poco di buono

Un modo giusto di guardare e narrare

di Frederick Wiseman

incontro con Cristina Battocletti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Frederick Wiseman, classe 1930, da più di cinquant’anni racconta la sua nazione, gli Stati Uniti, dal basso, attraverso una lunga narrazione per immagini di oltre trenta film, che potrebbero essere altrettanti capitoli di una lunghissima inchiesta giornalistica e antropologica su contesti sociali e istituzioni governative e culturali – come scuole, ospedali, comunità religiose, biblioteche -, che mettono in evidenza le contraddizioni e le situazioni di emarginazione dell’America.

Produttore, montatore e regista (anche teatrale), Wiseman ha ricevuto due premi alla carriera, il Leone d’oro nel 2014 e l’Oscar nel 2017. Ha iniziato nel 1963 producendo The Cool World – pellicola che nel 1994 è stata selezionata come uno dei film da conservare alla Library of Congress –, in cui Shirley Clarke, di cui Wiseman era assistente, seguiva una giovane gang afroamericana di Harlem. Esordì alla regia con Titicut follies (1967), considerato uno dei migliori documentari di sempre dal British Institute of Film, girato tra i pazienti dell’ospedale psichiatrico del Bridgewater State Hospital nel Massachussets. Tra i suoi numerosi lavori, alcune pellicole sono ancora prese ad esempio come imprescindibili per le storia del documentario: High school (1968) sugli studenti di una scuola superiore di Filadelfia; Hospital (1970) in cui Wiseman registra l’attività giornaliera del grande nosocomio Metropolitan Hospital Center nell’East Harlem di New York; Welfare (1975), in cui si parla di problemi di alloggio, disoccupazione, divorzio, questioni mediche e psichiatriche, abbandono di minori e cura degli anziani, attraverso la lettura da parte degli assistenti sociali di leggi e regolamenti. L’abilità di Wiseman è quella di riuscire a bilanciare il registro emotivo, drammatico e comico, e di scovare la vena politica e le fragilità del suo paese anche quando si ferma in luoghi tradizionalmente ludici, come parchi pubblici (Central Park, 1990), stazioni sciistiche (Aspen, 1991), zoo (Zoo, 1993), scuole teatrali (La comédie française ou l’amour joué, 1996).

All’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia ha presentato fuori concorso Monrovia, Indiana, per cui il regista si è trasferito per nove settimane a Monrovia, cittadina di 1400 abitanti nel Midwest degli Stati Uniti, svelandone gli ingranaggi. Wiseman ci ha offerto il quadro di un universo fondato su agricoltura e allevamento, attraverso la comunità religiosa, le scuole, l’amministrazione cittadina e le “istituzioni altre”, come il barbiere, la pizzeria, l’artista del tattoo. La macchina da presa è uno specchio che indugia lungamente sui suoi soggetti: un ritratto autentico del cuore dell’America nella sua follia, ingenuità, incanto con momenti di commozione e ilarità, che lascia un senso di empatia nello spettatore.

A Venezia Wiseman era in doppia veste: quella di regista e quella di attore, per la sua piccola partecipazione al film di Valeria Bruni Tedeschi, I villeggianti, anch’esso fuori concorso, in cui interpretava la parte di se stesso, con tanto di targhetta con nome e cognome, disincantato e annoiato, in una commissione in cui si vagliava la bontà, o meglio la ripetitività, del progetto di un futuro film presentato dalla stessa Bruni Tedeschi.

Lo incontriamo al Lido con lo stesso sguardo aperto e autoironico che aveva nel cameo de I villeggianti di Bruni Tedeschi, pronto al gioco e ad affrontare ogni questione con pacatezza. L’unico segno dei sui ottantotto anni, ben portati in una camicia a scacchi bianca e azzurra, è un piccolo apparecchio acustico, quasi nascosto, che gli permette di afferrare al volo qualsiasi domanda. E a controbatterla con lo stesso aplomb quando l’informazione è errata.

 

Lei ha affermato che la gente che vive nelle città statunitensi della costa orientale e occidentale non ama il modo di vivere degli americani del Midwest. Perché?

Non l’ho detto. Semplicemente non conoscono il loro modo di vivere. La maggior parte della gente che vive nelle grandi città non sa nulla della vita di provincia.

 

Lei è di Boston. Perché è stato attratto da questa piccola comunità?

Non sapevo niente del luogo. Prima di cominciare a girare, ho passato due ore a Monrovia. Mi piaceva l’idea di guardare nei meccanismi di una piccola comunità e ho cercato di realizzarla.

 

Perché Monrovia?

È capitato per caso. Non ho fatto alcuna ricerca su questo paese in particolare. Parlavo con una mia amica che insegna legge all’università a Boston del mio progetto di girare un film su una piccola città e lei mi ha detto di avere un amico, che lavorava all’università dell’Indiana, la cui famiglia viveva nella stessa piccola città da sei generazioni. E per caso due settimane dopo ho avuto l’opportunità di mostrare il mio film proprio all’università dell’Indiana. Così, prima di andare, l’ho chiamato e gli ho spiegato le mie intenzioni. Ha risposto subito: “Vieni! Ti porto nella cittadina dove vive la mia famiglia”. Mi ha introdotto a suo cugino, che a sua volta aveva una cugina che è un’imprenditrice delle pompe funebri; conosceva tutti in città ed è diventata il mio collante con Monrovia. Mi ha presentato al capo del consiglio della città, al sovrintendente della scuola, al capo dei vigili del fuoco e della polizia, ai gestori di negozi e ristoranti. E quando avevo un problema lo risolveva.

 

Come l’hanno accolta?

Bene. Non puoi fare un film del genere senza l’appoggio di chi viene ripreso.

 

Sapevano chi era?

Alcuni sì. Avevo mandato le mie referenze e i miei film da vedere. Altri hanno guardato su internet. Ormai è impossibile avere segreti, basta andare in rete e in pochi secondi sanno già tutto.

 

La gente dimenticava di essere davanti alla macchina da presa?

Istantaneamente. O meglio, non so se dimenticava, sicuramente non recitava. Non so spiegare il perché, ma penso che abbia a che fare con il fatto che chi non è un attore non è in grado di recitare. Così, se non volevano essere ripresi noi ci fermavamo, ma se accettavano, si comportavano conformemente al ruolo che hanno nella vita reale in quella situazione.

 

La differenza tra documentario e film di finzione sta diventano molto sottile. Accade che in alcuni documentari i protagonisti recitino…

Non penso, o almeno accade solo in alcuni tipi di documentario. Per paradosso si potrebbe dire che anche nei miei documentari la gente recita, ma non si tratta di vera recitazione, semplicemente è il loro comportamento sociale. Non penso che il pastore che ha pronunciato il sermone durante la cerimonia nuziale, sarebbe stato diverso se non ci fosse stata la macchina da presa. È un sacerdote, abituato a parlare in pubblico, e ha pronunciato il suo discorso, indipendentemente dalla nostra presenza.

 

Lei non usa interviste, né voci fuori campo che possano dare un segno di una sua riflessione. La cifra dei suoi film viene dal montaggio, si può definire essa stessa una manipolazione?

Nel cinema qualsiasi cosa è oggetto di manipolazione, anche il solo fatto di non riprendere tutto. Se l’evento dura un’ora e tu riprendi 55 minuti, se utilizzi solo un angolazione e non tutte le altre, se usi un drone o meno. Qualsiasi posizione è assolutamente soggettiva ed è una manipolazione nel senso buono del termine. Qualsiasi documentario rappresenta il soggetto che hai scelto. Ma una delle differenze tra un documentario girato nel mio stile e un film di finzione è che, in quest’ultimo, ogni cosa è pianificata prima. Si sa come girare quella scena, da quale angolazione, dove devono essere piazzati i microfoni, come deve essere il set. Nei miei film accade l’opposto: io non so nulla prima, le scene vengono girate una dopo l’altra e io prendo il meglio delle inquadrature che ho. Nei film di finzione il regista e lo sceneggiatore sanno quello che accadrà perché hanno una sceneggiatura. Invece io non ho idea di quello che verrà fuori nel mio film. Sono alcune settimane nella vita reale. È il processo completamente opposto.

 

Pensa che il modo che lei ha di guardare alla realtà sia stato in qualche modo influenzato dai suoi studi in legge?

No. Prima di tutto non ho mai studiato legge. Non sono mai andato a lezione. Non mi piaceva studiare legge: frequentavo la biblioteca principale che stava proprio di fronte alla facoltà di legge e ho passato tre anni, sprofondato nelle sue sedie molto comode, a leggere romanzi e poesie. Sapevo scrivere e così passavo gli scritti degli esami, cosa che mi ha evitato di partire per la guerra di Corea.

 

La natura ha una parte molto importante nel film. Monrovia. Indiana inizia con riprese bellissime di paesaggi.

Servivano a contestualizzare, a far capire allo spettatore che eravamo in campagna. In maniera astratta cercavo di rappresentare l’uomo nel tentativo di controllo della Natura. La relazione tra l’uomo e la natura per la produzione del cibo è eterna. La stessa degli animali: anche prima dell’uomo, le scimmie non piantavano pannocchie, ma andavano in cerca di cibo.

 

Ma nelle riprese si avverte un senso di incantamento verso la Natura…

Di sicuro c’è amore. Il film inizia con un’inquadratura su nuvole e campi e poi le case in mezzo ai campi. Nelle prime riprese volevo anche rappresentare l’infinita piccolezza dell’uomo rispetto alla Natura.

 

È impressionante la scena della bambina di quattro anni che osserva i maiali dirigersi sul camion per finire al mattatoio.

Non faceva nulla di male ed era protetta da una barriera e dal padre, riparata dalla fiumana dei maiali. Stava aiutando il suo papà e imparando a tenere una fattoria. Accade spesso in campagna che i ragazzi inizino a lavorare molto presto.

 

Ci sono anche scene piuttosto ridicole, come quella, durante la celebrazione di un matrimonio, in cui il sacerdote unisce due elementi, simbolicamente un uomo e una donna, creando una croce, in cui la donna è in evidente condizione di sottomissione.

È una scena molto divertente, perché esprime l’idea del prete su quella che, secondo lui, è l’appropriata relazione tra uomo e donna, dove le donne sono sottoposte all’uomo. Un’idea piuttosto antiquata.

poco di buono

Claude Lanzmann giù dal piedistallo

di Enzo Traverso

traduzione di Giacomo Pontremoli

 

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il regista di Shoah Claude Lanzmann, morto a luglio di quest’anno, ha cambiato per sempre la percezione universale dell’Olocausto – nel bene e nel male.

L’interminabile elenco di elogi che hanno celebrato Claude Lanzmann alla notizia della sua scomparsa – tra i quali un significativo numero di politici conservatori, di intellettuali e di ex ministri della cultura – suscita una riflessione critica sulla vita e il lavoro di questo grande cineasta. A dire il vero, la sua canonizzazione era già avvenuta più di trent’anni fa, quando realizzò il suo capolavoro Shoah; nei decenni successivi si dedicò soprattutto a promuovere la diffusione del film (e la propria iconica immagine) nell’era delle commemorazioni e della trionfante retorica dei diritti umani. Il suo lavoro ha grandemente contribuito a questo mutamento di sensibilità, che ha salvato le vittime dell’Olocausto dall’oscurità dell’oblio trasformandole negli autentici eroi del xx secolo. La personalità di Claude Lanzmann, tuttavia, era esattamente agli antipodi dallo stereotipo della vittima innocente.

Lanzmann era un lottatore che ha strenuamente difeso le sue convinzioni per tutta la vita e dedicato la sua impressionante energia a molteplici cause – non tutte nobili. L’arroganza, il narcisismo, la megalomania, così come l’intolleranza e il disprezzo per chi lo criticava erano tratti distintivi del suo carattere, noti quanto la sua passione divorante per la vita. Alcuni necrologi lo raffigurano come “un uomo di illimitati appetiti balzachiani” (“New York Times”), e “gargantuesco” (“Libération”). “Non sono né indifferente né stufo di questo mondo; avessi cento vite, so che non me ne stancherei”, ha scritto nella sua autobiografia La lepre della Patagonia (2009). “Ha fatto della sua vita un romanzo”, ha scritto pertinentemente il necrologio di “Le Monde”, e non c’è dubbio che abbia vissuto intensamente.

Al di là della sua evidente propensione all’autocelebrazione e all’esibizione delle sue avventure di combattente, giornalista, viaggiatore, regista, amante, sportivo, e consigliere di personalità importanti, le sue memorie compongono un libro affascinante. Si può legittimamente pensare che esageri il proprio ruolo nella Resistenza francese sotto il regime di Vichy e l’occupazione tedesca, ma è un fatto che sia entrato diciassettenne nella lotta antifascista e poco più grande nel Partito comunista. Nel 1952 incontrò Jean-Paul Sartre, che gli chiese di scrivere per “Les Temps Modernes”, una rivista che avrebbe diretto dopo la morte di Simone De Beauvoir. Da anticolonialista convinto, appoggiò l’Fln durante la guerra d’Algeria e nel 1960 firmò il famoso “Manifesto dei 121” che sosteneva la lotta per l’indipendenza, denunciando le torture sistematicamente perpetrate dall’esercito francese e incitando i coscritti all’ammutinamento. Un anno dopo organizzò un incontro a Roma fra Sartre e Frantz Fanon, già colpito dalla leucemia e prossimo alla morte, da cui nacque la violentissima, ardente prefazione del filosofo francese a I dannati della terra.

Un coraggioso combattente non poteva che essere un amante irresistibile, e le sue memorie raccontano con esplicito autocompiacimento le sue avventure e relazioni con numerose donne, da Simone De Beauvoir, con la quale convisse per diversi anni, a una bellissima infermiera nordcoreana il cui seno era stato bruciato dal Napalm durante la guerra, con la quale, ingannando le autorità, ebbe un rapporto effimero ma intenso durante un breve viaggio nel 1958 e alla quale dedicò il suo penultimo film, Napalm (2017). Politica, giornalismo e amore erano per lui inseparabili.

Il suo precoce anticolonialismo si combinò paradossalmente con un ardente sionismo, sposato nel 1952 al momento del suo primo viaggio in Israele e appassionatamente ribadito fino alla fine, soprattutto durante questi ultimi anni in cui si ostinava vergognosamente a negare l’oppressione dei palestinesi nei territori occupati. Come l’antifascismo e poi il comunismo negli anni del primo dopoguerra, il sionismo di Lanzmann non nasceva soltanto dalle sue origini di ebreo dell’Est, come per molti sopravvissuti all’Olocausto che trovarono rifugio in Palestina e costruirono Israele. Né si trattava di una scelta ideologica: egli si era laureato in filosofia, ma non si appassionò mai alle controversie teoriche. Come l’antifascismo e l’anticolonialismo, il suo sionismo era esistenziale, quasi fisico; nasceva dalla profonda empatia con una comunità di coloni e soldati che erano sfuggiti alla persecuzione ed erano pronti a ricostruire una nuova vita dopo l’Olocausto.

Questa percezione di Israele corrispondeva probabilmente alla realtà nel 1952, quando scoprì un giovane stato di rifugiati europei, ma era diventata mitica quarant’anni dopo, quando realizzò Tsahal (1994), indubbiamente il suo film peggiore, un monumento a un esercito di occupazione e un’indecente, estatica celebrazione delle sue armi letali. In molte occasioni, Lanzmann difese con accanimento i più perversi e demagogici argomenti della propaganda sionista, dipingendo ogni critica alle politiche israeliane come una forma di antisemitismo, se non di una nuova forma di odio nazista per gli ebrei. Nel settembre del 2001, accusò gli intellettuali francesi ostili alla guerra americana contro l’Afghanistan di “tornare al loro odio originario, l’odio per Israele”.

poco di buono

Il martello e altre poesie

di Adelaide Ivánova
traduzione di Prisca Agustoni

Adelaide Ivánova, brasiliana (Recife 1982), è attivista, giornalista, poeta e dirige la casa editrice Bola Gato Edições. Ha letto queste poesie al recente Babel festival a Bellinzona, nell’edizione dedicata al Brasile.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

il martello

al papa quando muore

si dà

una martellatina

in testa io non ho mai

martellato

nessuno

né un papa né un principe né un re

quando la processione

deve continuare

il capo dà tre

martellate

al fercolo

e i portatori proseguono

martello

è un decasillabo eroico

con l’accento di

terza sesta e decima quando

l’atleta finisce

il mulinello tre giravolte

su se stesso

può lanciare

il martello

che pesa sette chili

duecentosettanta grammi

marx non ha mai menzionato

nessun martello

chi ha mai visto

una scuola di pensiero con

un simbolo quale sarebbe il simbolo

della scuola di francoforte se

adorno ne avesse scelto uno?

quando thor batte il suo

martello

è segno di pioggia e tuoni

ma è il fiore del mandacaru

che annuncia la pioggia nel

sertão per lo squalo martello il

martello

funziona come un’ala

stabilizzando i suoi

movimenti inoltre

il rituale di accoppiamento

degli squali martello

è molto violento

nella bandiera dell’albania

comunista sostituirono

il martello

con un fucile il

martello

è un ottimo oggetto

che serve per dormire bene

o piantare chiodi.

 

il gatto

la delegata non mi prese per nulla

sul serio e chiese di striscio

se volessi proprio

che si avviasse un’indagine indossava

un completino meraviglioso e

orribili pantaloni e camicia

jeans con jeans

poi nel leggere il processo

la delegata mi ricordò giano

il re romano dalle due facce

e il gatto dalle due facce che

morì a 15 anni

una rarità vivere tanto per un gatto

la delegata invece è ancora viva nel [completino

jeans con giano

 

la maiala

l’impiegata è una persona

ed è curiosa come sono

curiose le persone

mi chiede perché ho bevuto

tanto non ho risposto ma so

che si beve per morire

senza dover morire molto

mi chiede perché non ho

gridato visto che non ero

imbavagliata non ho risposto ma so

che si nasce già con il bavaglio

l’impiegata dalla camicia bianca

inamidata

è un’eccellente funzionaria e

dattilografa mi ricorda molto

una musica

un animale non ricordo quale.

 

i testicoli

in tedesco lo spioncino

è spia occhio magico in

portoghese peephole è come

si dice in pakistan

la cui lingua ufficiale

è l’inglese giuda è la parola

in francese che avvicina

la sorveglianza al tradimento

il che mi sembra frutto

di rassegnato buonsenso

i testimoni non sono

falene non videro nulla come

lo videro le falene ma difendono

con isteria l’innocenza

del principe servendosi di me

come misura come possono

essere chiamati testimoni

i testimoni che non videro nulla

un tempo non si facevano le cose

per paura della ghigliottina oggi

solo per paura di essere

colti in flagrante

(nel pakistan se la vittima

non trova quattro testimoni

oculari sarà lei che verrà

processata nell’inghilterra del

diciottesimo secolo se la vittima

non avesse gridato dimenandosi

si stabiliva che la denuncia

non valeva)

i testimoni inventarono

parentele amicizie un patrigno

citarono relazioni immaginarie e

che m’incontrai con il principe

nella sua stanza è tutto nella perizia

tante parole entrano in

mitica istanza diventano

documento poesia ufficiale

ma incompetente tutti i testimoni

lo sanno che mentono

ciò che non

sanno è che in latino

testimoni e testicoli

derivano dalla stessa base e che in

questo caso è un insulto ai testicoli

questa cosa così meravigliosa

che sono i testicoli

testis è il nome latino

dal quale dicono si ispirò

valéry per dare al monsieur

il nome di teste che Humboldt

mi ordinò di leggere e siccome Humboldt

ha dei bei testicoli faccio tutto

quello che chiede tutti i

testimoni mentono non dicono

un cavolo e se considerano

che lo stupro sia sesso è perché

a differenza di me non hanno

idea di cosa sia

una bella scopata.

 

l’avvoltoio

corpo del reato sarebbe

l’espressione usata

per i casi di

violazione in cui

le tracce dell’evento

sono localizzate

facendo del corpo

un luogo e del reato

un aggettivo l’esame

consiste nel vedere ed essere

visto (anche le feste

consistono in questo)

sdraiata in un lettino con

quattro medici attorno a me

discorrendo tutti insieme

di mucose dello sciopero

della mancanza di bicchierini di plastica

e decidendo davanti alle mie gambe

aperte se dopo il lavoro

sarebbero andati tutti al bar

il dottore dell’istituto

di medicina legale scrisse il suo referto

senza guardarmi in faccia

e parlando al cellulare

io e il medico abbiamo un corpo

e per lo meno un’altra cosa in comune:

ci piace telefonare e andare al bar

il dottore è una persona

ha a che fare con morti e con donne vive

(che lui chiama pezzi)

con cose.

 

la sentenza

due riletture di due odi di ricardo reis

 

I.

pesa il decreto atroce, la fine sicura.

pesa l’identica sentenza del giudice iniquo.

pesa come un’incudine sulla mia schiena:

oggi un uomo è stato assolto.

se la giustizia è cieca, solo lo shampoo è neutro:

così poca differenza tra innocenza

dell’uomo e delle iene. Lasciatemi in pace!

prima, riempitemi di vino

il calice, che pur se cattivo mi lasci

sbronza, mi consoli l’alcolica amnensia

e dimentichi ciò che la sentenza dice:

la donna è la colpevole.

 

II.

pesi del giudice fedel la stessa sentenza

su ogni pover’uomo, dato che non c’è motivo

per la condanna: non ho fatto del male alla donna

e fu enorme il mio spavento

quando s’è offesa. esagerata, adesso

si lamenta, denuncia e un dramma, ma allora

non si mosse. è sua la colpa: di cachaça

si è ubriacata.

se la giustizia è cieca, solo la talpa è saggia.

festeggio pacato l’evidente perdono

perché sono solo un uomo, non un mostro! [lasciate

alla donna il trauma.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Educazione e intervento sociale

I bambini e la guerra. Una storia che si ripete

di Bruno Maida
Incontro con Luigi Monti

murale di Bansky

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

I bambini in armi hanno una loro iconografia consolidata: il ragazzino ugandese o colombiano, in tuta mimetica, strafatto di colla, che imbraccia un kalashnikov e guarda in camera con sguardo da adulto, sostituito più di recente dal bambino jihadista nell’atto di sgozzare uomini bendati in tuta arancione. Icone che generano una reazione morale simile a quella provata di fronte alla rottura di un tabù. Ma il coinvolgimento dei bambini nelle guerre degli adulti non è una novità assoluta del Novecento ed è un fenomeno molto più complesso di quanto queste immagini statiche e la nostra indignazione ci restituiscano.

Sono centinaia i ragazzini che all’inizio del Duecento pare abbiano attraversato l’Europa in direzione della Terra santa per partecipare a quella che è conosciuta come Crociata dei bambini. Molti moriranno in un naufragio, alcuni saranno venduti agli arabi, pochi faranno ritorno. Molto alta fu la partecipazione dei bambini nelle guerre di religione che insanguinarono l’Europa tra il xv e il xvii secolo. Una partecipazione attiva che in molti casi prevedeva anche azioni dirette nell’assassinio di ebrei e ugonotti. Durante la Rivoluzione francese i bambini sacrificati alla causa venivano definiti “martiri” della nazione. Nella guerra civile americana pare abbiano combattuto 100mila bambini di età inferiore ai 15 anni. La piccola vedetta lombarda, Il tamburino sardo e altri racconti mensili del libro Cuore testimoniano il coinvolgimento dei bambini nelle guerre risorgimentali italiane. Dieci dei mille garibaldini erano adolescenti. Insomma, possiamo dire che la storia dei bambini in guerra coincida con la storia della guerra.

A partire dalla Prima guerra mondiale, però, il nesso tra guerra e infanzia – intendendo con ciò il coinvolgimento dei bambini nelle guerre, in termini sia di partecipazione che di numero delle vittime – compie un salto di qualità e assume aspetti specifici che porteranno fino al fenomeno, per certi versi estremo, dei cosiddetti “bambini soldato” delle guerre post-novecentesche. Dentro a questa specificità ha provato a guardare lo storico torinese, Bruno Maida, attraverso uno studio vastissimo e articolato, il primo in lingua italiana, pubblicato da Einaudi alla fine del 2017 con il titolo di L’infanzia nelle guerre del Novecento, premiato la scorsa estate a Lecce dalla nostra rivista.

Questo libro nasce soprattutto sulla spinta di due esigenze. In primo luogo dal tentativo di misurarmi e per quanto possibile oppormi a una rappresentazione pubblica dell’infanzia in guerra sostanzialmente fondata sulla commozione e sull’abuso delle immagini. Se prendiamo la fotografia di un bambino in un contesto di guerra e la mettiamo in prima pagina, nove volte su dieci l’obiettivo reale è spostare l’interesse o la posizione ideologica di chi legge, non difendere quel bambino o coloro che potrebbero essere colpiti dalla stessa violenza. In secondo luogo dalla volontà di contribuire a fornire alla storia dell’infanzia uno statuto che tra i contemporaneisti si fatica a trovare.

Studiando il nesso tra guerra e infanzia nel corso del Novecento emergono alcune contraddizioni rispetto alle quali si può scegliere se procedere per semplificazione (e quindi, facilmente, per banalizzazione e strumentalizzazione) oppure se accettarne fino in fondo la profondità, in certi casi la vertigine, senza pretendere di scioglierle del tutto. Ne cito alcune, tra le più evidenti. Da una parte il Novecento è il secolo che ha prodotto più leggi, convenzioni, pratiche di welfare a difesa dei bambini, dall’altro è quello che li ha coinvolti in maniera più pervasiva nella violenza della guerra. Da una parte l’infanzia è stata considerata la ragione stessa del sacrificio bellico in quanto garante della continuazione della società e dall’altro si è accettato di farne una delle tante poste in gioco. Da una parte consideriamo l’infanzia l’età dell’innocenza, dall’altra la pratica estrema del massacro e del genocidio in varie occasioni ha avuto come protagonisti attivi anche i bambini. Da una parte guardare in faccia la sofferenza ed empatizzare con le vittime infantili è un atto profondamente umano, dall’altro non aiuta sempre a comprendere questioni tanto complesse. Scrutare dentro le guerre che sono scoppiate nel corso degli ultimi cento anni ha significato fare i conti con queste contraddizioni e accettare di non riuscire sempre a ricomporle, nemmeno su un piano teorico.

In casa

Tragica Rebibbia

di Antonella Soldo

murale di Bifido

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 57 de “Gli asini”: acquistalo in pdfabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Ivan è venuto al mondo da quattro giorni. La sua pelle sottile che profuma di latte e di nuova vita è arrossata, violacea. Sua madre lo tiene avvolto in una coperta sul suo petto, e gli soffia sul viso l’aria dalla sua bocca per riscaldarlo un poco. È la vigilia di Natale di alcuni anni fa, nel carcere di Foggia ci sono dei guasti e i riscaldamenti restano accesi solo un’ora al giorno. Non basta per rendere gli ambienti ampi di quel palazzone almeno tiepidi. La donna, una bulgara incensurata e in attesa di giudizio è stata arrestata che ancora era incinta, e detenuta nel carcere di Bari fino al momento del parto. Dopo di ché portata direttamente dall’ospedale al penitenziario foggiano, perché qui risulta esserci un nido per i minori. Questo “nido”, se così si può chiamare, è una stanza vuota, con le pareti colorate da chi è passata prima, un lettino di ferro e una culla. E una stufa elettrica aggiunta all’ultimo. La madre stringe il fagotto sul petto e fa per ritrarsi in un angolo del letto, gli occhi di sbieco, di un animale ferito. Non dice una parola. Per lei urla il suo sgomento un’agente di polizia penitenziaria donna: vi sembra normale che un bambino così piccolo sia qui dentro? La madre non poteva salire nemmeno le scale! è diventato viola per il freddo! Lo prende in braccio, cullandolo avvolto dal tessuto cerato della divisa blu. Ivan è il bambino più piccolo che abbia mai visto in carcere, e molto probabilmente è il più piccolo che vi sia entrato. Andando via mi viene da pensare alla triste coincidenza natalizia di quel neonato Gesù scaldato dal fiato della mamma: almeno quello vero aveva il bue e l’asinello.

Ogni anno ci sono tra i trenta e i settanta bambini che entrano ed escono con le loro mamme dalle carceri italiane. Nel momento in cui scrivo sono 59: 31 italiani, 28 stranieri. Tra qualche giorno potrebbero essere alcuni in più o in meno, ma sempre di un flusso di poche decine si tratta: per la gran parte sono figli di donne con pene non molto lunghe (sotto i quattro anni) o addirittura in attesa di giudizio. Dunque, la questione dei minori in carcere è un problema piccolo, di minuscole dimensioni (che cos’è un numero tra i trenta e i settanta bambini se rapportato a una popolazione detenuta di 59mila unità?) che riguarda minuscoli attori (bambini fino a 6 anni). Eppure questo non la rende meno grave. Al contrario è l’oscenità più grande della sclerotizzata gestione della giustizia italiana. Si sente spesso parlare dell’infantilizazzione dei detenuti in carcere, ovvero di come all’interno di questa struttura siano messe in atto tutta una serie di misure per trattare il detenuto come un minore, e di come ciò avvenga a partire dall’uso di un linguaggio che privilegia il diminuitivo (la “domandina”, lo “spesino”, il “cancellino”). Ma qui siamo al cortocircuito: alla carcerizzazione di quelli che minori lo sono già, gli infanti. Un dolore inferto a un numero limitato di individui per un tempo limitato lo rende più tollerabile? No: lo rende più pesante, più ingiustificabile, più crudele. E proprio perché è incomprensibile come la struttura di uno stato non trovi una soluzione e lasci – per usare il gergo dell’ottusa burocrazia – la “questione aperta”, comunque “all’attenzione del Ministro competente”. Uno stato che manda questi pochi piccoli innocenti in cella ogni anno, dimostra la sua impotenza e la sua ferocia. Il suo confondersi col criminale a ogni passo. Dal 2001 (anno di introduzione della legge Finocchiaro che favorisce l’accesso delle mamme con minori a carico alle misure cautelari alternative al carcere) si sono succeduti sette ministri della Giustizia (Piero Fassino, Roberto Castelli, Clemente Mastella, Angelino Alfano Paola Severino, Maria Cancellieri Andrea Orlando). Tutti hanno avuto sulla propria scrivania il dossier, hanno fatto ore e giorni di discussioni con i propri staff, approfondimenti, dibattiti, dichiarazioni. Eppure quei bambini sono ancora dietro le sbarre. Quel flusso esilissimo e continuo di ingiusta, ingiustissima detenzione non si ferma. L’ultimo ministro, Andrea Orlando, aveva fatto una promessa: “Entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità”. Era il 21 luglio del 2015, durante un convegno sul tema organizzato nel carcere di Rebibbia dalla Commissione diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi. Nel momento in cui Orlando pronunciava quelle parole i bambini detenuti erano 34.

 

La giusta quantità di dolore

A portare al centro dell’attenzione pubblica – per poche ore, forse qualche giorno – il tema dei bambini in carcere è stata, come spesso accade, una tragedia. Quella di Alice Sebesta, cittadina tedesca in attesa di giudizio nel carcere di Rebibbia, che lo scorso 18 settembre ha ucciso scaraventandoli dalle scale del penitenziario i suoi due piccoli, Faith, 6 mesi, e Divine, 2 anni. La Sebesta era in carcere dal 28 agosto perché trovata in poossesso di 10kg di marijuana che aveva nascosto tra i pannolini dei figli mentre era in auto nei pressi della stazione Termini con due nigeriani. Si potrebbe dire che il suo è il profilo del “detenuto tipo”: un terzo della popolazione si trova in carcere per reati collegati alla droga, un terzo è in attesa di giudizio, un terzo è di nazionalità straniera. Di “atipico” nel suo caso c’erano i due bambini, la cui presenza avrebbe dovuto far considerare ogni cosa diversamente. Infatti, secondo la legge 62/2011 per madri con bambini piccoli il carcere può essere applicato in misura cautelare solo se sussistono esigenze di eccezionale rilevanza, per esempio quando si è in presenza di reati gravi come mafia o terrorismo. L’avvocato della Sebesta, Andrea Palmiero, aveva chiesto per lei la custodia cautelare ai domiciliari ma questa istanza era stata rigettata due volte, la prima perché la donna, non trovandosi nel proprio paese non aveva un domicilio. La seconda perché il domicilio che nel frattempo era stato trovato, presso la casa di un amico, era ritenuto non idoneo: l’abitazione era di un uomo incensurato, ma nigeriano, ovvero della stessa nazionalità delle persone accusate insieme alla Sebesta di detenzione e spaccio. Come se la nazionalità possa costituire un crimine in sé.

Oltre ai domiciliari la legge dispone altre due alternative al carcere. La prima è quella degli Istituti a custodia attenuata (Icam), dove i bambini possono rimanere fino a 6 anni di età e possono frequentare scuole e asili esterni. Al momento sono cinque: a Torino, Milano, Venezia, Cagliari e Lauro. La seconda opzione è quella delle case famiglia protette: vere e proprie case fuori dal carcere, dove i bambini possono restare fino a 10 anni. Non ci sono sbarre, le madri vivono in appartamenti e i loro figli sono inseriti nel tessuto della città. In Italia ce ne sono solo due, una a Milano e l’altra a Roma, la Casa di Leda. Proprio qui al momento della morte di Faith e Divine c’erano 3 posti disponibili su 6. Infatti, come ha ricordato il Garante delle persone private della libertà della regione Lazio, Stefano Anastasia: “succede frequentemente che ci siano posti liberi perché i giudici concedono la casa famiglia in misura solo eccezionale In realtà dovrebbe essere il contrario: assegnare il carcere in casi eccezionali”.