In casa

Il capitalismo cambia i mezzi e non i fini

 di Dario Guarascio

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Il dibattito pubblico che si è sviluppato attorno al tema delle piattaforme digitali ha visto l’attenzione concentrarsi su elementi di natura contingente lasciando nell’ombra la trasformazione in corso più rilevante in termini di rapporti di potere e, dunque, di produzione del reale: l’assurgere dell’informazione (digitalizzata) a bene chiave per l’acquisizione ed il consolidamento del potere economico. Fenomeni “inediti” quali il materializzarsi nelle strade di lavoratori iper-precari governati in maniera millimetrica da App ed algoritmi o la “scoperta” delle enormi somme eluse al fisco dalle grandi imprese digitali rappresentano, quindi, non la quaestio quanto delle punte d’iceberg che hanno però il merito di scuotere l’intelletto collettivo dal torpore in cui versa. Vi è, tuttavia, un’importante precisazione preliminare da fare. La pretesa mutazione del capitalismo in capitalismo delle piattaforme non va in nessun modo intesa come una rivoluzione nei termini ontologici del sistema stesso. Piuttosto, tale mutazione va letta come un salto di qualità, una ristrutturazione sul piano delle tecniche (dispositivi traccianti, algoritmi, intelligenza artificiale, etc.) e delle materie prime (parole, azioni, emozioni e fenomeni trasformati in bit e stringhe di codice) coinvolte nel processo di produzione e riproduzione capitalistica. Invero, il salto di qualità orwelliano a cui stiamo assistendo – salto di qualità in virtù del quale quanto più è intima e scabrosa la frazione della nostra esistenza condivisa sulla piattaforma tanto più questa (la piattaforma) aumenta il proprio valore e potere economico – è perfettamente collocabile lungo la nota traiettoria ricerca di nuovi domini da sussumere al processo di valorizzazione del capitale-innovazione tecnologica/organizzativa-crescita dell’entropia che contraddistingue il sistema capitalistico sin dalla sua nascita.

Agli albori della traiettoria tecnologica su cui le odierne piattaforme digitali si fondano, quella che ha come innesco l’invenzione del microprocessore e che è genericamente denominata “Information and Communication Technology”, Harry Braverman (Labor and Monopoly Capital, “Monthly Review”, 1974) rendeva chiaro come ciò a cui si sarebbe assistito con la diffusione dei computer e dei dispositivi digitali sarebbe stato un rinvigorimento del capitale nel dare linfa ai propositi di Frederick Taylor e del suo Management Scientifico (The Principles of Scientific Management, Harper 1914). Si tratta della perenne tensione del capitale verso il controllo e la centralizzazione della conoscenza rilevante a fini economici, una centralizzazione indispensabile per accrescere l’efficienza produttiva ed il potere di mercato. Affinché la centralizzazione della conoscenza abbia luogo dando i frutti economici sperati, tuttavia, è necessario si dispieghi una parallela dinamica di frammentazione (e codificazione) delle singole attività produttive, frammentazione che ha in sé la separazione della singola operazione dalla finalità ultima a cui la stessa concorre e che è all’origine del fenomeno di straniamento del lavoratore che Marx ha definito alienazione. In questo quadro, le piattaforme digitali possono essere intese come la reificazione (organizzativa) degli obiettivi più estremi del Management Scientifico. Una reificazione resa possibile da una combinazione di tecnologie digitali tra cui Internet, il protocollo di identificazione e tracciamento web noto con lo pseudonimo di “cookie”, il sistema di geolocalizzazione Gps oltre agli incessanti avanzamenti nelle tecniche di miniaturizzazione dei dispositivi di archiviazione e trasmissione delle informazioni.

Le imprese che sono, a vario titolo, protagoniste del salto di qualità appena descritto (prime tra tutte, Amazon, Apple, Google, Facebook e Microsoft) hanno acquisito un potere economico (e dunque politico) che non ha analoghi precedenti. A fronte di una bassissima intensità occupazionale – confrontando le dimensioni occupazionali di Google e Facebook con quelle del gigante dei servizi americano WalMart la differenza è impressionante: le prime occupano, rispettivamente, 50mila e 25mila persone mentre la seconda circa 1.300.000 (D. Guarascio, Mai fidarsi di Google. Estrarre, mercificare e sorvegliare: come funziona il capitalismo delle piattaforme, “L’indice dei libri del mese”, Giugno 2017) – Google e Facebook oggi incamerano più del 20% dei ricavi globali complessivamente generati nel settore della pubblicità, il 65% di quelli generati nel settore della pubblicità digitale e l’85% di ogni nuovo dollaro speso nel mercato pubblicitario (questi dati sono tratti da: J. E. Cohen, Law for the Platform Economy, “UCDL Rev.”, 51 2017). Se, da un lato, generano poca o pochissima occupazione, dall’altro lato, queste imprese fungono ormai da “infrastrutture” fornitrici di servizi la cui essenzialità alla vita sarebbe senza problemi sottoscritta da uno qualunque dei miliardi di utilizzatori quotidiani della mail di Google o del sistema di acquisti “Prime” di Amazon. In ragione della loro peculiare natura, quindi, le grandi piattaforme riescono ad accrescere in maniera incessante la loro presa economica ed il loro “consenso implicito” (si pensi alle rivolte che ci sarebbero se domattina uno Stato decidesse di impedire a Google o ad Amazon di erogare i loro servizi quale conseguenza di una condanna per frode fiscale o per condotta anticoncorrenziale) ottenendo in questo modo lo status di impresa-istituzione senza però il bisogno di contrarre patti sociali con grandi masse di dipendenti come accadeva alle imprese manifatturiere che hanno guidato l’evoluzione delle fasi tecnologiche precedenti (si pensi, nel caso italiano, alla Fiat ed alla continua contrattazione politica e sindacale che l’azienda si trovava a dover condurre per portare avanti le sue strategie). Piattaforme digitali come imprese-istituzione o “imprese che si fanno mercato”, come abbiamo avuto modo di scrivere altrove (questa definizione è stata proposta in: M. Franzini e D. Guarascio, Questa volta è diverso? Mercati, lavoro e istituzioni nell’economia digitalizzata, “SINAPPSI-Rivista dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche”, di prossima pubblicazione nel 2019). Ma che cosa, di preciso, rende questi soggetti economici privati, percepiti dai più come delle neutrali infrastrutture (perlomeno nell’inconscio delle azioni compulsivamente compiute nella quotidiana relazione che si ha con la rete), dei monopolisti capaci di condizionare governi, modificare le preferenze dei consumatori e trasformare competitori in mansueti sub-fornitori? Le imprese che si fondano sull’uso di grandi masse di dati diventano “market gatekeepers” (il concetto delle piattaforme come “market gatekeepers” è ulteriormente sviluppato in: M. Franzini e D. Guarascio, 2019, supra). Monopolizzando il controllo e la gestione delle informazioni economicamente rilevanti, i market gatekeepers detengono, di fatto, il potere di regolare l’accesso ai mercati-reti che gestiscono estraendo rendite crescenti in virtù di tale potere. Il “caso Amazon” è, in questo senso, emblematico. Il patrimonio informativo in perenne crescita di cui Amazon dispone le consente di beneficiare di quelle che in letteratura vengono definite “two-sided scale economies” (G. G. Parker, M. W. Van Alstyne & S. P. Choudary, Platform Revolution. How Networked Markets are Transforming the Economy and How to Make Them Work for You, W. W. Norton & Company 2016). Dal lato dell’acquirente, Amazon adotta strategie di marketing persuasivo (la piattaforma segue tuoi occhi quando cerchi, quando ti soffermi su di un prodotto e quando lo acquisti o passi oltre…arrivando a essere capace di offrirti proprio quel che volevi nel momento in cui non saresti stato nemmeno in grado di razionalizzare quel desiderio…) o scontistiche aggressive che la rendono il negozio irrinunciabile per masse sempre più ampie di persone. La crescita dei partecipanti al gioco aumenta la capacità predittiva e di profilazione della piattaforma, ne accresce il valore azionario (e con esso la dotazione monetaria utile a investire per raffinare ulteriormente le tecnologie di cui è dotata) e la rende Il Mercato a cui le altre aziende (siano esse tradizionali o digitalizzate) debbono rivolgersi se vogliono crescere o, in molti casi, sopravvivere. In questo modo, imprese inizialmente autonome si trasformano in soggetti dipendenti dalla piattaforma-mercato che detta le regole della loro sopravvivenza. Qual è la misura economica di questo potere economico che sembra crescere senza trovare ostacoli? Nel secondo trimestre del 2018, grazie al forte aumento del fatturato rispetto al precedente anno, le azioni di Amazon hanno superato la soglia dei 1500 dollari. Solo due anni prima il loro valore era 790, 3 anni prima 305 e 10 anni prima 89 dollari. Si tratta di tassi medi annui di aumento dell’ordine del 30% nell’arco del decennio, difficile trovare esempi simili nella storia della borsa americana.

Educazione e intervento sociale

Che fine ha fatto l’educazione civica?

di Franco Lorenzoni

Retna

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È curioso che un gruppo di sindaci lanci una campagna di firme per introdurre una nuova materia nelle scuole di ogni ordine e grado, eppure questo è ciò che ha proposto il sindaco di Firenze Nardella. L’iniziativa è stata poi fatta propria questa estate dall’Anci e dunque da un gran numero di sindaci.

Più curioso ancora è il fatto che questa nuova materia che si vorrebbe introdurre nelle scuole c’è già, da sempre, e ha solo cambiato nome negli anni. L’ultimo glielo diede la ministra Gelmini, chiamandola cittadinanza e costituzione.

Il problema allora è, piuttosto, come si insegna l’educazione civica e quale spazio le si vuole dare.

Nelle intenzioni dei sindaci “punta a far crescere nelle nuove generazioni il senso di appartenenza alla comunità che è la base del vivere civile e solidale”, dichiara Antonio Decaro, presidente dell’Anci, aggiungendo: “L’ora di educazione alla cittadinanza, oltre a far conoscere i principi costituzionali, investirà su un aumento di consapevolezza rispetto ai beni di tutti e al rispetto delle norme comportamentali. Farà capire, cioè, che il comportamento di ciascuno di noi, si tratti di rispettare una panchina o un concittadino, non è indifferente”.

Proteggere panchine e concittadini non è una cattiva idea, ma pensare che la presenza di una disciplina-cenerentola insegnata un’ora a settimana possa costituire una leva efficace in grado di mutare atteggiamenti e comportamenti di disincanto o spregio verso la cosa pubblica, profondamente radicati nel costume nazionale, pecca per lo meno di ingenuità, se non peggio.

Tolta dunque l’enfasi riformatrice, la proposta si riduce all’idea che ruolo e rilievo all’educazione civica si potranno ottenere quando, finalmente, l’attenzione dei ragazzi in quelle 33 ore annuali verranno valutate con un voto perché si sa che, nella scuola, ciò che non corrisponde a un voto non conta.

Il problema è che qualsiasi forma di educazione alla cittadinanza si presenta come Giano bifronte. Da una parte contempla l’apprendimento di come funzionano gli organi dello stato e alcune leggi fondamentali, a partire dalla Costituzione repubblicana, che non si può comprendere se non si conosce come ci si è arrivati, dall’altra guarda e riguarda il nostro concreto vivere quotidiano, cioè i nostri comportamenti e la qualità delle relazioni reciproche che siamo in grado di costruire e vivere ogni giorno nella scuola e fuori, nella città.

I due aspetti sono intrecciati, ma appartengono a due sfere distinte che richiedono tempi diversi.
Alcune recenti indagini confermano che solo una ristretta minoranza di studenti esce dalle nostre scuole con una conoscenza significativa della Costituzione e rilevano come gli studenti che hanno una cognizione delle leggi e del funzionamento della democrazia più articolata danno risposte più aperte e tolleranti riguardo ai temi sociali di stringente attualità, come le questioni relative alla gestione del fenomeno dell’immigrazione. Ci confermano dunque, se ce n’era bisogno, che dedicare studio e attenzione alla democrazia e alla sua storia serve a ragionare meglio e a giudicare con maggior spirito critico le tante affermazioni approssimative e superficiali che circolano. Ma sondaggi e statistiche vanno presi con le pinze e, probabilmente, questa maggiore apertura deriva in buona misura dalla provenienza familiare, perché sappiamo che le peggiori intolleranze germinano spesso dove sono presenti povertà culturali.

Credo valga per ogni apprendimento, ma è evidente che riguardo all’educazione alla cittadinanza non possiamo separare una conoscenza puntuale della complessa architettura delle istituzioni e della travagliata storia della conquista di pari diritti per tutti – in gran parte ancora da realizzare – dal vivere nel quotidiano frammenti di democrazia, da sperimentare e in cui sperimentarsi in classe a ogni età, fin dalla scuola dell’infanzia.

In casa

Le diaspore iniziano a organizzarsi

di Ahmed Diabatè

Incontro con Luigi Monti

EH17G1 New Yorkers walk to work past a colourful mural installed by Swoon on the Bowery Mural Wall on Houston Street on the Lower East

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Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di un’associazione di nome “Diaspora africana”, un gruppo di mutuo aiuto di giovani africani che vivono a Modena e provincia, quando alla fine di una lezione di italiano ho sentito un paio di miei studenti maliani che si davano appuntamento all’assemblea del giorno dopo.

Due cose mi hanno immediatamente incuriosito: il nome dell’associazione e una certa circospezione nei miei confronti nel momento in cui ho chiesto di poter partecipare a una loro riunione. Il nome, perché rispetto a “profughi”, “rifugiati”, “richiedenti asilo”, “titolari di protezione internazionale” o “ragazzi” (per citare alcune delle etichette che, per ostilità o per filantropia, appiccichiamo loro addosso), “diaspora”, letteralmente “dispersione”, mi sembra una categoria che meglio descrive la condizione dei giovani migranti che in questi anni arrivano in Europa dai quattro angoli della terra. Una categoria più aderente alla realtà, più ricca di storia, più complessa, più contraddittoria, come la situazione in cui si trovano a vivere.

La circospezione, perché in un sistema di accoglienza come il nostro la cui essenza è costituita da un misto di controllo e protezione (la discrezionalità xenofoba della burocrazia che regola la vita dei richiedenti asilo e la suadenza pedagogica degli operatori, per lo più operatrici, che si occupano di loro), una certa riservatezza sospettosa nei confronti di noi attivisti bianchi mi sembra la condizione necessaria su cui provare a costruire relazioni autentiche (anti retoriche) e alleanze politiche efficaci.

La prima assemblea di “Diaspora africana” a cui ho assistito mi ha lasciato una forte impressione. L’appuntamento era in un appartamento di Modena che ho poi scoperto essere il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) in cui viveva uno dei soci dell’associazione. Le assemblee, come le chiamano, avvenivano di volta in volta in un appartamento diverso. Oggi non più, per le ragioni che dirò tra poco. La stanza in cui si svolgeva la riunione, completamente spoglia, solo un vecchio tavolo in linoleum con sopra un paio di bottiglie d’acqua e una ventina di sedie rimediate dagli appartamenti vicini, si è via via stipata di giovani africani tra i venti e i trent’anni, ben più numerosi delle sedie a disposizione, quasi tutti di provenienza francofona, che hanno iniziato a discutere in maniera molto ordinata sui quattro punti all’ordine del giorno: il problema della casa per chi usciva dall’accoglienza e non sapeva dove andare a dormire; la segnalazione di un corso di formazione professionale gratuito che sarebbe partito da lì a breve; la quota associativa (di 3 euro al mese) da far confluire nella cassa comune; i problemi che alcuni di loro vivevano con le cooperative che li avevano in carico.

Oggi non si trovano più negli appartamenti: è stato fatto capire loro che ospitare estranei, anche per riunioni come le loro, infrange gli accordi stipulati tra gli enti gestori e la prefettura, e può essere un motivo sufficiente per la revoca dell’accoglienza.

Non so come crescerà “Diaspora”. A sentire Ahmed Diabatè, il segretario ventisettenne di origine ivoriana che ha rilasciato le dichiarazioni che seguono, l’associazione vive le stesse difficoltà di tutte le nostre associazioni: la precarietà lavorativa ed esistenziale dei soci e di conseguenza una loro partecipazione inevitabilmente incostante; la mancanza di una sede e la scarsità dei mezzi; la difficoltà a coniugare istanze di solidarietà con una pressione politica che abbia una qualche efficacia.

Certo, a vedere tutte quelle facce giovani, severe e vitali, capaci di ritrovarsi a discutere intorno a problemi concreti come la casa, il lavoro, i permessi, la disoccupazione, le nuove disposizioni di legge, il far fronte alla malattia o alla morte dei propri cari, vedere da vicino tutto questo mi ha ricordato alcuni tratti dell’associazionismo operaio delle origini. Società di mutuo soccorso, leghe di resistenza, case del popolo, camere del lavoro, università popolari, movimento cooperativo: in tutte queste organizzazioni l’elemento della mutualità, del reciproco soccorso, era altrettanto importante del momento della rivendicazione. Da molti anni ormai, partiti, sindacati, chiese, ma anche le nostre associazioni, le nostre riviste, i nostri centri sociali, non sanno più cosa voglia dire mutualismo e forse anche per questo le rivendicazioni sono così fiacche, inefficaci, quando non completamente fuori bersaglio.

Se sottolineo questo non è per nostalgia di un passato che ha poche attinenze col presente, ma perché nell’inconsapevolezza di molti suoi giovani soci, “Diaspora africana” è l’embrione di una cellula sociale che ha molto da insegnare anche alle nostre associazioni, esangui e senza idee. Nell’attuale dibattito sull’immigrazione, tutto schiacciato sugli effetti discriminatori delle leggi italiane sull’immigrazione che, dalla Turco-Napolitano fino al recente “Decreto Salvini”, passando per la Bossi-Fini e la Minniti, producono emarginazione, clandestinità, criminalità e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, critiche sacrosante, sia chiaro, ci si dimentica però di un altro effetto, non meno “scandaloso”, contro cui i membri di “Diaspora africana” si stanno facendo buoni anticorpi: l’infantilizzazione, la dipendenza assistenzialistica, in sostanza lo spreco di vita, intelligenza e umanità che imponiamo ai giovani immigrati in cambio della nostra ambigua “accoglienza”.

Diaspora africana”, per ora, ha deciso di non limitarsi a rivendicare i diritti che sono negati ai loro giovani soci, ma di provare, al contempo, a dare una risposta ai problemi quotidiani che li riguardano. Se continueranno su questa strada credo che anche il conflitto che li attende dietro l’angolo, come attende tutti noi, sarà più autentico ed efficace. Il vantaggio che hanno su di noi è che sanno di essere diaspora. Noi, quando ce ne renderemo conto?

 

Pezzi d’Africa in Europa

Diaspora africana” è nata un anno fa, nel febbraio del 2018, da un’altra associazione che si chiamava “Modena’s refugees”. Avevamo costituito “Modena’s refugees” per provare a risolvere alcuni dei problemi che molti migranti vivevano nelle strutture e nei progetti d’accoglienza: il problema dei contributi (pocket money) che non arrivavano mai regolarmente, i tempi lunghissimi per andare in commissione, i tempi altrettanto lunghi e “fuori legge” con cui la questura rinnovava i permessi per richiesta asilo. E soprattutto il rifiuto da parte dei comuni in cui molti di noi vivevano a rilasciare la carta d’identità.

Questi sono i motivi che inizialmente ci hanno unito. E la primavera scorsa, quando “Diaspora africana” non esisteva ancora, abbiamo organizzato una manifestazione molto partecipata per chiedere con forza l’iscrizione anagrafica di tutti i richiedenti asilo inseriti in un percorso di accoglienza. Un diritto che non ci siamo inventati noi, ma che i comuni della provincia di Modena, in accordo con le cooperative, non volevano concedere. Un po’ come si è rimesso a fare Salvini in queste settimane.

Vedere tutti quei ragazzi in strada mi è sembrata una cosa meravigliosa. Eravamo circa trecento. Non si era mai vista a Modena una manifestazione così grande organizzata da ragazzi africani. A fare sensibilizzazione eravamo in sei. Di giorno e di notte andavamo nei Cas della provincia per dire che il 15 maggio, giorno della manifestazione, dovevamo uscire per dire basta a quello che stavamo vivendo. Molti ragazzi pensavano che fosse normale quello che invece normale non era.

La manifestazione non solo è stata bella, ma è riuscita a sbloccare la questione dell’iscrizione anagrafica e, per un po’, gli appuntamenti per i rinnovi dei permessi. A quel punto una parte di noi ha pensato: adesso che abbiamo ottenuto la carta d’identità, basta. Abbiamo avuto la residenza, a tutto il resto penserà Dio. Qualcuno altro invece ha capito meglio, proprio in quel momento, che non tutta la vita gira intorno ai progetti d’accoglienza, che i problemi non finiscono con la carta d’identità e nemmeno con un permesso di soggiorno. I problemi riguardano la vita normale, se mai ci arriveremo ad avere una vita normale: il lavoro, la salute, la possibilità di spostarsi, il diritto ai servizi pubblici… insomma quella che normalmente viene chiamata “l’integrazione”.

Alcuni soci di “Diaspora” vivono qui da molto tempo, alcuni anche da 10 o 20 anni. Loro sono per così dire i nostri fratelli maggiori, conoscono meglio di noi, che abbiamo vissuto solo nelle strutture di accoglienza, cosa significa stare in piedi sulle proprie gambe in un paese che non è il nostro. Alcuni hanno già la cittadinanza, come il nostro presidente Dieudonné Guilavogui, ad esempio. È questa una delle ragioni per cui abbiamo deciso di cambiare nome. Non ci sentivamo più solo “migranti” o “richiedenti qualche cosa”. Il viaggio era finito. E noi non siamo tutti rifugiati. Qualcuno lo diventerà, qualcuno no. Ci sentiamo piuttosto un pezzo di Africa in Europa. Per questo abbiamo deciso di chiamarci “Diaspora africana”.

 

Mutuo aiuto

Uno dei problemi più grandi in questo periodo è quello della casa. Non sempre, quando ottieni la risposta della commissione hai un posto dove andare a dormire. I soci che vivono in Italia da molti anni, ad esempio, ci aiutano a trovare una stanza da affittare se all’uscita dall’accoglienza non abbiamo ancora un tetto sulla testa. Qualche volta ci ospitano direttamente a casa loro. Almeno per il tempo necessario a trovare un lavoro e i soldi per pagare un affitto. E con il decreto Salvini il problema della casa diventerà presto enorme. Le cooperative saranno costrette a scaricare su di noi i tagli ai finanziamenti e liberare le case sarà per loro un problema sempre più urgente.

Un altro aiuto che cerchiamo di darci è nella ricerca del lavoro. Quelli di noi che hanno la fortuna di avere un buon lavoro, quando si libera un posto lo dicono subito agli altri. Ci aiutiamo anche nella ricerca di corsi di formazione gratuiti. Alcuni di noi fanno regolarmente ricerca su internet e quando trovano corsi interessanti, il presidente va alla scuola, prende informazioni, i moduli per l’iscrizione e li porta ai soci il giorno dell’assemblea. Negli ultimi mesi abbiamo procurato il lavoro a tre ragazzi. Cinque soci hanno avuto accesso alla formazione professionale gratuita. Non è molto, ma il Centro per l’impiego non fa tanto meglio.

Attualmente siamo circa settanta soci più altri che ogni tanto passano alle nostre riunioni. Per essere iscritti bisogna pagare una quota mensile che finisce in una cassa comune, 3 euro obbligatori al mese.

I soldi servono per i problemi più grandi. La maggior parte di noi vive a Modena senza genitori, senza parenti. L’unica famiglia che abbiamo è il legame che c’è tra di noi. Dico sempre ai miei compagni: il primo fratello è quello con cui vivi. Non chi sta dall’altra parte del mare, il fratello che ti ha dato tua madre, ma quello che dorme sotto il tuo stesso tetto: è lui adesso il tuo primo fratello. È di lui che ti devi prendere cura.

Quando uno di noi ha un problema, ognuno fa del suo meglio per dargli un po’ di denaro. E quando manca qualcosa lo prendiamo dalla cassa per aggiungerlo a quello che siamo riusciti a prendere dalle nostre tasche. Anche quando uno di noi perde un amico o un parente e vuole andare nel suo paese per dare l’addio a questa persona, l’associazione ha l’obbligo di aiutarlo per l’acquisto del biglietto o a mandare una piccola somma per il funerale. L’abbiamo scritto nello statuto.

Chi come me lavora non ha molte energie da dedicare all’associazione, ma quelle poche le metto tutte lì, anche per questioni apparentemente meno importanti ma che nel complesso pesano molto sulla nostra vita e che marcano la differenza tra noi e gli italiani. Penso ad esempio alla patente. Recentemente siamo riusciti a trovare un accordo con un’autoscuola di Modena che presentandoci in un certo numero ha abbassato di molto la quota per l’iscrizione a scuolaguida, portandola da oltre mille euro a circa settecento.

L’80 per cento dei soci è richiedente asilo, il 20 per cento ha già il documento e sta lavorando. Questo è un elemento fondamentale, che cercheremo di rinforzare. È importante che gli immigrati di vecchia data aiutino quelli arrivati da poco. Così com’è essenziale che nelle situazioni di lotta a essere in prima fila siano quelli giuridicamente più tutelati. La maggior parte di noi è di origine francofona, veniamo dalla Costa d’Avorio, dal Mali, dal Burkina Faso, dal Senegal. Questo non perché abbiamo delle chiusure nei confronti di altri paesi, ma perché è difficile, nelle assemblee, comunicare in altre lingue che non siano il francese. E così si crea una “selezione naturale” che prima o poi sarebbe bello superare.

In casa

Le città al tempo del turismo di massa

di Anna Fava

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Aree di sacrificio

Turismo sostenibile”, “turismo responsabile”: queste etichette, spesso associate al concetto di turismo, rivelano immediatamente l’esistenza di un problema legato all’impatto che quest’industria ha sull’ambiente e sulla società. Le immagini invitanti di località amene e remote, oggi a portata di mano e di portafoglio grazie a un comodo volo low cost, alludono al divertimento, alla spensieratezza e all’evasione, ma tacciono del tutto riguardo all’impronta ecologica del consumatore-turista. Già da alcuni anni comitati e associazioni ambientaliste hanno iniziato a denunciare i costi ambientali legati al turismo: basti pensare alle proteste contro l’ampliamento degli aeroporti turistici o contro le emissioni delle grandi navi da crociera che inquinano l’aria di città come Venezia e Napoli. Al pari di ogni altra industria anche quella turistica tende a esternalizzare i costi, così da abbassare i prezzi e aumentare i propri ricavi. Il turismo, scrive Marco D’Eramo ne Il selfie del mondo (Feltrinelli 2017), “proprio perché comporta un’infrastruttura così pesante è anche l’industria più inquinante: secondo la World Tourism Organization delle Nazioni Unite, il puro e semplice trasporto aereo turistico produce il 5% dell’anidride carbonica globale emessa dall’umanità e, se tutto resta come è oggi, nel 2035 le emissioni di anidride carbonica turistica saranno aumentate del 130%”. Non male per un’epoca in cui uno dei temi all’ordine del giorno è il cambiamento climatico.

Oltre ai costi ambientali esistono anche costi sociali: oggi i centri storici rassomigliano per certi versi a quelle “aree di sacrificio” destinate a ospitare enormi complessi industriali che compromettono la qualità della vita di chi vi abita. Per chi vive all’interno di un centro storico, tuttavia, il pericolo non assume la lugubre sagoma di una nube di diossina fuoriuscita dal camino di un altoforno o di un inceneritore. In questo articolo proveremo a raccontare in che modo la “turistificazione” sta rischiando di svuotare le città italiane dei suoi abitanti.

 

Khiva come Venezia

Il 29 novembre scorso il presidente uzbeko, Chavkat Mirzioïev, ha comunicato agli abitanti del centro storico di Khiva che i residenti dovranno abbandonare forzatamente le proprie abitazioni tradizionali e trasferirsi in palazzi moderni al di fuori dell’area antica. A darne notizia l’agenzia russa indipendente Fergananews, secondo cui il governo uzbeko avrebbe emanato un’ordinanza che obbliga gli abitanti a lasciare le proprie case per destinarle ai numerosi turisti che ogni anno visitano la parte antica della città.

Nelle democrazie occidentali non occorrono ordinanze per far sì che i cittadini cedano le proprie abitazioni ai turisti: basta lasciare il mercato libero da lacci e lacciuoli e il resto viene da sé. Quando una città entra nel circuito dell’industria turistica i prezzi degli affitti e della vita salgono a un punto tale da obbligare gli abitanti a trasferirsi altrove. In Se Venezia muore (Einaudi 2014) Salvatore Settis confronta il saldo demografico della città nel 1950 con quello del 2000: mentre nel 1950 vi furono 1924 nati a fronte di 1932 morti, nel 2000 il saldo è fortemente negativo: 404 nati, 1058 morti. Solo un’altra volta negli ultimi sei secoli “Venezia conobbe un calo di popolazione comparabile a quello di oggi: e fu per la peste del 1630”. Quale sarà mai la nuova peste che va sterminando i veneziani? “Mentre la città si svuota, calano su di essa i ricchi e i famosi, prontissimi a comprare a costo altissimo una casa-status symbol da usare cinque giorni l’anno. Questo travaso di popolazione stravolge il mercato, creando un sistema di prezzi che espelle i veneziani dalla loro città, e ne fa la capitale degli ectoplasmi della seconda casa, che si materializzano con gran pompa e mondanità, poi spariscono nel nulla per mesi. Sciamano intanto ogni anno per le strade e i canali di Venezia sedici milioni e mezzo di turisti, di cui dodici milioni e mezzo si fermano un solo giorno: in altri termini, per ogni persona che vive stabilmente a Venezia, ne arrivano più o meno 281 per visite spesso volatili. Questa devastante sproporzione ha l’effetto di una bomba: altera profondamente la demografia e l’economia”. La città si trasforma in un gigantesco resort turistico, svuotata dei suoi abitanti da una “monocultura del turismo che esilia i nativi”. Se a Venezia il turismo è stato paragonato alla peste, a Lisbona il collettivo portoghese “Left Hand rotation” ha prodotto un documentario sulla turistificazione (liberamente fruibile in rete) dal titolo eloquente: Terramoturism. Qui il turismo è paragonato al terremoto: nel 1755, Lisbona fu colpita da un sisma che produsse tra i 60mila e i 90mila morti. Un paragone forte, ma non inadeguato: il 18 settembre 2018 sul quotidiano “The Telegraph” è apparso un articolo intitolato Is overtourism turning Lisbon into the next Venice? in cui venivano riportati i dati dell’United Nations World Tourism Organisation relativi al Portogallo. Secondo l’Unwto, il paese ha accolto 6.8 milioni di arrivi internazionali nel 2010. Nel 2016 gli arrivi sono saliti a 18.2 milioni, con un incremento del 168%. A livello mondiale, solo il Giappone ha registrato un aumento simile nell’ultimo decennio. In una delle scene di Terramoturism si vede una donna sulla cinquantina intervenire durante un’assemblea cittadina: “Io non sono contro il turismo – spiega pacatamente – ma ho visto andare via tutti i miei vicini di casa e adesso che mancano due anni alla scadenza del mio contratto d’affitto so che non mi sarà rinnovato. Ho vissuto per un’intera vita nel mio appartamento, nel mio quartiere e tra due anni dovrò abbandonarlo. Ora basta”. La gentrificazione e l’industria turistica non sono fenomeni nuovi: cos’ha prodotto una simile accelerazione?

 

Capitalismo di piattaforma

Alla fine degli anni Settanta Elena Croce, pensando alla cementificazione delle coste e di alcune delle più belle località italiane a opera dell’edilizia turistica, coniò l’espressione “turismo di rapina”. Un tipo di turismo che, scrive ne La lunga guerra per l’ambiente (La Scuola di Pitagora 2016) “sfrutta i luoghi e la clientela sino all’usura, e degrada gli uni e gli altri: un processo che immiserisce il reddito, ma soprattutto ne essicca la fonte”. L’industria turistica e l’industria del cemento erano un tutt’uno: Cortina d’Ampezzo trasformata “in una specie di quartiere residenziale nel genere EUR Casalpalocco”, le coste calabresi invase da sciami di villette plastificate.

Oggi è in atto un altro tipo di speculazione: la trasformazione del mercato residenziale in mercato turistico grazie a piattaforme come Booking o Airbnb, il portale online creato nel 2007 da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk. Le piattaforme turistiche stanno modificando il mercato immobiliare di molte città, avviando un processo di espulsione delle fasce sociali più deboli dai centri storici. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, i locali offerti ai turisti su Airbnb non sono camere condivise o stanze singole all’interno delle case dei residenti, ma interi appartamenti sottratti al mercato residenziale e affittati ai turisti per 365 giorni all’anno. Il ricavo ottenuto dal fitto turistico è più alto di un normale affitto: a Napoli un appartamento in centro storico che mensilmente potrebbe rendere non più di 600 euro con Airbnb può rendere anche più del doppio. Attraverso le piattaforme digitali chiunque può mettere sul mercato turistico i propri immobili: basta qualche fotografia, un annuncio accattivante e il business ha inizio nel nome della sharing economy. Quest’espressione rappresenta una sorta di passepartout per società di servizi, fondi immobiliari e grandi proprietari che, nascondendosi dietro un anonimo profilo digitale, gestiscono sulla piattaforma un numero a volte anche molto elevato di appartamenti.

L’Italia è il terzo mercato mondiale per la piattaforma Airbnb e il 73% degli alloggi attualmente disponibili sono interi appartamenti. Tra il 2014 e il 2015 si è registrato un incremento del 553% delle abitazioni private utilizzate per locazioni turistiche temporanee. Questi dati sono destinanti a crescere di pari passo con l’incremento del flusso turistico mondiale che la Untwo (World Tourism Organization delle Nazioni Unite) stima in crescita dell’80% entro il 2030. Nell’inchiesta AAA affittasi Italia, dedicata al mercato di Airbnb, Manuele Bonaccorsi (“Report”, 4 giugno 2018) ha mostrato come nel centro storico di Firenze il processo di turistificazione stia raggiungendo ormai uno stadio avanzato: in alcune strade gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Il servizio mostrava una società di servizi che gestiva centinaia di appartamenti utilizzando un profilo di nome Bettina. Bettina esiste davvero – hanno spiegato ai microfoni: si tratta di una delle tante dipendenti della società che si cela dietro l’annuncio. Anche sotto il profilo della tassazione la piattaforma agisce secondo lo stesso codice etico: le sedi legali sono in paradisi fiscali ben lontani dall’Italia.

Gli annunci su Airbnb che riguardano la città di Venezia sono più di 7mila e il 5% degli host trattiene 1/3 della ricchezza accumulata. “In una prima fase”, spiega Alessandra Esposito, ricercatrice in studi urbani che si occupa dell’impatto di Airbnb sul mercato immobiliare, “tutti hanno l’impressione di guadagnare, ma nel lungo periodo a investire e guadagnare maggiormente nel mercato delle locazioni turistiche è chi dispone del capitale iniziale maggiore. Reinvestendo gli utili dell’attività in nuovi appartamenti per turisti, questi soggetti riducono l’offerta per i residenti causando un innalzamento generale dei prezzi al metro quadro. Questa dinamica, nel caso italiano ma non solo, riguarda in particolare i centri storici ed è volano di un generale innalzamento del costo della vita dovuto alla maggiore capacità di spesa della popolazione non-residente. L’aspetto preoccupante è che non esistono al momento misure di salvaguardia che evitino l’espulsione delle fasce sociali più fragili, e dei residenti in genere, dai quartieri interessati dal boom”.

Nel 2016 è stata Lisbona la città europea con il tasso maggiore di crescita: il settore degli affitti turistici ha visto un incremento del 67% tra il 2016 e il 2017. Sul portale ci sono attualmente 22mila annunci attivi per Lisbona. Di questi il 74% riguarda interi appartamenti e il 67% è gestito da “Multi-listing Host”, soggetti che gestiscono più di un appartamento. (Fonte: Airdna/Inside Airbnb). Nel 2017, invece, la “palma della vittoria” è toccata a un’altra grande città del Sud Europa: Napoli. Qui il tasso di crescita annuo dell’offerta di alloggi su Airbnb è stato del del 65%, con più di 7.169 alloggi localizzati nel perimetro Unesco all’interno di un’area che misura circa 10km2. Il 59,3% di questi annunci si riferisce a interi appartamenti e il 58,6% riguarda annunci multipli. Anche qui l’effetto sul mercato immobiliare non ha tardato a farsi sentire: secondo l’agenzia Tecnocasa, le transazioni immobiliari a uso investimento sono cresciute del 41% negli ultimi quattro anni. Ad oggi gli attori coinvolti sono per lo più investitori locali (Napoli è una città con una forte tendenza alla concentrazione della proprietà), ma nel 2018 investitori esteri e agenzie hanno iniziato a interessarsi alle compravendite nel centro storico. In pochissimi anni il centro storico è rapidamente cambiato: nei decumani, in cui Dolce&Gabbana girava i suoi spot nel visibilio generale, ferramenta, mercerie, esercizi commerciali rivolti agli abitanti si sono trasformati in un monotono alternarsi di attività di ristorazione e pseudo-negozi artigianali esplicitamente dedicati ai turisti. Anche il costo della vita è cresciuto, insieme a quello delle case, mentre quello degli stipendi è rimasto immutato. Come in tutte le altre città turistiche, i flussi turistici si stanno espandendo verso altri quartieri popolari come la Sanità, i Quartieri Spagnoli e Forcella, in cui nel giro di pochi anni il processo di turistificazione potrebbe portare, com’è accaduto in altre città, all’espulsione dei residenti storici che non saranno più in grado di competere economicamente con nuovi attori esterni.

In casa

La fine dell’accoglienza

di Savino Reggente

Jef Aérosol

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E noi? Dov’eravamo e dove siamo adesso”. Questa la domanda che ultimamente macina nella mia mente e che sempre più spesso raccolgo dalle voci di colleghe e colleghi. Quel noi, infatti, chiama in causa in primo luogo chi ha lavorato e ancora lavora nel campo dell’accoglienza ai cosiddetti profughi: gli e le operatrici sociali. Ma sarebbe stupido limitarsi a quello specifico settore lavorativo. Quel noi vorrebbe chiamare in causa tutte quelle persone che a vario titolo, dall’associazionismo alla militanza passando per il grande e opaco terzo settore, hanno operato al fianco e a sostegno dei profughi. Ma ancora non basta. Quel noi vorrebbe interrogare sulle proprie responsabilità intellettuali, amministratori, uomini e donne, tutta una società che ha lasciato o, peggio, ha attivamente collaborato affinché si affermasse l’attuale situazione politica.

Domanda urgente quanto vana, per cui tanto vale tornare a quel noi che mi riguarda più da vicino. Per esser chiaro, l’attuale governo con le sue scellerate politiche non è che l’ultimo – ultimo in termini temporali, ché al peggio non c’è mai fine – momento di un continuum storico-politico che ha cause lontane e complesse. Ma quello attuale è sicuramente il momento più critico e, come in tutte le crisi, si è obbligati a entrare nel vivo e a far i conti con le contraddizioni più cocenti. Noi, operatori e operatrici sociali, dov’eravamo quando fu emanato il famoso decreto risalente al febbraio 2011, dall’allora governo Berlusconi, con cui fu istituita l’Ena (Emergenza Nord Africa), punto di snodo e di svolta per le future politiche migratorie nazionali? Probabilmente, la maggior parte dei miei attuali colleghi e colleghe iniziava appena ad affacciarsi al mondo della migrazione, me compreso. Di lì in poi, col susseguirsi delle emergenze “dovute all’eccezionale afflusso di migranti” (Mare Nostrum, Triton, Emergenza Sbarchi, etc.) l’accoglienza è diventato uno dei settori lavorativi in cui il tasso d’occupazione è aumentato esponenzialmente, in controtendenza al trend generale della nazione, dando la possibilità di un lavoro, seppur precario, a quella massa di giovani altamente scolarizzati e disoccupati. Tuttavia, si trattava e ancora si tratta di una forza lavoro peculiare, messa in una posizione liminale a ricoprire un ruolo strategico tra inclusione, controllo e disciplinamento. Eppure, chi ha mai sentito parlare dell’operatore al di fuori del perimetro assai delimitato degli addetti e addette ai lavori? Più che altro, il mainstream politicamente orientato ha creato dei concetti armati quali “i 35 € al giorno per migrante”, “il business dell’accoglienza” o, da ultimo, “quelli che lo fanno come volontariato”.

E noi, mentre questa retorica acquisiva sempre più la forza del senso comune, dov’eravamo? Assunti per la necessità istantanea di mano d’opera e di una fonte di reddito, avvicinandoci sempre più al modello di lavoro proprio al mondo della logistica, just in time e to the point, dove il fabbisogno della forza lavoro dipende dalla quantità delle merci da smistare, siamo stati assorbiti, ingabbiati e incapsulati nella bolla dell’accoglienza, dove il tempo accelerato dell’emergenza ha determinato pesantemente le condizioni di lavoro, mettendo in forte tensione corpi e menti. Certo, non solo il tempo: la crescente divisione del lavoro e specializzazione delle mansioni; la frammentazione delle équipe di lavoro; un crescente e asfissiante controllo da parte delle istituzioni – questure in primis – e della politica, nonché una progressiva gerarchizzazione e aziendalizzazione costituiscono altri elementi fondamentali per capire noi dov’eravamo.

Abbiamo probabilmente scontato il fatto di essere una categoria lavorativa appena nata, quasi del tutto inesperta e con poca o nessuna coscienza non solo professionale ma sindacale, catturati in quelle economie morali in cui la qualità e il riconoscimento del lavoro svolto non si misuravano attraverso un’adeguata forma contrattuale e una congrua retribuzione, ma piuttosto tramite un più sottile e pericoloso salario: il bene. Per cui poco importava quanto si lavorava, e ancora si lavora, se si fanno ore in più non previste dal contratto e non segnate, se si è sotto inquadrati, sotto remunerati, messi sotto pressione o ricatto. Ciò che ci riempiva – di certo non le tasche – era il bene, magari riconosciuto nel volto della persona che si aveva in carico. Su questa contraddizione, riassumibile nella domanda “a quale condizione operare per il bene”, non ci si è mai voluti interrogare, tanto da diventare un enorme e pesante rimosso. Rimosso che è collettivo perché tocca tutti e tutte noi che abbiamo preferito vestirci dell’abito di “buoni”, per dirla con Rastello, sempre più legittimati dalla marea dei cattivi che dilagava attorno a noi. Sentendoci argine alla deriva razzista, eroi e martiri del diritto all’accoglienza, abbiamo via via accettato condizioni di lavoro sempre più stressanti, compromessi che fino a poco prima ci sarebbero sembrati improponibili, chiuso bocche e orecchie a ogni forma di dissenso, imprigionati in quella bolla che ci ha impedito di vedere che tutto fuori andava a fuoco. Lasciando sempre più in secondo piano quello che doveva essere la nostra prima rivendicazione: il diritto alla libera mobilità delle persone, diritto che viene prima e va oltre l’accoglienza.

Difatti, mentre venivamo sempre più catturati dal nostro stesso lavoro e frammentati nelle diverse mansioni, in diverse équipe, nel proprio particolare progetto e cooperativa, il ministro dell’Interno Marco Minniti andava in Nord e Centro Africa a siglare accordi con i paesi da cui provenivano o transitavano una buona parte dei profughi; non ci accorgevamo che conclusasi l’interpretazione umanitaria del governo dei flussi prendeva prepotentemente campo quella più dichiaratamente militare e securitaria. Magari ci siamo indignati nell’ascoltare le voci e gli sguardi razzisti dei e delle cittadine comuni rivolti verso “i nostri beneficiari”; abbiamo fatto finta che tutto potesse andare avanti, che il nostro lavoro e passione avessero senso ed efficacia, voltando lo sguardo a quanto invece si stava verificando e che ora ci mette di fronte al rischio concreto della perdita del lavoro e di un’esponenziale clandestinizzazione ed emarginazione dei migranti. Noi, in tutto ciò, dov’eravamo?!

E dov’erano le amministrazioni comunali, le associazioni, le cooperative a cui era stata demandata la gestione dell’accoglienza? Quale lungimiranza politica ed occupazionale ha animato le loro scelte, scelte di cui ora sono i primi a doverne misurare le conseguenze? Di tutto quello che si muoveva ai piani alti, nei rapporti tra la politica e gli interessi confliggenti interni al privato sociale rispetto all’assegnazione dei vari bandi, abbiamo potuto vedere e capire ben poco. Mi chiedo se quel logorante tatticismo politico, quel continuo e sfibrante riposizionamento, quella diplomatica, riottosa e cieca concorrenza non siano stati anch’essi funzionali alla produzione dell’attuale situazione politica. Anche in questo caso, la voce degli e delle operatrici è mancata: è come se fossimo stati parlati dagli altri, talmente risucchiati ed estenuati dal nostro lavoro da non riuscire a produrre un discorso altro e diverso da quello con cui i vari attori (politici, istituzionali, datoriali) raccontavano il mondo di cui noi eravamo i e le protagoniste. Non abbiamo mai sentito la comune urgenza di creare spazi autonomi di riflessione ed elaborazione collettiva al di fuori delle cornici previste dal lavoro, quest’ultime funzionali alla creazione di una cultura del lavoro in linea con le logiche di funzionamento e perfino con i linguaggi della cooperativa o dell’istituzione. Anche ciò ha contribuito a incorporare gli inevitabili conflitti o, più semplicemente, i dissensi all’interno dell’ambito lavorativo ammortizzandone ed anestetizzandone la portata critica. Ed ora, che già tanti e tante hanno perso il posto di lavoro, si preferisce cercare un’occupazione altrove, diversa, magari alimentando nuovamente quella spinta all’emigrazione che il settore dell’accoglienza era riuscita in qualche sorta a contenere. Piuttosto che riconoscerci come categoria professionale e lavorativa ed organizzarci per rivendicare il diritto alla stabilizzazione e al miglioramento delle condizioni contrattuali e salariali abbiamo preferito voltare lo sguardo e cercare altro. Abbiamo scelto di rimuovere tutto ciò che ci poneva di fronte alle nostre contraddizioni (precariato, sfruttamento, incapacità d’organizzazione sindacale) e preferito lottare in favore dei diritti degli altri, dei “nostri” beneficiari, per cui quotidianamente ci siamo scontrati con uffici anagrafici, sanitari, questure, centri per l’impiego, ignorando volutamente che quelle battaglie, per quanto piccole, avevano senso se fatte in una prospettiva che fosse di tutti e tutte.

Con l’effetto paradossale di legittimare o quantomeno accettare sempre più l’attuale sistema d’accoglienza e le politiche che lo hanno modellato – politiche certo non solo nazionali – ritrovandoci ora a dover fare i conti anche sulla nostra pelle con gli effetti dell’ultima legge che porta il nome del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) creato nel 2002 e che con la nuova legge cambia nome e sostanza, sarà riservato solo alla categoria dei minori stranieri e a coloro che beneficiano di una delle due forme di protezione internazionale – protezione sussidiaria o asilo politico –, diventando così una riserva indiana di cui solo una minima elite di migranti potrà beneficiare. Gli e le altre migranti, coloro che sopravvivono alla Libia, al Mediterraneo, al filtraggio discriminante dei centri hotspot, saranno accolti in centri di grandi dimensioni abbandonati essenzialmente a loro stessi in attesa di un permesso che probabilmente non arriverà mai. In questo panorama, anche a seconda della scelta politica dell’ente datoriale di appartenenza, gli e le operatrici sociali rimasti si troveranno a lavorare in contesti, condizioni e ruoli sempre più difficili e umanamente stressanti. Forse, questa volta la contraddizione sarà troppo grande ed eticamente insostenibile per poterla accettare, neanche in nome del bene.

Dovendo fare seria autocritica tra chi a vario titolo ha speso energie a supporto dei migranti, è necessario chiedersi quanto il nostro operare nel corso di questi anni sia stato inattuale, e in nulla incidente. Bisogna chiedersi se e in che maniera ci siamo opposti prima che questo progressivo degradare della nostra società diventasse realtà politica e discorso comune non solo legittimato ma ignominiosamente rivendicato. E trovo una distopica illusione voler adesso opporsi a questo razzismo eletto a istituzione investendo tutto nel totem salvifico della “comunicazione”, come se ancora una volta una “buona” comunicazione possa arginare o cambiare i termini del problema, che è e resta assolutamente politico. Né far indossare giubbini catarifrangenti a profughi mentre puliscono parchi pubblici, né progettare bandi dall’esplicativo titolo “i richiedenti asilo per la città”, né d’altra parte rivendicare un presunto quanto narcisistico e autoreferenziale valore sociale del nostro lavoro può cambiare di un millimetro i rapporti di potere e invertire l’ormai dominante discorso comune. Detto chiaramente: quel che in questi anni è mancato, a tutti e tutte noi, credo sia stato il conflitto, la lotta, innanzitutto a partire da noi stessi, per noi stessi. Allora, noi dov’eravamo? Nel sogno di una cosa. “Il mondo ha il sogno di una cosa, del quale deve solo prendere coscienza per averla veramente”, scriveva Karl Marx all’età di venticinque anni. Forse, noi siamo ancora troppo giovani. Ma se la crisi attuale ha pure un’utilità, questa è nel farci prendere coscienza su dove siamo noi, ora.

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