in evidenza

Non solo Tap

di Savino Monterisi, Piergiorgio Barbetta

illustrazione di Dadu Shin

 

La polemica creata negli ultimi mesi intorno all’espianto degli ulivi in Salento e alla costruzione del gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) non centra il punto. Al di fuori dell’inchiesta dell’Espresso, che assume l’angolo visuale di opachi flussi economici, il dibattito si è polarizzato sull’aspetto simbolico dell’espianto degli ulivi – tipici del paesaggio e dell’ecosistema pugliese – per ora sospeso dal Tar del Lazio. Il che però offre il fianco alla critica degli innovatori: alzare un polverone per qualche migliaio di ulivi rappresenta una polemica faziosa, retrograda e incomprensibile. Gli ulivi, assicurano, verranno ripiantati al termine dei lavori: come se gli ecosistemi fossero Lego da poter ricombinare a piacimento. Inoltre, qualche ulivo non è nulla a fronte degli innegabili vantaggi della creazione di una infrastruttura del gas che ridurrebbe 1) la dipendenza dalla russa Gazprom, 2) le emissioni di inquinanti derivati del petrolio. I problemi e le criticità dell’opera però non riguardano solamente gli oliveti salentini. Né è ragionevole pensare che  il tentativo di contrastare l’egemonia russa sul mercato del gas europeo e l’implemento di infrastrutture in grado di ridurre le emissioni inquinanti, siano obiettivi raggiungibili con poche decine di chilometri di impianti in Puglia.

visioni

Arte e gommoni

di Mirella Armiero

foto di Sergey Ponomarev

Ai Wei Wei ha ricoperto con gommoni nuovi di zecca, simmetricamente disposti, l’intera facciata di Palazzo Strozzi, ottenendo un effetto di grande impatto sui visitatori della sua discussa e acclamata personale fiorentina dell’inverno appena passato. I gommoni arancioni e vuoti alludono alle disperate traversate per mare dall’Africa all’Europa: il tema dei migranti è organizzato dall’artista cinese in una forma che punta sulla serialità e su di una poetica esplicita, quasi didascalica. Proprio la ripetizione “decorativa” del segno, però, smorza in qualche modo la denuncia sociale e la bellezza dell’installazione finisce per indebolirne la drammaticità.

Dei migranti l’arte ha preso a occuparsi da qualche anno, ma il numero di opere nate intorno a questa tragedia contemporanea è ipertroficamente cresciuto negli ultimi tempi. I percorsi personali degli artisti sono naturalmente vari e differenti e non si può ancora dare una definitiva lettura del fenomeno. Eppure mi sembra che tra arte e giornalismo ci sia  una singolare permeabilità e che l’arte abbia rinunciato per molti versi alla propria capacità di mostrare una percezione più acuta e preveggente rispetto alla cronaca e naturalmente al senso comune. La tendenza estetizzante che spesso accompagna i reportage fotografici dei giornali contagia l’arte stessa e rischia nell’uno e nell’altro caso di anestetizzare lo sguardo di chi assiste al fatto e alla sua rappresentazione.

panoramiche

Bolivarismo venezuelano

di Lucia Capuzzi

illustranzione di Onze

Se – come sostiene lo scrittore Roberto Bolaño – l’America Latina è stata il “manicomio d’Europa”, il Venezuela ne è indubbiamente il reparto sfuggito alla dismissione. La “lunga crisi” di Caracas è un concentrato di nodi irrisolti, nuove istanze, equilibri geopolitici mutevoli, retorica ottocentesca in bocca a personaggi da realismo magico. Ingredienti che rendono difficile per media ed esperti del Vecchio Continente districarsi. Le letture manichee abbondano. Da una parte, i giornali conservatori e liberal – in un’insolita alleanza – dipingono il governo come l’ultima dittatura comunista e l’opposizione, frammentata in una molteplicità di 15 partiti, dai più differenti programmi e propositi, come “paladina” della libertà. Dall’altra, i media più spiccatamente di sinistra interpretano la crisi come un “deja vu” del pre-golpe cileno quando, negli anni Settanta, gli Usa alimentarono gli scioperi per indebolire l’esecutivo socialista di Unidad Popular e, poi, sostennero l’intervento feroce di Augusto Pinochet. Non sempre, tali interpretazioni vengono fatte in malafede. Del resto, lo stesso Bolaño ammetteva di aver avuto sempre un problema con il Venezuela. Per ragioni “linguistiche”. Il popolare autore cileno-messicano giocava su paradossi e assonanze tra il nome del Paese e le sue vicende storico-politiche-letterarie. Anche alla radice del “desencuentro”, cioè incomprensione, tra analisi europea – e in particolare italiana – e complessità del caos venezuelano c’è un problema terminologico.
A che cosa corrisponde il “bolivarismo”, ovvero il sistema creato da Hugo Chávez a partire dal 1999 e, alla morte di quest’ultimo, proseguito maldestramente dal successore Nicolás Maduro? Perché è arrivato al capolinea e, nonostante ciò, l’agonia fatica a trasformarsi in morte naturale?  Come mai l’opposizione – riunita nella Mesa de Unidad Democrática (Mud) – non riesce a dargli il “colpo di grazia” nonostante la gravissima crisi politica ed economica?
Dal 4 aprile, le manifestazioni contro Maduro si sono fatte quotidiane. L’opposizione è determinata ad andare avanti fino a quando il governo non convocherà nuove elezioni. Quest’ultimo non cede. Nel frattempo, decine e decine di persone sono morte a causa della mano pesante delle forze di sicurezza per sedare i cortei. A innescare la miccia della protesta è stato l’intento di Maduro, consumato dieci giorni prima, di esautorare il Parlamento, controllato dalla Mud. Il passo indietro dell’esecutivo non è bastato a far sbollire una rabbia che s’è andata accumulando in anni. Quello che si sta consumando in piazza è l’ultimo atto di un conflitto di lungo corso. Tra i due modelli “classici” della politica latinoamericana: populismo antiliberale e liberalismo antidemocratico (in cui quest’ultimo termine va inteso in un senso sostanziale più che formale). Un confronto che in Venezuela s’è acutizzato negli anni Novanta. Cioè quando la Guerra fredda – e i suoi “danni collaterali” nel Sud del mondo – era ormai archiviata, nonostante nel Continente sopravvivesse, non proprio in modo brillante, l’isola della Revolución: Cuba. Sul crinale di questo passaggio d’epoca si colloca Hugo Chávez che ne è prodotto e acceleratore.  

università

La terza missione dell’università

di Giuseppe Esposito

illustrazione di Sebastiano Ranchetti

* attenzione: il linguaggio di questo testo è volutamente zeppo di termini anglofoni ammiccanti.

L’Università di Bologna, nella attuale narrazione che ne fanno i suoi vertici, è nata nel medioevo con lo scopo primario della didattica, al quale si è aggiunto nei secoli quello della ricerca. Accanto a questi due pilastri, la strategia dell’ateneo per il futuro ne prevede un terzo; una “terza missione”, come viene definita dal rettore, cioè il curare le attività legate ai finanziamenti per la ricerca e alla valorizzazione dei suoi risultati, favorire l’innovazione e rafforzare le partnership dell’Università con i soggetti esterni. Sin dall’insediamento – relativamente recente – del nuovo rettore, una grande enfasi è stata posta sul macro-tema della creazione di impresa: è stato nominato un “delegato all’imprenditorialità”; già negli anni precedenti iniziative come StartUp Day, la giornata dedicata ai giovani aspiranti imprenditori per promuovere gli embrioni di impresa, il Career Day ed altre sono state promosse dall’Università; l’ “incubatore di imprese” AlmaCube è la prima esperienza italiana di incubatore di start up compartecipata (al 50% da Università e Associazione degli industriali di Bologna); l’Airc (“area ricerca e terza missione”) ha tra i suoi compiti quello di “presidiare le attività per la nuova imprenditorialità studentesca”; il primo “club” di docenti italiano, su esempio di atenei esteri, è stato fondato recentemente, con l’obiettivo di sviluppare azioni a lungo termine e proporre insegnamenti a tema.

lavoro

Chikù Gastronomia Cultura Tempo Libero, Scampia, Napoli

di Emma Ferulano

illustrazione di Anna Sutor

 

Raccontare Chikù vuol dire ripercorrere anni di vite e relazioni, decisioni personali e collettive, sforzi che hanno oltrepassato le singole capacità di resistenza – fisica e mentale, proiettati verso un obiettivo comune: la costruzione di uno spazio accogliente, fecondo, sostenibile e generatore di economie.

Ma anche uno spazio che fosse riconoscibile, in cui sentirsi “a casa”.

Siamo a Napoli, il regno degli imprevisti e delle incertezze, quartiere Scampia, in cui da tempo si intrecciano pratiche e riflessioni di un movimento  – sociale, culturale, locale e nazionale – che ha saputo mantenere continuità e che ha fortemente inciso sul destino del territorio e delle politiche pubbliche ad esso destinate.

Con ostinazione e passione, abbiamo immaginato e realizzato uno spazio interculturale che mette insieme italiani, rom, adulti, giovani, bambini, in una ambiziosa progettualità  che prova ad affrontare concretamente il tema del lavoro e della occupabilità.

In zone fortemente in crisi come possono essere le periferie del sud Italia, immaginare trasformazioni  radicali mettendo in campo sperimentazioni avventurose è forse l’unica possibilità per invertire una tendenza e migliorare la qualità della vita.

Si tratta della stessa ostinazione con cui da oltre trent’anni un gruppo trasversale ed esteso di persone porta avanti una lotta culturale nella periferia nord, per ribaltare stereotipi negativi e restituire dignità e possibilità di scelta a migliaia di persone intrappolate nell’immobilità sociale e in una sorta di incapacità di sognare.

Incastonato sulle rampe del polifunzionale di Scampia, sopra l’Auditorium, Chikù Gastronomia Cultura Tempo Libero si inaugura formalmente il 17 novembre 2014. In questo spazio collettivo, luogo multiforme di sperimentazione  pedagogica, interculturale, gastronomica, che piano piano sta prendendo la forma di visioni, idee e sogni che ci ispirano da tempo, accadono davvero molteplici cose.

Chikù non è solo un ristorante italo/ romanì, il primo in Italia, in cui lavorano insieme un gruppo di donne, italiane e romnì, che da sette anni preparano piatti delle rispettive tradizioni gastronomiche, contaminandole e superandole.

È anche un’opera collettiva che definisce le sue forme ancora oggi, quotidianamente, attorno a un nucleo fondante e al calore che emanano la sua cucina e le persone che lo attraversano.  

La sua nascita affonda le radici nella storia decennale dell’associazione chi rom e…chi no.

Non sapevamo esattamente come sarebbe stato il nuovo spazio, ma sapevamo di voler creare un posto che rispecchiasse quel turbine di relazioni, laboratori, incontri, convivialità, sperimentazione continua che per dieci anni aveva attraversato la baracca Scola Jungla, costruita con gli abitanti rom in un campo abusivo di Via Cupa Perillo a Scampia. L’idea di un intervento culturale, pedagogico e politico, di trasformazione degli spazi pubblici di un quartiere ai margini, è stata portata avanti con spirito utopico da un gruppo di giovani che decise di iniziare un percorso di autocostruzione e presa di coscienza con gli abitanti rom di uno dei campi non autorizzati di Via Cupa Perillo, luogo ai margini dei margini, per la realizzazione di uno spazio autogestito e autofinanziato. La baracca, chiamata dai più piccoli scola jungla poiché speravano con il nostro di arrivo di potersi liberare dalla scuola ordinaria, è diventata nel tempo uno spazio pubblico e culturale della città, luogo di incontro, confronto e crescita collettiva, in cui sperimentare e condividere pratiche pedagogiche, di politica attiva, di disobbedienza civile e organizzata. La baracca è stata definita da qualcuno un avamposto culturale, simbolo di una città aperta e accogliente, grazie alla quale cittadini gagè, non rom, da Napoli e dall’Italia, per la prima volta entrano in un campo rom e scoprono la semplicità delle relazioni con un mondo e con persone considerate fino a poco prima troppo distanti, diverse, inavvicinabili. Diventa rapidamente luogo di scambio e riflessione, di controinformazione e critica sociale, in cui accanto ai percorsi pedagogico interculturali e ai laboratori, si sviluppa un movimento che inventa modi per prendersi cura e riappropriarsi degli spazi pubblici, per discutere in maniera avanguardistica di superamento dei campi rom e di diritto all’abitare, laboratori politici che vedono la partecipazione attiva e critica delle persone.