera, la chiamo padre perché mi ha dato da mangiare, mi ha dato da vivere, la miniera, mi ha insegnato a vivere. Il babbo non ti coccola, il padre non ti coccola, ti pesta, se fai una cosa che non va bene ti rimprovera; e la miniera è lo stesso. Stai attento, devi rigare dritto, perché se non righi dritto quella ti fa male. Politicamente”, continua Papinuto, “mi ha insegnato tante cose, mi ha dato tutto quello che mi serviva e perciò la chiamo padre. Nos naraus unu fueddu: a ki mi ‘ona pani du tzerriaus babbu. Chi mi dà pane lo chiamiamo babbo.”

Più complessa e originale risulta la storia di Manlio Massole. Manlio nasce nel 1930, prende il diploma magistrale e diventa maestro elementare. Insegna prima a Iglesias, poi riesce a ottenere una cattedra a Buggerru, suo paese natale. Buggerru è un paese di mare circondato dalle miniere con un’economia esclusivamente mineraria. Manlio si trova a insegnare in una classe di figli di minatori. I suoi alunni hanno, come unica prospettiva futura, la miniera; tutti i suoi amici, tutte le persone che frequenta fuori dalla scuola, lavorano nelle miniere. In questo modo si rende conto che gli è necessaria un’altra prospettiva, una nuova coscienza. Così decide di scendere in miniera: dapprima con l’intenzione di scrivere un saggio, fino a maturare la consapevolezza di voler diventare minatore. La proprietà gli offre un lavoro in amministrazione, e lui lo rifiuta. Per poter scendere in galleria si ritrova costretto a fare quello che i suoi compagni considerano il più infame tra i lavori: il cronometrista.

poco di buono

Kepler-452: teatro per la città

di Rodolfo Sacchettini

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Con la sua ultima opera, Il giardino dei ciliegi, Cechov canta la fine di un’epoca. L’aristocrazia decadente e frivola, attaccata a radici secolari, e bloccata nell’idea di palazzi aviti e giardini d’infanzia, viene spazzata via da contadini arricchiti e spregiudicati. Cechov la scrive come una farsa, da ridere. Stanislavskij ne fa una tragedia, da piangere. Il Novecento si apre così, con questa discrasia. Ridere o piangere: ecco lo sgomento di fronte all’albeggiare di un secolo che correrà sempre più forte.

Oggi, se pensiamo a Il giardino dei ciliegi, oltre al testo vien fuori l’archetipo. E il giovane gruppo bolognese Kepler-452 lo capisce molto bene, trasformandolo in Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso. Il rumore di ieri della scure che abbatte gli alberi può facilmente trasformarsi nel fracasso delle ruspe di oggi. Dramma ecologico, oltreché culturale e umano. Il discorso però si fa ancor più complicato perché, al posto della decadente aristocrazia russa, si racconta della famiglia Bianchi, Giuliano e Annalisa, che per trent’anni hanno vissuto in una casa colonica concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune nella periferia di Bologna. In cambio si sono occupati del controllo della popolazione dei piccioni e dell’accoglienza di animali esotici o pericolosi, abbandonati da padroni irresponsabili. Nel 2015, avvicinandosi l’apertura della nuova Fabbrica Italiana Contadina, F.i.co, il più grande parco a tema agroalimentare del mondo, una sorta di museo della biodiversità, edificato proprio davanti al loro casolare, arriva lo sfratto. Poi segue la permanenza al residence Galaxy, insieme a decine di famiglie di migranti o di senza casa. Insomma al posto dell’aristocrazia russa adesso c’è una coppia anziana, senza un soldo, che ha vissuto a lungo con un babbuino, un lupo, un boa, una tarantola, un’ara e poi mucche, piccioni, cani, gatti… La loro nobiltà è di altra natura. Giuliano e Annalisa sanno parlare con gli animali. Conoscono tutti i nomi dei fiori, degli alberi, delle piante, degli insetti, delle bestie. È un attimo perché dalla Russia di fine Ottocento si scivoli nell’Antico Testamento. Altro che fattoria degli animali, qui sembra di stare sull’arca di Noè. Non c’è nemmeno la nostalgia per un passato agricolo, il rapporto con la natura appartiene a un’altra era geologica, è quasi preistoria.

La sfida di Kepler-452 è molto alta. Dopo aver costruito con La rivoluzione è facile se sai come farla una sorta di autoritratto generazionale delle aspirazioni e delle frustrazioni di giovani creativi, adesso si sporge su un mondo diverso, marginale, ai confini della città, su un terzo paesaggio, direbbe Gilles Clément. Si sposta il tema, ma si tiene al centro la relazione, cioè il proprio punto di vista in rapporto all’“altro”. Tutto nasce dal desiderio di trovare una realtà più autentica? Di scoprire un luogo dove i conflitti si manifestano con più forza? Sì, sicuramente. Ma c’è anche la sensazione fortissima di vivere in un cambiamento d’epoca radicale, dove le differenze sono condannate a sparire. Il paradosso è che il museo commerciale della biodiversità spazza via la biodiversità reale e casuale (anche bizzarra, estrema, grottesca…). Kepler-452 si tuffa così nella cosiddetta “realtà” con quella “fame” tipica di una certa scena di questi anni. Poi però arrivano le questioni più difficili, in fin dei conti sempre le stesse: come fare a tornare a galla e raccontare tutto quel che è successo, scegliendo il teatro come medium? Come dare forma adeguata a una materia così viva e complessa?

Nicola Borghesi, Enrico Baraldi, Paola Aiello e Lodo (Lodovico Guenzi) gettano la loro rete con la chiara idea di trattenere quello che sta per scomparire, tirare fuori qualcosa che è già andato a fondo e rischia di essere dimenticato per sempre. A loro modo cercano una storia autentica, ma quando tornano in superficie, dalla rete non esce fuori una storia, ma un intero pezzo di mondo bene aggrovigliato in cento implicazioni differenti. Decidono di tenere tutto, a costo di apparire incongruenti e sbilanciati. D’altronde in questo caso gli esploratori erano fin dal principio solo degli attori, la ricerca “etnografica” si è trasformata presto in amicizia e i soggetti dello studio hanno finito per indossare sulla scena i panni dei protagonisti (lunghe pellicce da freddo siberiano). Il teatro diventa così ibrido e si srotola in un lungo ritratto di città.

Bologna è infatti la vera protagonista con tutte le contraddizioni di oggi. C’è F.i.co, il turismo, l’ossessione del cibo, gli sgomberi, la speculazione sulla street art, Blu e i murales cancellati. Si fotografa una città in rapido mutamento, mettendo il dito nella piaga: cosa rimane? Cosa scompare? Cosa sta accadendo? (A questo proposito si legga il recente A che punto è la città? Bologna dalle politiche del “buon governo” alle politiche del marketing, Edizioni dell’Asino, 2018).

Lo spettacolo tiene assieme materiali eterogenei, passando dal testo di Cechov da mettere in scena a momenti autobiografici della famiglia Bianchi, a Lodo, che è  un ottimo Lopachin, oltre ad essere diventato, dopo il trionfo di Sanremo, un volto noto al grande pubblico. E anche l’essere dentro a un ingranaggio di celebrità entra come materia di riflessione autobiografica e autocritica, con una complicazione crescente dei piani. C’è la recitazione dei non professionisti o “esperti di vita”, come direbbero i Rimini Protokoll, c’è qualche brano cechoviano, ci sono spazi ampi alla recitazione a canovaccio e molti racconti. Si vuol dare voce a chi voce, in questo caso, non ha avuto e allo stesso tempo si vuole fare un resoconto anche dell’esperienza vissuta, con il tentativo perciò di trasmettere sensazioni, di far immaginare allo spettatore il mondo di prima, i fatti salienti. Intanto sulla scena si proiettano video che aiutano a capire il contesto, in mezzo a una scenografia composta dalle autentiche voliere e gabbie, ora rimaste vuote, e il mobilio reale della casa sotto sfratto. Non tutto vive con la medesima forza. A volte il testo di Cechov diventa ombra, altre volte il ritmo rischia di smagliarsi. Non è facile tenere il giusto equilibrio tra la forte personalità della famiglia Bianchi e la dinamicità e il talento dei tre attori. La scena a volte stride, ma si tratta di uno di quei rari casi in cui la vivacità è tale che il disorganico trova piena cittadinanza. Assistere allo spettacolo acquista un sapore particolare, sembra davvero di partecipare a un rito cittadino, interrogarsi su domande che riguardano il vivere comune. È una percezione acuta e molto chiara. Il teatro riscopre la sua inimitabile capacità di raccogliere attorno a sé un gruppo di persone, in carne e ossa, di fare comunità, di porre domande scomode, di scegliere un punto di vista forte. E il teatro si riempie di nuovo e si riattiva il più sano ed efficace strumento di marketing del teatro: il passa-parola. Qualche insistenza sulla sincerità dell’esperienza viene riequilibrata dalla struttura drammaturgica, che abilmente tiene assieme il piano biografico-emozionale, la realtà della cronaca, la profondità della narrazione cechoviana.

Una certa sfrontatezza attoriale e l’ostinata volontà di capire qualcosa in più dei nostri giorni confusi appaiono così autentici e densi di interesse che l’attenzione dello spettatore è tutta tesa a scoprire dove ci vuol portare questo spettacolo, che è un giardino dei ciliegi, ma anche un ritratto di città e in fin dei conti potrebbe essere pure semplicemente la storia di un’amicizia.

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poco di buono

La letteratura circostante…

di Gianluigi Simonetti

incontro con Stefano Guerriero e Nicola Villa

Buff Diss

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Gianluigi Simonetti insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Aquila. Il suo La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea (Il Mulino, 2018) è forse il bilancio più importante che sia stato fatto, sulla vasta e eterogenea produzione letteraria recente, un’analisi che isola tendenze e costanti, offre prospettive e interpretazioni, e parla non solo di letteratura, ma anche del mondo, immaginario e reale, dentro cui ci muoviamo.

 

Possiamo partire proprio dal titolo del tuo libro, La letteratura circostante, quasi un ossimoro: la letteratura circostante come qualcosa di contingente, di diverso dalla buona letteratura di un tempo.

Il titolo ha due significati. Il primo è relativo all’attuale spazio letterario, con le caratteristiche specifiche che ha acquisito negli ultimi decenni e che segnano una cesura rispetto alla letteratura novecentesca, quella che nel libro chiamo “letteratura di una volta”. Ci sono molti elementi di continuità, è ovvio, però mi è sembrato interessante mettere a fuoco soprattutto le differenze tra la letteratura degli ultimi decenni e la tradizione moderna: qualcosa si è sfilacciato tra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila, perciò sentivo il bisogno specifico di isolare e distinguere alcuni tratti specifici della letteratura che si scrive oggi.

Il secondo aspetto è legato al fatto che questa letteratura di oggi ho provato a prenderla in blocco, non soffermandomi solo su veri o presunti capolavori, né facendo una selezione qualitativa, ma cercando di guardare a tutto quello che troviamo, oggi, sotto l’etichetta di letteratura. E questo significa occuparsi anche di arte mediocre, o addirittura cattiva, con l’idea che parlarne possa essere altrettanto utile – ammesso naturalmente che ci interessa capire cosa ci dice del presente. Per fare questo era necessario attraversare livelli esppressivi e generi diversi: un’altra caratteristica del mio libro è di non soffermarsi su settori specialistici, come fanno di solito l’accademia e la critica militante, ma di guardare insieme alla prosa e alla poesia, con tagli trasversali su generi e macrogeneri. A prezzo di qualche schematismo, ho provato a restituire il paesaggio completo, il paesaggio circostante, appunto; sperando di comprendere meglio il bello con il brutto, e viceversa.

 

Il rapporto tra la letteratura e ciò che non è letteratura, è un tuo tema fondamentale. A questo proposito, parli di “forme immerse in un flusso” multimediale, in una sequenza informe, di opere private della loro unicità esemplare, perse in un flusso che è decisivo nello stabilire che cosa debba essere considerato letterario, artistico.

Il flusso mi è sembrato un’immagine adatta per la letteratura circostante, ciò che la differenzia di più da quella che gli storici della letteratura chiamano modernità, nata alla fine del Settecento e viva fino al tardo Novecento: una tradizione con un carattere forte, trasmessa dalla scuola, che svolgeva un ruolo centrale nell’educazione dell’individuo. Una letteratura autonoma, molto sicura di sé e dei suoi mezzi, che pretende di non solo di divertire ma anche di conoscere, di dire cose nuove e determinanti sulla vita, sulla società, sul mondo, e di dirle in un modo specifico e insostituibile, pieno di energia e di forza, attraverso opere coerenti, profondamente strutturate e legate a uno stile personale e riconoscibile. Questa è l’ombra che Otto e Novecento proiettano sul presente.

La “letteratura circostante”, invece, è sempre meno autonoma, sempre meno fiduciosa nei suoi mezzi, sempre più frammentaria e orizzontale, e per questo fatta di opere seriali più che di opere organiche. Sembra sempre più bisognosa di affidarsi ad altri linguaggi e cooperare con loro per continuare a esistere. Si affida a immagini, foto, disegni, o alla musica, con tipi diversi di sonorizzazione; alle installazioni, nelle arti poetiche. Fa volentieri ricorso alla performance, nelle letture-spettacolo di poeti e prosatori. E più in generale, si allea al giornalismo, all’attualità, al costume, alle interazioni con la rete; è ansiosa di immergersi sempre di più nella chiacchiera dei social. È una letteratura che vuole comunicare più che conoscere; che prova a uscire dall’ombra della propria tradizione e dalla sua costituiva lentezza perché è attratta dalla velocità del presente.

 

Una formula molto usata nel libro è “realismo dell’irrealtà”, forse un tentativo per evitare di finire nel logoro dibattito su moderno e postmoderno. È una formula adatta a descrivere come la letteratura sia influenzata o faccia i conti con i media?

Il mio approccio ai testi, un po’ desueto di questi tempi, è quello dell’analisi formale. Partendo dalle indicazioni che fornisce il concreto funzionamento dei testi ho provato ad allontanarmi da alcune categorie consolidate, create un po’ artificialmente nei laboratori delle scienze umane, per provare a fabbricarne (o prenderne in prestito) di nuove. La formula a cui alludete nasce da un confronto dirette con opere degli ultimi venti anni, una stagione per la quale è calcificata la categoria di “ritorno alla realtà” o “neo-neorealismo”, con rinvio a opere che comunque includono forti riferimenti alla cronaca, alla storia pubblica, a forme di empiria che consideriamo realistiche, e anche dal punto di vista stilistico si affidano a figure retoriche e scelte linguistiche che attribuiamo a un repertorio preciso, di estrazione naturalista (con ricorso massiccio a vari ‘effetti di realtà’). La mia formula vuole sottolineare la contraddizione che mi pare ci sia in molte di queste scritture: una volontà di realismo, certo, ma con un piede ben fisso nell’irrealtà contemporanea, come dimostra il fatto che tecniche di stampo verista e tensioni oggettivistiche convivono con tecniche di derealizzazione e fughe nel soggettivismo. Da un lato la necessità di affrontare il presente attraverso un gran numero di ‘effetti di realtà’, dall’altro l’impressione che la realtà stessa non sia più circoscrivibile, non sia più a portata di mano. Quanta irrealtà e quanto spettacolo c’è dietro questo realismo di cui tanto si parla?

La stessa contraddizione spiega tra l’altro la fortuna attuale, non solo in narrativa ma anche in poesia, di forme ibride, che chiamano in causa scritture a statuto veridico come il reportage, il memoir, il diario, il taccuino di viaggio, mescolandole a scritture di invenzione. Una scelta che può dare risultati molto buoni, a volte, ma che è anche significativa di una certa mancanza di fiducia in costruzioni coerenti e ‘totali’, come aspirano di solito ad essere quelle del romanzo tradizionalmente inteso. Le forme ibride da un lato aiutano a eludere la cantieristica pesante del romanzo, dall’altro autorizzano a una struttura agile, leggera, in un certo senso già pronta; visto che c’è poco di inventato, allora non c’è bisogno di creare troppe simmetrie e livelli, si può fare a meno di grandi ambizioni strutturali. Mi sembra un dazio pagato allo spettacolo contemporaneo, che ci chiede appunto di ridurre le strutture, le simmetrie, i livelli; e lo chiede per permetterci di di essere molto veloci, frammentari e leggeri, orizzontali e sintetici nella comunicazione.

 

Rispetto a quello che dici, da una parte non c’è più la forma chiusa del romanzo, dall’altra c’è un’esigenza di verità a cui si cerca di far fronte anche con effetti realistici, forme testimoniali, trucchi di vario tipo, che ottengono esiti diversi e paradossali. Da una parte mi viene in mente Siti, con tutto quello che si può dire sulla cosiddetta autofiction, dall’altra la locandina di un film di Sam Raimi di qualche anno fa, The Possession, Il male vive dentro di lei: un volto rivolto verso l’alto, interamente nascosto da una mano livida artigliata, che esce dalla bocca spalancata di quello stesso volto. Sopra la mano, la scritta “da una storia vera”. Esigenza di verità e tentativo realista si declinano in vari modi, possono derivare da uno sforzo conoscitivo oppure mirare soltanto al ricatto emotivo verso un consumatore che, per così dire, se la storia è vera, gode di più, consuma con più piacere.

Questa cosa del “è successo veramente” deriva dallo spettacolo contemporaneo, non dalla tradizione realistica, ed è interessante che il tuo esempio sia legato a un film horror, con elementi di soprannaturale; controprova del nostro desiderio di tenere insieme esigenze opposte – un bisogno di storie vere e al tempo stesso un bisogno di evasione dalla fatica della realtà . Il fatto che molte scritture realistiche girino intorno a quest’estetica spettacolare è proprio un ottimo esempio di quello che intendo per realismo dell’irrealtà. Il che però non coincide, ripeto, con un giudizio di valore; di fatto in questa contraddizione possono nascere sia cose molto buone che molto scadenti. Molti racconti belli di questi anni girano intorno a questa contraddizione. E’ il caso di alcuni libri di Franchini, o di Qualcosa di scritto di Trevi, che secondo me rappresentano esiti positivi di queste tensioni realistiche che devono molto al fascino del sembrar vero, dell’esser vero. E poi naturalmente c’è Gomorra (e lo stesso Saviano ha appreso molto da Franchini): un’opera che a mio avviso deve molto della sua forza di impatto a questa contraddizione, oscura all’autore e anche a molti lettori.

In questo quadro, intanto, molti critici militanti pensano al romanzo come a un genere puramente commerciale, col quale non si può fare più nulla di interessante. Sarà; a me pare che molti dei libri più belli degli ultimi anni restino pur sempre romanzi. Siti, Mari, Pecoraro sono i primi che mi vengono in mente: insistono a pensare in chiave di rappresentazione totale, insistono a inventare strutture complicate, vedono le contraddizioni (e non le allontanano da sé e da noi, ma ci riflettono sopra).

poco di buono

Grace Paley si mette all’ascolto

di Paolo Cognetti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

C’è un posto che è tutto un rimbombo di montacarichi, uno sbattere di porte, un rompersi di piatti; ogni finestra è la bocca di una madre che ordina alla strada di fare silenzio, di andare a pattinare da un’altra parte, di salire in casa. La mia voce è la più forte di tutte”. Comincia così uno dei primi racconti di Grace Paley, La voce più forte. Quella strada in tumulto, quel fuori, è l’East Bronx o uno dei tanti quartieri di immigrati di New York. Voci di ebrei, italiani, latini, afroamericani. Il dentro è un’altra Babele in cui i nipoti abitano insieme a nonni e zii, e imparano a parlare in russo e yiddish. Le finestre sono le madri. Sono le madri che mettono in comunicazione il dentro e il fuori, la casa e la strada, e intimano al fuori di fare silenzio perché dentro ci si possa sentire. L’ultima arrivata in quel frastuono è una bambina dalla voce stentorea: per via del suo dono le viene offerto un ruolo da protagonista nello spettacolo di Natale della scuola; lei accetta gettando scompiglio in quella casa di ebrei e socialisti. Grace Paley metteva in scena così non solo la propria infanzia, ma anche i propri esordi di scrittrice: come donna, madre, moglie, figlia di immigrati, prendere la parola era stato un atto di ribellione. O non è forse vero che – ebrei o cristiani, padri o mariti che siano – la parola è da sempre degli uomini? Per rubarla agli uomini aveva dovuto usare la prepotenza, coprire con la sua voce quella degli altri. Un peccato mortale per la scrittrice che sarebbe diventata poi. Ma in fondo succede a tutti così: appena nati ci viene istintivo gridare, e ci mettiamo una vita per imparare ad ascoltare.

Il mondo, specialmente a New York, fa un gran rumore. Là fuori i prepotenti strillano, le vicine chiacchierano, i ragazzi protestano, i deboli sussurrano. “Sono tutti malati, e tutti che parlano parlano parlano”, si lamenta il padre di Grace in un racconto. Il dottor Goodside era un medico vecchio stile, di quelli con la borsa di cuoio e lo stetoscopio al collo. Arrivato dall’Ucraina, aveva dovuto studiare daccapo tutta l’anatomia in inglese, e soprattutto imparare a capire le lamentele dei suoi pazienti. Sono i medici di oggi ad aver dimenticato che il loro primo strumento dovrebbe essere l’udito, il loro primo talento l’ascolto. È un atto di pazienza e generosità (infatti diciamo dare ascolto). È una particolare postura del corpo (ci mettiamo in ascolto). È faticoso e bisogna star bene per farlo, ecco perché i vecchi non ascoltano più, né ascoltano i sofferenti: il dolore ci assorda come un danno del timpano, la vecchiaia ci imprigiona nei nostri echi interiori. Ma la sordità davvero imperdonabile, secondo Grace Paley, è quella della superbia: “Quando pensate che l’unica cosa interessante siate voi stessi, siete noiosi”, insegnava ai suoi allievi. “Quando l’unica cosa interessante che trovo è me stessa, sono noiosa e presuntuosa”. Diceva: ascoltare è responsabilità dello scrittore. Aggiungeva che per farlo gli servono due orecchi: uno sensibile alla lingua della poesia e della letteratura, l’altro a quella della casa, della strada, del quartiere, della città. A lei personalmente parlavano, da un orecchio, i grandi russi dell’Ottocento, dall’altro la New York degli emigranti. Era stato l’incontro tra queste voci a generare la sua.