poco di buono

L’hip hop premiato. Kendrick Lamar e l’America nera

di Simone Caputo

 

Il 22 agosto 1974 il Governo Federale degli Stati Uniti d’America approvò l’Housing and Community Development Act, decreto che diede avvio, dopo lunghissima attesa, al Section 8, provvedimento teso a tutelare le condizioni abitative delle fasce più basse della popolazione, garantendo appartamenti all’interno di nuovi condomini che dovevano sorgere quanto più possibile vicino ai centri cittadini. Il decreto aveva il fine di evitare la creazione di ghetti, integrando le minoranze nere e ispaniche in un momento in cui l’America aveva bisogno del contributo di tutti per rialzarsi dalla Guerra del Vietnam. Il Section 8 fu un fallimento pressoché totale, generando un sistema ancora più ghettizzato, come racconta la miniserie della HBO Show Me a Hero, scritta da David Simon, già autore della notissima The Wire sulla città di Baltimora. Un fallimento che andò di pari passo con l’ascesa della “Ronald Reagan Era”, la più odiata dai rapper afroamericani; non è un caso, dunque, che nel 2011 un ragazzo di colore nato a Compton, piccola città della California nota per l’elevatissimo tasso di criminalità, decise di intitolare il suo primo album in studio Section.80, e che tra i pezzi di quel disco ve ne fosse uno intitolato Ronald Reagan Era: quel ragazzo era il rapper e musicista Kendrick Lamar. L’album è una sorta di concept su Compton, non lontano dalle atmosfere di Lola Darling e Do the right thing di Spike Lee: vi trovano spazio storie intime (spesso tragiche e femminili, come in Keisha’s Song), generazionali (un’intera comunità dilaniata dalla droga che scorre a fiume nei ghetti) e la questione razziale. Nel video del singolo HiiiPoWeR compaiono numerosi estratti da telegiornali dell’epoca, un’epoca in cui Osama Bin Laden era il nemico americano numero uno, e Lamar canta: “Non capirai mai la mia vita e il mio mondo. Hai mai visto un bambino appena nato uccidere un uomo?”. Section.80 condensa, in una forma ancora grezza, ideali musicali, lingua e urgenza narrativa che hanno poi fatto di Lamar uno dei rapper più influenti della generazione nata tra gli anni ottanta e novanta, oggi al vertice delle classifiche di vendita, primo artista pop a essere premiato col Pulitzer per la musica.

Tre circostanze hanno segnato forse più d’altre la vita di Lamar, indirizzando la complessità della sua scrittura. La prima risale al 29 aprile del 1992, quando il piccolo Kendrick vide una coltre di fumo, generata dai disordini scatenati dal pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, alzarsi da South Central: uno degli episodi più citati nella storia dell’hip hop, che ha condizionato la carriera di molti rapper e di quanti hanno avuto poi parte nella diffusione del Black Lives Matter, movimento antirazzista internazionale sorto dopo le uccisioni da parte della polizia di Michael Brown a Ferguson ed Eric Garner a New York. La seconda circostanza è identificabile nell’incontro con Dio, il grande tema da analizzare quando si interpreta la discografia di Lamar, nelle cui storie il tormento assume spesso una dimensione intima e umanissima, prima di aggrapparsi a un’ancora di salvezza religiosa. L’ultima circostanza ha a che fare col Compton Swap Met, uno dei luoghi più iconici del rap della East Coast: lo spazio, riconvertito a mercato dagli immigrati coreani nel 1983, aveva ospitato uno dei più celebri video di Tupac Shakur, California love. Sul quel set c’era anche Lamar che sulle spalle del padre Kenny ammirava il suo idolo; qualche anno più tardi, alla ricerca di una location per il video di King Kunta (in To Pimp a Butterfly, 2015), scelse proprio quel posto, certificando la devozione per il rapper assassinato nel 1996, ai suoi occhi novello Malcolm X.

primo piano

Premio della rivista “Gli asini”

Premio della rivista “Gli asini”

4 agosto 2018

Polo Biblio Museale Lecce

Convitto Palmieri – Biblioteca Bernardini

Il premio è nato nel 1992 su ideazione di Goffredo Fofi e ha attraversato nel tempo l’esistenza di quattro riviste: “Linea d’ombra”, “La terra vista dalla luna”, “Lo Straniero” e infine “Gli asinI”. Il premio originariamente aveva il nome “Scommesse sul futuro” e veniva assegnato a nuove realtà e a giovani artisti, ma in seguito si è trasformato in un riconoscimento volto a tracciare una mappatura di giovani talenti e dei grandi vecchi nel tentativo di stabilire un’area di resistenti a una visione omologante della cultura. A questo proposito viene nominata annualmente una giuria che si occupa di indicare personalità, figure, artisti, associazioni ed enti che si sono distinte nel loro campo per quello che la rivista stessa definisce una particolare “filosofia asinina”, ossia una particolare testardaggine nello sviluppo dei progetti nei rispettivi campi di appartenenza.

 

Premiati 2018

Banca Etica 

Mimmo Borrelli, poeta, drammaturgo, attore e regista teatrale

Maurizio Cecchetti, critico d’arte e editore della casa editrice Medusa

Jonas Carpignano, regista

Tano D’Amico, fotografo

Elena Ferrante, scrittrice

Damiano e Fabio D’Innocenzo, registi, autori de La terra dell’abbastanza

Bruno Maida, storico, Università di Torino

Lea Melandri, saggista, scrittrice e giornalista

Davide Orecchio, scrittore

Claudia Palmarucci, illustratrice

Mimmo Perrotta, sociologo e attivista

Carla Pollastrelli, studiosa dell’opera di Jerzy Grotowsky e organizzatrice teatrale

Stefano Savona, regista 

Enzo Traverso, storico

padre Fabrizio Valletti, fondatore del Centro Hurtado di Scampia a Napoli

 

Presidente della giuria: Piergiorgio Giacchè

 

Sabato 4 agosto ore 20,30-23

Cerimonia di premiazione

pianeta

“Samouini road” dopo una guerra

di Stefano Savona

disegno di Simone Massi

Samouni Road è il film di Stefano Savona e Simone Massi, le cui immagini illustrano questo numero e che è stato presentato al recentissimo festival di Cannes e ha vinto l’Oeil d’or assegnato al miglior documentario. Ringraziamo Stefano, Simone e Dario Zonta per aver potuto pubblicare questo testo e queste immagini appassionanti.

Sono arrivato a Gaza nel gennaio 2009, quando l’operazione militare israeliana era già in atto da più di due settimane, spinto dal desiderio, nel quale si mescolavano rabbia, incoscienza e non poca ignoranza e presunzione, di combattere una frustrazione. Quella di dover assistere, davanti agli schermi di una tv o di un computer, alla pretesa assurda della quasi totalità dei media occidentali di raccontare un conflitto (il più  asimmetrico dei conflitti nel quale un minuscolo territorio sotto assedio, assimilabile a un campo di rifugiati, viene attaccato militarmente senza esclusione di colpi dalla potenza occupante che per il diritto internazionale avrebbe la responsabilità di tutelarne la sicurezza) interamente dall’esterno, senza nemmeno provare a forzare il divieto d’ingresso nella Striscia di Gaza imposto militarmente dalle autorità israeliane a tutti i giornalisti e il conseguente embargo delle immagini.

Mi sono detto in maniera estremamente naive che valeva la pena di provare a entrare a Gaza dal confine egiziano perché, sapendo come in Egitto molto più che altrove, ogni regola conosca un numero infinito di eccezioni, ero convinto che se una breccia in quel confine si fosse aperta avrei trovato il modo di intrufolarmici. E così è effettivamente stato: mi sono ritrovato nell’ultima settimana di guerra ad essere uno dei pochissimi stranieri all’interno della Striscia e, solo con la mia telecamera, ho potuto filmare, montare e pubblicare giorno per giorno un diario cinematografico del conflitto, dove cercavo di raccontare con i mezzi del cinema documentario quello che accadeva intorno a me.

In casa

Gli italiani emigrano ancora

di Mimmo Perrotta

illustrazione di Armin Greder

 

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico italiano in materia di migrazioni internazionali si è concentrato ossessivamente sulla questione della “crisi dei rifugiati” e la domanda principale di molti politici e opinion leader è stata “come impedire ai migranti di arrivare in Italia”. In misura minore, tema di dibattito è stato rappresentato dalla legge sullo ius soli e dalla cittadinanza italiana per i figli dei migranti. Anche in questo caso, le posizioni anti-immigrati hanno prevalso. Quasi completamente assente dal dibattito pubblico è stata ed è invece la questione della nuova emigrazione italiana, cresciuta in maniera importante negli anni della grande crisi economica e della recessione. Tra il 2008 e il 2017, in dieci anni, secondo l’Istat sono partite dall’Italia più di un milione e centomila persone, di cui 735mila cittadini italiani, con un saldo migratorio negativo (al netto cioè dei ritorni) di circa 415mila persone di cittadinanza italiana. Se nel 2008 partirono poco meno di 40mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 7.500 persone, questa cifra è cresciuta costantemente fino al 2016, quando sono partiti quasi 115mila cittadini italiani, con un saldo negativo di 76mila individui. Nel 2017 c’è una leggera inversione di tendenza, ma il saldo negativo è ancora attorno alle 70mila unità. E, secondo altre fonti, il numero di partenze reali potrebbe essere molto più alto.

primo piano

Peppino Impastato, quarant’anni dopo

Quarant’anni fa, quando a Roma le losche Br lasciarono l’auto con il corpo di Moro da loro assassinato nel bagagliaio di una macchina in via Caetani, a due passi dalla sede del Pci in via Botteghe Oscure e a tre passi da quella della Dc in piazza del Gesù, a Cinisi, una bella e luminosa cittadina sul mare a due passi da Palermo e sulla strada per Punta Raisi, la mafia uccise il trentenne Peppino Impastato facendolo saltare in aria con una tremenda carica di tritolo e fingendo che stesse commettendo un attentato sulla linea ferroviaria. Furono l’ostinazione e la purezza d’idee e comportamenti dei suoi amici, e di sua madre, e di suo fratello, a stabilire definitivamente la verità, oltre le posizioni preconcette di parte della polizia, della magistratura della stampa, a fare infine condannare il capomafia Tano Badalamenti e gli esecutori del crimine. La mafia uccide quando le si dà fastidio per davvero, quando si denunciano fatti concreti e si fanno nomi precisi. Così è stato per Peppino, così fu anche, a non troppa distanza di tempo e di luogo, per Mauro Rostagno, dalle parti di Trapani. Peppino irrideva e provocava quotidianamente da una radio libera (Radio Aut) che aveva fondato insieme ai suoi amici, Mauro da una televisione. Egli si era rifugiato in Sicilia non per fuggire dalla vita pubblica dopo le radicali esperienze di lotta politica – cominciate nel Psi torinese, continuate nel movimento studentesco di Trento e in Lotta continua, negate e reinventate nelle rivendicazioni libertarie degli anni milanesi, centrate sull’invenzione di un luogo di incontro per i giovani, Macondo, che rappresentò una delle esperienze più libere e affascinanti nella crisi della politica e dei movimenti post-’68. Scendendo in Sicilia, Mauro conobbe e affascinò anche Peppino, che io non ho purtroppo conosciuto ma di cui ho saputo dai suoi amici che era un accanito lettore dei “Quaderni piacentini” e di “Ombre rosse”. Su Peppino, per chi non lo conoscesse, consiglio la visione del dvd del film di Marco Tullio Giordana I cento passi, che ricostruisce fedelmente, e con convinzione e commozione il suo breve passaggio nella vita. Di Peppino ci parla Serena Randazzo in questo numero de “Gli asini”, che idealmente gli dedichiamo, ma abbiamo voluto che a parlare fosse anche lui, con parole sue e anzi con versi suoi, presi dalla manciata di poesie che ha lasciato, pubblicate nel 1990 da Ila Palma, una piccola coraggiosa casa editrice palermitana oggi scomparsa, e riprese di recente da Navarra Editore in una plaquette che raccoglie anche foto che ritraggono Peppino, a cura dell’Associazione Impastato di Cinisi e in particolare di Guido Orlando (che ha scattato la foto qui accanto) e di Salvo Vitale. Dà il titolo al libro l’acrostico che lega i versi dedicati da Peppino a una ragazza amata, Anna: Amore Non Ne Avremo (info@navarraeditore.it) Ringraziamo di cuore editore e curatori e l’Associazione Peppino Impastato di Cinisi, e in particolare Carlo Bommarito e Giovanni Impastato. (Goffredo Fofi)