storie

Un perdente

di Alberto Grossi

illustrazione di Daniel Clowes

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Avrò avuto dodici anni, forse tredici. Era estate, ero in vacanza all’isola d’Elba con la mia famiglia e un paio di famiglie di amici. Nel residence dove alloggiavamo, al nostro piano, c’erano due ascensori uno accanto all’altro, e come tutti i giorni io e il mio amico pigiammo entrambi i tasti dell’ascensore. Una persona del residence notò la cosa e ci rimproverò. Più tardi i miei genitori andarono garbatamente a chiedere spiegazioni. L’elettricista prima si scusò, poi spiegò che avevamo sprecato energia elettrica, e tra le motivazione addusse il fatto di essere comunista. Che io ricordi, fu quello il primo contatto diretto con una persona di sinistra, per quanto a me sconosciuta. Ne conservo perfettamente lo sguardo severo e fiero dietro ai baffi folti. In quegli anni, scoprirò poi, Enrico Berlinguer parlava di austerità e questione morale.
Verso i diciannove anni iniziò a formarsi la mia coscienza politica. Diventai di sinistra quasi naturalmente, per convinzione intima di essere nel giusto ma anche in opposizione a una destra che consideravo conservatrice e reazionaria e che, all’Università Cattolica di Milano che frequentavo, occupava ogni spazio possibile. In quegli anni imperversava Cossiga presidente della Repubblica, che ogni giorno sbeffeggiava la sinistra con insolenza e protervia. Il maggiore partito di sinistra, allora, era guidato da un leader timido, Achille Occhetto, che noi avvertivamo distante e quasi con fastidio ma che in fondo rispettavamo. C’era ancora, più vivo che mai, Bettino Craxi, che ogni tornata elettorale aumentava i propri voti drenandoli dai comunisti. Fuori dal palcoscenico ufficiale dei partiti la mia appartenenza alla sinistra si consolidava, sentivo di essere dalla parte giusta della barricata.
Ricordo una festa dell’Unità, nella mia città, Parma, una sera di luglio e un’orchestrina che suonava Bandiera Rossa e la strofa finale magicamente cambiò in “evviva il pidiesse e la libertà”. Già, il Pds. Erano i tempi della guerra del Golfo, e il mondo pacifista si divideva: via diplomatica o azione militare per ripristinare la sovranità del Kuwait? L’anno successivo deflagrò la crisi in Jugoslavia. Ricordo Oliviero, un compagno di università di Piacenza che una mattina a lezione ci comunicò che sarebbe partito per una marcia pacifista verso la Sarajevo assediata. Sarebbe passata alla storia come la marcia dei cinquecento. Bella, nobile, controversa, irrisolta, audace e contraddittoria, quella marcia rappresentò bene il generoso e confuso mondo del pacifismo italiano. Negli anni a venire, ne avrei incontrati almeno un migliaio che dicevano di aver partecipato a quella marcia dei cinquecento! Battute a parte, furono per me gli anni decisivi nella formazione politica. Scrivevo per riviste di area ecologista pacifista, leggevo libri, incontravo centinaia di persone, partecipavo a marce, meeting e convegni, guidavo furgoncini diretti ai campi profughi lungo la costa dalmata e mi sporcavo le mani in progetti belli e importanti tra cui uno di accoglienza per disertori della ex Jugoslavia: fermiamo un fucile alla volta, si chiamava.
Mi iscrissi ai Verdi nel 1996 quando Luigi Manconi ne diventò l’illuminato portavoce. Erano anni tribolati ma di governo sotto le insegne dell’Ulivo, nel perimetro del centrosinistra. Credevamo in una svolta ecologista per il nostro paese, più risorse per l’ambiente, contro il dissesto idrogeologico, un nuovo rapporto uomo natura. Ma entrare nella stanza dei bottoni, sia pure lateralmente, smosse purtroppo ben poco. Rimasi iscritto un paio d’anni, giusto il tempo di assaporare il disgusto delle pratiche interne ai partiti. Quando D’Alema scalzò Prodi qualcosa incominciò a rompersi. Sugli immigrati, ad esempio, la sinistra di governo oscillava tra un buonismo futile e ingenuo e una nuova, insolita, cattiveria. Era evidente, come scrissero alcuni, che si scontava un pesante “deficit di elaborazione culturale”. La nostra sinistra, la sinistra sociale fatta di movimenti, associazioni e cooperative, godeva ancora di buona salute, un po’ di soldi per fare qualche bel progetto giravano ancora.
Ricordo il direttore di una struttura residenziale per anziani nelle Marche. Eravamo al telefono quando venne chiamato di fretta dai colleghi, lui riattaccò. Mi richiamò qualche ora più tardi spiegandomi che c’era stato un decesso in struttura. Gli feci notare che lavorava tanto e lui mi rispose, lavoro il doppio del tempo mio a contratto e sai perché? Perché sono comunista. Pensai fosse molto bello tutto ciò. Eppure, con indosso il cappellino del comunista ne vedevo di ogni tipo. C’era il cinico burocrate attento solo a difendere il perimetro del suo piccolo potere, il sindacalista impegnato nel mantenere aperte le questioni senza risolverle, l’imboscato in qualche settore del pubblico, il velleitario inconcludente interessato solo alla propria visibilità. Anche a livello locale i nuovi dirigenti di sinistra erano riconoscibili più per la furbizia che per i valori o la preparazione che esprimevano. Così, facendo forse finta di non vedere perché ci avrebbe fatto male, accanto a noi cresceva e si moltiplicava la nuova sinistra, rampante, vorace, grandi cooperative più concentrate sulla finanza che sulla produzione (“abbiamo una banca” dirà Fassino), dove la distanza tra lavoratori e dirigenti si faceva ogni giorno sempre più ampia. I nuovi dirigenti esibivano muscolarità, ascoltavano poco e pretendevano rispetto e devozione. Era nata la sinistra autoreferenziale. Quella che si commuove ai concerti della Mannoia ma che ignora le periferie, la gente che fa fatica.
Nel 2007 nacque il Pd e a guidarlo c’era Veltroni e la sua “vocazione maggioritaria”. Per qualche tempo ci illudemmo che la sua presenza mediatica sarebbe stata taumaturgica, ma sbagliavamo, perché non esiste che si copra con una bella comunicazione una progettualità esile se non evanescente. Da lì ai giorni nostri, passando da Bersani a Renzi, il giochino della “ditta” è stato sempre il solito: mettere su un leader nuovo, acclamarlo, investirlo del ruolo di salvatore della patria e infine andarsi a schiantare alle elezioni non capendo che il paese profondo, la gente comune, non ci segue più. Ricordo una manifestazione Pd in quegli anni veltroniani in piazza Maggiore a Bologna, io e un amico ci guardammo intorno: oltre a noi c’erano solo anziani. In prima fila solo una piccola pattuglia di trentenni, lo sguardo nitido di chi ha già programmato la carriera nel partito. La trasformazione da partito di massa a partito delle élite era completata.
Nel 2008 vinse nuovamente Berlusconi, quattordici anni dopo la sua discesa in campo. Penso che nessuno uomo politico abbia stimolato in me tali e tanti pensieri di disprezzo e ripugnanza, talvolta di odio, eppure a molti anni di distanza credo che il suo sia stato un capolavoro di marketing politico. Ha perseguito politiche di destra e interessi particolari e aziendali raccogliendo il voto di disoccupati, di gente semplice, di persone che hanno proiettato su di lui la speranza di migliorare la propria esistenza. Ha dato loro un piccolo sogno, per quanto mai realizzato. Certamente li ha illusi, ma per qualche mese hanno avuto un appiglio, anche solo una fantasia. I miei leader di sinistra, a pensarci bene, nemmeno quello.
Oggi ho quarantacinque anni, due figlie da mantenere, un mutuo prima casa da onorare, un lavoro indipendente che per fortuna mi piace ancora e che mi fa campare in modo dignitoso ma mi costringe a essere estremamente prudente e oculato in ogni singola spesa. Però mi guardo attorno e vedo i disastri compiuti o avallati anche dalla sinistra di governo, ma non solo. Lo vedo in molti dipendenti dello Stato, che passano il tempo a lamentarsi pur avendo stipendi abbondanti e garantiti. Lo vedo nella sanità, che spesso spreca e che passa prestazioni gratuita anche a chi imbroglia, tanto nessuno controlla. Lo vedo nella scuola, incartata su se stessa e che ricorre a psicologi e poliziotti per spiegare cose che un buon insegnante dovrebbe sapere, ad esempio come usare correttamente i social network. Lo vedo nel nostro ambiente, sempre più inquinato. Lo vedo nelle truffe all’Inps dei ricongiungimenti famigliari per intascare assegni e sussidi, anche tanti stranieri hanno imparato il giochino. I miei, i nostri grandi temi politici, ambiente e diritti ad esempio, sono spariti dal radar della politica e traditi: se ne sono impossessati quattro ragazzotti senza arte né parte che, a forza di cavalcarli, hanno anche vinto le elezioni politiche. I miei leader politici di sinistra hanno perlopiù inseguito un industrialismo superato, inefficiente e inquinante (vedi Ilva di Taranto, trivellazioni nell’Adriatico, centrali a carbone) sostenendo solo in piccola misura un’idea di industria pulita e hi-tech. Quando osservo le immagini aeree della mia pianura padana, una gigantesca macchia grigia che ci soffoca, mi assale il senso vero della mia, della nostra sconfitta.
Il vero dramma lo percepisco quando guardo alla mia cerchia di relazioni. Ho visto una intera generazione, quella dei venticinque/trentenni, scappare all’estero per disperazione tentando di far valere i propri titoli di studio. Ho visto la mia generazione, quella dei quarantenni, perdere lavoro e riciclarsi in altri molto meno qualificati, ma almeno la sfangavano con uno stipendio, altri sono ancora alla ricerca. Vedo coetanei morire di tumore nel giro di pochi mesi, e i commenti ai funerali sono sempre gli stessi: “che peccato, era così giovane”. Nessuno che si interroghi sulla relazione che c’è fra l’ambiente che abbiamo creato e il “brutto male” che miete vittime?

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storie

Meglio che qua

di Nicola Ruganti

 

Yuri è intelligente e in gamba, guarda negli occhi segue e compila, è pure sornione, ha le occhiaie e mentre faccio l’appello devo soffermarmi un attimo in più. Esercita attrazione. Una classe di trenta ragazzi, ragazze bocciate tre volte che poi alla fine faranno il corso da estetista, il gruppo del parchetto e delle cannette, famiglie assenti o ansiosamente presenti, il resto non si capacita di non essere più alle medie. Il consueto caos scolastico: una sorda o gridata, comunque costante, richiesta di aiuto. In mezzo alla classe, silenzioso, ti guarda Yuri: quaderno a posto, occhi teneri, ma solo per il prof e per pochi altri. Nelle ricreazioni è schivo, non si lascia coinvolgere nelle scaramucce ed è rispettato. Forse gli altri pensano che quello sguardo così melanconico sia di un menagramo e che quindi è meglio non averci a che fare. La scuola è al centro di una piana produttiva, poca edilizia residenziale intorno, si arriva con i genitori in macchina oppure con i mezzi pubblici. Lui arriva in bicicletta. Ho scoperto che fa molta strada e pedala veloce. Un giorno preside e custodi gli hanno detto che non si può parcheggiare dentro per motivi di sicurezza. L’ho visto, era smarrito, sembrava lontanissimo.
Ha iniziato a venire poco a scuola e a scrivermi mail, che prima parlavano di scuola, poi, nel giro di pochi giorni, di sé: a casa tutto male. Yuri e il padre sono scappati dal loro appartamento sotto le minacce del nuovo compagno della madre. All’inizio sento un vago senso di confusione, cerco di capire meglio, chiedo a Yuri di tornare al più presto a scuola così posso farmi un’idea. Torna, il suo sguardo è cambiato, velato da un magone permanente. La sensazione che ricordo con maggiore nitidezza è la sofferenza sorda di Yuri e la mia necessità impellente di assegnare responsabilità e possibilmente colpe. Convoco i genitori sia telefonicamente, sia con la lettera spedita dalla segreteria della scuola (strumento ufficiale, micidiale, pressoché inutile) per trovare una data in cui poter parlare contemporaneamente con tutti e due i genitori del loro figlio. Il giorno del ricevimento arriva la madre con il compagno, del padre nessuna notizia; lo cerco, nessuna risposta. Nemmeno Yuri è a scuola. Non so perché, ma il compagno mi spaventa. Sento il sollievo di essere tra le mura scolastiche, non mi era mai capitato, ho sempre dato tanto valore alle situazioni informali, ma sono inquieto e desidero un luogo protetto, sono intimorito da quegli occhi spiritati. All’improvviso mi rendo conto di sentirmi vulnerabile e mi chiedo come possa stare la mamma di Yuri, in quale situazione quella giovane donna straniera sia precipitata. Parlo con la coppia e li informo che preferisco avere un colloquio solo con la madre. Lo scatto negli occhi del compagno è quello del fastidio per la perdita del controllo e di nuovo ho paura. La madre entra nella stanza dei ricevimenti, non sa come comportarsi; vuole attaccare, ci prova, “mio marito mi ha sottratto il figlio”, “non lo manda a scuola”. La osservo, sembra disconnessa, sale dentro di me una profonda pena, le domando se ho capito bene che “suo figlio non la vede da più di un mese?”, “cosa le impedisce di incontrarlo?”. La giovane donna che ho davanti inizia a piangere, sembra un crollo a rallentatore, il suo volto diventa sofferenza e impotenza. La ascolto e poi fisso con lei appuntamenti con lo sportello di assistenza del Comune, le do appuntamento una mattina dopo pochi giorni. Insisto sul fatto che, davvero, è possibile chiedere aiuto e riceverlo. Quando saluto la coppia che se ne va ho come la sensazione che sia finita l’ora di libertà della donna, la prima ora di libertà dopo tanto tempo. Mi rimane da ascoltare il padre, non si è fatto vedere, anche se i racconti di Yuri spingono a considerarlo una vittima; questa assenza è molto negativa: perché non si è fatto vivo? Lo cerco di nuovo, giura di venire al nuovo appuntamento.
Mettere insieme i ricordi della mattina dell’incontro con il padre è stato uno sforzo. Evidentemente capita di fare resistenza, di rimuovere momenti che costringono a cambiare con forza punto di vista. Mi viene messa a disposizione la presidenza, più tardi ci avrebbe raggiunto il preside.
Il padre di Yuri è un uomo mite, con idee precise e la tempra per dirle. Ormai da mesi il nuovo compagno della madre ha iniziato a spadroneggiare, la madre è andata via da casa e vive con lui. È italiano e quando entra in casa del padre di Yuri tira fuori la pistola e pretende che il ragazzo vada con lui dalla madre; minaccia, urla, fa il matto. Yuri mestamente le prime volte lo segue. Il padre racconta che vede Yuri stare sempre peggio dopo le visite forzate alla madre, al ritorno è sempre profondamente scosso e anche malmenato. La soglia di pazienza del padre è superata, decide di cambiare casa: sottrae il figlio da questa violenza e si nasconde. Sembra che non sia sufficiente, con grande preoccupazione scopre che il compagno della madre non si muove da solo, lo segue, si fa accompagnare da altri stranieri e all’inizio lo minaccia; poi passa alle via di fatto: lo aspetta sul posto di lavoro, lo fa scendere dalla macchina, lo prende a sassate, continua a cercarlo, gli mette la faccia a terra, gli dice che il figlio della sua compagna deve stare con lui.
Il padre di Yuri ha cambiato cinque case in affitto in otto mesi, si aggira per la piana industriale, si nasconde, nasconde il figlio; ha paura a mandarlo a scuola: finché è in casa, o con il padre, non possono portarlo via. Yuri è stato seguito ed è scappato, e non una volta sola, come un animale braccato.
Arriva il preside e porta con sé anche Yuri. Penso “adesso è il momento in cui facciamo valere la scuola; se non ora quando…”. Il preside è in gamba e ascolta con attenzione; faccio il riassunto e poi, garantito da un po’ di esperienza nel sociale e da un sincero affetto per questa vicenda, inizio con tono calmo a elencare ciò che deve essere fatto. Inizio con il suggerire gli sportelli di ascolto, l’importanza della frequenza a scuola, racconto l’intelligenza e la bellezza di Yuri, parlo dell’importanza di rivolgersi ai servizi sociali, chiedo se qualcuno può “scortare” Yuri a scuola la mattina, mi offro di riaccompagnarlo a casa; il preside si rende disponibile a far sì che i custodi possano accogliere Yuri anche prima dell’apertura della scuola. Infine mi rivolgo con intensità al padre e spiego l’importanza di credere nelle istituzioni, nella rete di servizi alla persona che garantisce contro il sopruso, contro la violenza, in sostanza che impedisce ai prepotenti di essere forti con i più deboli. Lo strumento che forse il padre di Yuri non conosce è la denuncia: “è necessario che lei trovi la forza e il coraggio di denunciare queste violenze”. Il discorso progressista è stato pronunciato. Dentro di me sento che ce la facciamo.
Il padre di Yuri mi guarda, ha seguito con attenzione, io parlavo lentamente e lui ascoltava.
Prende un esile zainetto, fino ad allora rimasto nascosto sotto la sedia, e tira fuori un pacco, un pacco consistente di fogli di carta; appoggia il pacco sulla scrivania della presidenza. Sono fogli con i timbri e le firme della polizia, dei carabinieri, della finanza: è un pacco di denunce. Il padre di Yuri ci chiede di leggerle, sono piene di dettagli, da mesi ogni volta che viene aggredito denuncia, descrive e, soprattutto chiede aiuto. Prendo tempo per leggere, non capisco, sinceramente non voglio neanche capire, neanche nel far west. Perché Yuri e suo padre sono soli, soli davvero? Perché il compagno della madre di Yuri si aggira indisturbato per mesi?
Yuri racconta l’infinita tristezza dentro e i lividi fuori; il compagno e la mamma lo picchiano e quando non lo picchiano si fanno di coca. Nel racconto di Yuri tutto è detto con un misto di timore e fermezza: sa che sta dicendo cose pesanti, spera che vengano raccolte, sa che ogni parola può essere usata contro di lui, riversa dagli occhi speranze ineffabili sugli interlocutori, il prof, il preside e anche il padre. Lui ha scelto di stare col padre e lo dice come qualcosa che nessuno deve azzardarsi a toccare. Ascoltandolo, sembra che quelle flebili parole possano disegnare davvero il suo destino e che lui stia dicendo ciò che è giusto per lui. Quando qualcuno prova a spiegare che la frequenza a scuola e la sua possibilità di stare con il padre sono connesse – perché altrimenti il rischio è che il padre possa essere denunciato per “inosservanza dell’obbligo di istruzione” e il figlio allontanato – lui chiarisce, come un adulto, che vorrebbe venire a scuola, ma se questo significa essere “rapito” dal compagno della madre allora non c’è dubbio che è meglio rimanere a casa, in una delle tante case.
Se ne vanno, il colloquio è finito. Nella stanza rimane il silenzio, per niente irreale, che segue lo scoppio di un petardo. Con il preside in gamba nessun commento, ho le gambe molli. Alzo lo sguardo, mi accorgo che per tutto il tempo, guardando Yuri e suo padre, ho avuto sullo sfondo due enormi bandiere: quella italiana e quella europea. Non arriva la rabbia, e neppure un borghessissimo sdegno. Sono assediato dalle domande, immagino il padre di Yuri in fila per le denunce, vedo tutte le volte che ha ripetuto la processione, immagino il crescere e il deflagrare del delirio d’onnipotenza del compagno della madre, se nessuno lo aiuta a uscirne; penso a Yuri e gli occhi lucidi sbiadiscono e fanno scomparire le bandiere. Lasciamo stare la giustizia, ma provare pena, ricordarsi della tenerezza, è possibile? La madre piangeva e piangeva chiusa in un enorme dolore senza uscita. Le bandiere sono rimaste buone per coprire le bare, degli italiani, e basta. Nel frattempo gli eversivi usano le armi, si scherza sempre meno, le canzoni di rivolta le cantano tutti i ragazzi e si tengono stretti i versi che inneggiano all’insoddisfazione, sono versi per niente internazionalisti, sono versi sovranisti, fanno i fascisti, nonostante se stessi, inneggiano alla prepotenza. Accuso le ragazze e i ragazzi? No, ma non posso fare a meno di vedere. Di spiegoni sono pieni i siti radical chic, il padre aveva già fatto tutto, si era già comportato da progressista e con coraggio. L’hanno lapidato e non c’era nessuno. Yuri tornerà in Ucraina. Ci tornerà con suo padre. Certo che pedalava veloce. Yuri e suo padre in Ucraina staranno meglio… meglio che qua.

 

pianeta

Tunisi, un pugno di mosche

di Taddeo Mecozzi

“Servirebbe un’altra rivoluzione”.

“La vita di tutti i giorni era meglio prima della rivoluzione”.

“Abbiamo guadagnato maggior libertà di parola, a volte nemmeno quella”.

“Ci hanno rubato la Rivoluzione”.

“Prima nessuno attraversava col rosso, ora la libertà è poter fare ciò che si vuole”.

“Prima rubava una famiglia sola. Oggi sono tutti Ben-Ali, rubano tutti”.

“Tutti i fedelissimi stanno tornando al loro posto”.

“Non bevevo mai, ora sono al bar tutte le sere, il bar dove vado è un circolo di alcolizzati, dopo la rivoluzione siamo tutti depressi”.

Queste sono solo alcune delle frasi più comuni che si possono raccogliere a Tunisi parlando nei bar e nei caffè. I sentimenti più diffusi sembrano essere frustrazione, rassegnazione, delusione, sfiducia. Il potere è cambiato, dal 2014 è in vigore in Tunisia una nuova costituzione, la libertà di parola è stata sguinzagliata, le manifestazioni, piccole e grandi, si susseguono tutte le settimane.

Lungo il corso principale della capitale, di quando in quando, un gruppo, più o meno nutrito di persone, si riunisce davanti al teatro municipale, sulle scalinate e appena sotto. Tutti insieme brandiscono bandiere e scandiscono cori inneggianti al cambiamento. Dopo qualche mezz’ora di slogan si dirigono verso il Ministero dell’interno, sull’Avenue Habib Bourguiba, intitolata al pater patriae della Tunisia moderna e indipendente. Il Ministero della libertà, come lo chiama qualcuno guardandolo dalla finestra di un bar all’altro lato della strada, è uno scuro complesso grigio, tutto cemento, e dà l’impressione di essere una gabbia. L’edificio occupa un intero isolato a cui da anni, per questioni di sicurezza, non si può più accedere. Il Ministero è infatti circondato da una protezione di transenne, filo spinato e poliziotti.

Intorno e lungo l’Avenue, nel Centre Ville, si alzano invece i bianchi palazzi coloniali voluti dai francesi nella prima metà del novecento.

I manifestanti, arrivati davanti al peggior simbolo del potere, affrontano le transenne e i poliziotti in tenuta nera antisommossa. Qui le manifestazioni vanno avanti ancora diversi minuti prima che le voci si spengano e ognuno torni a casa.

Sette anni fa, quando il 14 gennaio 2011 Ben Alì, dopo 25 anni ininterrotti di potere, ha dovuto abbandonare il paese, la proteste erano iniziate nelle zone dimenticate della nazione.

Le regioni del sud, del centro, Ghafsa, la città mineraria famosa per le sue lotte contro il potere già nel 2008, si erano infiammate fino a raggiungere la periferia della capitale e, finalmente, il cuore della capitale, fino alla cacciata del dittatore.

Oggi come allora, sette anni dopo, sono ancora le regioni più svantaggiate del paese a riprendere la strada per chiedere lavoro e dignità, ma la protesta non ha raggiunto la città. Appena due mesi fa, sui giornali di tutta Europa e in Tunisia, sono comparsi i resoconti e le immagini di manifestazioni e scontri avvenuti in tutto il paese. Talvolta gli scontri con la polizia sono proseguiti o iniziati a notte fonda. Catene alimentari, negozi e commissariati sono stati presi d’assalto.

Quasi mille persone sono state tratte in arresto durante o prima delle manifestazioni. Sembra sia ancora in voga la pratica degli arresti preventivi, ossia il fermo di polizia nei giorni appena antecedenti alle manifestazioni o durante le stesse. Fermo che si protrae fino al termine del periodo caldo.

Di questo vento di protesta nella capitale non si è quasi avuta notizia, se non per qualche sparuto gruppetto di manifestanti che ha sfilato lungo l’Avenue.

Se non fosse stato per i giornali o per le telefonate preoccupate provenienti dall’Europa, nessuno in centro città si sarebbe accorto dell’agitazione che attraversava il paese.

Le proteste in città sono state per lo più organizzate e chiamate dal collettivo Fech-Nestennau. Questo gruppo informale di ragazzi, che si organizza principalmente attraverso Facebook, e attraverso di esso chiama alle manifestazioni, ha invitato i tunisini a scendere in piazza per chiedere l’immediata abrogazione e/o modificazione della legge di bilancio 2018, appena approvata dal Parlamento. La stessa prevede tagli ai servizi pubblici e un aumento delle tasse su un grande numero di generi di consumo. La Tunisia, dopo la rivoluzione, è difatti destinataria di un programma di prestiti da parte del Fondo monetario internazionale il quale chiede in cambio l’attuazione di precise politiche economiche, qui come in molti altri paesi del mondo.

Se sette anni fa la Tunisia era scesa in piazza per liberarsi dalla paura di un sistema poliziesco e repressivo nonché per chiedere migliori condizioni di vita, oggi, secondo il sentire comune, può dire di aver ottenuto solo una più ampia libertà, di parola e di costumi. Il costo della vita impenna ogni anno con tassi d’inflazione elevatissimi e, se una giornata di lavoro può valere tra i 20 e i 40 dinari, il prezzo di una stanza in città può superare i 300 dinari.

Sette anni fa, il panorama politico e istituzionale è stato travolto dalla protesta. Una dittatura monolitica ha lasciato spazio al pluralismo, alla libertà di parola e a una repubblica semipresidenziale. Le istituzioni, pur nella continuità delle persone e dell’amministrazione, sono state profondamente rinnovate nella loro forma e nei loro meccanismi.

Lo stesso non può dirsi per il cambiamento sociale che molti, pur senza formalizzarlo in un pensiero cristallino o in un’ideologia, si aspettavano. Oggi, sette anni dopo la rivoluzione, è stato rivisto il metodo di selezione dei vertici della piramide. La classe dirigente non è più la famiglia del presidente ma viene scelta attraverso elezioni. La piramide è però rimasta in piedi e la vita quotidiana di coloro che ne sono alla base è addirittura peggiorata. Ogni individuo ha oggi molte più responsabilità rispetto alla propria vita, senza che gli siano stati concessi i mezzi per affrontarle. Il risultato è, qui come altrove nel mondo, un’opprimente incertezza. Nessuna significativa forma di redistribuzione della ricchezza alla sua fonte, la proprietà, o al suo risultato, i profitti, è stata messa in atto, così come al di là di elezioni quinquennali nessun potere è stato ridistribuito agli individui perché possano essere davvero responsabili e padroni della propria vita.

E lo stesso accade, in democrazia e in dittatura, ovunque nel mondo, all’apparire, a ogni nuova stagione, di un nuovo movimento che, periodicamente, promette rinnovamento, cambiamento e speranza, per poi lasciare tutti quelli che ci avevano creduto con un pugno di mosche in mano.

il libro

March for our lives

di Emma Gonzales

Emma Gonzales, diciotto anni, sopravvissuta alla sparatoria della Marjory Stoneman Douglas High, Florida, oggi leader riconosciuta del movimento contro le armi statunitense. Durante il rally contro le armi, svoltosi il 17 febbraio 2018 a Fort Lauderdale, Emma ha pronunciato queste parole: “Abbiamo già avuto un minuto di silenzio alla Camera dei rappresentanti e ora vorrei che ne facessimo un altro. Grazie”.

Tutti quelli che sono venuti qui oggi, dovrebbero essere rimasti a casa a piangere. Siamo qui invece tutti insieme perché se il nostro governo e il Presidente non sanno fare altro che mandare i loro pensieri e le loro preghiere, allora sono le vittime a dovere dare un segno del cambiamento necessario. Dall’epoca dei Padri Fondatori e da quando è stato aggiunto il Secondo emendamento alla Costituzione, le armi da fuoco nel nostro paese si sono moltiplicate a una velocità vertiginosa. Le armi sono cambiate ma non le nostre leggi.

Non riusciamo a capire perché dovrebbe essere più difficile programmare il week-end con gli amici piuttosto che acquistare un’arma automatica o semi-automatica. In Florida, per comprare un’arma non hai bisogno di nessun permesso, né di una licenza, e una volta acquistata non hai bisogno di registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare addosso nascosto un fucile o una pistola. E puoi acquistare tutte le armi che vuoi in una volta sola.

Oggi ho letto qualcosa che mi ha molto colpito. Il punto di vista di un insegnante. Cito: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma da fuoco, capisco che il mio diritto di possederla è più importante del diritto alla vita degli studenti. L’unica cosa che sento è mio, mio, mio, mio”.

Invece di preoccuparci della prova d’esame sulla struttura del governo americano, mettiamoci a studiare per bene per essere sicuri che i nostri argomenti basati sul governo e la storia politica siano ben fondati. È tutta la vita che gli studenti di questa scuola fanno dibattiti sulle armi. Abbiamo avuto tre dibattiti quest’anno sulla struttura del governo. Perfino durante la sparatoria erano in corso discussioni sul tema mentre gli studenti cercavano di nascondersi negli armadi. Si ha l’impressione che tutte le persone coinvolte in questo momento, quelli che erano presenti, quelli che hanno postato, che hanno twittato, quelli che fanno interviste e parlano con l a gente, sembra che vengano ascoltati per la prima volta su questo tema che invece solo negli ultimi quattro anni è accaduto mille volte.

Ho scoperto oggi l’esistenza di un sito, shootingtracker.com. Nel titolo niente lascia intendere che riguardi soltanto le stragi americane e comunque è necessario che lo faccia? Infatti, l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa a Port Arthur nel 1999, e dopo il massacro ha introdotto delle leggi sul controllo delle armi da fuoco e non ci sono più state sparatorie. Il Giappone non ne ha mai avuto. Il Canada ne ha avute tre e la Gran Bretagna una e ambedue i paesi hanno passato leggi sul controllo delle armi e invece eccoci qua, ci sono dei website dedicati a riportare tragedie del genere in modo che si possano trasformare all’occorrenza in statistiche.

In un’intervista di questa mattina ho notato che una delle domande era: credete che i vostri figli debbano avere altre esercitazioni contro le sparatorie? La nostra risposta è che crediamo che non siano necessarie. Quando abbiamo detto la nostra al governo – può darsi che gli adulti si sono abituati a dire “così vanno le cose”, e invece noi studenti se abbiamo imparato qualcosa è che se non studi sarai bocciato. E in questo caso, se non fai niente, la gente continuerà a morire, perciò è il momento di cominciare a fare qualcosa.

Noi vogliamo essere i ragazzi di cui parleranno i libri di testo. Non perché vogliamo diventare un altro dato statistico sulle sparatorie in America, ma perché come ha detto David, vogliamo essere l’ultima di queste stragi. Come nel caso Tinker v. Des Moines, vogliamo cambiare la legge1. Ci sarà la scuola Marjory Stoneman Douglas in quel libro e sarà grazie agli sforzi instancabili di tutto il personale della scuola, dei membri della facoltà, delle famiglie e soprattutto degli studenti: gli studenti che sono morti, quelli che sono ancora in ospedale, quelli che soffrono dello shock post traumatico e quelli che hanno avuto attacchi di panico perché gli elicotteri non ci davano tregua, continuando a girare sulla scuola 24 ore al giorno.

C’è un tweet su cui vorrei tornare. C’erano molti segni che il responsabile della strage fosse mentalmente disturbato, ed era perfino stato espulso per comportamenti fuori regola. I vicini di casa e i compagni di scuola sapevano che era un caso problematico e che bisogna sempre denunciare questi casi all’autorità. Noi l’abbiamo fatto, più di una volta. Da quando frequentava la scuola media. Non è stata una sorpresa per nessuno che lo conosceva sentire che era lui il colpevole. Quelli che ci accusano di averlo ostracizzato, non sanno come era fatto. Ma noi lo sapevamo. Sappiamo che ora fanno ricorso alla malattia mentale e anche se non sono una psicologa è chiaro che questo non è stato semplicemente di un caso di malattia mentale. Ma se avesse avuto solo un coltello non avrebbe potuto fare del male a così tanti studenti.

E perché non la smettiamo di accusare le vittime per qualcosa che era colpa dello studente, e innanzitutto colpa di quelli che gli hanno venduto le armi, quelli che fanno le fiere di armi, quelli che lo hanno incoraggiato a comprare accessori per i suoi fucili per renderli completamente automatici, quelli che non gli hanno tolto le armi quando ha mostrato tendenze omicide e non parlo dell’Fbi. Parlo delle persone con cui lui viveva, parlo dei vicini che l’avevano visto fuori casa con delle armi in mano.

Se il Presidente vorrà venire a dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile che non sarebbe mai dovuta accadere e continuare a dirci che non c’è niente da fare, gli chiederò quanti soldi ha avuto dalla National rifle association. E anche se non mi risponde non importa perché conosco già la risposta. Trenta milioni di dollari, che diviso per il numero delle vittime di armi da fuoco negli Stati Uniti nel primo mese e mezzo del 2018, fa circa 5800 dollari. Tanto vale per te la vita di queste persone, Trump? Se non farete niente perché questo non accada più, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il loro valore diminuirà ancora. E noi varremo ancora meno per voi.

Che ogni politico che accetta donazioni dalla Nra, si vergogni!

Nota

1 Riferimento al caso legale degli anni sessanta a Des Moines, Iowa, che riguardò due studenti espulsi dalla scuola per avere inscenato una protesta simbolica contro il coinvolgimento nella guerra del Vietnam portando una fascia nera al braccio e rifiutandosi di toglierla. La famiglia denunciò la scuola ricorrendo al primo emendamento e vinse il ricorso, portando nel 1969 a una ridefinizione da parte della Corte suprema americana della legge sui diritti costituzionali degli studenti.