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Cristiani e musulmani: un incontro storico

di Iacopo Scaramuzzi

Nick Walker

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Chi costruisce ponti, anziché muri, porta in contatto persone che erano separate, supera distanze, sfida pregiudizi – e viene solitamente calpestato in entrambi i sensi di marcia. I “pontefici”, nel nostro caso, i costruttori di ponti, sono due, un papa e un imam. Ad Abu Dhabi, Jorge Mario Bergoglio, primo vescovo di Roma a visitare gli Emirati Arabi Uniti (34 febbraio), ha firmato una dichiarazione congiunta sulla “fratellanza umana” con il grande imam dell’università sunnita del Cairo al-Azhar, Ahmad al-Tayyib. La destra cattolica si è scatenata, i lefebvriani sono arrivati a parlare di eresia, e c’è da giurare che anche per l’esponente musulmano le critiche dagli estremisti islamici non tarderanno ad arrivare. Più dell’estraneo, i fondamentalisti di ogni religione non tollerano i correligionari che abbattono le distinzioni, il dialogo per loro è tradimento. Il ponte apre possibilità che li destabilizza, e li accomuna: senza un nemico ignoto stanno male.

Ahmad al-Tayyib in Vaticano è ben noto. Nel dicembre 2010, pochi mesi prima della “primavera araba”, papa Ratzinger condannò l’attentato a una Chiesa copta di Alessandria (che fosse opera di jihadisti o di un’intelligence impegnata a contrastare il vento della protesta è ancora dubbio…) evocando la necessità che le autorità egiziane tutelassero i cristiani. Un’ingerenza intollerabile per il traballante Hosni Mubarak, che richiamò l’ambasciatrice presso la Santa Sede. Per rafforzare il messaggio, Al-Azhar, all’epoca legata a doppio filo con il governo egiziano, interruppe le relazioni istituzionali con il Vaticano. Visto che c’era, il grande imam, al-Tayyib appunto, ricordò che Benedetto xvi era sempre quello del discorso di Ratisbona. Crisi totale, ponti chiusi. Fino all’elezione di Jorge Mario Bergoglio. Che, coadiuvato dal sapiente cardinale francese Jean-Louis Tauran, riallacciò faticosamente i rapporti con al-Azhar, con un capolavoro di diplomazia religiosa sancito dalla visita a Roma del grande imam, pubblicamente abbracciato dal pontefice tra i mal di pancia dei reazionari, dalla visita del papa all’ateneo sunnita nel 2017. E, infine, dalla firma “a sorpresa” del documento congiunto lo scorso febbraio.

A sorpresa, sì, perché, come ha rilevato anche la “Civiltà Cattolica”, “la notizia non era stata diffusa, né il testo era noto in anticipo”. E il povero vaticanista si è ritrovato a sera inoltrata a leggere e sintetizzare un denso testo di diverse cartelle totalmente imprevisto e dal sapore della pietra miliare. Qualcosa di simile era già avvenuto: Francesco accettò di incontrare il patriarca russo Kirill – il primo incontro nella storia tra un papa e un patriarca russo – senza condizioni. I russi decisero che l’incontro sarebbe avvenuto nell’hangar dell’aeroporto dell’Havana, in una tappa di un viaggio che Kirill stava compiendo in America latina, e decisero che i due fratelli riconciliati avrebbero firmato un documento congiunto, una intemerata contro il secolarismo molto poco bergogliana. Ma, pur di raggiungere lo storico traguardo dell’abbraccio impensabile per secoli, sognato da Gıovanni Paolo ii, sperato da Benedetto xvi, Bergoglio accettò. E poi fece distribuire il testo ai giornalisti al seguito in ritardo, minimizzando il suo contenuto letterale.

Ad Abu Dhabi le cose sono andate diversamente. Santa Sede e al-Azhar hanno lavorato riservatamente al documento per mesi. Francesco lo ha fatto poi leggere ai teologi vaticani, per evitare che ci fossero errori dottrinali. Ma oltre a una cerchia ristretta nessuno ha saputo nulla fino all’attimo della firma. Bergoglio e al-Tayyib avevano evidentemente troppa paura, fondatamente, che se avessero allargato le consultazioni, il testo sarebbe stato impallinato da perplessità, prudenze, censure, e non avrebbe mai visto la luce. Meglio forzare la mano – e poi prendersi l’ondata inevitabile di critiche. Costruire il ponte e poi venire calpestati.

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Civiltà al declino: la nostra

di Jared Diamond

traduzione di Francesca Leardini

Ericailcane

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Con il suo ampio studio Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi 2005) lo storico e geografo statunitense Jared Diamond ha stimolato alcuni giovani francesi a riportare le sue convinzioni sul mondo contemporaneo. Ci sembra utile riproporre afli “Asini” alcune considerazioni di Diamond dal capitolo finale del suo libro.

La maggior parte dei problemi ambientali presenta aspetti che ancora non conosciamo completamente e di cui è legittimo discutere. Ma c’è chi, a mio avviso per scarsa informazione, tende a liquidare il tutto con obiezioni di principio e frasi lapidarie. Vediamo come rispondere alle più comuni.

– Non si può privilegiare l’ambiente a scapito dell’economia. Quindi le preoccupazioni ambientali sono un lusso, le soluzioni proposte sono una perdita netta da un punto di vista economico, dunque meglio risparmiare soldi. In realtà è l’esatto contrario. Un ambiente danneggiato costa enormi somme di denaro, a breve e a lungo termine; il risanamento o la prevenzione permettono invece di risparmiare molti soldi a lungo andare, e spesso anche nell’immediato. È meno costoso prendersi cura della salute dell’ambiente in cui viviamo, cosí come facciamo con il nostro corpo, ed è preferibile prevenire la malattia invece di cercare di curarla dopo che si è sviluppata. Basti pensare ai danni causati dalle erbe infestanti e dai parassiti come il giacinto acquatico e il mollusco bivalve d’acqua dolce Dreissena polymorpha, a quanto spendiamo ogni anno per sradicare queste specie nocive, al valore del tempo perduto bloccati nel traffico, ai costi finanziari delle malattie dovute all’inquinamento, ai costi di ripristino di ambienti inquinati da agenti chimici tossici, all’impennata dei prezzi del pesce per il grave impoverimento dei mari e al valore del terreno agricolo danneggiato o reso inservibile dall’erosione e dalla salinizzazione. Si tratta di sommare i costi di centinaia e centinaia di problemi diversi. Per esempio, il valore statistico di una vita umana negli Stati Uniti (ovvero il costo sopportato dall’economia del paese quando un cittadino medio, che la società ha allevato e istruito, muore prima di aver dato tutto ciò che può all’economia nazionale) si aggira attorno ai 5 milioni di dollari. Moltiplicando questa cifra per una stima prudenziale di 130mila morti annuali dovute all’inquinamento, il costo complessivo di queste perdite è di circa 650 miliardi. Questo dimostra perché il Clear air act (legge approvata nel 1970) ha fruttato un risparmio netto di circa mille miliardi di dollari all’anno, grazie alle vite umane salvate e alla riduzione della spesa in campo sanitario, nonostante gli alti costi del disinquinamento previsto dalla legge.

La tecnologia risolverà i nostri problemi. Questa fiducia nel futuro si basa sulla convinzione, tutta da dimostrare, che la tecnologia abbia risolto piú problemi di quanti ne abbia creati. Gli ottimisti danno anche per scontato che riusciremo a realizzare tutte quelle invenzioni che sono, al momento, ancora allo stadio progettuale, e che lo faremo cosi in fretta da dare ben presto una svolta alla situazione attuale. Due tra i piú famosi uomini d’affari americani da me intervistati hanno eloquentemente sostenuto questa tesi, parlandomi di nuove tecnologie e strumenti finanziari, profondamente diversi da quelli del passato, che risolveranno a loro avviso i nostri problemi ambientali.

La realtà, però, sembra smentirli. Soltanto alcune delle tecnologie che paiono in un primo momento rivoluzionarie giungono a piena realizzazione, mentre altre non superano lo stadio progettuale. In genere ci vogliono alcuni decenni prima che una nuova tecnologia sia realizzata e resa gradualmente operativa su grande scala: si pensi al riscaldamento a gas, alla luce elettrica, alle automobili e agli aerei, alla televisione, al computer e cosi via. Le nuove tecnologie creano sempre problemi imprevisti, anche se riescono a risolvere quelli per cui sono state progettate. Le soluzioni tecnologiche adottate per risolvere un problema ambientale sono di solito molto piú costose delle misure impiegate per prevenirlo: confrontiamo i miliardi di dollari di danni che accompagnano i naufragi delle petroliere con i costi modesti di pratiche sicure ed efficaci intese a minimizzare i rischi di queste catastrofi ambientali.

Il progresso tecnologico non fa che aumentare la nostra capacità di agire, in meglio o in peggio, e molti nostri problemi attuali sono conseguenze negative e non intenzionali della tecnologia esistente. Il rapido progresso del xx secolo, infatti, ha dato origine a problemi nuovi e complessi molto piú velocemente di quanto non abbia risolto quelli vecchi.

Tra i molti esempi possibili ne ricorderò due: i clorofluorocarburi (Cfc) e i veicoli a motore. I gas refrigeranti un tempo usati nei frigoriferi e nei condizionatori (come l’ammoniaca) erano tossici e potevano causare incidenti mortali in caso di guasto. Per questo la sintesi dei Cfc (o gas freon) fu proclamata a gran voce un progresso essenziale. I Cfc sono inodori, non tossici e molto stabili in condizioni normali sulla superficie terrestre, e perciò all’inizio non è stato notato alcun effetto collaterale negativo. Nel giro di poco tempo, i Cfc incominciarono a essere considerati una sostanza miracolosa e vennero adottati in tutto il mondo come refrigeranti, come agenti espandenti per le schiume isolanti, come solventi e come propellenti in bombolette spray. Nel 1974, però, si scopri che una volta arrivati nella stratosfera questi gas si decompongono a contatto con i raggi ultravioletti e liberano atomi di cloro molto reattivi che distruggono una porzione significativa dello strato di ozono. Questa scoperta provocò una violenta reazione tra i produttori, restii a perdere i 200 miliardi di dollari annui che i Cfc fruttavano. La loro messa al bando alla fine fu approvata, ma lentamente: la DuPont (la piú grande produttrice) ha deciso di interromperne la produzione soltanto nel 1988, nel 1992 i paesi industrializzati hanno sottoscritto un trattato per cessarne la fabbricazione entro il 1995, mentre la Cina e alcuni altri paesi in via di sviluppo continuano ancora a usarli. Purtroppo, anche quando sarà completamente cessata la loro produzione, i Cfc continueranno a costituire un problema per molti decenni, perché sono già nell’atmosfera in grosse quantità e si decompongono molto lentamente.

pianeta

Perché i “collassologi” vanno presi sul serio

di Laura Centemeri

BUSTART

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Avete aderito alle teorie del collasso, raccontateci come lo vivete”. Con questo appello lanciato sul suo sito online, il quotidiano “Le Monde” ha recentemente promosso un’inchiesta sul movimento della “collassologia”, nato in Francia sulla scia della pubblicazione, nel 2015, del libro di Pablo Servigne e Raphaël Stevens Come tutto può crollare (Comment tout peut s’effondrer. Petit manuel de collapsologie à l’usage des générations présentes, Edition du Seuil): sessantamila copie vendute, prevalentemente in Francia e Belgio.

Per “collassologia” – termine scelto dagli autori “con una certa volontà di autoderisione” ammettono – si intende “l’esercizio transdisciplinare di studio del collasso della nostra civiltà industriale, e di ciò che le potrà accadere, appoggiandosi ai due modi cognitivi che sono la ragione e l’intuizione e sui lavori di scienziati riconosciuti”.

Il libro è organizzato in tre parti. La prima traccia un quadro diagnostico dei gravi squilibri che il modello economico dominante, di cui si discute la natura sempre più globalizzata e finanziarizzata, non cessa di aggravare. Consumo di risorse non rinnovabili, riscaldamento globale, perdita di biodiversità, aumento di disuguaglianze sociali: gli indicatori sono tutti su livelli di allarme. Se ne deduce che la crescita fisica delle nostre società non può continuare, che abbiamo alterato il funzionamento del sistema-Terra in modo irreversibile, e che ci attendono periodi di ancora più forte instabilità sociale. La seconda parte riporta in auge l’esercizio della futurologia (Raphaël Stevens è un esperto di studi prospettivi) e affronta la questione dei modelli di previsione, discutendone alcuni, tra cui il modello World3 che fu utilizzato nel celebre rapporto su I limiti dello sviluppo. Apprendiamo, da questa sezione, che il sistema collasserà, come correttamente previsto già da Meadows e gli altri autori del rapporto, anche se non sappiamo cosa scatenerà il crollo e quando. La terza parte, che si intitola Collassologia, si interessa in modo più diretto al “fattore umano”, cercando di rispondere a domande come: “Quanti saremo alla fine del secolo? (demografia del collasso)”, “Ci uccideremo tra di noi (sociologia del collasso)?”, “Perché i più non ci credono (psicologia del collasso)?”, “Ora che ci crediamo, che facciamo? (politica del collasso)”. Rassicurati dal fatto che no, il crollo delle istituzioni non ci condurrà a ucciderci tra di noi, i lettori sono incoraggiati, nelle conclusioni, a prendere atto “delle catastrofi che già hanno luogo” (sottolineatura degli autori) e a “fare il lutto di tutto ciò di cui questi avvenimenti ci priveranno”. In particolare, gli autori ci tengono a precisare che “pensare che tutti i problemi saranno risolti dal ritorno della crescita economica è un grave errore strategico”. Evitando il pessimismo, l’invito è a unirsi alle “numerose iniziative che si situano già nel mondo del dopo”, per esempio gli ecovillaggi o le ZAD, cioè le Zones à défendre, occupazioni che si moltiplicano sui siti di grandi opere inutili o altri progetti a forte impatto ecologico.

Oltre 300 testimonianze sono arrivate a “Le Monde” nel giro di poche ore dalla pubblicazione dell’appello, lasciando stupite perfino le due giornaliste all’origine dell’iniziativa. A rispondere, in prevalenza, uomini che esercitano una professione intellettuale e vivono in ambito urbano. Le loro storie sono accomunate dal momento epifanico dell’incontro con la collassologia, che provoca la caduta del velo di ignoranza sull’insostenibilità di quella che Servigne & Co. definiscono come la “nostra civilizzazione termo-industriale fondata sulle energie fossili”, fondendo pericolosamente insieme modernità, produttivismo e capitalismo. Superata una prima fase di sconforto, ha luogo una rinascita, attraverso delle decisioni concrete di cambiamento che coinvolgono la sfera del lavoro (lo si riduce, lo si abbandona, lo si reinventa), dell’abitare, dei consumi (con la scelta di una loro riduzione volontaria), ma anche quella relazionale e affettiva, e sociale, con il coinvolgimento in modo attivo in reti locali impegnate sui temi della transizione ecologica, dell’economia alternativa, della solidarietà.

L’inchiesta di “Le Monde” ha così contribuito a portare all’attenzione del pubblico la realtà di un movimento difficile da quantificare ma che sembra incontrare il favore di molti francesi. La collassologia ha ricevuto però anche molte critiche tese principalmente a evidenziarne i limiti concettuali e i rischi politici in cui si incorre nel fare del collasso la nozione chiave per comprendere il presente e motivare all’azione. Ne è nata una nutrita letteratura in cui ritroviamo molti degli argomenti mossi a critica di un’altra nozione controversa, quella di Antropocene, abbondantemente utilizzata dai collassologi.

Della collassologia si denuncia l’antropocentrismo; il suo essere occidentalocentrica, com’è rivelato dall’insistente e disturbante uso del “noi” come sinonimo di umanità; il suo essere un ambientalismo dei ricchi; il suo effetto depoliticizzante nel rappresentare il cambiamento come frutto di dinamiche sistemiche inesorabili, a cui adattarsi con resilienza.

Alcuni commentatori, pur dando atto agli accoliti francesi del collasso di sforzarsi di far esistere una “collassologia di sinistra”, sottolineano come questa nozione sia intrecciata a doppio filo, e inesorabilmente, con posizioni tecnocratiche, razziste, neo-malthusiane, apocalittico-reazionarie che da sempre attraversano il campo dell’ecologia. Secondo alcune letture, la collassologia avrebbe allora successo perché tutto sommato innocua, inducendo al rafforzamento di tendenze ampiamente alimentate dal neoliberismo imperante: la precarietà, il senso di insicurezza, la paura dell’invasione, il ripiegamento su se stessi.

Queste critiche sono fondate e ne riprenderò diverse. Al tempo stesso, mi sembra importante interrogare, come cerca di fare “Le Monde”, non solo la collassologia come quadro concettuale, ma anche quello che la collassologia sembra concretamente capace di far fare alle persone.

 

La “novità” della collassologia

Partiamo dalla presunta novità della collassologia. È innegabile che i collassologi francesi siano i figli degli esperti di teoria dei sistemi che partorirono, nel 1972, il già citato criticatissimo e insieme epocale rapporto su I limiti dello sviluppo. Come loro, sono spesso ingegneri o biologi o ecologi. Delle visioni sistemiche continuano a perpetuare le ambiguità e i limiti, le oscillazioni tra utopia e tecnocrazia. Sono anche i figli dei movimenti che, più di quarant’anni fa, presero sul serio quel rapporto e le tendenze al collasso che già vi erano delineate, per aprire un nuovo fronte di impegno ambientalista, imperniato sulla nozione di design. Convinti dell’inefficacia di agire unicamente a livello della contestazione, questi movimenti, nati nel mondo anglosassone ma precocemente trasnazionali (di cui i più noti sono il movimento della permacultura e quello degli ecovillaggi), hanno promosso lo sviluppo e la diffusione di pratiche concrete di trasformazione in senso ecologico (ecodesign) dei sistemi organizzativi di risposta, individuali e collettivi, ai bisogni di base.

Nella collassologia, dunque, c’è in realtà poco di sostanzialmente nuovo, specie nella parte descrittivo-diagnostica, trattandosi di discorsi che circolano da anni nell’ambito del movimento della permacultura, poi delle “Città in transizione” (che della permacultura sono un prolungamento) ma anche nella nebulosa dei diversi movimenti della decrescita.

Quello che i collassologi rivendicano come originalità è in realtà la pretesa di fornire “un quadro teorico per dare ascolto, comprendere e accogliere tutte le piccole iniziative che vivono già nel mondo ‘post-carbone’ e che emergono con incredibile rapidità”.

E qui c’è un problema. Perché i collassologi fanno come se queste iniziative non fossero già ampiamente impegnate, a livello locale e trasnazionale, a fabbricare quadri teorici adeguati a rappresentarle. Diverse tradizioni di movimento (ecologista, femminista, anarchista, marxista, cattolica) sono all’origine di iniziative che si ritrovano oggi riunite in una comunanza di pratiche, in una condivisa volontà di promuovere un cambiamento radicale ma ancora in difetto di un immaginario politico capace di combinare ecologismo, femminismo, pacifismo, giustizia sociale, e legame alla terra, inteso come recupero del senso dell’interdipendenza tra umani e altri esseri viventi.

Lungi dall’essere “piccole iniziative” isolate, queste realtà che “prefigurano” dei modi di funzionamento che si vogliono non solo espressione del mondo di domani ma soprattutto sovversivi del mondo di oggi, sono spesso riunite in reti e contribuiscono ad alimentare innumerevoli coalizioni, locali e globali, che vedono coinvolte anche le amministrazioni pubbliche. Che ci sia poi una difficoltà a ritrovarsi su un quadro comune non ci piove. Ma da qui a risolvere il tutto con il collasso ce ne passa.

poco di buono

Un modo vero di raccontare

di Agostino Ferrente

incontro con Dario Zonta

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Agostino Ferrente è autore di pochi film ma centrati, da L’orchestra di Piazza Vittorio a Intervista a mia madre. A metà tra il “cinema di strada” e il progetto sociale, ha dimostrato una capacità inconsueta di penetrare dentro realtà complesse, svelandole dal di dentro. Selfie è la sua ultima ricerca: bellissima autorappresentazione di due ragazzi del Rione Traiano alle prese con la loro quotidianità, nella memoria di un loro coetaneo scomparso, ucciso per errore dalle forze pubbliche. In questa intervista, fatta a caldo subito dopo il festival di Berlino, abbiamo chiesto a Ferrente di spiegarci una cosa importante: la realtà che viene svelata nel film è il frutto di un metodo di auto-rappresentazione (quello del selfie fatto con lo smartphone) pensato ed elaborato in una drammaturgia condivisa e in una regia pedagogica. Per noi che stiamo da quest’altra parte, analizzare il metodo vuol dire capire che quella realtà (sovraesposta dalla mediatizzazione seriale e dal reportage narrativo) deve essere accostata attraverso una nuova pedagogia della messa in scena, della ripresa, della rappresentazione. Vediamo come.

 

Non è la prima volta che il cinema documentario cede lo strumento delle riprese al personaggio per rappresentarsi, in questo senso c’è una certa tradizione. Qui però il progetto cinematografico si fa estetico, sociologico, pedagogico, didattico e ha un metodo che va indagato.

Avevo già usato questo metodo con Intervista a mia madre, d’altronde quella dell’autorappresentazione è una mia ossessione, ma solo come meccanismo per destrutturare la resistenza e l’ansia da prestazione del personaggio, tanto più se viene da una cultura come quella napoletana che tende all’autorappresentazione teatrale. Non parliamo, però, di “film partecipati” che spesso hanno un valore prettamente documentale. Se un clandestino che, attraversando il Mediterraneo, rischia di morire registrasse delle immagini con un cellulare, avremmo un materiale esteticamente poco interessante ma in grado di trasformarsi in un archivio unico attraverso una rivisitazione registica postuma, fatta al montaggio. L’idea di ricorrere a un metodo partecipato mi aveva sfiorato, ma è durata cinque secondi, anche meno, perché non mi è sfuggita una considerazione banale ma dirimente: la differenza tra fiction e documentario. Con una fiction si può chiedere a un ragazzino di interpretare un personaggio che non esiste, facendogli fare qualsiasi cosa: sniffare, sparare… Ma facendo un documentario, è eticamente aberrante chiedere al tuo ragazzino di quattordici anni di sniffare la coca, anche se dovesse farlo per davvero nella sua vita. Io la penso così, come documentarista non sarò mai complice di questa cosa. Quindi avendo deciso di raccontare questa realtà attraverso il documentario non aveva senso per me dare in mano al personaggio un cellulare affinché fosse mimetico, affinché potessimo rubare delle immagini che i protagonisti non accetterebbero di rendere pubbliche. Quindi l’idea di consegnare uno strumento come un cellulare a dei ragazzini di Napoli dicendogli “rappresentatevi”, l’ho considerato assolutamente aberrante, è un furto, è come guardare dal buco della serratura…

 

E dunque come hai lavorato?

Il mio desiderio era di raccontare un ragazzo di sedici anni che porta il caffè in un bar e un altro che sogna di fare il barbiere… Non potevo pensare di trasformarli in due piccoli registi, sceneggiatori e direttori della fotografia. Quindi la mia idea era di spingerli a guardarsi nello specchio, la stessa cosa che ho fatto con Intervista a mia madre: tenerli impegnati sul fare le interviste alle mamme – cosa che psicologicamente li prendeva moltissimo – destrutturava la loro necessità di mettersi in mostra; loro diventavano immediatamente soggetti e non più oggetti. In quel modo avevamo la restituzione di un momento di verità, un artificio narrativo per ottenere una verità, che è il nostro mestiere. In Selfie ho abolito il filtro, l’operatore e la telecamera. Io non faccio le riprese, non voglio essere distratto da problematiche di natura tecnica. Allo stesso tempo è un ostacolo per me avere un operatore professionista che deve interagire in tempo reale e interpretare quella che io definisco “drammaturgia sul campo”, anche perché l’operatore ha una sua sensibilità, un suo gusto, si crea un dibattito e si perde il film. È come un’operazione al cuore, non ti puoi mettere a dibattere con il co-chirurgo se è meglio così o meglio colà… quindi: via il filtro dell’operatore e della telecamera.

 

Il mezzo di ripresa è l’iPhone…

Gli ho dato un oggetto di facile uso, un iPhone che loro già sanno usare perché si fanno i selfie e i video che postano sui social. Poi gli dico: spostatevi di lato, non fate il selfie narcisistico, non mettetevi al centro, riprendete voi e la vostra realtà, guardatevi allo specchio. In maniera lacaniana, se mi passi la citazione, è la ricerca del sé attraverso lo sguardo. Guardandoti negli occhi, non vedo solo te ma anche me stesso attraverso i tuoi occhi, ho la conferma che io esisto. Il bambino che guarda il papà se non ha una reazione del padre è abbandonato, è perso, avrà dei traumi per tutta la vita. Esisti perché ti guardi allo specchio, non nel senso narcisistico, ma esistenziale. La mia ossessione era fare un film sugli occhi, fare un film sullo sguardo. Nel cinema la prima regola che ti insegnano è quella di non permettere che il personaggio guardi in macchina. Io ho voluto trasformare la rottura di questa regola in un dispositivo cinematografico.

 

In questo modo è emersa una rappresentazione della realtà dei rioni inedita rispetto a quella ormai codificata delle Gomorre televisive…

Per anni s’è detto basta alla cartolina anni Cinquanta, la mozzarella, il mandolino, la pizza… Poi s’è creata una seconda cartolina: le Vele, i palazzoni, le piazze dello spaccio, il degrado urbano. Il negativo è diventato positivo! C’è quasi un livello di saturazione ormai. Il rione da dove vengono i ragazzi invece si ispira originariamente all’edilizia americana con il verde, il palazzo basso per non creare lo spaesamento, le costruzioni che dovevano ricostruire una comunità, il giardino per i bambini. Poi quel progetto è stato attraversato dal destino degli sfollati delle baraccopoli che stavano sul mare, trasferiti provvisoriamente dopo il terremoto; rimasti poi lì, hanno occupato i bassi, le cantine: le hanno arredate, le hanno fatte diventare case. Quando ho chiesto ai miei personaggi di guardare nello specchio la realtà dietro di loro, era per non vedere il solito controcampo che già è patrimonio dell’immaginario collettivo. Volevo vedere loro nel loro mondo attraverso i loro occhi. Guardiamo non quello che gli occhi vedono, guardiamo gli occhi che vedono; il controcampo ce lo immaginiamo, è un fuoricampo.

 

Mi fai un esempio?

Quando come regista creo una situazione, il personaggio reale – assecondando la mia richiesta che si basa sul racconto del suo vissuto – decide di accettare questo gioco dell’auto-rappresentazione. Ma, nel momento in cui lo realizza, sta parlando realmente con il padre, con la madre, con la fidanzata, sta andando per davvero sulla tomba dell’amico morto… non è fiction, non è reenactment come dicono gli inglesi. È fare una cosa che appartiene alla loro vita: in quel momento è realtà. Se non ci fosse stato il regista, magari non sarebbero andati quel giorno sulla tomba, non avrebbero fatto quella telefonata… Però, siccome il regista ritiene che quel tipo di azione può raccontare bene quella persona e quella personalità, lui la fa. Se il regista sente che il modo in cui il personaggio esprime il concetto non è sufficientemente chiaro o bello – perché il documentario ambisce a essere un’opera quindi deve essere bello esteticamente – gli dice di riprovarla, di farla meglio, interagisce in diretta, crea una relazione, con il personaggio.

In casa

Politica e formiche. Una lettera dalla Puglia

di Fulvio Colucci

Mario Nardulli

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Il rombo delle ruspe a Borgo Mezzanone copre le parole. Accade mentre riavvolgiamo il nastro delle riflessioni sulla politica pugliese, maturate nel seminario degli “Asini” di Lamezia Terme a gennaio. È inevitabile quel rombo sovrasti l’analisi politica sul futuro della regione, ingoiando la storia, la cronaca, i destini.

Proprio a Lamezia, affrontando il tema di una Puglia che rischiava di cambiar pelle scartando, nella sua mutazione, le spoglie della Primavera vendoliana per vestire le nuove bluse military style care a Salvini, preannunciavamo i pericoli politici alimentati dalla pulsione leghista locale. L’intervento delle ruspe alla baraccopoli in provincia di Foggia è stato invocato dai dirigenti pugliesi del partito al governo col Movimento 5 Stelle. Le ruspe sono arrivate.

Non si discute l’esigenza di legalità nella Capitanata “rossa” di schiavitù del pomodoro. Il dubbio è che si potesse arrivare, prima dello schianto, per altra via. Spuntando ogni arma razzista. E si poteva. La notizia di Borgo Mezzanone apre di fatto la campagna elettorale per le regionali in Puglia del 2020. Un centrodestra arrembante vuol vincere e chiudere l’esperienza di governo del centrosinistra durata quindici anni (prima con Vendola, poi con Emiliano). Tutto “serve”, a partire dalle ronde di Fratelli d’Italia. Sempre a Borgo Mezzanone, gli iscritti accompagnano donne, ragazze e bambine a casa nei luoghi dov’è scarsa o assente la pubblica illuminazione, agitando la paura dell’“uomo nero” incarnato nel buio.

Si preannuncia una campagna elettorale aggressiva. La destra tiene in scacco il suo centro: vecchi dominus come Raffaele Fitto costretti a federarsi con Fratelli d’Italia, i giovani azzurri al congresso nazionale orfani del loro coordinatore regionale passato armi e bagagli con Salvini. Nel centro-sinistra il governatore uscente Emiliano “flirta” con i moderati ed è distante anni luce dalla sinistra che promuove le “primarie delle idee”.

Nei dieci anni del governo Vendola (20052015) la Regione Puglia ha speso oltre 200 milioni per i master post-laurea, ma la maggioranza dei ragazzi impegnati nell’attività formativa non è tornata a casa smentendo le attese di chi riteneva vincente la scelta politica del centrosinistra di contrastare così la “fuga” delle giovani generazioni. Certo, l’impegno della Regione è indiscutibile, ma i numeri appaiono inesorabili. Nel rapporto Svimez del 2018 si parla di calo demografico in Puglia facendo riferimento alla differenza tra saldo naturale (i nati vivi e i morti) e saldo migratorio. Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno la tendenza produrrà, nel 2065, un milione di abitanti in meno (la regione passerà da quattro a tre milioni). La conferma di una progressione negativa inesorabile per tutto il sud.

Di fronte alle ronde anti-immigrati a Borgo Mezzanone, di fronte alle ruspe, di fronte alla marea montante del leghismo, di fronte alla fine della “stagione delle idee” e all’avvento del contraddittorio duopolio reddito di cittadinanza-startup innovative (ma nell’accezione di destra che si dà alla cultura d’impresa), chi resta in Puglia cosa deve fare? Che fare? L’interrogativo di Cernyševskij, risuonato a Lamezia, ha una risposta nella resistenza politica suggerita da Gaetano Salvemini: “Fai ciò che devi, accada quel che può”. Chi resta in Puglia deve resistere. Anzitutto al trasformismo, vecchia piaga sempre nuova che Tommaso Fiore definiva così: “È come a carnevale vestirsi da cinesi”. In Puglia il trasformismo è da sempre una centrifuga nucleare e tende a ricavare materiale instabile dalla politica a vantaggio delle pratiche di potere. Coinvolge tutte le forze partitiche, nessuna esclusa. A marzo dello scorso anno il presidente della Regione, Michele Emiliano, eletto governatore nel 2015 da candidato di uno schieramento di centro-sinistra, ha nominato alla presidenza dell’Acquedotto Pugliese Simeone Di Cagno Abbrescia, ex sindaco forzista di Bari. La centrifuga gira sempre più vorticosamente, lo dimostra il duello di parole tra l’ex presidente della Regione Nichi Vendola e l’attuale governatore Michele Emiliano. Parole che imbarazzano il centrosinistra e che alla matrice del trasformismo vanno ascritte in pieno. Emiliano ha accusato Vendola di allearsi con l’ormai arcinemico Matteo Renzi. Obiettivo: creare il terzo polo erodendo consensi nel bacino elettorale del governatore uscente. Una manovra senza prospettive di successo, a detta di Emiliano, e che anzi “consegnerebbe la Puglia a Salvini”. Dal canto suo Vendola ha replicato con durezza: “Mi accusa di complottare un giorno con Renzi e il giorno dopo addirittura con Salvini. Mi lancia addosso addirittura l’insinuazione calunniosa che possa agire per conto della lobby dei rifiuti. Mi rammarico di aver sostenuto chi sta tradendo le ragioni del sud”.