il libro

Tra affari armati e volontà di pace

di Marino Ruzzenenti

 

Una foto opportunity a volte racconta più di tanti discorsi (M. Biglia, Autostrada Valtrompia, Brescia fa sistema, “Bresciaoggi” 22 aprile 2018; M. Toresini, Imprenditori e parlamentari, prove di lobbing territoriale, “Corriere della Sera”, 23 aprile 2018). Straordinariamente eloquente per rappresentare un tratto caratterizzante del “sistema Brescia” è quella riportata dalla stampa locale dell’incontro tra i nuovi parlamentari di tutti i partiti e le associazioni imprenditoriali di tutte le categorie, avvenuto il 21 aprile scorso presso la sede dell’associazione degli industriali bresciani (Aib).

La missione esplicita era fare lobbing per realizzare l’autostrada della Valtrompia, opera ritenuta di “assoluta priorità”, dunque strategica per il Bresciano. Una follia e uno spreco per il Tavolo Basta veleni che raggruppa le diverse anime del movimento ambientalista bresciano e che il 20 aprile 2016 ha portato a manifestare 12mila cittadini per le vie di Brescia contro la devastazione indotta da un modello industriale predatorio.

Si tratterebbe di un tratto di “autostrada urbana” di circa sei chilometri, in larga parte in galleria, che si svilupperebbe a nord del capoluogo, finendo poi nel “nulla” viabilistico, in quell’area della bassa Valtrompia, ad altissima concentrazione industriale e abitativa, che di fatto è un’estensione conurbana della cosiddetta “grande Brescia”. L’alternativa ragionevole e meno costosa sarebbe il prolungamento della metropolitana leggera, che ora giunge alle soglie della stessa Valtrompia, e la riqualificazione dell’attuale tracciato stradale urbano. Non solo. La stessa Valtrompia, una delle aree più ricche d’Europa, manca tutt’ora di un sistema di collettamento e depurazione delle acque di scarico sia civili che industriali, scaricando tutti i reflui e i veleni nel fiume Mella, il quale, attraversando Brescia, concorre a mantenere la falda altamente inquinata. Insomma, se una priorità si volesse individuare sarebbe quella del risanamento di un bene vitale e prezioso come l’acqua, sulla cui situazione di scandaloso degrado pende una sanzione europea, vicenda peraltro rappresentativa di un sistema industriale ed economico locale che ha devastato e continua a devastare il territorio con una veemenza unica a livello nazionale e non solo (http://www.ambientebrescia.it/).

Educazione e intervento sociale

Dono, cura, cammini di liberazione. Leggendo Ishiguro

di Davide Caselli

 

disegno di Marco Smacchia

Prima premessa: quella che state per leggere non è una recensione del romanzo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006, titolo originale Never let me go) ma il tentativo di dare un ordine ad alcune impressioni molto forti avute leggendolo. Queste impressioni rimandano alla capacità visionaria del romanzo di illuminare alcuni aspetti della nostra società che io ho potuto osservare in dieci anni di esperienza di lavoro educativo e ricerca sociale. Più precisamente: il libro mette a tema in modo originale le nozioni di dono e di cura, permettendo al lettore di vederle da angolature impreviste.

Seconda premessa: alcune informazioni e snodi narrativi importanti del romanzo, che l’autore rivela lentamente nel corso delle pagine, saranno qui esplicitati molto presto. Dato che il romanzo è scritto molto bene, questo non dovrebbe togliere piacere alla sua lettura, ma chi vuole scoprirne la trama leggendolo in prima persona, farà meglio a leggerlo prima di leggere questo breve pezzo.

 

Contraddizioni

Come raccontare il senso e le contraddizioni del lavoro sociale oggi, inteso come lavoro di relazione e di cura nel contesto di una società del capitalismo avanzato, che vive una così schizofrenica relazione con la dimensione della cura?

Per limitarsi ad alcune sue declinazioni: cura come fattore produttivo di capitale umano da mettere a valore in maniera sempre più sottile e pervasiva; cura come sfera privata disinteressata, sottratta a ogni regolamentazione e rendicontazione pubblica; cura come costo, ramo secco da tagliare in una società votata alla competizione senza limiti; cura come settore iper-precario del mercato del lavoro; cura come nuova frontiera dell’investimento e dell’accumulazione di ricchezza attraverso sofisticati strumenti finanziari.

Come rendere conto della contraddizione tra l’unicità di ogni particolare vita umana e i processi di selezione basati sulla classe sociale, sulla razza e sul genere all’opera nella società – processi che tendono a rendere indifferenziati, interscambiabili e irrilevanti i percorsi di chiunque sia nato nella parte sbagliata della città e del Paese? Come rendere vivo e urgente il nesso tra questa disumanizzazione riservata ad alcuni e la conseguente disumanizzazione di tutti noi?

Ancora più nel profondo: come chi lavora nella relazione con queste persone e queste classi sociali può rendere questa contraddizione vitale e dinamica (non scrivo generativa per orrore della letteratura correlata)? Come instaurare e coltivare nel cuore delle istituzioni che sanciscono questo processo di disumanizzazione relazioni che lo sovvertano?

In casa

Le armi bresciane: servire “a casa” il dominio globale

di Carlo Tombola

illustrazione di Franco Matticchio

Della stretta connessione con il potere politico l’industria degli armamenti ha un bisogno vitale. Questo vale anche per la storica specializzazione bresciana nella fabbricazione di armi leggere, e tanto più per le attività produttive legate ai grandi sistemi d’arma che si sono insediate attorno a Brescia. E vale reciprocamente, perché le scelte governative in campo militare ingrossano i fatturati delle aziende, e per sostenere le aziende del “sistema difesa” italiano i governi intessono relazioni internazionali ad alto livello con possibili compratori esteri, spesso anch’essi governativi. Tutto ebbe origine da una vocazione industriale – la fabbricazione di armi da fuoco – innestata sul vecchio tronco della siderurgia prealpina e poi sviluppata grazie all’abilità degli operai meccanici delle valli bresciane e al sostegno degli ordinativi pubblici per le forze armate. Ne è uscito un piccolo distretto manifatturiero specializzato in fucili e pistole, localizzato tra Brescia e la bassa Val Trompia, con un’ottima propensione all’export, ma che dopo gli anni novanta si è ristrutturato e concentrato attorno al gruppo Beretta, l’unico ad avere una dimensione medio-grande. Tuttavia, oggi il radicamento di Beretta nel territorio ha ragioni “culturali” (in senso lato) piuttosto che di opportunità economica. Nel complesso, iI profilo del gruppo è fortemente internazionalizzato, multinazionale. Su un giro d’affari consolidato vicino ai 700 milioni di euro, nell’esercizio 2016 il 56% è stato conseguito sul mercato nordamericano, il 6% in Italia, il 25% in Europa, il 13,4% nel resto del mondo. Alla holding fanno capo ventinove aziende, otto negli Stati Uniti, quattro in Italia, undici in Europa, le rimanenti in Russia, Turchia, Cina, Australia e Nuova Zelanda, con circa tremila dipendenti complessivi. La cassaforte del gruppo Upifra s.a. ha sede in Lussemburgo ed è totalmente nelle mani della famiglia Gussalli Beretta. A Gardone Val Trompia restano la gestione del gruppo, la ricerca e sviluppo e il principale sito produttivo, in tutto 825 dipendenti di cui 580 operai, dalle mani e dalle competenze dei quali dipende gran parte della qualità delle armi Beretta: non a caso si tratta di maestranze e tecnici con età media piuttosto alta (circa 46 anni) e lunga anzianità aziendale (19 anni). Gran parte dell’attivismo finanziario di Beretta si è concentrato negli ultimi lustri nella diversificazione industriale e commerciale, prima nel settore dell’abbigliamento sportivo, poi in quello delle ottiche, ma i risultati hanno confortato gli sforzi solo sul medio periodo, quando il catalogo si è maggiormente orientato verso il militare (abbigliamento per corpi speciali, opto-elettronica, visione notturna, progetto “Soldato Futuro”). In un comunicato ufficiale, la direzione del gruppo stima che il 30% del fatturato si debba oggi all’opto-elettronica e al comparto difesa-law enforcement.

Educazione e intervento sociale

L’educazione incidentale, ieri e oggi

di Valerio Rigo

Colin Ward

Dove si educa un bambino? Questa domanda può sembrare insolita, mentre ci apparirebbe del tutto ordinaria se al dove sostituissimo la parola come. Ma possiamo darne una lettura completamente differente anche a seconda dell’interpretazione data al si: impersonale o riflessivo. Questa ambivalenza di significato ci mette di fronte due temi fondamentali sui quali il mondo dell’educazione è chiamato a riflettere: il confronto con lo spazio circostante come elemento di crescita e di scoperta; la libertà di condurre autonomamente tale confronto da parte del bambino. Due temi presenti nelle teorie e nel dibattito pedagogico a partire dall’epoca illuminista, da quando con la rivoluzione francese si cominciò a diffondere l’idea che l’istruzione primaria debba essere pubblica, obbligatoria e gratuita a prescindere dal genere e dalla classe sociale di un alunno. Già in quegli anni William Godwin, pensatore anarchico e padre di Mary Shelley, sottolineò il rischio concreto che la scuola diventasse un luogo nel quale gli studenti fossero esclusi dalle responsabilità, da ciò che avviene nella vita reale di una persona e nella società. In generale, gran parte della pedagogia del Novecento è attraversata dal confronto su questi temi, eppure ancora oggi si continua a dare troppo per scontato che il luogo destinato all’educazione sia solo ed esclusivamente l’ambiente scolastico.

Francesco Codello ha recentemente curato, per la casa editrice Elèuthera, la pubblicazione di una serie di interventi di Colin Ward intitolata L’educazione incidentale, un testo che offre moltissimi spunti a questo riguardo e che riflette i molteplici interessi del suo autore, come mostrano i numerosi riferimenti a fatti di cronaca, ricerche e romanzi poco noti al lettore italiano. Rileggendo l’etimologia del termine educare, nelle pagine di questo libro l’educazione torna ad ex ducere, a condurre fuori dai banchi, dalle aule, dagli istituti, per allargare lo sguardo alla strada, alla città, alla vita che quotidianamente si svolge nel mondo esterno alla scuola. Per questo Ward usa il termine incidentale, riferendosi a un’educazione non programmata, informale, che non avviene nei luoghi prestabiliti dall’istituzione e per il tramite delle discipline.

poco di buono

Giovani e lavoro. un romanzo

di Francesco Targhetta. Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Armin Greder

Francesco Targhetta, classe 1980, si era fatto notare nel 2012 con un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), ritratto di una generazione in bilico tra attese e frustrazioni, tra una post adolescenza che sembra non finire mai e una maturità dai contorni chimerici: precari sospesi in un limbo di impossibilità. Nel nuovo romanzo, Le vite potenziali (Mondadori 2018), quei giovani sono cresciuti, uscendo dalla situazione di stallo per entrare nel vortice del mondo del lavoro, più precisamente, quello informatico dell’e-commerce.

L’e-commerce, ti spiego, si basa sulla delocalizzazione e sulla desincronizzazione, cioè: rende possibili acquisti immediati di oggetti lontani che non puoi avere tra le mani subito. Ti fa pagare all’istante, ma lasciandoti godere solo in un secondo momento di quanto hai comprato. Comprare è stato un flash, ma non gli ha fatto seguito niente che tu possa toccare con mano, e mentre il corriere ti recapita alcuni articoli, tu, nel frattempo ne hai già ordinati altri, in un garbuglio caotico che è il vero nocciolo del godimento, o dell’angoscia, vedi tu. È come stare sempre dentro un negozio, in un certo senso. E così accumuli ipotesi e opzioni di consumo, dicono, ammucchi potenzialità, mica altro, possibilità di esperienza, perché poi finisce quasi sempre che ti manca il tempo per godere davvero di quello che hai comprato, e allora si crea quel vuoto che ti spinge a comprare ancora, e intanto in cambio hai la sensazione di una vita ricca, una vita pronta a diventare più intensa, sempre sul punto di esplodere, di farsi più vasta e desiderabile. Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?