maestri

Risorgimento e Resistenza

 di Claudio Pavone

Lo scorso 29 novembre è morto Claudio Pavone: partigiano, archivista, storico. Lo ricordiamo con il finale del saggio che ci concesse di ripubblicare con il titolo Dal Risorgimento alla Resistenza (pubblicato in origine come Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento in“Passato e Presente”, n. 7, gennaio-febbraio 1959).

 

pavone

Ai nostri fini immediati, interessa porre in luce come il punto della continuità dello Stato, le cui implicazioni vanno al di là del discorso sulla Democrazia cristiana, può forse consentire anche a noi di prospettare uno di quei paragoni puntuali fra Risorgimento e Resistenza, cui all’inizio abbiamo dichiarato di volerci sottrarre. E cioè, che nel 1860 come nel 1945 ha prevalso nelle cose italiane, col favore della situazione internazionale, lo Stato come momento del già istituzionalmente compiuto.

Fra i Cln e gli altri organismi nati durante la lotta come embrioni di nuove forme di potere e lo Stato ricostituitosi al Sud, è il secondo che ha finito, e abbastanza rapidamente, coll’avere la meglio, nonostante che nel 1946 si sia ottenuta la cacciata della monarchia e quella Costituente invano sognata nel 1860.

Discende da questo, che è ovviamente solo un accostamento volto a stimolare la riflessione sulla vocazione italiana allo Stato già fatto come unico luogo, intrinsecamente trasformistico, della evoluzione sociale, discende forse da ciò che è da ritenere giustificata una “delusione della Resistenza” che faccia il paio con la “delusione del Risorgimento” patita dai democratici italiani dopo il 1860?

La critica storica ha ormai sufficientemente messo in luce, al di là dei termini in cui il problema era posto dalla pubblicistica dell’epoca, quale fosse la realtà sottintesa da quella delusione; e vincitori e vinti della battaglia per l’egemonia risorgimentale sono sempre più riconosciuti nelle loro caratteristiche storicamente concrete, nel quadro di un evento globalmente progressivo. Per la Resistenza un analogo processo critico non è forse neppure iniziato. Ma non per questo dobbiamo astenerci dal respingere sia il volgare ottimismo ufficiale e governativo, sia il moralismo sterile, anche se nobile, dei nuovi delusi.

urbanistica del disprezzo

Dentro l’Ex-Moi

di Francesco Migliaccio

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

 

A Torino esiste un’aula dove s’incontrano italiani e migranti. È il luogo di una scuola serale, informale, regolata dall’improvvisazione. Si trova al piano terra di una palazzina occupata dove abitano migranti africani. Da tre anni frequento l’aula e queste sono note, memorie e pensieri che ho raccolto nel tempo.

Erano trascorse poche settimane dalla nascita della scuola e sulla cattedra tenevamo il quaderno rosso dei nomi. In un’assemblea di insegnanti si decise di registrare gli studenti che partecipavano alle lezioni. Alcuni di noi hanno lavorato nella scuola: forse un’abitudine irriflessa – una tentazione rituale all’appello – si era depositata in noi. Ma come archiviare i nomi di studenti che compaiono una sera e poi mai più, studenti che partecipano senza regolarità,  oppure di altri che lasciano la città per un po’ e ritornano dopo mesi? Dopo poco ci siamo dimenticati del quaderno rosso; ora si esce dall’aula con un cenno di saluto.

Come la frequenza in classe, anche le conoscenze della lingua sono varie. Nell’aula ci raggiungono parlanti esperti, ragazzi alle prime armi, analfabeti. Noi insegnanti siamo spesso in tre, quattro, e possiamo seguire gruppi diversi di studenti. A volte sono loro a chiederci di svolgere un compito specifico, magari un esercizio affidato dalla scuola istituzionale. Così le attività tendono a frammentarsi fino a diventare individuali. Nel tempo abbiamo tentato di organizzare lezioni collettive e uguali per tutti. Uno di noi si rivolge ai presenti senza distinzioni, gli altri insegnanti seguono chi ha più bisogno di aiuto.  Alcuni di noi desideravano inventare un luogo dove tutti siano partecipi e collaborino l’uno con l’altro. Ma forse il nostro desiderio è frutto d’una tensione ideale. Non sono mancate le proteste degli studenti: “Se sono più bravo, perché devo aspettare gli altri?”; “Io queste cose non le capisco, troppo difficili”; “Torniamo alla divisione in gruppi”; alcuni si isolavano in un angolo e svolgevano compiti per conto loro. Lentamente ho compreso che la lezione è un negoziato che accoglie diverse esigenze. Ho dovuto abbandonare gli schemi di insegnamento astratti e ho imparato ad adeguarmi alle circostanze. Una lezione collettiva ha una buona riuscita solo se nasce nella contingenza d’una serata.

panoramiche

Ultime note prima del referendum

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Conoscere gli emendamenti della Costituzione approvati in passato e i mutamenti in blocco realizzati e falliti è importante per decidere se votare Sì o No al prossimo Referendum. Dei singoli emendamenti si parla poco. Dei tentativi di mutamento in blocco si parla come di un lodevole e tardivo sforzo del Parlamento di liberarsi di una ingombrante eredità del secolo scorso, di una Costituzione che rallenta l’approvazione delle leggi in Parlamento e le decisioni del Governo. La rapidità nell’approvare le leggi e nel decidere sembra essere rimasta l’unica funzione positiva dello Stato. Sappiamo tutti però che la produzione di un numero spropositato di norme, di norme nuove quando ancora non sono stati approvati e resi pubblici i regolamenti applicativi delle vecchie, è una tragedia permanente dell’elaborazione ed approvazione delle leggi in Italia. Sappiamo che la lingua delle leggi è confusa, oscura, imprecisa; che i rimandi ad altre leggi, citate solo con il numero e la data, le  rendono incomprensibili ai normali cittadini. Non mancano le leggi per i troppi controlli e rinvii; ce ne sono troppe, mal scritte, contraddittorie, di parte, di corto respiro. Qualcosa non funziona nella discussione sul referendum costituzionale.

in evidenza

“Robinson” nell’isola sovraffollata: di tutto e di più, cioè niente

Illustrazione di N. C. Wyeth

Illustrazione di N. C. Wyeth

di Goffredo Fofi

È nato “Robinson”, supplemento letterario di “la Repubblica” che, chi vorrà e ci si augura non siano tanti, potrà comprare la domenica accluso al quotidiano e al settimanale “L’Espresso”, che nessuno vuole più e che è dunque gentilmente imposto ai lettori del quotidiano con un sovrapprezzo significativo. Di che si tratta? Banalmente, di chiacchiericcio del dì di festa per lettori avidi del pettegolume e aggiornamento giornalistico e radiofonico e televisivo, in un paese in cui la metà della popolazione e forse di più vive direttamente o indirettamente, in senso più o meno lato, di “cultura”.

La prima constatazione è che la montagna ha partorito un topolino. Ma no! Si tratterebbe ancora di qualcosa di vivo; la montagna ha partorito invece una marea di insettucci fitti fitti, che si accavallano ordinatamente nelle gabbie previste da un grafico demenziale, pagato certamente, per quest’orrido progetto, a peso d’oro. (Sarebbe bello poter sapere quanto.)

Come in altri ambiti, l’apparenza è tutto e ciò che conta è la confezione, non quello che c’è dentro. Sia le parole che le immagini sono messe a servizio dell’apparenza grafica, incasellate, mortificate, i testi in corpi tipografici minimi, le immagini perlopiù in formato francobollo. I testi sono veloci veloci (unica eccezione, ma comprata all’estero, quella di Toni Morrison), e le firme le solite, il solito Baricco (uffa!), il solito Saviano (uffa!) e i loro invidiatori in carriera, giovani scrittori e giornalisti ambisesso smaniosi di farsi strada dentro un quarto potere che non conta più niente e lo sa bene, perché è al cento per cento al servizio di chi ha i soldi, la finanza. Servi smaniosi, servi volenterosi, servi felici. A servizio di chi paga e del suo progetto, che si ammanta di nomi un tempo sacri come Democrazia, Creatività, Comunicazione per fare esattamente l’opposto. Il cittadino comune non è mai stato nella storia, prima di oggi, così comune e fregato, e neanche così complice, e così fesso.

panoramiche

Contro l’accoglienza

di Savino Claudio Reggente

Venosa, campo di accoglienza per braccianti stranieri. Foto di Michele Borzoni

 

Non scrivo in favore degli immigrati, né per loro conto. Scrivo come persona nata e cresciuta in Basilicata, a Venosa, che da Venosa è andata via, ormai 12 anni fa, e che ora lavora nel settore dell’accoglienza a Bologna. Scrivo per un moto di rabbia, umana e politica. Trovo inaccettabile la contraddizione tra ciò che il Pd regionale, nella persona del presidente Marcello Pittella, dice di voler fare in favore dei miganti “rifugiati” e quelle che sono le reali condizioni di vita dei lavoratori stagionali immigrati che transitano o abitano a Venosa e dintorni.

Lo voglio precisare ancora: non scrivo a loro nome, ma al mio. Scrivo come venosino, per protestare contro le azioni e i proclami del presidente Pittella quando parla di una “cultura dell’accoglienza” in Basilicata, riferendola ai rifugiati, e poi espelle dal centro d’accoglienza di Venosa quei “migranti” che a Venosa vengono per lavorare nella raccolta del pomodoro. Lavoratori emergenzialmente e stagionalmente accolti, ormai siamo al secondo anno, presso gli spazi della ex-cartiera, miracolosamente trasformata dalla Croce Rossa in “campo di accoglienza per cittadini migranti stagionali”. Chiusa la stagione del pomodoro, chiusa la ex-cartiera e tutti via. Scrivo perché, rispetto a tali azioni, torvo spudoratamente ipocrita la retorica politica usata dal presidente Pittella quando annuncia su quotidiani locali e nazionali che la Basilicata è disposta a “raddoppiare il numero di rifugiati e richiedenti asilo”. Questa proposta, che suona così umanitaria, risulta brutale e cinica perché dichiaratamente affaristica. E il fatto che Pittella affermi, rivendicando la propria eticità politica rispetto a quella del presidente della regione Lombardia, che “sul tema dell’accoglienza non si può giocare sulla pelle delle persone, nel maldestro tentativo di alimentare odi e divisioni, per recuperare magari consenso politico” lo rende politicamente ancor più inaccettabile.