In casa

Lettera dal Chianti

di Emanuele Grazzini

disegno di Lorenzo Mattotti

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Scordatevi il fiasco impagliato. Se proprio volete un fiasco accontentatevi di averlo con paglia sintetica e soprattutto non abbiate la pretesa di bere vino proveniente dalla regione Chianti quando bevete vino Chianti perché questo è impossibile. E questo non perché i produttori di vino siano dei mascalzoni impostori, ma semplicemente perché il vino Chianti può essere prodotto praticamente in tutta la Toscana tranne in quella porzione di terra che sta a cavallo tra le province di Siena e Firenze, ovvero la regione propriamente detta Chianti dove il vino che viene prodotto ha il nome di Chianti classico. Le ragioni di questa confusione sono molteplici e tutte legate a interessi economici privati. Una diatriba vecchia di secoli ormai e che di fatto è stata normalizzata con un decreto fascista del 1929 per cui è possibile chiamare Chianti un vino prodotto al di fuori dai confini del territorio che gli dà il nome. È pur vero che ancora oggi il Chianti e i suoi confini sono oggetto di discussione. La parola ha il magico potere di produrre denaro. Fanno sorridere i cartelli che lungo le strade, arrivando da qualsiasi punto cardinale, recitano “Porta del Chianti” pur essendo a decine di chilometri di distanza dai confini chiantigiani. Basta dare un’occhiata rapida su Booking.com per accorgersi della quantità di strutture ricettive che si vantano di essere nel cuore del Chianti quando non solo i comuni ma a volte neppure le province hanno qualcosa in comune con la regione Chianti. Chiantishire è in questi casi parola abusata. I più ignorano ovviamente tutto ciò e si può facilmente comprendere perché in molti vogliono che la situazione rimanga tale. Storicamente i comuni che fanno parte del Chianti sono quelli di Radda, Gaiole e Castellina (Vasari nella sua Allegoria del Chianti visibile a Firenze nel Salone dei Cinquecento dipinge un Bacco ubriaco con sullo sfondo i tre paesi), con l’aggiunta di Greve che però ha potuto mettere nel proprio nome “in Chianti” soltanto negli anni settanta, fra grandi polemiche. È un territorio da sempre fiorentino sebbene i tre comuni storici facciano parte della provincia di Siena, città che si è a lungo completamente disinteressata di queste terre lontane e contadine; ultimo avamposto fiorentino nei secoli il Castello di Brolio, residenza di Bettino Ricasoli nume tutelare del vino Chianti classico e presidente del Consiglio del Regno d’Italia anche detto Barone di ferro (che però Bianciardi chiama “baron fottuto” nella sua Battaglia soda).

Negli ultimi tempi i confini del Chianti sembrano essersi sistemati, definitivamente, sugli stessi confini di produzione del Chianti classico, avendo tutti i comuni che ne fanno parte presentato la domanda per il riconoscimento di Distretto Rurale e la candidatura a patrimonio dell’Unesco. Tutti tranne il comune di Gaiole in Chianti che negli ultimi anni si è speso moltissimo per la creazione di un Chianti storico a difesa del nome Chianti nella speranza di fondere i tre comuni in uno solo. Considerando che in tre non superano le 6mila anime e quanto anacronistica possa essere una scelta del genere (anche se in linea con i tempi di regressione e reclusione e non di apertura e inclusione) si immaginerà come la proposta non fosse priva di interessi economici. Va detto però che neppure la scelta per cui hanno optato gli altri è, ovviamente, priva di interessi economici e che il carro Chianti è un carro su cui in molti vogliono salire. Per avere un’idea di quello che sto dicendo: l’accordo sul Distretto rurale prevede che siano considerate propriamente Chianti le porzioni di territorio che ogni singolo comune ha all’interno dei confini del Chianti classico e non l’intero comune. Questo accordo è andato vicino a saltare quando l’anno scorso i comuni di Barberino Val d’Elsa e Tavarnelle Val di Pesa si sono fusi e hanno proposto di chiamare il nuovo comune Barberino Tavarnelle in Chianti. Dopo accese polemiche la proposta è stata ritirata. Da almeno 3 o 4 lustri (ma ancora prima in specifiche zone) il semplice fatto di chiamarsi Chianti sembra produrre ricchezza.

il libro

L’asino che vola secondo Valdivia

di Alessio Trabacchini

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 66-67 de “Gli asini”: abbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

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Il divino inciampare racconta di santità, di libertà senza liberazione, dell’estasi che chiunque, forse, può raggiungere. E tutto questo lo fa mostrando soprattutto il suo contrario: la pesantezza dei sassi, la povertà subita, la macchina del potere ai suoi vari livelli. Mostra la verticalità usando i suoi ostacoli – gli inciampi dell’orizzontale –, e la luce, insistendo sui toni di un crudo bianco e nero. Nel suo primo graphic novel, Miguel Angel Valdivia mette in scena un conflitto che si vuole senza tempo, e gli compone attorno uno stilizzato sfondo sociale, un simbolismo mistico che si divincola tra i suoi referenti e una base che è, in ordine sparso, leggendaria, storica, letteraria.

Giuseppe Maria Desa fu frate minore, nacque all’inizio del Seicento a Copertino, nel Salento, e morì a Osimo, nelle Marche. Una destinazione, quest’ultima, che arrivava dopo anni di processi e di trasferimenti, perché il frate contadino era troppo popolare tra i suoi simili a causa, per di più, della sua capacità di volare. Povero e senza istruzione, “asino che vola”, Giuseppe prendeva in effetti a levitare quando la contemplazione di un preciso dipinto della vergine, custodito a Copertino nella chiesa di Santa Maria della Grotticella, lo staccava da terra e lo innalzava all’estasi. Così affermano le testimonianze. Un volo estatico che oltrepassa la regola e il rito, involontario, noncurante e tuttavia, o tanto più, sospetto. Quando la fede diventa Chiesa – con regole, gerarchie e dogmi – quella che sembrerebbe la più naturale delle metafore, se non delle azioni, cristiane – risalire il cielo, avvicinarsi al divino col rischio neanche tanto implicito di raggiungerlo – diventa peccato. Perché la strada è segnata, indicata con chiarezza e senza inciampi, e allora il mistico va tenuto d’occhio e l’eretico distrutto. Lo scoprì per primo Simon Mago che, in una versione della sua leggenda, si arrampica nel cielo per sfracellarsi poi al suolo sotto il peso delle preghiere di san Pietro.

Giuseppe di essere eretico non aveva testa, o così lo si immagina. E nondimeno giunsero le accuse di abuso della credulità popolare, le punizioni e, un secolo dopo la morte, la canonozzazione, senza che questa disinnescasse il fascino di una santità poco conforme, a cui furono sensibili tanto i cafoni – compresi quelli letterari di Fontamara – quanto una variegata schiera di artisti tra i quali spicca il quasi conterraneo Carmelo Bene, che lo cita in Nostra Signora dei Turchi e gli dedicherà l’intero copione di un film mai realizzato e pubblicato poi col titolo A boccaperta. È proprio attraverso Bene che san Giuseppe raggiunge Miguel Angel Valdivia, artista nato in Messico, in buona misura italiano, fondamentalmente cosmopolita e, di recente, napoletano. Il divino inciampare nasce dopo una decennale assimilazione di A boccaperta per imboccare poi una strada tutta sua, segnata da un “bianco e nero durissimo” – scrive Goffredo Fofi nella Prefazione – all’interno di una non meno dura composizione. Dopo aver curato tre numeri di una densissima rivista di disegno, Le Petit Néant, Valdivia ha un’idea talmente forte e illuminata della narrazione per immagini che stare a interrogarsi se un libro come questo sia un fumetto sembra davvero il meno utile degli sforzi possibili. È anche vero, però, che la salute del fumetto si mantiene attraverso l’inesausto riposizionamento dei suoi confini, nell’ostinata ridefinizione dei suoi caratteri. Allora questo libro di immagini senza parole, pubblicato dal capofila tra gli editori italiani di romanzi grafici, possiamo chiamarlo senza provocazioni “fumetto” e senza polemiche graphic novel, parente se vogliamo dei “wordless novel” di Masereel e di Nückel, e di migliaia di altre strisce e storie mute arrivate prima o venute dopo.

In casa

La via emiliana al “federalismo competitivo”

di Franco Cossentino

incontro con Luca Lambertini

disegno di Blexbolex

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Il 28 febbraio 2018 a camere chiuse viene presentata da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna una proposta di maggiore autonomia al governo Gentiloni, che approva questo accordo a 4 giorni dalla scadenza del suo mandato. Rispetto anche alla valenza, al rilievo costituzionale di una proposta come questa si tratta di una fretta inconsueta e decisamente fuori luogo. Ad un primo sguardo stupisce la presenza dell’Emilia-Romagna in questo terzetto: mentre Lombardia e Veneto sono territori governati da anni dalla Lega Nord che ha nel suo DNA la secessione del ricco nord dal resto d’Italia, l’Emilia Romagna è governata ininterrottamente dal dopoguerra da forze di sinistra, e tra i suoi presidenti ha avuto personalità di spicco della sinistra italiana, come Pierluigi Bersani. Certo una sinistra da lungo tempo in forte crisi di identità, con un radicamento sempre minore (l’attuale presidente della regione Stefano Bonaccini è stato eletto nel 2014 in elezioni in cui si è toccato il record negativo del 37% di affluenza) e sempre più schiacciata su posizioni neoliberiste. L’impressione di questo sbandamento, di questa profonda crisi di identità è testimoniata da questa ennesima rincorsa alle tendenze secessionistiche della lega, accettando quasi supinamente questo tipo di proposta, in questa forma così radicale.

Evidentemente questo rincorrere la destra non è un fenomeno recente. Dobbiamo infatti ricordarci che le premesse che hanno reso possibile tutto questo risalgono ai governi di centro sinistra che, con la legge Bassanini e la successiva riforma del Titolo V della Costituzione hanno aperto una falla rispetto al tema di come affrontare una riforma nel senso regionalista, sempre nel goffo tentativo di cercar di battere il federalismo leghista rincorrendo le sue istanze.

L’altro aspetto significativo dell’accordo sottoscritto con la ministra Erika Stefani prevede un dibattito in parlamento senza che il parlamento possa emendare. Un’altra pesante anomalia se pensiamo alla valenza della proposta che vede Veneto e Lombardia che, andando contro la costituzione (art 119), chiedono, in particolare il Veneto, che tutto il residuo fiscale rimanga sul territorio. Una richiesta che cozza pesantemente con il principio della progressione fiscale che garantisce la coesione sociale nazionale, e si basa sui redditi personali, ai quali non si possono mettere i confini.

Firmato il patto con Gentiloni, preceduto dal referendum indetto nel 2017 da Veneto e Lombardia per dare forza ed una veste “popolare” alla loro pulsione autonomistica, in Emilia Romagna è stato approvato in consiglio un documento che prescrive una maggiore autonomia sulla base del rafforzamento di alcune competenze. In Lombardia e Veneto sono tutte e 23 le competenze previste, l’Emilia-Romagna ne chiede 16, ma per ora rimane vaga e ambigua sulla compartecipazione fiscale, che è la questione cruciale, quella in grado di far saltare, nei fatti, la coesione nazionale.

Come detto nel Veneto questa proposta sembra portare a compimento un lungo progetto culturale e politico (la secessione), mentre in Emilia-Romagna questa richiesta di maggiore autonomia sembra più dettata dall’aver introiettato, fatto propria, una visione atomizzata, geocentrica nel rapporto tra territori. Quando Bonaccini afferma che con queste competenze rafforzate l’Emilia-Romagna può crescere e diventare un traino dell’economia italiana, sta ragionando come se gli individui, le imprese, i territori, fossero isolati, senza relazioni interconnessioni con gli altri. Mentre la storia della sinistra vanta importanti teorici e politici che si sono ispirati a visioni federaliste solidali, fortemente democratiche e partecipative, questa improvvisa svolta autonomista emiliana sembra improntata a questa visione atomizzata ormai molto radicata. Ad esempio, è sostenuta da Luca Ricolfi, sociologo considerato di sinistra, che nel libro “il sacco del nord” argomenta che il trasferimento di risorse alle inefficienti regioni del mezzogiorno rappresenta un peso per il nord. Dice questo perché non considera che, come molti studi evidenziano, questi stessi trasferimenti al Sud ritornino al nord sotto forma di importazioni di merci e servizi. L’Emilia-Romagna sposa questa visione in cui vige l’idea di realtà isolate e concorrenti, un ambito di “federalismo fiscale competitivo”.

In casa

Milano la ricca

Gomor

di Oreste Pivetta

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Milano terza capitale dello shopping mondiale, Milano seconda città agricola in Italia, Milano batte New York, Milano all’avanguardia, Scegliete Milano per la vita notturna, Milano: ecco la Silicon Valley d’Italia, Gli abitanti meglio vestiti, La città italiana dove si legge di più, Milano: record di turisti dopo l’Expo… Non metto in discussione quanto hanno scritto illustri colleghi in queste ultime settimane (ho citato solo titoli di giornali). Ma non vorrei unirmi al coro degli entusiasti. D’altra parte non avrei buoni motivi per unirmi alla pattuglia dei detrattori, dei perenni insoddisfatti, dei critici a oltranza. Da sempre mi tocca di sentire elencare i primati milanesi ricondotti a slogan “Milano capitale morale”, “Milano laboratorio politico” (dai tempi delle amministrazioni socialdemocratiche di inizio secolo al sindaco Sala), “Milano vicina all’Europa” (da una canzone di Lucio Dalla), “Milano che banche” (idem), “Milano con il cuore in mano” (quando gli immigrati erano veneti e terroni). “Mani pulite” ha lacerato (a partire dal lontano 1992) alcune certezze. Si potrebbe risalire a episodi precedenti. Ma preferisco rievocare il “rito ambrosiano”, quel sistema urbanistico edilizio che aveva consentito alla speculazione di divorare mezza città contro le regole, semplicemente prima costruendo e poi cambiando le regole, adattando le regole ai propri fini, in un clima politico democristiano che certo non osteggiava, un po’ per complicità, un po’ per la convinzione che il mattone potesse fungere da motore dello sviluppo.

Restio alla retorica adotterei anche la definizione: “Milano che mangia e beve”. Slogan che evoca la “Milano da bere” craxiana e tangentista, ma volto in modo banalmente illustrativo, innocuo, tutt’altro che trionfalista e propagandista.

Milano non ha mai esposto tavolini e sedie lungo i marciapiedi, non ha mai ostentato trattorie all’aperto al contrario di Roma, colpa del clima tendenzialmente freddo o della fretta (il milanese che corre sempre per “affari”), ma anche dell’esistenza di un sistema di grandi fabbriche e di grandi sedi d’uffici, che nutrivano migliaia e migliaia di dipendenti nelle popolari economiche mense (messe a disposizione da un padronato sfruttatore, ma paternalista e pure lungimirante e razionalizzante). L’operaio della Pirelli o della Falck si faceva tutt’al più il caffè corretto con grappa smontando dal treno nella stazioncina di Greco all’alba fredda, ma alla fine del primo turno si alimentava alle lunghe tavolate con i compagni, discutendo di politica, onorando la panza. Nei cantieri si campava di poco, cucinato in casa e scaldato alle fiamme del legno di risulta. La pratica dell’aperitivo al Gin Rosa era riservata ai professionisti d’alto rango. Oggi, scomparsi gli operai, sempre più atomizzato il terziario, si vive di bar attrezzati più o meno adeguatamente a servire insalatone e paste riscaldate o, all’ora giusta, aperitivi ingrassati dagli avanzi riciclati del Mezzogiorno. L’ultima trovata, neppure troppo recente, è la cena recapitata a casa da volenterosi ciclisti, i peggio pagati, i peggio trattati nell’universo dei mestieri d’attualità.

Strade e strade, che figuravano un tempo come un universo merceologico, sono diventate un continuo di bar pizzerie ristoranti dalle denominazioni più astruse, un catalogo fantasioso e assai mutevole (si apre e si chiude) che fa ormai riferimento più che a nomi nazionali a idiomi internazionali (prevalgono ovviamente inglese e spagnolo, ma non manca il Nepal).

Se si percorrono alcuni quartieri niente altro si vede se non tavoli pronti e liste di cibi. Sembra che i milanesi non pensino ad altro che ad alimentarsi, bene o male non si capisce, si consuma di tutto e le modestissime e costose porzioni (modello chef stellato) mettono al riparo dal colesterolo. Via Dante, pedonalizzata all’epoca della prima amministrazione di centro destra, sindaco Formentini, s’è trasformata in un’unica mediocre “trattoria” all’aperto (ma sono scomparse le autentiche trattorie di un tempo, soprattutto toscane). È tutto “tremendamente trendy”.

Corso Como, l’Isola, Paolo Sarpi (la novella Chinatown, cresciuta senza sosta dal dopoguerra), viale Pasubio all’ombra dell’imponente palazzo Feltrinelli, corso Garibaldi, corso San Gottardo… È tutto un pullulare di bocche da sfamare. Persino le librerie sanno ormai di soffritto.

Alla ricerca di una immagine simbolica, citerei piazza XXV Aprile, la piazza che connette corso Como e corso Garibaldi. Sarebbe potuta forse diventare una bella piazza, segnata nel centro dalla gigantesca porta, l’arco neoclassico alzato nel 1826 e dedicato a Francesco I d’Austria, successivamente intitolato all’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, ben più popolare, teatro di tumulti e moti operai, compresi quelli del 1898, stroncati dalle cannonate di Bava Beccaris. Una possibile bella piazza, ferita purtroppo dalle gigantesche bocche d’accesso del parcheggio sotterraneo (la cui costruzione si protrasse per un decennio, tra polemiche infinite e scandali) e la presenza di ogni genere di costruzioni temporanee, dalle piste di pattinaggio alle casupole high tech, che ospitano mostre di smart phone o di pc, testimonianza della nostra modernità. A un lato della piazza sorge il palazzo che ospitò lo Smeraldo, tempio della rivista, e ora il più prosaico supermarket di Eataly (con lussuoso ristorante all’ultimo piano), sempre affollato all’inverosimile (e, a onore del vero, sempre generoso di offerte in saldo).

In casa

Il futuro incerto dei rom in Italia

di Giulia Veca

disegno di Mara Cerri

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Il 28 luglio 2018, a Palermo, un’ordinanza firmata dal sindaco Leoluca Orlando ha imposto l’attuazione di interventi immediati riguardanti il campo rom presente all’interno del Parco della Favorita e le quindici famiglie che in quel momento vi risiedevano: eliminare le condizioni di insalubrità dell’area, mettere in sicurezza l’impianto elettrico, reperire gli immobili destinati all’accoglienza dei nuclei familiari, demolire le baracche nell’ottica della dismissione definitiva del campo e della restituzione alla cittadinanza di un luogo che negli ultimi ventotto anni è stato trasformato in un ghetto monoetnico.

Per comprendere lo spirito di quella che non era un’ordinanza di sgombero ma una tappa del percorso di fuoriuscita graduale avviato da qualche tempo – rara eccezione in un Paese in cui esponenti politici e membri del Governo amano farsi immortalare ai comandi di una ruspa – bisogna fare due passi indietro: uno per tornare al 18 luglio 2018, data in cui il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo ha disposto il sequestro preventivo del campo della Favorita e uno per tornare ai primi anni novanta, quando il campo fu istituito per offrire una risposta “temporanea” – così si disse – alla presenza delle famiglie rom giunte in città. Partiamo proprio da quegli anni per tentare di comprendere come e perché l’amministrazione dell’epoca decise che nel capoluogo siciliano uomini, donne e bambini dovessero essere confinati in un campo “nomadi”, salvo scoprire quasi trent’anni dopo che di nomadi a Palermo non ce ne sono mai stati né fuori né dentro il campo della Favorita.

In fuga dalle guerre che martoriavano i loro Paesi d’origine nell’ex Jugoslavia, famiglie rom serbe e kosovare giunsero in città nella speranza di ricostruire le loro case e le loro vite. Cercarono rifugio nei palazzi abbandonati del centro storico e negli stabili del quartiere San Filippo Neri, che allora veniva chiamato semplicemente con l’acronimo Zen (Zona espansione nord). Poco tempo dopo, gruppi di rom montenegrini si stanziarono sul lungomare di Acqua dei Corsari, nella costa Sud di Palermo. I palermitani non furono accoglienti né al Nord né al Centro né al Sud della città e gli attriti con i nuovi arrivati sfociarono in episodi di violenza molto gravi, come il lancio di bombe carta dentro le abitazioni delle famiglie rom allo Zen. Il prefetto di allora, Mario Jovine, d’accordo con il sindaco Domenico Lo Vasco trasferì con la forza queste famiglie all’interno del Parco della Favorita, un luogo privo di acqua corrente, impianti elettrici e soprattutto privo di abitazioni o di qualcosa che vi somigliasse; vecchie roulotte e tende della Croce Rossa furono offerte a centinaia di persone che mai avevano vissuto in condizioni tanto disagiate e umilianti. Tale modalità abitativa, se così possiamo chiamarla, era ed è del tutto estranea alla cultura rom, basti pensare che nella lingua romanì non esiste la parola “campo” inteso come luogo di segregazione.