il libro

La nuova Asia di Tash Aw

di Maria Rita Masci

illustrazione di Icinori

Stranieri su un molo di Tash Aw, nome cinese Ou Daxu, è una illuminante riflessione sullo sviluppo dell’Asia contemporanea che, pur nella sua brevità, non soltanto non ne tradisce la complessità, ma ne coglie alcuni elementi portanti, legati tanto alle grandi dinamiche geopolitiche che alla realtà identitaria e umana dei suoi protagonisti.

Si può dire che Tash Aw sia un nuovo ‘uomo asiatico’, con una biografia fra due continenti e una storia familiare di migrazione tipica della diaspora cinese, che lo ha messo nello stesso tempo all’interno e all’esterno delle travolgenti trasformazioni in atto, facendone un testimone eccellente. E’ nato nel 1971 a Taibei (Taiwan) da genitori malesi di origine cinese, cresciuto a Kuala Lumpur e oggi residente a Londra. Parla il mandarino, l’inglese, il cantonese e il malese e viene da una realtà familiare del sud della Cina che parla hokkien, hainanese, hakka, teochew. E’ autore di tre romanzi, La vera storia di Johnny Lim e Mappa del mondo invisibile entrambi editi da Fazi e Five Star Billionaire (Fourt Estate) selezionato per il Man Booker prize.

Gli stranieri sul molo sono i suoi nonni che, negli anni venti del secolo scorso, raggiunsero Singapore e la Malesia per sfuggire alla povertà della Cina devastata dalle carestie e dalla guerra civile. Il sud est asiatico, noto in cinese come Nanyang, l’Oceano meridionale, era la meta naturale delle popolazioni del sud della Cina, le condizioni naturali e climatiche erano simili e le precedenti generazioni di immigrati offrivano un appoggio sicuro. L’emigrazione del tempo, sottolinea Tash Aw, poteva contare su una rete di persone, su un clan di relazioni basate sulla provenienza regionale cui rivolgersi, parenti o non. Chi sbarcava aveva il nome di un compaesano a cui rivolgersi, che avrebbe dato loro ospitalità e aiuto per trovare lavoro. L’identità regionale, costruita sul dialetto da loro parlato, avrebbe garantito la sopravvivenza e la “possibilità di ricrearsi una vita in un paese dove i nuovi arrivati potevano immaginare un futuro a lungo termine”. Oggi la situazione è completamente mutata, e il “moderno sud est asiatico è strutturato in modo da imprigionare i nuovi migranti in un ciclo permanete di sfruttamento e privazione”, non hanno alcuna opportunità di integrarsi, costretti in un ciclo di contratti triennali che sopportano per mandare soldi alle famiglie. L’emigrazione dunque non offre più futuro, non è un’esperienza emancipante.

il libro

Sopravvivere all’infanzia

di Paola Splendore

illustrazione di Roberto Catani

L’ultimo romanzo di J.M. Coetzee, I giorni di scuola di Gesù (trad. di Maria Baiocchi, Einaudi 2017), continuazione de L’infanzia di Gesù, uscito nel 2013, sembra avere sconcertato pubblico e critica non solo per il  titolo spaesante ma anche per l’imbarazzo a definirne in maniera univoca la forma. Allegoria? romanzo filosofico? parabola? romanzo dialogico?  E per la scrittura, che rinvia più a Kafka o più a  Beckett, o forse anche al Vangelo? Come nella maggior parte delle opere del Nobel sudafricano la forma è  ibrida, un mélange  di generi, linguaggi e registri stilistici – dal dialogo socratico al melodramma, dalla lirica al grottesco – tutti rivisitati in maniera inaspettata e con una certa dose di ironia. Moltissimi inoltre i rimandi all’opera precedente di Coetzee e ai suoi motivi ricorrenti – quasi un segno di riconoscimento ormai – come  la causa degli animali, la confessione, la centralità del Don Chisciotte, l’antagonismo razionalità/passione, e la con/fusione tra  reale e immaginario.

Se le opere della maturità di uno scrittore esprimono tuttavia anche uno stile particolare, quello che Edward Said definisce ‘tardo’, allora il dittico intitolato a Gesù dovrebbe certamente esprimerlo. Secondo Coetzee, che nello scambio epistolare con Paul Auster in Qui e ora, ha discusso tale definizione, lo stile maturo si caratterizza per una sempre maggiore concentrazione dell’autore su questioni di “reale importanza” in una lingua semplice e disadorna. Nei due romanzi più recenti  le questioni di “reale importanza” presenti sono tante, dalla divisione sociale del lavoro alla sessualità, alla morte, all’esistenza del male nel mondo, ma ne I giorni di scuola di Gesù un tema si impone sugli altri, la formazione dell’individuo. La domanda sottesa sembra essere: di cosa ha bisogno l’individuo per svilupparsi in maniera armoniosa? Un tema di certo rilevante, la cui valenza universale è accentuata dalla scarsità di dati temporali e logistici presenti.  Se i  romanzi non offrono risposte, i problemi sollevati si agganciano però chiaramente al nostro presente, un mondo  sempre più ostile all’infanzia, dove ogni giorno da qualche parte i bambini sono vittime di guerre, carestie, e soprusi di ogni tipo, e dove anche in assenza di questi subiscono qualcosa contro cui sono inermi, come l’abuso  implacabile della pubblicità rivolta a loro dalla tv, e che né famiglia né scuola sembrano in grado di contrastare efficacemente.  

Ma quali sono questi bisogni?  Che cosa serve all’individuo per una crescita armoniosa? È sufficiente avere genitori attenti e amorevoli, insegnanti equilibrati, avere un rapporto sano con la natura e con gli animali? sono necessari musica, danza, lavoro manuale?  Con David, e attraverso David,  il bambino misterioso al centro dei due volumi,  l’autore indaga l’impatto della vita sociale sullo sviluppo emotivo della persona.

l'altro teatro

Il futuro del teatro: le età dell’uomo

di Rodolfo Sacchettini

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

Tutto il mondo è un palcoscenico. E tutti gli uomini e tutte le donne non sono che attori, con le loro entrate, le loro uscite… E ciascuno nella vita recita molte parti, ed i suoi atti sono sette età… così fa dire Shakespeare al poeta Jacques in Come vi piace. E poi chiuderà il cerchio, dicendo che il teatro è lo specchio del mondo. Teatro e teatralità, vita e finzione… in quattro secoli lo specchio si sarà rotto mille volte, eppure il discorso tiene, resiste, continua a interrogare. Ribaltiamo per una volta i termini, lasciamo da parte lo specchio e osserviamo il potenziale Narciso che, come ricordava Carmelo Bene, è un mito tragico, che poco ha a che fare con la civetteria. Impossibile, in astratto, definire lo spettatore che decide di immergersi nel teatro per conoscere se stesso, ma è invece ipotizzabile ragionare su quale sia lo spettatore che si reca a teatro e genericamente comprenderne la motivazione, che di solito ha origine da fatti concreti e contingenti. E soprattutto comincia a diventare interessante capire se le sette età dell’uomo si specchino nel teatro. Si dovrebbe compiere un’analisi demografica precisa del pubblico. Sul fronte del “consumo culturale”, quanto ai media maggiori (tv, radio…), lo si fa da tempo, e i risultati a volte non sono scontati. Sorprende per esempio che da pochi anni a questa parte siano iniziate a comparire campagne pubblicitarie molto specifiche (pannolini e dentiere nelle ore e nei programmi più inaspettati…). 

In sintesi l’impressione più forte è questa: i consumi culturali riguardano sempre di più due sole generazioni gli under 18 e gli over 65. È da tempo che il pubblico si caratterizza per questi dati anagrafici, ma adesso la forbice si apre in maniera clamorosa. L’età del lavoro ha perso tempo. E andare a teatro richiede organizzazione, denaro, impegno. La crisi degli ultimi dieci anni e le abitudini mutate con la rivoluzione digitale e le televisioni satellitari, spingono a rimanere a casa. Il tempo libero è mangiato da altre attività. Nell’età del lavoro si va a teatro o si fruisce di consumi culturali spesso per motivi di lavoro. Chi lavora nella cultura consuma cultura, ma “gli altri” paiono farsi in numero sempre più ridotto. Complice la crescente necessità economica del botteghino, oggi gli over 65 iniziano a diventare gli interlocutori e i clienti più forti, con un possibile sbilancio dell’offerta generale. Quale teatro per gli under 18? Quale teatro per gli over 65? Possibili intersezioni? E per gli altri?

Questi che seguono sono sintetici appunti che non hanno alcuna pretesa, se non quella di condividere qualche inquietudine e di provocare un po’ di ronzio, sollecitando analisi più approfondite.

visioni

Bar Bahar, tra la terra e il mare

di Bianca Ambrosio 

illustrazione di Mari Kanstad Johnsen

La prima di Bar Bahar è stato un evento imperdibile. Un’ora dopo che Maysaloun, la regista ha annunciato che il film sarebbe stato proiettato all’ International Film Festival di Haifa, i biglietti erano già esauriti. Molti hanno cercato di assicurarsi un posto in sala tramite vie alternative, certi che l’evento avrebbe avuto un che di memorabile. Io stessa ho fatto di tutto per partecipare e il giorno della proiezione mi sono precipitata a Haifa all’ultimo momento, dopo essere stata informata che, biglietti o meno, avrebbero fatto entrare tutti.

E infatti la sera della prima, una folla impaziente aspettava fuori da una delle sale della Cinémathèque. Insieme agli spettatori, uno dopo l’altra sono arrivati giovani che avevano tutta l’aria di essere gli interpreti del film o personaggi a cui questi ultimi si ispiravano. Avevano un fascino speciale e si distinguevano nettamente dai soliti visi più o meno noti della scena di artisti di Tel Aviv. Arrivavano con una signora presenza, un carisma singolare coronato da abbigliamenti scelti apposta per la serata di festa. Eccoli, i giovani del film di Maysaloun, protagonisti della scena underground Palestinese di Haifa. Si distinguevano persino dal microcosmo dell’Anna Loulou, bar di Yaffo frequentato da Palestinesi e Israeliani che rifiutano di identificarsi in categorie predefinite e preferiscono il limbo libero di coloro che si definiscono queer, non solo per quanto riguarda l’identità di genere, ma anche per quella etnico-politica. I ragazzi di quella sera erano diversi, e parevano avere un’identità più definita con una propria indipendenza, totalmente svincolata dall’identità degli ebrei israeliani. In quel senso, c’era qualcosa di radicale nel loro gruppo.

primo piano

L’epoca dei cretini intelligenti

di Goffredo Fofi

Illustrazione di Fabian Negrin

Fu Leonardo Sciascia a coniare, molti anni fa, la definizione di “cretini intelligenti” che sembrò valida per tanti intellettuali o aspiranti tali o sedicenti tali o banalmente tali (per collocazione professionale). Non ricordo più i termini del suo giudizio e della polemica, ma non credo ci si sbagli applicando la sua definizione a tanta gente che conosciamo o non conosciamo, a un mare di italiani vecchi e giovani; e i giovani di questo tipo sono oggi legione, a causa della scolarizzazione di massa che non si ferma più alle elementari ma va avanti per una decina o ventina d’anni successivi.

Anche se non faceva nomi, Sciascia aveva certamente in mente persone precise, ma le vedeva come punte di un iceberg, vedeva alle loro spalle una categoria, una massa. Oggi potremmo essere più precisi parlando di “cretini laureati”, ma non solo. L’ostilità di Sciascia a questi saccenti ignoranti (giusta l’antica distinzione tra i sapienti, che “sanno” perché hanno studiato, i saggi, che “sanno” perché hanno vissuto, e i saccenti, che “non sanno” ma orecchiano e sbandierano accanitamente il loro non-sapere e non-vivere entrando in rapporto con quelli come loro, con quelli noti e discussi o amati da quelli come loro) è decisamente attuale, è più attuale che mai. E ha molto a che fare, io credo, con quella degli “stupidi” coniata da Dietrich Bonhoeffer in un saggio sugli effetti del nazismo scritto pochissimo tempo prima che il nazismo lo facesse impiccare. Bonhoeffer diceva, in sostanza, che uno dei maggiori problemi del nostro tempo (parlava “dieci anni dopo” il trionfo elettorale hitleriano) era diventato quello degli “stupidi”, con i quali in futuro si era dovuto confrontarsi e sarebbe stato, in futuro, ancora più obbligato confrontarsi. Chi erano gli “stupidi” di quegli anni e dei nostri? Erano coloro che credono di pensare con la propria testa nel mentre che pensano quello che gli si fa pensare, quello che il potere li induce a pensare. Bonhoeffer parlava pensando a una dittatura, ma sembrava già prevedere una democrazia, diciamo così, totalitaria, dove non c’era più bisogno, per governare, del manganello fascista o nazista e dove invece sarebbero stati sufficienti, in regimi di relativo benessere, i mezzi di comunicazione di massa.