In casa

A un punto critico. Dopo le elezioni e sotto il nuovo governo

di Gianfranco Bettin

disegno di Claudia Palmarucci

Questo articolo è un’anticipazione del numero 53 di luglio. Abbonati per sostenere la rivista o partecipa al nostro crowdfunding per regalare un abbonamento a 100 spazi pubblici.

Quello uscito dalle elezioni di marzo, e dalla lunga trattativa che ha portato al famoso “contratto”, non è il governo dei populisti, di chi “ascolta il popolo” (come vorrebbe l’azzimato e improbabile sub-premier Conte), bensì il governo dei demagoghi, di chi il popolo lo manipola e inganna. È vero che, nel dibattito di questi anni, e nella vulgata politica, le due parole hanno finito per sovrapporsi, ma nella realtà storica indicano invece due cose opposte, due modi alternativi di rapportarsi al popolo. Ovviamente, nelle condizioni date, è una battaglia persa impegnarsi a ristabilire le differenze.
I demagoghi italiani hanno dunque preso il potere. Il potere politico, legislativo ed esecutivo. Avevano, in realtà, già conquistato l’egemonia della chiacchiera (al bar e sul web), che gli è servita per conquistare l’egemonia della discussione pubblica e, quindi, per dettare l’agenda politica ed emotiva del paese. Hanno potuto farlo anche perché le grandi culture politiche tradizionali si sono disgregate, svuotate e, non ultimo, squalificate nell’interpretazione che ne hanno dato i diretti rappresentanti nel corso degli ultimi vent’anni almeno. Dopo l’89, felice di ritrovarsi moderna e potabile, la sinistra italiana si è lanciata entusiasta nel flusso della globalizzazione. Una parte, in realtà, era in piazza “contro”. A Seattle, alla fine del 1999, a denunciare con precisione e fin nei dettagli, cosa sarebbe successo a seguito delle decisioni che andavano prendendo il WTO, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, gli organismi internazionali, l’Unione europea, gli stati nazionali che poi ratificavano queste decisioni e certi trattati (quasi tutti), in piazza a Seattle, dunque, in quella fine di millennio che era già l’inizio del nuovo, c’erano i sindacati e i movimenti ambientalisti. Il loro slogan era “For the job e for the trees”, per il lavoro e per gli alberi. Presero manganellate e lacrimogeni. In altre occasioni andò anche peggio, come a Genova 2001.
La sinistra ufficiale, che credeva di star seguendo la “Terza via” di Blair and Co., in una planetaria versione della fiaba della mosca cocchiera, si mise alla guida di questa globalizzazione. Invece che verificarla criticamente, si limitò a darne un’interpretazione “progressista”. Ciò le consentì qualche episodica vittoria. Al divampare della crisi, tuttavia, col bruciarsi delle risorse disponibili per fare spesa pubblica, si ritrovò priva di strumenti per analizzare e decostruire la crisi (aveva dismesso i vecchi attrezzi culturali e ideali e non li aveva sostituiti con nient’altro che gli editoriali dei media mainstream del tempo) e soprattutto per continuare a rappresentare e tutelare i ceti e i soggetti più colpiti dalla crisi, impoveriti, spaesati, impauriti. La catastrofe delle sinistre occidentali comincia da lì. E lì si apre lo spazio dei cosiddetti “populisti”, cioè più correttamente dei demagoghi e delle nuove destre.
In queste forze confluiscono anche bisogni, obiettivi, idee che la sinistra ha lasciato cadere, sedotta dalla “Terza via” e dall’accesso a molti governi nazionali a cavallo tra i due secoli. Da qualche parte, il risultato è la nascita di nuove sinistre (Podemos in Spagna, in Germania i Verdi e il Partito dei Pirati, Europe Ecologie in Francia, e altre simili un po’ in tutti i paesi) oppure il rinvigorirsi di formazioni esistenti capaci di cogliere le novità, i nuovi sofferti bisogni e obiettivi di popoli duramente colpiti dalla crisi, come Syriza di Tsipras in Grecia o il Labour di Corbyn in Inghilterra (e, in fondo, la stessa pur difficile tenuta della Spd e della Linke in Germania) o l’exploit di Berni Sanders dopo che la stessa duplice vittoria precedente di Obama aveva comunque espresso questo bisogno di innovazione, nuovi diritti, nuove politiche sociali, e infatti anche il suo esito deludente sta alla base della vittoria inopinata di Trump, mentre in Europa l’inconsistenza di troppe sinistre vecchie e nuove sta all’origine dell’ondata “populista” e di destra.

Educazione e intervento sociale

Qualcuno faceva l’università

di Giuseppe Ialacqua

illustrazione di R. Kikuo Johnson

Il testo che segue è ripreso da www.roars.it/online/qualcuno-faceva-luniversita-la-dolorosa-esperienza-di-uno-studente/ del 22 marzo 2018

Tempo fa ho letto un articolo di Francesca Coin, On Quitting. The Labour of Academia (tradotto in italiano su “Effimera.org”) che cominciava così:
“Il 3 maggio 2013, Keguro Macharia ha scritto un pezzo per ‘The New Inquiry’ intitolato On quitting. Era un pezzo coraggioso e dolorosamente bello che partiva da una diagnosi: ‘disturbo bipolare, un’oscillazione tra periodi di attività frenetica e periodi di profonda depressione’ (Macharia, 2013). Si tratta di una condizione perfettamente compatibile con il calendario accademico — aggiungeva Macharia — nel quale si alternano raffiche di produttività intellettuale, quasi indotte farmacologicamente, e stati quasi catatonici di esaurimento e ritardi prolungati. Trascorro gloriose giornate estive a letto, incapace di muovermi, incapace di mettere insieme l’energia per accendere il ventilatore, incapace di farmi una doccia, incapace di pensare. Trovo conforto in romanzetti trash e libri per bambini. La lettura tiene in piedi qualcosa, un debole tremolio di qualcosa. Può essere molto peggio di quanto non confesserò mai. E poi peggio ancora”.
Un articolo straordinario, però quasi un mese dopo mi sono accorto che mancava qualcosa: se bisognava scrivere una side story dell’Università italiana, dei suoi dolori e delle sue esistenze precarie, all’appello mancava almeno un’altra condizione, ignorata dalla classe docente specularmente a quanto fanno gli studenti: la condizione studentesca, in tutta la sua drammaticità, per certi versi molto simile. Se però esiste almeno un genere letterario (il “quit-lit”) in grado di rendere comunicabile l’oscillamento compulsivo della propria attività, tipico della classe docente, gli studenti non trovano alcuna possibilità codificata in grado di fare la stessa operazione. Ho deciso perciò di provare a inaugurare questo genere, a partire dalla mia esperienza e parlando unicamente della didattica, senza perciò voler essere esaustivo in tutti i mille altri ambiti che ci costringono a precarietà e sofferenza.
Sono uno studente di magistrale a Bologna, frequento il corso di Sociologia e servizio sociale, non ho avuto un’ottima carriera accademica e mi sono laureato con 98. Nell’ultimo anno della triennale, per cercare di laurearmi in fretta (ti veniva dato un bonus velocità di un punto sul voto di laurea), ho dato quattro esami del primo semestre in una settimana in modo da avere quello successivo più libero.
Una delle cose che ricordo più dolorosamente sono gli esami che ho dato in triennale: praticamente solo scritti, la maggior parte a crocette, qualcuno a risposta medio-lunga, ma sempre sotto forma di domandine. Si trattava cioè di una pratica di valutazione spersonalizzante, disumanizzante, in cui non c’era spazio per te stesso, per le conoscenze che avevi maturato anche fuori da quei manuali. Il trionfo di una coscienza squisitamente tecnica, asettica, spogliata di ogni possibile panorama: una storia ordinaria di morte valutativa. In quella valutazione ho trovato le prime ragioni di un disprezzo di un certo sapere accademico, io che fino ad allora avevo cercato in tutti i modi di sobillare quello strano rapporto formale-informale tipico delle superiori in cui il paternalismo segna la differenza tra te e loro che stanno alla cattedra. Ho scoperto invece che un mostro peggiore del paternalismo è la lucida indifferenza dell’autorità universitaria, una distanza che si costruisce per tenerti saldamente dominato.
Difatti mi rimaneva una sola lezione da frequentare e la tesi da scrivere. Ad aprile comincio a scriverla (sì, forse era un po’ tardi), a giugno quello che ero riuscito a produrre era purtroppo una trentina scarsa di pagine di materiale grezzo e inutile, perciò dopo aver dato l’ultima materia mi lascio convincere dal mio relatore e mi laureo a settembre invece che a luglio. Perdo un punto, ma faccio la cosa più soddisfacente della mia intera carriera accademica: finisco la mia tesi, studiando le cose che amo, una sessantina di pagine su “Anvur e razionalità neoliberale”; capisco finalmente cosa voglio fare nella vita.
Vorrei fare ricerca, occuparmi di Valutazione della Ricerca, Università e Sociologia del lavoro. Purtroppo so bene come funziona questo mondo, ma decido di andare avanti. Quello che volevo fare l’ho deciso non certo per le materie della mia triennale, ma per due motivi assolutamente distanti ma contingenti nel tempo. Il primo è che negli ultimi due anni ho fatto parte del sindacato studentesco, ho trovato un gruppo che è diventato la mia casa e la mia famiglia. Mi sono occupato principalmente di Anvur e ricerca, sono venuto a contatto con la comunità di Roars, ho scoperto il mondo dei docenti, dei ricercatori, dei precari della ricerca. Il secondo motivo è che ho trovato un buon professore, che ha colmato molte delle lacune che avevo su società ed economia, e che in qualche modo mi ha dato la speranza che si possa fare questo lavoro senza uscire pazzi. La mia laurea triennale è servita a introdurmi in questa comunità accademica, farmi capire le cose che mi piacciono e le cose che non mi piacciono, a incontrare ogni tanto qualche professore illuminato, e tendenzialmente una conoscenza diffusa di quello che mi serviva. Non il massimo, né quello che mi aspettavo, ma accettabile.
Il vero dramma è stato alla magistrale. Lo dico in premessa, non voglio sconsigliare a nessuno di fare questa specifica laurea magistrale, questo è frutto del modello 3+2 e dell’impoverimento generale delle nostre università: insomma, non c’è scampo, ma certo si possono trovare altre soluzioni.
La magistrale in Sociologia e servizio sociale altro non è che la triennale di Scienze politiche dello stesso dipartimento in forma concentrata: esami con gli stessi programmi (giustificati come livellamento per la composizione eterogenea della classe), a volte anche le stesse slide, pochissima libertà di studio, esperimenti di applicazioni concrete alquanto goffe (se non a volte ridicole oltre l’inverosimile). Non sono mai stato un fan dei lavori di gruppo, ma c’è un limite alle cose che mi puoi far fare spacciandole per innovazione. La differenza con la triennale stava però soprattutto nella mia capacità di sopportazione, non più in grado di reggere cose che non mi interessavano, che non mi sarebbero servite, senza parlare del peggio della formazione di destra, neoclassica e neoliberale delle scienze sociali. E non parlo solo di quella tipa che difendeva la riforma Fornero, ma proprio dell’espulsione dai programmi di tutto ciò che poteva sembrare vagamente non mainstream e prodotto dopo gli anni 2000, tra cui il mio libro di testo di metodologia delle scienze sociali, scritto nel 1984, con le matrici in ascii e “i nastri magnetici”. Se dovessi parlare poi del fatto che in questa Università sembra che l’unica cosa che fanno i sociologi siano survey e analisi quantitativa, non ne uscirebbe bene nessuno.
Ho provato in tutti i modi a trovare alternative, era troppo tardi per cambiare corso e non potevo darmi materie che non fossero nel mio programma didattico (quindi eventualmente per prepararmi a un trasferimento di corso l’anno successivo), ho anche provato a presentare un programma di studio individualizzato. Niente, non c’è stato niente da fare, non era previsto nel regolamento didattico del corso perché l’Ateneo aveva dato indicazione di non farlo inserire nei corsi umanistici e sociali, così mi è stato detto almeno (è presente invece in alcuni corsi scientifici e previsto dal regolamento didattico di Ateneo).
Primo semestre, zero lezioni, zero esami, in compenso una vertenza vinta sulle tasse universitarie, a testimonianza del fatto che non è che non ho fatto niente, anzi è stato uno degli anni più intensi di sempre, solo che era come stare dentro l’università ma contemporaneamente fuori. Ed è qui che arriva il secondo semestre, in cui non solo si ripete il copione, ma non riesco proprio a fare a meno di litigare con tutti i professori e di passare ben presto davanti agli occhi della mia classe per un alienato sociopatico-pienodisé che chissà cosa voleva dall’Università.
Ecco, chissà cosa voleva. Io non ne avevo la più pallida idea di cosa volessi, avrei voluto certamente un posto per discutere, un posto per fare dei ragionamenti, un posto dove poter in qualche modo dire la mia. Avrei voluto da questa Università strumenti critici di conoscenza ma soprattutto strumenti di democrazia e partecipazione: volevo decidere dei miei studi, del mio futuro, del futuro dell’istituzione a cui appartenevo. Così non è stato, e un giorno, un mercoledì di febbraio, dopo aver litigato con l’ennesimo professore, decido che avrei smesso di frequentare. Avevo bisogno di una laurea magistrale, ma ero stanco di tanta insoddisfazione quotidiana, di quel sentimento continuo di frustrazione, per cui decisi che mi sarei astenuto dalle lezioni universitarie in attesa di trovare qualcosa di interessante, che mi sorprendesse.
Quello stesso giorno, mentre stavo andando a Padova, sbaglio treno. Scendo a Borgo Panigale (vittoria del nulla cosmico sulla pienezza metropolitana), torno indietro a Bologna e, una volta sceso, sento dagli altoparlanti “Treno InterCity 610”.
Sei uno zero, seiunozero.
Col morale sotto i piedi, finisco di scrivere questa riflessione. Questa è una delle tante sconfitte del sistema universitario, certo non una delle più eclatanti, sicuramente una di quelle che comunemente affligge più studenti in assoluto. L’istituzione università fa poco e nulla per provare a capire realmente che cosa vogliono i suoi studenti, cosa si aspettano, cosa può davvero cambiare le loro vite. Le procedure introdotte per cercare di avere un feedback da noi si sono risolte in qualche formalità, un sondaggio obbligatorio di Anvur che non restituisce né i problemi né la complessità della nostra condizione. Nessuno ci ascolta, e quando proviamo a farci sentire il risultato è una chiusura totale, eppure se fino a qualche anno fa si poteva dire di star facendo due viaggi diversi adesso la nave si sta per schiantare contro un iceberg fatto di tagli, burocrazia all’inverosimile, classifiche un po’ strane che segnano la vita e la morte della ricerca. In sintesi, molto lontano dall’idea che abbiamo del valore della ricerca e della didattica, della sua centralità nell’affrontare le sfide dei prossimi anni.
Credo che questa immagine, e il processo che ci ha portato a questo, sia sintetizzato da un famoso monologo di Gaber che si potrebbe parafrasare così: qualcuno faceva l’università perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno faceva l’università perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo.

 

Educazione e intervento sociale

Gian Burrasca le immagini di un monello immortale

di Manuela Trinci

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Definire “figurinaio” Luigi Bertelli, alias Vamba, potrebbe risultare davvero audace.
Di sicuro Vamba – nom de plume sulla scia di Ivanhoe – coi suoi bei baffi risorgimentali e l’aspetto lindo, era un pubblicista di idee radicali; un borghese illuminato, colto, un autodidatta assai polemico. Aveva lasciato i giornali “pei grandi” per delusione e trovato rifugio nei libri per i piccini con un programma editoriale forse ben riassunto nelle parole scritte, nel 1893, a prefazione del suo Ciondolino: “Ho pensato bambini di farvi vedere molte cose grandi negli esseri piccoli… più tardi, nel mondo, vedrete molte cose piccole negli esseri grandi”.
Dopo le esperienze giornalistiche al “Capitan Fracassa” al “Fanfulla” al “Giorno” e dopo la creazione del’ “O di Giotto”, Luigi Bertelli abbandona, infatti, il campo e si dedica appassionatamente a quel popolo di “grilli” e “mezze signorine” ideando per loro, con la Confederazione del Girotondo, il primo e unico partito politico infantile della storia d’Italia, ma soprattutto dando vita nel giugno 1906 al “Giornalino della domenica”, la rivista settimanale che tra il 1907 e il 1908 ospitò nelle sue pagine le cinquantacinque puntate del “Giornalino di Gian Burrasca”: gloriose avventure e sventure di un monellaccio fiorentino.
Di fatto, col “Giornalino”, siamo di fronte a una rivista dalla grafica elegante pensata soprattutto per i figli di una classe media che adorava la cultura liceale, la schietta, saporita, lingua toscana, il rigore, la disciplina, l’attivismo, l’organizzazione.
Le belle e famose copertine, ora disegnate per mano di Rubino, di Brunelleschi, di Terzi ora di Filiberto Scarpelli (padre di Furio), sempre chiare, continuamente frutto di nuove invenzioni grafiche, rivestivano degnamente le sobrie pagine di una rivista ancora molto scritta, che dosava con cura e parsimonia le illustrazioni e che, con esse, produceva un altro brandello della propria ideologia. L’uso accorto dei disegni – come sostiene giustamente Antonio Faeti – distruggeva subito, nel “Giornalino”, l’ipotesi di una auspicabile dimensione ludica: le immagini servivano per imparare ed erano collocate laddove non potevano distrarre il lettore assolvendo piuttosto al compito di rinsaldarne l’attenzione. Creavano, in altre parole, sommessamente un programma visivo, un pensiero, un mondo immaginario, influenzato dalle figure o, per dirla con Calvino, si insinuavano, forgiandola, nell’immaginazione di tanti ragazzini inizio secolo. Peraltro, come sottolineano Boero e De Luca (in La letteratura per l’infanzia, Laterza 1995) o lo stesso Antonio Gibelli nel suo Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò (Einaudi 2005), la rivista diretta dal Bertelli-Vamba, coi suoi fermenti radicali e nazionalistici, è sicuramente inquadrabile in quella pratica politico-culturale di “nazionalizzazione dell’infanzia come decisivo della nazionalizzazione delle masse”.
Fu proprio in occasione della pubblicazione sul “Giornalino” delle Memorie di un ragazzaccio tradotto dall’inglese da Ester Modigliani (libro per il quale, per le tante assonanze col suo Gian Burrasca, ancora pesano su Bertelli-Vamba accuse di plagio) che Vamba si ritrovò nella sola veste di illustratore (Ciondolino, al secolo Gigino Almieri, era stato illustrato, infatti, da uno straordinario Carlo Chiostri). Sostengono così in molti che, proprio grazie a quei bamboccini disegnati, Vamba, incuriosito quanto perplesso di fronte all’arrivo dei bad boys d’oltre oceano, si innamorò dell’idea di un personaggio malandrino e birbante e passò la penna a Giannino Stoppani facendogli raccontare quella che lui stesso pensava essere una igienica ripulitura di una borghesia attratta dal perbenismo pedagogico di fine Ottocento del quale Vamba rifiutava essenzialmente il superficiale moralismo.
“Ma sai che tu hai una grande disposizione per il disegno? E poi si vede che osservi e ti vai migliorando…Vedi un po’ dalle prime figure che hai fatto a queste ultime che progresso! Bravo Giannino! Faremo di te un artista!”. Con queste parole il malcapitato avvocato Maralli esprimeva direttamente al giovane diarista i suoi apprezzamenti per le illustrazioni.
A ben guardare gli esilaranti autoritratti, i gruppi di famiglia, i matrimoni, le avventure in serraglio, così come gli schizzi che raffiguravano il Nelli o la zia Bettina o lo zio Venanzio o Petrino o la signora Olga o il professor Muscolo o il gatto Mascherino eccetera eccetera, che Vamba tutti disegnò per meglio raccontare, dimostrano quanto l’autore sentisse il desiderio di mutare certi schemi, attuando una esatta rivolta, quasi futurista, contro alcune istanze formali, accademiche, del passato. Vamba creò, infatti, le figure, annota ancora Antonio Faeti, che avrebbe potuto realizzare un qualsiasi Giannino, tanto vicine erano alla tecnica del disegno infantile, tanto rapido e ribelle appariva il suo pennino.
Ebbe quindi per primo il coraggio di rompere, Vamba, all’interno di una delle più belle riviste per ragazzi mai esistita, una consuetudine severa, patinata, che non assegnava nessuna importanza ai disegni infantili.
In questa maniera i disegni, nello stile un po’ popolaresco, vivacemente caricaturale di Vamba hanno reso memorabili abiti, personaggi luoghi animali oggetti e atmosfere, fondendosi in un unico corpo con le parole del racconto. E fu così che i disegni di Vamba si attaccarono al personaggio, ai personaggi, come una seconda pelle da cui non è stato facile staccarsi.
Può sembrare, infatti, paradossale che nella sua vita di long-seller (pubblicato dall’editore Bemporad nel 1912 e ininterrottamente pubblicato con più di 150 ristampe in Italia) il Giornalino di Gian Burrasca sia stato illustrato solo dal suo autore, Vamba, al contrario dei centinaia di disegnatori che si sono cimentati con Pinocchio, tanto che, ha osservato Andrea Rauch, “studiare i grafici che hanno reinterpretato il personaggio di Collodi, significa rivedere la storia dell’ illustrazione italiana”.
Alla mancanza di interventi di altri illustratori ha giovato anche il copyright Bemporad (poi Marzocco e Giunti) che, fino al 1990, quando i diritti scaddero per il ricorrere dei settant’anni dalla morte dell’autore, non permise intrusioni. Unica eccezione fu lo stesso intervento dell’editore che, alla metà degli anni Cinquanta, commissionò a Vinicio Berti una nuova edizione del libro (ed. Giunti Junior). Berti tentò allora un escamotage: quello di disegnare la sua versione in sintonia con i primi disegni di Vamba, quasi che le sue tavole a colori fossero una specie di “fuori testo” a rimarcare, a sottolineare, a impreziosire le illustrazioni di Vamba rimaste tali e quali.
Stessa strategia per la stupenda edizione di Nuages (2005) dove alle originali immagini di Vamba si aggiungono 16 tavole inedite, a colori, realizzate dal graphic designer senese Andrea Rauch. “Adesso ci ho provato io in un libro, dove le mie tavole fanno da contorno al testo e alle illustrazioni originali” – raccontò Rauch presentando il suo lavoro – “ I miei disegni a colori citano volutamente Vamba e non poteva essere altrimenti”.
Con sensibilità e gusto del colore, l’edizione illustrata da Andrea Rauch riprende le linee guida dei personaggi e delle situazioni, muovendosi con discrezione nell’universo di Vamba e proponendo “un Giannino di cui si deve subito diffidare, con più insistenza e rapidità nei confronti di quello di Vamba: è dotato infatti di un potere mimetico che gli consente anche di confondersi con l’arredo, è simile al mobile con specchio e anche al pavimento, è lo spiritello del luogo, può vedere tutto, e colpire, punire, deridere […]. Sicuramente e programmaticamente, con uno così non c’è da star tranquilli…” – commenta nella sua introduzione Antonio Faeti. Diverso il tentativo del maestro Giuliano Cenci inventore di “Carosello” e indiscussa autorità in materia di cartoni e di illustrazione animata (da Calimero al draghetto Grisù, dalla Pimpa al Lupo Alberto…) che nel 2009 illustra il Giornalino di Gian Burrasca per la casa editrice Sarnus nella collana “Children’s corner” sostituendo del tutto le illustrazioni del Vamba con una serie di immagini in bianco e nero, eseguite a lapis, che pur rifacendosi al testo e punteggiandolo risultano un inno alla modernità.
Curioso, interessante, è ancora l’adattamento a fumetti realizzato da Claudio Nizzi nei testi e da Gianni De Luca per i disegni e pubblicato poi per la Black Velvet di Bologna nel 2008 sotto il titolo di Gian Burrasca e altre storie. Qui la vicenda editoriale del capolavoro di Vamba pare ripetersi in quanto, nel 1983, esordisce come fumetto a puntate nelle pagine dello storico settimanale per ragazzi delle Edizioni Paoline intitolato, per ironia della sorte, “Il Giornalino”. A ogni episodio fu assegnato un titolo, sebbene la storia costituisse un’unica avventura. Pubblicati dal n. 38 del “Giornalino” al n. 47, presentati a colori, con interessanti scelte cromatiche che staccavano i personaggi principali dagli sfondi o dai personaggi secondari, gli episodi furono successivamente raccolti in un’unica pubblicazione a disegni in bianco e nero con il titolo variato da Giornalino di Gian Burrasca a Il diario di Gian Burrasca.
De Luca presenta, dunque, una versione di Gian Burrasca dal segno lineare, di bel volume, in uno stile umoristico alla Jacovitti; accurato nelle ricostruzioni, ricco, facendo anche un sorprendente uso del lettering, reinvenzione del più tradizionale balloon! Discutibile, invece, l’adattamento proposto da Nizzi che si concede molte libertà rispetto al testo di Vamba tra le quali, roba da “sgranar tanto d’occhi”, la maturazione finale del protagonista, che decide di mettere la testa a posto dopo le esperienze vissute nel collegio!
Che cosa mai ne avrebbero pensato e detto i suoi antesignani, tutti quei personaggi-bambini-monelli che, in qualche modo sono stati un po’ la piattaforma su cui il fumetto è cresciuto? Da Yellow Kid a Buster Brown agli inafferrabili Bibì e Bibò (Katzenjammer Kids ovviamente), tutti a loro volta discendenti da Max & Moritz e dai Gemelli di Corinto di Wilhelm Busch e, al tempo stesso, antenati di quella sterminata schiera di bambini fumettistici che, attraverso evoluzioni e derive, ha portato a Charlie Brown e a Calvin&Hobbes, affini e parenti tutti del “nostro” birbante.
Perché Giannino è una metafora d’infanzia: omaggiato da film (nel 1943 ebbe regista Sergio Tofano e Cesare Zavattini sceneggiatore, film in verità assai tristanzuolo, e nel 1982 visse, purtroppo, il flop di Pingitore), portato brillantemente in scena da Marco Morandi, figlio del Gianni Nazionale, e reso indimenticabile negli anni Sessanta dalla trasposizione televisiva di Lina Wertmüller con le musiche di Nino Rota, i costumi (perfetti) disegnati a mano da Irene Monti e una giovanissima e scatenata Rita Pavone che conquistò il mercato discografico con l’intramontabile W la Pappa col pomodoro.
Una metafora d’infanzia, una dimensione bambina che correla Gian Burrasca alle presenze che gli somigliano.
Coetaneo di Sussi e Biribissi e di Pel di Carota; di Edward, Harold, Selina, Charlotte, i bambini dell’Età dell’oro di Kenneth Grahame e dei ragazzi della via Pál; di Peter Pan e dei piccoli combattenti della Guerra dei bottoni, tutti diversamente ma irriducibilmente avversi al mondo degli adulti e terrorizzati all’idea di diventare “cretini” come loro, Giannino Stoppani, alias Gian Burrasca, fa parte visceralmente della nostra immaginazione, di quel “cinema mentale” di cui parlava Calvino nelle sue Lezioni americane, un “cinema” sempre in funzione, che mai cessa di proiettare immagini alla nostra vita interiore.

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Educazione e intervento sociale

A Bologna il mercato dei libri per bambini

di Fulvia Antonelli Stefania Petaccia

 

Tarek ha 8 anni e vive in una comunità minorile: sua madre è stata giudicata incapace di prendersi cura di lui e suo padre è in carcere. Quando arrivo in comunità è alle prese con un albo di figurine di calciatori del nuovo millennio (rispetto al mio): le figurine non si attaccano ma sono card che si collezionano e si infilano in un raccoglitore di plastica. Sono divise per squadre italiane ed estere, ogni card ha un punteggio che però – mi spiega Tarek – non è esattamente legato alla bravura del calciatore. Le bustine di card si comprano in edicola e costano 1,50 euro. Tarek mi spiega che le sue preferite sono quelle special perché sono dedicate ai calciatori più forti e famosi e sono a sfondo dorato lucido con alcune linee opache in rilievo che le fanno scintillare e si percepiscono al tatto.
Tarek le accarezza rapito e si dimentica di spiegarmi il gioco che si fa con queste card che, in effetti, mi sembra che conosca in modo vago: l’obiettivo principale è avere tutte le carte, poi come ci si gioca e con chi non me lo sa spiegare. Dopo un po’ esce sotto casa con l’educatrice a comprare la bustina di carte in cui spera di trovare la card “invincible”, quella dorata, con sopra disegnati i calciatori più famosi e che dà il massimo punteggio e quindi fa sempre vincere a questo gioco misterioso. Per uscire, porta con sé una cartella gigante della scuola in cui non ci sono libri, ma il suo raccoglitore di figurine, come io continuo a chiamarle mentre lui mi guarda alzando gli occhi al cielo.
Intanto da tutt’altra parte della città è iniziata la Fiera del libro per bambini.
Tra brutture e testi raffinati, quello che si può notare è una crescita di adulti che si rivolgono al mondo dell’editoria dell’infanzia. Di fronte a molti testi è difficile comprendere a chi siano rivolti, se al mondo adulto o al mondo dei più piccoli, certo è che molti adulti rivolgono alla letteratura per l’infanzia o che ha per soggetto l’infanzia, la propria attenzione. E più il numero degli adulti cresce e più sembra palesarsi la pressione sociale che si esercita sull’immaginario infantile. L’infanzia scompare dietro questa larga attenzione.
Quello che si nota è un numero crescente di madri, che percorrono curiose i padiglioni della fiera, intente a selezionare i libri per i propri figli. Ascoltando le conversazioni e le loro richieste, è come se ricercassero nei testi una risoluzione pratica ai bisogni o alle difficoltà che incontrano nella loro relazione con i figli. Il testo diventa un modo per farsi aiutare nel convincere il piccolo, nel rassicurarlo, nell’esortarlo a mangiare le difficili verdure o per farlo smettere di piangere. Il mercato sembra accogliere questo bisogno adulto, affidandosi a storie sempre più rassicuranti, lontane dai miti, dalle fiabe più inquietanti, dai mostri e gli orchi, che i grandi per primi forse non sono capaci di accogliere.
Quest’anno il paese ospite d’onore è la Cina. Non è un caso che la fiera di Bologna abbia voluto stringere una collaborazione con la China Shangai International Children’s Book Fair, poiché quello cinese rappresenta il mercato del libro per bambini in più rapida crescita nel mondo, dove si pubblicano più di 40mila titoli l’anno e dove sono in commercio attualmente circa 300mila titoli di libri per bambini e ragazzi. Da dove viene questo boom? Un’analisi del mercato del libro per bambini e ragazzi pubblicata da “Publishers Weekly” spiega come in Cina sia in forte espansione una classe media più giovane, più istruita e con un buon reddito, disposta quindi a spendere per arricchire l’educazione e il tempo libero dei figli. Una grossa fetta di acquisti di libri per bambini non avviene in librerie specializzate ma on-line attraverso la versione cinese di Amazon, il portale di e-commerce Dangdang, così come la promozione e il successo dei libri non dipende da recensioni su riviste specializzate o consigli del libraio, ma prevalentemente da campagne pubblicitarie on line. La fine della politica del figlio unico inoltre ha già fatto prevedere un ulteriore incremento del valore di questo settore, spingendo anche case editrici estere ad affacciarsi sul mercato cinese dell’editoria per bambini. Un’impresa non semplice, poiché tale mercato è controllato dallo Stato, che in passato ha censurato numerosi libri esteri – i casi più famosi Peppa Pig, Winnie-the-Pooh e Willie Wonka e La fabbrica del cioccolato, accusati di diffondere valori occidentali ostili alla cultura cinese – e che lo Stato ha quindi deciso di limitare l’importazione di libri stranieri per proteggere le produzioni nazionali.
La Fiera di Bologna è popolata da piccoli editori italiani ed esteri che occupano nicchie di mercato in cui qualità delle illustrazioni – il vero punto di forza di queste produzioni –, ricerca, attenzione alle storie e agli immaginari dei bambini e dei ragazzi, si coniugano con esiti molto elevati, come nel caso di Orecchio Acerbo, Topi Pittori, Else, Canicola Edizioni, A Buen Paso. Tuttavia l’editoria italiana per bambini è dominata da pochi grandi editori.
Le opere dei piccoli editori di qualità, infatti, per quanto acquisiscano una certa visibilità all’interno della serie di premi speciali organizzati dalla Fiera, di fatto, nella giungla degli stands – dati anche gli alti costi di affitto degli spazi – sono confinati in padiglioni sperduti e dividono ristretti quadrati di tavolini in spazi affittati collettivamente. A dominare, quindi, sono il libro oggetto-gioco per i bambini più piccoli e le serie già affermate come Geronimo Stilton, Il diario di una schiappa, Harry Potter. Inoltre, la percezione – testimoniata dai numerosi incontri e spazi dedicati al tema della multimedialità – è che il libro per ragazzi sia destinato a essere sempre più connesso ad applicazioni digitali, tv e mondo dei videogames, che ne cambieranno i confini, la materialità e la natura.
Pensando a Tarek: quante possibilità avrà di incrociare libri scritti e illustrati da adulti interessati ad accrescere la sua immaginazione? Che sappiano declinare anche in altri modi il suo gusto tattile per il libro, per i colori, per i personaggi eroici, per le storie che lo allontanano, illuminano o creano fantastiche vie alternative di riflessione sulla sua realtà di bambino abbandonato?
Forse saranno necessari: insegnanti colti capaci di andare a cercare nella giungla dell’editoria per bambini i frutti più inaspettati; librai e bibliotecari che sappiano essere operatori culturali appassionati, capaci di accompagnare insegnanti, genitori e bambini in questa caccia alla tigre; risorse pubbliche perché le piccole case editrici che producono libri di alta qualità hanno un prezzo che non può competere sul mercato dei grandi monopoli dell’editoria mainstream e che è inaccessibile alle tasche di genitori di classe popolare; autori capaci di prendersi cura di lui.
Di tutto questo, stretta fra domanda, offerta e sogni di grandi business, la Fiera del libro per bambini non sembra occuparsi.

 

Educazione e intervento sociale

Come si insegna la letteratura

di Claudio Giunta

incontro con Gabriele Vitello

disegno di Andrzej Klimowski

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Da diversi anni ti occupi di scuola. Molti dei tuoi articoli sono ora usciti in volume con il titolo E se non fosse una buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica (Il Mulino 2017). Inoltre hai scritto un manuale di letteratura italiana Cuori intelligenti (Garzanti 2016). In questi anni che idea ti sei fatto della scuola italiana? Quali sono i suoi problemi più urgenti?
Intanto, devo confessarti che se mi proponessero di diventare ministro rifiuterei, perché la gran parte dei problemi della scuola italiana mi sembrano immedicabili! Quello più urgente secondo me riguarda gli insegnanti. Ce ne sono, ce ne sono sempre stati, di ottimi e di tremendi. Vedo da una parte frustrazione, negli ottimi, perché fanno un mestiere che non gli permette né di guadagnare bene, né soprattutto di progredire in carriera. I cattivi invece sono spesso ignari di essere dei cattivi professori e non sono all’altezza della professione. I buoni non vengono premiati, non sono incentivati a rimanere buoni; i cattivi non sono incentivati a migliorare. Il problema più grosso è questo. L’ultima volta che ai Pas (“Percorsi abilitanti speciali”) abbiamo bocciato una buona percentuale dei candidati, molti hanno fatto ricorso al Tar (perdendo): ma tra questi qualcuno sbagliava a coniugare i verbi, qualcuno metteva Machiavelli nel Seicento, cose del genere. Che in altre città, altri atenei, si sono, come si dice, “fatte passare” per quieto vivere, per non crearsi problemi…

Tu denunci, giustamente, l’assenza di una vera selezione degli insegnanti ma occorre anche pensare a una loro formazione organica, disciplinare e didattica.
Sono d’accordo, non sono uno di quelli che dicono che conta solo sapere le cose, e non credo neanche che la pedagogia negli ultimi anni abbia contribuito a una svalutazione delle discipline in favore dei metodi e delle tecniche d’insegnamento. Ci sono pedagogisti stupidi, così come ci sono italianisti stupidi. Purtroppo spesso i pedagogisti stupidi hanno occupato posizioni di potere al Miur, quindi nel mio libro prendo anche in giro il gergo assurdo di alcuni di loro.
Attualmente si sta profilando un percorso di specializzazione dei futuri insegnanti all’interno delle università che dovrebbe durare, credo tre anni, che mi sembrano tanti. In questo triennio, evidentemente, più che approfondire le discipline si affineranno le tecniche di insegnamento, la didattica, l’antropologia, la sociologia, la psicologia. Io sono favorevole a una preparazione meno generica che in passato su queste discipline, ma non sono favorevole al fatto che – come temo possa succedere – lo studio di queste discipline faccia scivolare in secondo piano quello dell’italiano, della storia e delle altre materie scolastiche. Un’altra cosa che mi preoccupa molto è il fatto che si scindano così nettamente la carriera, diciamo dell’intellettuale e quella del professore. Sino a oggi poteva succedere che finiva a fare l’insegnante qualcuno che era partito per fare il giornalista, l’attore di teatro o il chimico. Normare in maniera così tassativa la carriera dell’insegnante può impoverire l’offerta nella scuola del futuro. La carriera del professore rischia di essere intrapresa soprattutto da persone banali o poco ambiziose. Ne, se un chimico ha lavorato alla Bayer e si è stancato dell’azienda, può andare a insegnare. Non mi sembra male avere come insegnante di chimica un ex della Bayer. In Italia la trafila è rigida, e rischia di essere ancora più rigida in futuro. Anche se uno è il migliore matematico del mondo, nessun dirigente scolastico può assumerlo, perché non ha dato i crediti giusti al momento giusto. Non è un buon sistema.

È questo il motivo per cui in un tuo articolo hai proposto di permettere subito ai dottori di ricerca di insegnare a scuola?
Sì, certo, io ho sollevato il problema dei dottori di ricerca per questo. So benissimo che ci vuole l’apprendistato didattico e pedagogico. Tuttavia, mi chiedo, perché non si possono prevedere percorsi diversi più flessibili per chi vuole fare questo lavoro? Perché io che sono un bravo professore universitario non posso insegnare due anni a scuola? Quello che mi spaventa è il contrario del neoliberismo, che tirano sempre in ballo molti miei interlocutori di sinistra, è il Moloch: l’idea che ci sia un solo modo per fare le cose, per essere insegnanti. Certo, bisogna responsabilizzare i decisori, come i dirigenti scolastici. Pietro Ichino ha proposto un progetto interessante di totale decentralizzazione della scuola, immaginando le comunità locali che si organizzano e assumono, come si farebbe in un’azienda, dopo un colloquio di lavoro. Mi pare una proposta da meditare.

Molte parole-chiave della pedagogia contemporanea provengono dal campo economico, dal management, come il concetto di competenza o quello di meritocrazia. Sei d’accordo con quanti ritengono che le riforme degli ultimi anni – non ultima quella che ha introdotto l’alternanza scuola-lavoro – siano il prodotto di visioni politiche neoliberiste?
La parola neoliberismo mi fa venire l’itterizia. Soprattutto in Italia, dove di liberalismo ce n’è sempre stato poco e di liberismo economico rettamente inteso ancora meno. In genere chi parla di neoliberismo non ha idea di cosa sta dicendo, ripete quello che sente dire nella sua bolla. Nella pedagogia e nella didattica, osservo semmai una specie di deriva comicamente teoricistica. Sono discipline eminentemente pratiche, basate in primo luogo sull’esperienza, che non possono trasformarsi nelle gimcane verbali di cui do qualche saggio in un capitolo del libro, Didattica della fuffa. Non credo proprio che la stupidità di questa pedagogia venga dalla lettura o dalle prescrizioni del Ministero dell’economia. È filosofia mal digerita, Husserl mal digerito, un gergo in realtà molto umanistico, che flirta, certamente, con una scienza economica largamente ignorata (la gran parte dei laureati in Lettere ha problemi a fare un bonifico online). Le storture più gravi della scuola italiana sono lì da decenni. C’è un gergo, un’attitudine, che addirittura è più ottocentesca che postmoderna.
È vero: negli ultimi anni ci sono state delle deviazioni che hanno tradito, in parte, il compito della scuola. Si è trattato però del tentativo – giusto in linea di principio – di far rendere la macchina, e di valutarla. Questa smania di misurare e di valutare – di ridurre a tabella quello che non si può ridurre a tabella – corrisponde a uno Stato che vuole vedere come vengono investiti i soldi ma lo vuole vedere in maniera sbagliata, non selezionando i professori, bensì imprigionandoli in una gabbia di regole, che è il modo migliore per produrre dei criminali. La colpa di tutto questo è la stupidità, l’approssimazione, la secolare cialtroneria italiana, non il neoliberismo. Lo Stato dovrebbe lasciare piena libertà, invece il nostro è una simil-Unione Sovietica che diffida dei suoi impiegati, e perciò li perseguita.
Per quanto riguarda il progetto dell’alternanza scuola-lavoro, l’idea di avvicinare i ragazzi al mondo del lavoro mi pare più che sensata. Penso che, a 17 anni, fare un mese di lavoro estivo pagato sia una cosa buona. Tuttavia, estendere l’alternanza scuola-lavoro ai licei mi pare un partito preso velleitario. Inoltre, se si comincia a distruggere il programma scolastico, a screditarlo dicendo che il lavoro è più importante, si umilia la scuola, si umiliano i professori. Io non sono contrario al principio ma all’applicazione, al fanatismo con cui in Italia si passa dai principi della scuola gentiliana all’idiozia di far stare i ragazzi dentro un ufficio a fare fotocopie (quando va bene).

Cuori intelligenti è un manuale pensato per gli studenti ed è scritto con un linguaggio molto accessibile. Ci sono delle novità interessanti sul versante della prosa saggistica, ma non stravolge né il canone né l’impianto storico dei manuali tradizionali; è insomma, da questo punto di vista, meno radicale di quanto non sia stato Il materiale e l’immaginario (Loescher) alla fine degli anni settanta. Forse ci sono state resistenze da parte dell’editore? Tu avresti fatto altre scelte, tagli o aggiunte?
Sono contento della risposta che il mio manuale sta ricevendo e non cambierei niente. L’editore mi ha dato dei limiti e dei suggerimenti; non ho rinunciato a molto. Alcuni insegnanti lo trovano molto innovativo; io no. Ci sono case editrici che possono contare su una tradizione di manuali, questo è invece il primo manuale di letteratura di Garzanti e DeAgostini, quindi non si poteva osare troppo. E poi forse non è nemmeno giusto osare troppo, nel senso che la cultura che viene trasmessa a scuola deve creare dei cittadini diversi dai precedenti ma non troppo diversi. Se poi mi chiedi se io insegnerei la letteratura così, seguendo l’impostazione cronologica di tutti i manuali, compreso il mio, forse ti direi di no. Bisognerebbe riflettere su “a cosa serve la letteratura a scuola”.

Nei tuoi interventi più di una volta osservi che i ragazzi studiano troppo Dante e troppi classici lontani dal loro vissuto e dal loro mondo. Solo negli ultimi mesi del quinto anno si riesce a leggere la letteratura del Novecento. Per fare conoscere ai giovani il Novecento, bisogna forse riformare l’impianto storico dell’insegnamento della letteratura? Non insegnare più storia della letteratura ma più semplicemente letteratura?
Sono d’accordo: è la storia letteraria del triennio che bisogna ripensare: fare leggere libri interi e racconti, anche stranieri. Inoltre, bisogna proporre testi che siano vicini ai ragazzi, quindi Otto e Novecento. Mentre all’università, se uno vuole fare Lettere, allora impara il latino e a parafrasare bene Dante. Si suppone infatti che lo studente di Lettere sappia leggere i contemporanei per conto suo. Bisogna chiedersi qual è l’obiettivo della cultura letteraria a scuola. È quello di insegnare la storia della letteratura o di fare amare i libri ai ragazzi? Sono due obiettivi molto diversi e io sospetto che sia molto difficile farli coincidere. Se tu, a un ragazzo dell’istituto tecnico, fai leggere per due anni e otto mesi cose che non gli parlano, che vanno da Giacomo da Lentini a Giovanni Verga (perché la verità è che Rosso Malpelo non gli parla) e solo negli ultimi due mesi gli fai conoscere la letteratura contemporanea, questo ragazzo, una volta uscito da scuola, non aprirà mai più un libro in vita sua. Se invece l’obiettivo è far amare la letteratura, allora non è importante sapere quand’è vissuto Torquato Tasso, ma che gli studenti al termine degli studi entrino in libreria e in biblioteca, e continuino a leggere per conto loro. A questo scopo, bisogna fare molto Novecento, e, a partire dai classici del Novecento, riprendere i grandi autori del passato. Questa cosa ha certamente un costo: la popolazione italiana media non saprà più che Ariosto è un poeta vissuto nel Cinquecento. Ma la verità è che non lo sa nemmeno adesso. Mi si spezzerebbe il cuore se il De vulgari eloquentia non venisse più conosciuto dagli italiani, ma di fatto già non lo conoscono, e i ragazzi confondono il Rinascimento con lo Stilnovo. Più Rinascimento? Più Stilnovo? Mi pare difficile, e forse neanche augurabile.
Dopodiché, per sdrammatizzare un po’, ti dico che non conta tanto quello che fai, quanto l’esempio che dai ai ragazzi. Quand’ero adolescente, quello che mi serviva non era leggere Ariosto o Pirandello, ma incontrare persone colte, perché non le avevo in famiglia. A scuola ho incontrato persone laureate, colte, e alcune erano persone davvero eccellenti: ho capito che volevo diventare come loro, sapere quello che sapevano loro. La scuola è un luogo d’incontro tra un giovane e un adulto che sa di più e vuole il suo bene. A scuola si comunicano valori umani fondamentali, e questo avviene per contatto; la materia e il programma sono secondari. Se uno è cretino, può insegnare Foscolo o Moravia, ma farà danno in entrambi i casi; viceversa, se un insegnante è bravo, va bene tutto: è importante l’esempio, l’ispirazione che dai. “Ama e fa ciò che vuoi”, diceva Agostino; ed è giusto.

L’insegnamento della letteratura italiana ha svolto per un secolo una funzione ideologica importante, forgiando l’identità nazionale. Oggi la scuola e la società sono sempre più multietniche e questa funzione è venuta meno. Secondo te, questo cambiamento deve riflettersi anche sui programmi?
L’insegnamento della letteratura non deve cambiare per questo. L’arte, la letteratura e il cinema sono molto importanti per rendere queste persone cittadini di un Paese che conoscono poco, per stabilire un rapporto affettivo con esso. I nuovi italiani hanno bisogno di condividere le cose che noi abbiamo imparato nel tempo, e io credo che la nostra tradizione culturale abbia valore soprattutto per loro. Devo dire che la vecchia idea di fare un manuale europeo non mi convince: i ragazzi hanno bisogno di cultura condivisa, per cui si facciano i loro Dante, Petrarca e Boccaccio. Eviterei di fare al triennio letture orientate per i nuovi italiani, non credo molto a queste balle della letteratura della migrazione: ci sono dei grandi libri che vanno letti anche se parlano di maschi bianchi occidentali.

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