In casa

Il voto di scarto. L’Umbria come esempio

di Piergiorgio Giacchè

Stando ai risultati delle elezioni europee, il governo del cambiamento ha tenuto fede alla sua definizione: non avrà ancora fatto la rivoluzione ma intanto ha compiuto una rotazione su se stesso, con le stesse forze politiche che si sono scambiate le rispettive percentuali di elettori. Davvero “è passata la nottata”, nel senso che i grillini hanno smesso di cantare e i galli cimbri annunciano l’alba livida della “lega degli italiani”, arrivata davvero “prima” al traguardo che tutti prevedevano e molti auspicavano.
Ma tutti chi? E i molti chi sono? Dai Tutti nessuno può tirarsi fuori e sentirsi senza peccato, visto che nessuno ha scagliato idee o parole come pietre in grado di scalfire il governo giallo-verde o di lasciare un segno o un solco sulla campagna elettorale. Dei Molti invece fanno parte e hanno preso partito tanti candidati dispersi, elettori periferici, simpatizzanti invisibili, che hanno aiutato la somma a diventare il totale del primo partito o forse di un solo Primo Italiano al comando. Il voto storico dei parmigiani padani non ce l’avrebbe fatta mai senza il favore e il fervore degli atri muscosi e fori cadenti delle cento province d’Italia: non più dalla bassa padana ma “dal basso” della democrazia elettorale viene la vittoria e la gloria di Salvini. E non tanto per via del contributo in quantità, ma perché da lì viene la vera nuova qualità del voto: sono i villaggi isolati e le frazioni rurali il campione che andrebbe studiato dai sociologi del comportamento elettorale. Comportamento che non da oggi si è modificato, ma che solo adesso dai molti si è propagato a tutti… (me – ahimè – compreso): si va tutti a votare piuttosto contro qualcuno che a favore di qualcosa, magari non a casaccio ma sempre per dispetto, brandendo la nostra croce analfabeta come se avessimo ragione o rabbia, ma invece è solo per il gusto e il gesto di farsi un selfie in segreto, ovvero in tutta libertà che poi – come si dice e si canta a sinistra – è pur sempre partecipazione.
In quel momento e in quell’atto non contano i programmi diversi o le promesse uguali, non contano la condizione sociale e l’interesse economico e tutti quei parametri classici che ieri dividevano le classi e poi i sessi e infine le regioni degli Italiani. Tantomeno se c’è di mezzo l’Europa di cui poco si sa e niente si vuole sapere, mentre si opta per il più o il meno di un’Europa di cui si vuol cambiare tutto, tranne l’Erasmus di cui si dice un gran bene… Insomma, non si può più fingere un voto ideologico ma nemmeno fidarsi del voto di scambio: non c’è più il voto clientelare da vendere e nemmeno quello di opinione da bere. Semmai si inseguono e si indossano le mode, le più aggressive e stupide che ormai vengono solo da destra, e vanno ancora più a destra del vincitore onnipotente: l’ultimo striscione dei Fratelli d’Italia recita in semi-inglese, “Peace and Love? No grazie. Viva le forze armate!” – e chi pensa che è solo una esagerazione non ha capito bene quanto è efficace e attraente lo sport estremo della pubblicità politica. Oggi, a destra o a sinistra che sia, “basta la parola” come diceva il carosello di una purga liberatoria.
Sì, diciamolo, il voto è diventato di deiezione e non più di proiezione: nessuno, che sia sano di mente e non vuole mentire, sa che le elezioni non c’entrano con nessuno di quei valori bandiera che vanno dalla libertà (sempre sia lodata) alla solidarietà (sempre più contestata) alla felicità (sempre più spesso evocata). Come in quella poesia breve come uno slogan, “ognuno sa di essere solo davanti all’urna e non vede l’ora che arrivi la sera”. Si passa poi la nottata in maratona per conoscere chi ha vinto la lotteria ma soprattutto chi l’ha persa, augurandosi più la sconfitta di qualcuno che la vittoria di qualcun’altro. Il voto è diventato “di scarto”, sia nel senso del rigetto da antipatia sia in quello del dribbling che spiazza e punisce l’antico partito amico che ci ha deluso… e così impara!
D’accordo, ha vinto la Lega e lo si sapeva, ma intanto hanno perso i grillini e anche i berluschini, e i radicali europeisti e gli invisibili sinistri e – amaro in fondo – i soliti ignoti e ignavi verdi all’italiana. E finalmente anche il Pd non si sente troppo bene, malgrado festeggi il ritrovato “secondo posto” dell’antica tradizione e consolazione comunista…
Eppure c’erano delle regioni in cui il Pd (già Ulivo, Pds, Margherita, eccetera) era primo, non degli italiani ma almeno degli umbri. E non è per ragioni anagrafiche che mi scappa questo esempio, ma perché l’Umbria fra tutte le regioni rosse è l’ultima ad averne provato vergogna; e poi ha dimensioni (minime) e relazioni (fitte) e condizioni (povere) che la rendono l’ideale campione della sociologia e persino della psicologia elettorale. Qui, il voto di scarto può assumere il suo significato pieno, perché da un lato la quantità di elettori è matematicamente residuale, ma dall’altro la qualità di rifiuto e riciclaggio è stata alta, e per una volta ha permesso all’Umbria di confluire nella grande discarica del voto vincente e quel che più conta del voto “di moda”!
La Lega in cinque anni è passata dal 2 al 40%, e se si vogliono contare le politiche dell’anno scorso, un balzo in avanti di diciotto punti non può che confermare una sola verità e volontà: il voto “salvinifico” delle sue campagne sperdute piene di paesi deserti, nonché delle sue cittadine d’arte baciate dalla storia e benedette da don Matteo, parla chiaro e forte della sua voglia di riscatto contro chi la vorrebbe ancora vedere arretrata, abbandonata, terremotata.
Già quasi un decennio fa, un giornalista (Paolo Stefanini, Avanti Po, Il Saggiatore 2011) che si era messo a studiare la prima esondazione della Lega nord verso il Centro Sud, era arrivato fino a Terni, passando per i più sperduti borghi dell’appennino toscano. Giunto a Badia Tedalda, proprio al confine dell’alta valle umbra del Tevere, in una affollata riunione della Lega raccoglie le proteste e gli allarmi contro l’invasione degli immigrati. Si stupisce della animosità della riunione e fa notare agli abitanti che non c’erano immigrati in giro, che loro tenevano le chiavi nella porta di casa mostrando fiducia e serenità… Gli fu risposto in perfetto e risentito toscano: “Ovvia, ma il televisore ci s’ha anche noi… che ti credi?”.
Oggi ci sono i social e gli smartphone, ma è ancora il televisore che fa testo e fa voto… di scarto.
Nei piccoli paesi ma anche nelle case di città, la tivvù ha ancora un suo ruolo e un suo trono: è il mezzo che fa il fine elettorale più delle reti futuriste e delle guerre stellari. È ancora la televisione – almeno in Italia – il dio che atterra e suscita, che affanna e consola, con l’autorità che Tutti le riconoscono e soprattutto con l’obiettività e l’attualità a cui Molti credono e infine cedono. O meglio soccombono, affatto interessati alle chiacchere o alle notizie ma sedotti dalle facce, che in tivvù valgono ben più delle faccine. Insomma, la piccola residua gente umbra ha votato Lega non per via della immigrazione o della sicurezza, non per i porti chiusi di un mare che non c’è, ma per non restare indietro rispetto alla moda politica del momento e soprattutto ai modi bruschi e al volto franco dell’uomo monumento. Stavolta l’elettore umbro non resterà ignorante e infine distante dalla novità, come è successo con le cinque tramontate stelle: stavolta Salvini è la faccia giusta e forse l’uomo forte, ma è soprattutto il personaggio che appare in tivvù più di Maria De Filippi e non dimentica il cuore immacolato di quell’altra Maria – sì proprio quel cuore che fa ridere i colti e irrita i preti – ma in campagna è un’altra cosa, e anche quell’ex-voto non va trascurato perché tutto fa brodo. E finalmente anche l’Umbria e il suo cuore verde un po’ di brodo vegetale l’ha portato anche lei…
Vediamo da vicino qualche caso, anzi il più piccino: a Poggiodomo, paese di 101 abitanti la Lega cattura un 57% , la stessa percentuale si registra anche a Monteleone di Spoleto che è metropoli di 591 abitanti; e se nell’altro Monteleone di Orvieto la Lega supera appena il 40% c’è da osservare che in quel comune, della tradizionale fascia rossa mezzadrile, i residenti stranieri sono da tempo un quarto della popolazione e molti di essi sono fra gli elettori… Inutile continuare con i nomi oscuri e i dati chiari degli altri paesi e città: ovunque lo squillo di tromba della destra è risuonato più forte, tranne qualche isolata zona di resistenza dovuta alla coincidenza con le amministrative. Con orgoglio o vergogna, non so dirlo, solo nel piccolo paese di Paciano la Lega non è riuscita ad arrivare al misero 20%; voglio citarlo perché è il paese di mia nonna e mia madre e lo conosco e lo sento mio. Siamo sempre stati gli ultimi a morire, o gli ultimi a capire?
Un dubbio simile deve essere venuto a tutto l’elettorato di sinistra e del Pd in particolare, che in Umbria non ha nemmeno pareggiato il conto con il dato disastroso delle politiche del 2018. Eppure anche qui canta vittoria, ma forse è un caso simile a quello di Pinocchio malato: forse il Pd sorride perché è felice di non essere morto, o forse perché è sazio e perfino stufo di settant’anni di vittorie sul campo… Stanco di battagliare e amministrare un piccolo popolo di contadini ingrati, che il Partito ha traghettato appunto dai campi agli uffici, quasi senza passare dalle officine. E gli umbri che avevano disceso le loro valli con orgogliosa sicurezza, dopo aver accumulato doppie case e tre fra stipendi e pensioni (e automobili ed elettrodomestici e videogiochi…), hanno fatto un voto di scarto per paura e per avidità? O infine perché abituati e contagiati dall’arroganza dei loro stessi eterni governanti?
Si dice che in Umbria lo scandalo della sanità e il balletto delle dimissioni della presidentessa non hanno fatto bene al Partito democratico, ma non è poi così vero, ché non si è mai stati così veloci a digerire e reagire qualche inevitabile abuso di potere. Infine ai dirigenti indagati è stata rimproverata più la mancanza di riservatezza che l’arroganza abituale e necessaria a chi governa da anni per il bene del popolo; infine i concorsi e i ricorsi alle raccomandazioni fanno parte di una rete di relazioni comunali e regionali a cui nullo homo può skappare.
No, l’improvviso e massiccio voto di scarto ha altre ragioni e più antiche nostalgie. Gli è che – visto dall’Umbria – il buon Salvini non sembra affatto il duce ma ricorda il coraggioso segretario di sezione: resuscita un capopopolo che rilancia la posta e giura di difendere il posto malgrado i debiti e la crisi. Non importa se poi si inventa un nemico d’oltremare che al lago Trasimeno non può sbarcare; non importa se è di destra, almeno finché resta al centro dello schermo televisivo e continua la sua battaglia – ma chiamiamola “campagna”, perché no? – contro le invasioni barbariche che hanno già occupato Badia Tedalda e sono a due passi da una regione che solo da pochi decenni crede di esistere e pensa di governarsi e perfino di essere un’eccellenza nella sanità e nella scuola, nell’arte e nella cultura… come l’ha fatta crescere o almeno le ha fatto credere il vecchio glorioso e “scartato” Partito.
“Chi è causa del suo mal…”

storie

La tratta. Donne nigeriane in Calabria

di Maria Elena Godino

Il testo che segue fa parte dell’ampio volume edito da Rubettino per conto della Regione Calabria, Persone annullate. Lo sfruttamento sessuale e lavorativo in Calabria. Le politiche sociali, le caratteristiche e le aree di maggior presenza delle vittime, a cura di Francesco Carchedi e Marina Galati, che ringraziamo.

Premessa

Descriviamo in questo testo le condizioni delle donne nigeriane trafficate a scopo di sfruttamento sessuale verso il nostro paese e che, giunte in Italia, sono entrate in contatto con la rete di protezione nazionale per le persone vittime di tratta. Tale lavoro è frutto dell’analisi di una serie di dati e informazioni riguardanti le donne nigeriane che sono state intercettate dalle azioni del progetto Incipit e vuole favorire una migliore comprensione del fenomeno della tratta sessuale di donne nigeriane.
Ricostruire la storia di una donna vittima di tratta attraverso l’ascolto e l’accoglienza della sua biografia non è semplice perché la narrazione è influenzata spesso da fattori quali la sofferenza, il disorientamento e la paura quale effetto delle intimidazioni subite, ma anche dalla consapevolezza di non avere un terreno comune di credenze con gli interlocutori italiani; ovvero di uno spazio dove la narrazione del rapporto degli umani con gli spiriti, con le divinità, con il mondo dell’invisibile, sia naturalmente possibile. Come vedremo meglio successivamente, il sistema di credenze tradizionali tipico del mondo nigeriano di tipo vuduista, animista (o entrambi) riveste un ruolo importante nella tratta delle persone, in particolare nel determinare una forma di assoggettamento piscologico delle vittime ai trafficanti molto forte.
Le informazioni riportate nel capitolo derivano dall’analisi di interviste, di relazioni o micro storie riguardanti le donne vittime di tratta sessuale che sono entrate in contatto, come accennato, con gli operatori che lavorano nel progetto Incipit. In particolare parliamo di 15 micro storie raccolte dagli operatori dell’Unità di contatto (udc) regionale nello svolgimento del lavoro in strada con le vittime e di 8 interviste in profondità realizzate con altrettante donne accolte presso centri di prima e seconda accoglienza gestite dallo steso progetto, nonché da 5 relazioni elaborate dagli operatori che si occupano della consulenza anti tratta. Il totale complessivo è di 28 interviste.
L’approccio metodologico è di natura qualitativa il cui focus ha riguardato l’analisi delle condizioni personali e culturali che favoriscono l’ingresso, la permanenza e la fuoriuscita nelle pratiche di sfruttamento sessuale delle donne nigeriane espatriate al fine di contribuire a comprendere i meccanismi sottostanti questa forma di violazione di diritti umani così massiva e devastante socialmente.
Il capitolo, inoltre, ricostruisce l’esperienza della migrazione delle donne trafficate a partire dal reclutamento fino al momento in cui decidono di chiedere aiuto per uscire dallo sfruttamento, ovvero ricostruire il ciclo della tratta sulla base delle storie raccolte.

Il profilo delle donne

I profili delle donne che fanno parte del collettivo esaminato sono eterogeni, ma hanno però alcuni elementi in comune. Parliamo di donne che dichiarano una età giovane che va dai 16 ai 31 anni. Provengono da situazioni familiari molto complesse, nella maggior parte dei casi si tratta di giovane donne che hanno perso uno dei genitori o entrambi e che vivono con una zia, per lo più materna. Il livello di istruzione è medio basso, molte sono analfabete o hanno frequentato pochi anni di scuola; alcune hanno completato la Junior secondary school, che nel sistema scolastico italiano corrisponde alla scuola media inferiore o secondaria di primo grado. La maggior parte però non ha sostenuto l’esame finale per motivi economici e dunque non ha conseguito il relativo titolo di studio.
Questi dati sono in linea con quelli riportati dalla letteratura. Alcuni elementi, come il basso livello di istruzione, il genere femminile, l’età e la provenienza, sono considerati fra gli indicatori rilevati nel 2016 anche dall’Oim per l’identificazione rapida delle vittime di tratta.
Ciò che caratterizza la storia di vita di molte delle ragazze è la perdita del sostegno economico familiare per la morte del padre o per la perdita del lavoro da parte dei familiari. Altro elemento in comune che si rintraccia nei loro racconti è l’avere subito diverse forme di discriminazione di genere. Ad esempio molte donne raccontano di non essere riuscite a continuare la scuola per problemi economici, per cui la famiglia ha preferito mandare a scuola il figlio maschio o perché costrette a occuparsi della cura e pulizia della casa e dell’accudimento degli altri membri della famiglia. Anche la violenza sessuale è un elemento che accomuna una parte delle donne vittime di tratta del collettivo in esame. Si parla, in questo caso, non della violenza subita durante il viaggio verso l’Italia, ma di episodi di violenza di cui sono state protagoniste prima di partire (è comune l’aver subito avance o aggressioni da parte di membri della famiglia).
Tutti questi elementi rendono evidente come la tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale sia un fenomeno in cui il genere ha un ruolo importante. Infatti, la tratta di persone (trafficking) in Nigeria riguarda solo le donne, mentre quando parliamo dello spostamento degli uomini nigeriani verso l’Europa si parla di traffico di migranti (smuggling). Il fenomeno di migrazione che interessa gli uomini prevede che venga pagata una somma di denaro (all’incirca 10mila euro) prima di spostarsi dalla Nigeria e, una volta giunti sul luogo di destinazione, la persona è libera. Per quanto riguarda invece le donne, viene chiesta una piccola somma di denaro prima di partire, circa 300 euro. Il resto del debito dovrà essere pagato all’arrivo nel paese di destinazione, lavorando per il trafficante. I trafficanti possono arrivare a chiedere alle donne di restituire un debito che si aggira intoro ai 30/35mila euro e solo dopo aver restituito tutti i soldi la donna può ritenersi libera. Come ci spiega Grace Osakue, presidente di Girl’s Power Initiative Nigeria, questa differenza di trattamento tra uomini e donne è possibile grazie al differente modo in cui sono cresciute ed educate le persone.
Le ragazze sono state educate a non fare domande, ad affidarsi alle decisioni degli altri; devono sempre far piacere agli altri, ed essere sempre a disposizione. Per gli uomini non è così. Questo fa sì che mentre gli uomini giunti nel luogo di destinazione non possono essere trattenuti, le donne invece rimangono legate ai loro sfruttatori in un clima di perenne paura.
Come si legge nel documento Nexus between Gender based Violence and Human Trafficking “la società nigeriana è patriarcale e le preferenze dei figli, in base al genere, persistono ancora. Ogni volta che si devono fare dei sacrifici di diversa natura (economici, relazionali, istruttivi) la ragazza in famiglia è spesso quella su cui ricadono maggiormente. Sono facilmente persuase o costrette a fare sacrifici anche laddove sono in gioco la loro salute o la loro vita. Questo è il modo in cui molte delle ragazze hanno iniziato a essere trafficate”. Come ha dichiarato un trafficante “Aiuto le ragazze … Le ragazze hanno menti più semplici dei ragazzi in termini di disponibilità a rimborsare i soldi concordati”
Per quanto riguarda la provenienza delle donne del gruppo in esame la maggior parte proviene da Benin City e dalle aree limitrofe, o più in generale da Edo State. Questo dato è in linea con la letteratura che riporta come fin dall’inizio dell’emigrazione che risale agli anni ottanta, le ragazze erano provenienti da questa zone della Nigeria. Poche sono le ragazze che provengono da Delta State e Lagos State.

Le campagne di sensibilizzazione

Nello Stato di Edo sono attive diverse campagne di sensibilizzazione per la prevenzione e lotta alla tratta di minori e giovani donne dalla Nigeria all’Italia. Si legge sul sito ufficiale dell’ United Nation Office on Drag and Crime che l’agenzia, in collaborazione con il Napitip, ha avviato intensi programmi informativi perlopiù mirati a potenziali vittime di tratta, utilizzando diversi canali di comunicazione, quali: radio, televisione, seminari e workshop, interventi nelle scuole. Essa realizza anche attività di sensibilizzazione nei mercati, durante eventi sociali e religiosi e in luoghi pubblici di primaria importanza.
Oltre ai programmi di prevenzione sono stati promossi partenariati strategici per promuovere la mobilitazione della comunità. Tali interventi vengono condotti in tutti e tre i distretti dello Stato di Edo ed hanno come target privilegiato diversi gruppi come i minori, sia quelli che frequentano la scuola, sia quelli che non la frequentano più o che l’hanno terminata. L’attenzione è rivolta anche ai giovani apprendisti e alle giovani donne disoccupate, nonché alle donne adulte e agli opinion leader della comunità per monitorare le diverse modalità di reclutamento. La sensibilizzazione è diretta anche alle istituzioni locali e ai funzionari pubblici e privati che vi lavorano a vario titolo.
Tra i mandati istituzionali del Dipartimento investigativo e monitoraggio del Napitip è indicato anche quello di attivare interventi di prevenzione e di individuare gruppi criminali che compiono reati correlabili alla tratta e alle conseguenti forme di sfruttamento, e dunque soggetti a forte sanzioni penali.
Il Naptip, quindi, è attivo attraverso diverse campagne di sensibilizzazione rivolte a potenziali vittime di tratta. Ha anche il compito, insieme all’Edo State Task Force against trafficking, una altra agenzia governativa nigeriana, di proteggere le famiglie delle donne che sono sotto minaccia dei trafficanti
Ci racconta B. “io lo sapevo che chi veniva in Europa doveva prostituirsi perché alcune donne che sono partite, sopravvissute in Libia e ritornate in Nigeria, vengono nelle chiese a raccontare il viaggio e ciò che hanno subito” (Int. 9). Continua a raccontarci B. “ Io altre volte ho avuto l’occasione di partire ma non sono partita, perché non volevo prostituirmi. La signora che mi ha fatto venire in Italia mi ha assicurato che non avrei dovuto prostituirmi; mi ha detto che si prostituiva chi aveva fretta di restituire il debito perché si guadagnano soldi facili. Ma chi aveva pazienza poteva fare un altro lavoro, come le pulizie, la badante o lavorare in campagna, in questo modo, cioè, ci vuole più tempo a restituire il debito” (Int. 9).
Il senso di incredulità e smarrimento che si prova di fronte al meccanismo dell’inganno perpetuato dagli sfruttatori ci viene ben descritto dalla scrittrice Blessing Okoedion: “non so come abbia fatto a essere così stupida. Ancora oggi, a volte, non posso credere di essere stata tanto ingenua e sprovveduta. Ma anche di essere stata ingannata in quel modo da una persona di fiducia, una donna gentile, premurosa che pregava sempre e mi voleva bene. O almeno così mi aveva fatta credere. Sembra proprio che tenesse a me, quella donna…”.
Gli sfruttatori sono diventati molto abili del rassicurare le vittime, anche chi è più consapevole dei rischi a cui li espone la tratta. Ce lo spiega bene J. che ha conosciuto il fratello della maman mentre era ricoverata in ospedale perché affetta da tubercolosi: “Io ero ricoverata in ospedale perché stavo male. Lì ho conosciuto il fratello della maman. Il ragazzo ha parlato con mia zia che mi aveva accompagnata all’ospedale. Lui ha chiesto a lei cosa avevo e quando mia zia ha detto che ero malata di tubercolosi e che le medicine costavano tanto, il ragazzo le ha promesso di potermi aiutare, mandandomi in Italia da una sua sorella. In Italia, e con le attenzioni della sorella, sarebbe stato facile curare questa malattia. Poi abbiamo rivisto il ragazzo quando siamo andate a comprare le medicine in un altro ospedale ed è rimasto sorpreso di vedermi anche là. Mi ha detto “pure qua sei venuta!” e la zia ha risposto che in questo altro ospedale avremmo trovato le medicine che cercavamo. Allora il ragazzo ha detto che se ero pronta a partire lui avrebbe anticipato le spese del viaggio, di non preoccuparmi perché in Italia avrei potuto fare qualsiasi lavoro, la parrucchiera o la domestica e restituirgli l’anticipo. Mi ha rassicurato anche che dopo essere guarita avrei ripagato il debito lavorando. All’inizio mia zia non era d’accordo poi vedendo come il ragazzo si esprimeva si è convinta e mi ha lasciato andare” (Int. 2).

Il reclutamento e la decisione di partire

Nonostante l’investimento sulla prevenzione del traffico delle donne e dei minori in Nigeria è probabile che non si riescano a raggiungere tutti i villaggi, in particolare quelli dell’entroterra nigeriana, i quali restano quindi tagliati fuori da questa informazione e sono meno consapevoli della realtà italiana e quindi sono più asservibili. A ciò si aggiunge il fatto che vengono individuate ragazze sempre più giovani.
Ci racconta G., “io ero una bambina, mia madre non mi lasciava uscire, non potevo fare niente. Io non sapevo niente della prostituzione” (Int. 15).

Come riportato dal rapporto di Save the Children nel 2016, oltre a ragazze di 16 – 17 anni poco scolarizzate provenienti da contesti rurali sempre più poveri, si è affiancato l’arrivo di bambine di 13 – 14 anni.
Il reclutamento delle donne da parte dei trafficanti può avvenire in diversi modi. Le donne spesso incontrano il trafficante attraverso familiari, amici. L’incontro può avvenire in luoghi diversi, al lavoro, nei mercati, a scuola, a casa di conoscenti.
Ci racconta J. “Un giorno ero con la mia amica e ho sentito che la madre parlava con una sua amica delle ragazze che volevano partire per andare in Italia. Dopo che la signora ha chiuso il telefono mi ha chiesto se io fossi interessata a partire e io ho detto perché no? Così questa signora ha richiamato la sua amica e me l’ha passata al telefono. Lei mi ha detto che mi avrebbe aiutata ad andare a scuola una volta in Italia e così ho deciso di partire. In meno di due settimane sono partita” (Int. 7).
Molte vittime possono diventare potenziali trafficanti perché “le poche persone trafficate, che giunte in Europa, sono riuscite a inviare consistenti somme di denaro a casa hanno permesso alla propria famiglia di raggiungere il benessere economico; queste stesse persone sono diventate “punti di riferimento” per i trafficanti stessi e modelli da seguire per le donne che pensano di espatriare.

È difficile capire quanto le donne trafficate che arrivano nel nostro paese, e nella regione Calabria, a fini di sfruttamento sessuale, siano consapevoli della reale finalità del loro viaggio.
Una piccola parte della letteratura è concorde nel definire che in Nigeria si sappia che dei segmenti femminili, che vengono aiutati a espatriare contraendo un debito, per poter ripagare il debito contratto debbano in seguito prostituirsi. Secondo il Rapporto dell’ Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine (Unicri) del 2003, la tratta degli esseri umani è così radicata in Edo State, specialmente in Benin City, che si stima che virtualmente ogni famiglia del Benin sia in qualche modo coinvolta nella tratta come vittima, sponsor, madame o trafficante. Si legge nel rapporto “Molte famiglie  si vantano  di avere la figlia, la moglie, la sorella in Italia, Spagna o Paesi Bassi, indicando case, automobili, pozzi e altre cose materiali acquisite  con i soldi inviati dalle loro figlie”.
Secondo un articolo pubblicato su “Internazionale”, che a sua volta fa riferimento a un rapporto Onu del 2003, si rivela che “a metà degli anni novanta la maggior parte delle donne dello stato di Edo che andavano in Europa era probabilmente consapevole del fatto che avrebbe dovuto prostituirsi per ripagare i debiti, ma non conosceva le condizioni di sfruttamento violento e aggressivo a cui sarebbe stata sottoposta”.
Anche chi ha rivelato di essere consapevole del lavoro che avrebbe dovuto fare una volta giunta in Italia, non immaginava però il livello di violenza e aggressività che è stata costretta a subire o le condizioni oggettive (in strada, al freddo, con un pesante debito da risarcire). Come dichiara D. nel verbale di denuncia ai Carabinieri della sua situazione “mi avevano detto che in Italia mi sarei dovuta prostituire ma anche che avrei potuto continuare gli studi come desideravo e che avrei trovato il fidanzato, invece S. mi costringeva ad andare a lavorare tutti i giorni. È capitato che a volte non stavo bene e non potevo andare al lavoro. S. allora mi picchiava, insultava minacciandomi che mi avrebbe ucciso e buttato il corpo nel fiume” (Int. 21), o ci racconta A:.“lo sapevo che dovevo pagare il debito e come pagarlo ma non quello che è successo. Sono stata venduta due volte, ho iniziato a pagare il debito alla prima maman in Libia e poi lei mi ha venduta a un uomo che mi ha fatto venire in Italia e lui mi ha chiesto 30 mila euro” (Int 1).

Il giuramento, il debito e il juju

Nella tratta delle donne nigeriana a scopo di sfruttamento sessuale il giuramento rappresenta un aspetto centrale. Il giuramento, comunemente chiamato juju dalle medesime donne, è una pratica derivante della religione tradizionale e serve a sancire un impegno tra le parti, prevedendo la maledizione dei trasgressori. Attraverso il rito del giuramento si crea un legame stretto tra sfruttatore e vittima che assoggetta quest’ultima ai suoi aguzzini, fino ad arrivare a uno stato di asservimento e anche di schiavitù.
Tra la maman, che fornisce l’aiuto economico alle ragazze per intraprendere il viaggio verso l’Italia, e le ragazze disposte a partire si sigla un patto. Da questo momento la maman prevede il possesso e il controllo delle medesime una volta per tutte, poiché faranno tutto ciò che la maman chiederà. Il patto siglato attraverso il giuramento determina una forma di potere e di controllo sociale particolarmente efficace e autorevole, che trova fondamento nella complessità del mondo spirituale nigeriano; il controllo diventa attivo attraverso le pratiche del giuramento wodoo tipico di una parte significativa della tradizione religiosa.
Le ragazze sono sottoposte al rito di giuramento prima di partire dalla Nigeria. Ci racconta P. “Siamo andati a casa del native doctor. Erano presenti con me mia zia e la sorella della mia madame. Mi hanno fatto spogliare e mi hanno dato un lenzuolo bianco per coprirmi e mi hanno portato acqua in un secchio. Era acqua sporca con dei vermi dentro, puzzolente. Con quell’acqua dovevo lavarmi e dopo mi hanno fatto giurare che avrei pagato il debito e che non avrei rivelato il nome della madame. Hanno ucciso una gallina e mi hanno dato il cuore crudo da mangiare. Mi hanno preso unghie e la mutandina. Mi hanno detto che se avessi cercato di scappare sarei impazzita o morta” (Int. 27).
I capelli, le unghie, i peli sono parti del corpo delle donne che vengono raccolti in fazzoletti o in indumenti intimi e conservati nel santuario dove viene praticato il giuramento fino a che le stesse donne non riescono a estinguere il debito. Come ci spiega Simona Taiani: “queste parti restano come ‘oggetti attivi’ attraverso i quali si può agire sul corpo della donna inviandole dolore, malattia o morte”. Questa azione può avvenire anche a distanza.
Altro elemento in comune nel rito di giuramento è l’evocazione della morte tramite l’uccisione di un animale, in genere un pollo o una gallina, di cui la ragazza deve successivamente mangiare un pezzo e nel mangiarlo assimila simbolicamente il giuramento poiché diventa carne del suo corpo.

Installare il terrore

Questi riti installano terrore nelle vittime, e il rispetto del patto attraverso il pagamento del debito diventa fondamentale, perché è il modo di non venire meno al patto siglato prima del viaggio. E per questo motivo che i parenti stessi insistono affinchè le ragazze obbediscano ai trafficanti. Ci racconta A. “quando ho contattato mia zia per dirle che ero scappata lei mi ha detto che avevo sbagliato che almeno avrei dovuto restituire almeno metà del debito prima di scappare” (Int. 1). Ciò per lenire gli effetti del maleficio.
Se la donna non ha fatto il giuramento in Nigeria, questo viene fatto successivamente. Ci racconta E. “Ho fatto il giuramento in Libia. La mia maman voleva farmi giurare in Nigeria e io le ho detto che se siamo amiche che senso ha che mi fai giurare. In Libia però, siccome aveva paura che io potessi scappare, mi ha fatto giurare” (Int. 14). E. ci spiega ancora come è avvenuto il giuramento: “La maman ha messo per terra le statue di juju nigeriani, ha preso peli dalle parti intimi di tutte le ragazze, le ha mischiate e le ha messe sopra queste statue. Eravamo in sette ragazze, non c’era nessun native doctor, c’erano i boyfriend della maman che sono quelli che picchiano chi si rifiuta di lavorare o violentano le ragazze vergini che non vogliono prostituirsi. Ognuno di noi ha detto il proprio nome e cognome e ripetuto le parole che diceva la maman. È come un incantesimo; alcune ragazze che avevano già fatto il giuramento in Nigeria hanno dovuto rigiurare” (Int. 14), rinforzando così il legame con la medesima maman.
I jujù di cui ci parla E. sono feticci che rappresentano potenti divinità che fanno parte del ricco pantheon nigeriano. Capita spesso, quindi, che il giuramento venga ripetuto quando le ragazze arrivano nel luogo di prostituzione, ci racconta al riguardo J. “ad Afragola la maman mi ha fatto rifare il giuramento. Ha aperto il cofano della macchina e mi ha fatto poggiare le mani sul motore, mi ha fatto giurare ancora di ripagare il debito e di non parlare con nessuno e mi ha dato da bere l’acqua presa dal radiatore. Se io avessi provato a scappare (questo era il malefizio) sarei morta sicuramente in un incidente stradale” (Int. 12).

Un legame invisibile

Perché le donne risultano “incastrate” dal giuramento? Come possiamo attribuire concretezza a un rito che ci appare così irreale, annoverabile tra le superstizioni magiche? Nella realtà sociale e culturale dei paesi di migrazioni questo sistema rituale viene definito “stregoneria” e diventa difficile per noi comprendere la natura reale che ha per le donne nigeriane. Ma ciò per loro è una realtà concreta con cui dobbiamo misurarci per acquisire la fiducia di queste donne, poiché solo interloquendo con loro anche su questo piano possiamo aiutarle a uscire dal meccanismo prostituzionale.
Come ci spiega Simona Taliani “ la stregoneria è prima di tutto una costellazione ideologica esplicativa, funzionante all’interno di un universo simbolico e di un sistema sociale in cui le tensioni e i conflitti fra gli individui prendono linguaggio e significazione proprio grazie alla possibilità di essere coerentemente “pensati”, e quindi “detti” attraverso la trasfigurazione dei motivi aggressivi in atti concreti (nella fattispecie in atti di fattucchieria). Esplicitando questi potenziali atti aggressivi la maman li rendi possibili e quindi concreti. Venir meno quindi al patto sottoscritto determina meccanicamente (in base alla credenza) la concretezza formale dell’atto ipotizzato, ovvero si realizza – e questa è la paura paralizzante per la donna che trasgredisce – la maledizione prefigurata. L’atto potenziale (cioè il maleficio) si converte in un atto concreto.
Il juju è, quindi, quel dispositivo sociale, rivela ancora l’autrice, che permette alle donne Nigeriane di attribuire senso alla realtà. Dopo aver giurato di non rivelare mai a nessuno i nomi dei trafficanti e di pagare il debito pena la morte o la pazzia, ogni evento negativo che accadrà a sè o alla propria famiglia verrà letto come conseguenza del patto che non si è rispettato.
“La donna che tradisce l’accordo, uscendo dal circuito della prostituzione prima del pagamento del riscatto, lo fa sfidando la consapevolezza delle conseguenze che ne potrebbero derivare, sul piano della salute propria o di quella dei familiari o su quello della fortuna e del successo”.
La forma di assoggettamento della vittima non è soltanto legato alla paura della sanzione di ordine ‘soprannaturale’, quale pazzia o morte, ma anche a una minaccia di ritorsione nei confronti dei familiari, in caso di prematuro scioglimento del patto. L’assoggettamento tramite il jujù è, in ogni caso, talmente potente che agisce a qualsiasi livello di distanza, è un legame invisibile ma forte e duraturo.
F. è una donna nigeriana che riceve la proposta di raggiungere la Francia per completare i suoi studi dalla sorella del cognato. Ci racconta “io non ho fatto nessun giuramento quando sono partita perché la mia maman mi aveva detto di andare nel vicino villaggio di Orogù per fare un rito per la mia protezione e io ho risposto che non ce ne era bisogno perché mi avrebbe protetto Dio” (int. 16). Arrivata in Italia F. contatta la sua maman che va a prenderla in treno presso il centro di accoglienza. Una delle ragazze ospite dello stesso centro cerca di convincere F. a non partire, e visto che F. non si fida questa ragazza chiama la polizia ferroviaria e la maman riesce a scappare.
Da quel momento F. capisce le reali intenzioni della sua maman e decide di entrare nel progetto di protezione. Avendo perso le tracce di F. la maman si rivolge insistentemente allo zio di F. a richiedere la restituzione del debito che ammonta a 40 mila euro, finché, ci racconta F. “la mia maman ha chiamato mio zio dalla Francia per richiedere i soldi. Il fratello della mia maman è andato da mio zio per dire che è stato fatto un jujù con il mio nome. Mio zio non ci credeva per cui sono andati insieme nel villaggio vicino che dista 2 ore di motocicletta e mio zio ha visto nella casa del native doctor le varie statue e, affianco a una di esse, c’era anche il mio nome. Quindi se io non pago i soldi devo morire, non posso vivere bene e subire tante cose negative. Quando finirò di pagare il debito succederanno tante cose positive. Adesso io devo pagare il debito, quando avrò finito mio zio riornerà dal native doctor e lui mi toglierà il juju” (Int. 16).

Il viaggio. Le rotte del deserto

Tutte le donne intervistate sono giunte in Italia via mare. Il viaggio ha, in genere, inizio da Benin City. Il Niger è il primo paese che le donne trafficate verso l’Europa, e quindi verso l’Italia, attraversano raggiungendo Agadez, la sua capitale. Come si legge da uno studio pubblicato da BeFree trovando ulteriore confermain alcune microstorie da noi raccolte, ”le donne nigeriane trattate e condotte attraverso il Niger vengono portate ad Agadez, in “connection house”, e qui sono spesso esposte a violenza e costrette a prostituirsi per poter proseguire il viaggio. In città esiste un insediamento nigeriano, composto per lo più da migranti ritornati dalla Libia o fermatisi lungo il percorso, parte dei quali sono contatti locali delle reti di traffico di persone e di stupefacenti. Migranti “volontari” e vittime di tratta sono accomunati da un processo di vulnerabilizzazione che, spogliandoli di denaro, beni, informazioni e contatti con l’esterno, li vincola in modo più forte a organizzazioni che, nella prima parte del viaggio, sembravano lasciare maggiori spazi di libertà. Chiusi nei “ghetti”, controllati da capi e trafficanti che requisiscono documenti e telefoni, con lo spauracchio dell’arresto e del rimpatrio, vivono di fatto un sequestro a intensità più alta quanto più alto è il profitto di chi li traporterà verso la Libia e oltre.”
Ci racconta M. “siamo giunte ad Agadez in pullman. Arrivate qui ci ha accompagnati in un “campo” dove c’erano tante persone. Si chiamava “Ghetto Boss”. C’erano persone di più nazionalità. Noi simo rimasti lì per quattro mesi. Non ci era permesso uscire e c’era sempre qualcuno che ci sorvegliava. Non c’era cibo, né l’acqua, né l’elettricità. Solo quelli che avevano soldi si potevano permettere di comprare l’acqua”(Int 3).
Solitamente è in Niger che le ragazze ignare comprendono la vera finalità del viaggio. Ci narra E. “ad Agadez la gente mi chiedeva come mai avessi portato con me mio figlio e io rispondevo che la signora (la maman che l’aveva coinvolta nell’espatrio) mi aveva rassicurato che non dovevamo attraversare il deserto… ma loro mi dicevano: “guarda che ti ha preso in giro, sicuramente ti farà prostituire; non potevi lasciare tuo figlio con qualcuno?”. Io ho chiesto spiegazioni alla signora la quale ha continuato a dirmi di non preoccuparmi che saremmo arrivate in Spagna. Così abbiamo continuato il viaggio fino ad arrivare in Libia e qui mi ha detto che in realtà la destinazione finale era proprio la Libia e che se avessi voluto, dopo aver pagato il debito, avrei potuto continuare il viaggio verso l’Italia.”(Int. 14).
Passare per la Libia è una tappa obbligatoria per chi vuole raggiungere l’Europa. Una volta giunte in Libia le donne possono essere trasferite in ghetti gestiti per lo più da uomini arabi. Si legge sulla relazione di A. “sono arrivata a Saba con il pullman e sono stata portata in una connection house dove vivevano altre 300 persone di diversa nazionalità, uomini e donne. Eravamo controllati giorno e notte da uomini armati senza nessuna possibilità di uscire; venivamo anche picchiati e maltrattati per qualsiasi piccola cosa e ci portavano da mangiare del pane due volte al giorno. Gli uomini arabi venivano e sceglievano delle ragazze da portare via per violentarle, chi si rifiutava di andare veniva picchiata violentemente” (Int. 7).

La permanenza in Libia

La durata di permanenza in Libia è varia. Secondo il rapporto dell’Oim essa dipende dall’efficienza dell’organizzazione “laddove una durata molto breve può indicare un’organizzazione efficiente che accorcia i tempi verso lo sfruttamento, una durata lunga invece – oltre tre mesi – può indicare degli intoppo organizzativi”. In seguito all’accordo d’intesa sottoscritto tra Italia e Libia all’inizio 2017 per impedire le partenze di migranti e rifugiati verso l’Europa, la situazione però è cambiata perché migliaia di persone restano intrappolate nei campi di detenzione libici e anche per le donne trattate è molto difficile riuscire a raggiungere l’Italia.
In alcuni casi la destinazione finale della tratta è la Libia ed è quindi lì che inizia lo sfruttamento. E. è una donna che ha finito di pagare il debito in Libia e che ha deciso di raggiungere l’Italia dopo essere stata arrestata dalla polizia ed essere stata costretta a pagare per la sua scarcerazione. “La mia madame aveva detto che saremmo andate in Spagna e invece, arrivate in Libia, mi ha detto che saremmo rimaste lì e che io avrei dovuto restituirle più di 15 mila dinaro. Una volta pagato il debito sarei stata libera di andare in Italia. Sono stata nella Connect House libica per nove mesi. In tutto questo periodo io non ho mai ricevuto i soldi. Gli uomini entravano e pagavano la proprietaria della casa che poi dava i soldi alla madame. La madame mi ha dato un quaderno e io vi scrivevo le persone che incontravo. Lavoravamo ogni momento. Ogni momento qualcuno poteva venire, ci guardava e sceglieva la donna con cui andare. Anche se stavamo dormendo ci svegliavano. Nella casa eravamo 13 donne” (Int. 14).
La stessa donna ci spiega anche come evolve il ruolo delle vittime in Libia:” Ci sono varie categorie di prostituzione. Le ragazze appena arrivate in Libia che non hanno iniziato ancora a pagare il debito, per non farle scappare, le mettono in una casa dove non possono uscire e non possono avere contatti con l’esterno, le regole sono molto strette. Invece la ragazza che ha iniziato a pagare il debito e ne ha già pagato la metà ha un po’ di libertà e la mettono in un’altra casa da cui può avere contatti con l’esterno, cioè uscire con i clienti e anche dormire fuori. Le ragazze che hanno finito di pagare il debito, se vogliono fare anche essi dei soldi facilmente oppure vogliono far venire altre ragazze possono andare in una casa dove vanno i clienti più ricchi”(int. 14). Viene lasciata questa possibilità alimentando così la tratta, e recuperando, sfruttando altre donne, quello che hanno in precedenza sborsato. “È facile, dice ancora E., far venire le ragazze perché sei nel frattempo entrato in contatto con i connection men” (Int.14).

La situazione in Italia e l’uscita dallo sfruttamento. L’arrivo in Italia

Una volta giunti in Italia le donne contattano la madame tramite un numero di telefono che gli è stato lasciato prima di partire dalla Libia. “Siamo sbarcate, racconta G., in Italia la mattina e dopo alcuni giorni siamo state trasferite in un centro in Sicilia. Mi hanno dato una scheda telefonica e ho chiamato mia madre e poi la mia maman che vive in Francia. Lei mi ha chiesto dove fossi e io le ho detto solo che sapevo che eravamo a Canicattì. Dopo tre giorni mi ha richiamato e detto di uscire dal centro che c’era un uomo che mi aspettava. Io sono uscita e ho visto quest’uomo fuori” (Int. 4).
Questa dichiarazione mette in evidenza l’efficace sistema di organizzazione degli sfruttatori che riescono a individuare facilmente il luogo in cui le donne in Italia vengono collocate e al contempo la ramificazione di una rete dove i diversi attori svolgono un ruolo definito, e strettamente funzionale agli obiettivi correlabili al successivo sfruttamento della vittima.
Le donne, costrette a uscire dai sistemi di accoglienza italiani, vengono condotte in strada e obbligate alla prostituzione. Gli sfruttatori forniscono alle vittime, insieme al numero di telefono per le reciproche comunicazioni, anche indicazione su come comportarsi una volta giunti a destinazione. Racconta M. “Al mio arrivo in Italia nel momento dell’identificazione ho detto di essere due anni più grande perché non ero ancora maggiorenne e mi avevano detto che i più piccoli sarebbero stati controllati di più e meglio” (Int. 5).
Anche O. racconta che è giunta in Italia minorenne, ma che su indicazioni dei suoi sfruttatori si è dichiarata maggiorenne: “una volta arrivati nel centro di accoglienza ho chiamato il numero che mi era stato dato in Libia; dopo circa tre giorni dal nostro arrivo è venuto a prenderci un uomo che ci ha portato a casa sua ad Ancona e il giorno dopo a Torino dove c’era la madame. Dopo il nostro arrivo la madame ci ha fatto tagliare i capelli e comprato vestiti corti e scarpe con il tacco alto. La sorella della madame, che viveva con lei, ci ha insegnato a camminare con i tacchi perché nessuno di noi ne era capace. Poi ci ha detto che il viaggio da Ancona a Torino era costato un milione di euro mentre il viaggio dalla Nigeria in Italia era costato 30mila euro. Io non avevo assolutamente consapevolezza del valore degli importi. La madame ci ha poi detto che l’unico modo per guadagnare e restituire quelle cifre era di prostituirci. Noi ci siamo rifiutate e lei e la sorella ci hanno minacciato di morte e poi hanno iniziato a picchiarci pesantemente” (Int. 22).
L’entità del debito rimane per molto tempo ignaro o incomprensibile alle donne nigeriane. Spesso non viene comunicato o comunicato in una valuta di cui le donne non hanno comprensione. In ogni caso le donne sono sempre rassicurate sul fatto che pagare il debito, una volta giunta a destinazione, non è difficile e non comporta nessuna deprivazione.
Al contrario, una volta costrette, tutti i soldi guadagnati in strada vengono sottratti alle ragazze che oltre al debito devono pagare le spese per l’alloggio, per il cibo e i vestiti. Ci racconta M. che al momento della decisione di scappare ha saldato un debito di 3.980,00 euro che “in aggiunta ai soldi del debito ogni mese dovevo pagare 150,00 euro per il posto dove lavoravo, 200,00 euro di affitto, 80,00 euro per le bollette di gas, luce e internet. In più pagavo 40,00 euro a settimana per il cibo e dovevo pagare anche i vestiti che mi comprava la zia per il lavoro” (Int.3).
Non tutte le ragazze vivono sotto stretta sorveglianza della propria madame. Infatti, se gli sfruttatori sono certi che la ragazza pagherà il debito, quest’ultima ha maggiore libertà di movimento, che non significa avere condizioni di vita migliore.
Racconta L., al riguardo “abitavo in un magazzino, forse una vecchia stalla riconvertita ad abitazione (per modo di dire). Dormivo in una unica stanza con altre due connazionali; ai piedi del letto c’era un vecchio e piccolo televisore; vi era inoltre una cucina in un angolo del corridoio poggiata su una base di marmo a cui era collegata una bombola a gas e un bagno. I vetri esterni delle finestre erano rotti ed entrava aria fredda. Niente riscaldamento o acqua calda, solo una stufetta. Per questa casa pagavamo 300,00 euro al mese” (int. 23).

L’uscita dallo sfruttamento

Decidere di uscire dal circuito della prostituzione prima del pagamento del debito, come abbiamo visto, non è semplice, perché tradire l’accordo significa accettare le conseguenze che ne potrebbero derivare: sia sul piano della salute propria o di quella dei familiari che su quello della fortuna e del successo personale. Oltre a ciò bisogna riuscire a ingannare senza conseguenze i propri sorveglianti. In questa fase è importante l’appoggio sociale e morale che le ragazze possono ricevere e un ruolo importante lo rivestono gli operatori dell’unità di contatto, ma non sempre i tentativi di scappare vanno a buon fine.
Racconta B., una ragazza nigeriana di 26 anni arrivata in Italia nel 2012, ed entrata nel progetto anti tratta in seguito a una retata da parte delle forze dell’ordine, e che aveva già precedentemente provato a scappare: “Parlavo abbastanza bene l’italiano. Ho cercato aiuto per telefono, e subito gli operatori di strada sono arrivati da me. Abbiamo concordato un incontro non su Reggio (dove si prostituiva) ma alla stazione di Villa San Giovanni. Quella sera mi tranquillizzai tanto e riuscii a non far capire nulla alle altre ragazze che lavoravano in strada. Il pomeriggio sono andata in stazione ma avevo molto paura di essere stata seguita. Quando sono arrivata a casa, senza dirmi niente, il fratello della mia maman mi ha picchiata tantissimo, e dopo due giorni mi ha portato a Milano, dove ho ripreso ad andare in strada fino a che non è arrivata la polizia.” (Int. 24).
In alcune storie si rivela che un aiuto significativo per uscire dallo sfruttamento è stato l’appoggio ricevuto da abituali clienti o “fidanzati della strada” che hanno fornito alle ragazze decise a scappare un aiuto concreto, ad esempio comprando il biglietto del treno per allontanarsi dal luogo dello sfruttamento o ospitandole a casa per un certo periodo.
Ci racconta M., fatta arrivare in Italia dalla zia, che aveva stretto un rapporto sentimentale con F. un ragazzo italiano conosciuto in strada “Parlavo spesso con F. sul fatto di cambiare lavoro e ho provato a parlare anche con mia zia la quale mi rispose che non è facile trovare lavoro in Italia e comunque non avrei guadagnato così tanto come per strada per poter pagare il debito. Mi ha chiesto chi mi avesse messo in testa queste idee e anche se io ho risposto nessuno lei ha pensato subito che fosse stato F. Quando sono scappata ho passato qualche settimana a casa di F. finché l’unità di strada non ha trovato un posto dove stare” (Int. 6).
Le motivazioni che hanno spinto le ragazze a uscire dallo sfruttamento sono diverse. In alcuni casi le ragazze sono state condotte, in seguito a una retata, presso un servizio di Polizia e lì sono potute venire a conoscenza del sistema di protezione italiano per le vittime di tratta sessuale.

L’editto dell’Oba

Una spinta importante per aiutare le ragazze a uscire dalla tratta è arrivata anche dall’editto formulato dall’Oba Ewuare II, la massima autorità religiosa del popolo Edo, celebrato l’8 marzo del 2018 in cui revoca tutti i riti di giuramento che vincolano le ragazze trafficate e sfruttate. A presenziare alla cerimonia ufficiale sono stati invitati tutti i sacerdoti (native doctor) della religione tradizionale juju, che sono stati esortati a non celebrare più cerimonie mirate ad assoggettare le donne alle maman a scopo di sfruttamento sessuale e ha lanciato delle maledizioni contro i trafficanti e contro i native doctor che continueranno a perpetrarle a fini immorali. L’Oba ha anche esplicitamente esortato le ragazze a sentirsi libere dal pagamento del debito e a svelare l’identità dei trafficanti.
I video e le foto di quel momento sono circolati immediatamente sui media e diffusi tra le ragazze nigeriane vittime. Ci racconta P., “Dopo l’editto dell’Oba la mia madame mi ha chiamato e mi ha detto che mi avrebbe fatto lo sconto; non avrei più dovuto pagare 30mila euro ma 10mila, ma io avevo già deciso che sarei scappata. Così un giorno, quando la persona che mi controllava non c’era, sono uscita con lo zaino come se stessi andando a lavorare invece sono andata alla stazione. Ho chiesto aiuto a un mio amico nigeriano e lui mi ha dato i soldi per pagare il biglietto del treno” (Int. 28).
Il proclama dell’Oba ha prodotto una prima reazione positiva e alcune donne hanno trovato il coraggio di scappare; chi invece già all’interno del progetto anti tratta, che conviveva con la paura delle ritorsioni conseguenziali al non rispetto del giuramento, ha provato un senso di sollievo “adesso non ho più paura di morire” (Int. 6), ci racconta M.
Il proclama rappresenta un evento storico fondamentale ma sicuramente non ha fermato la tratta. Dopo un primo momento di disorientamento la rete criminale ha avuto modo di ri-organizzarsi per contrastare gli effetti sulle donne. Alcune madame affermano che l’editto è valido solo per le persone di Edo State, mentre negli altri stati della Nigeria il poter spirituale dell’Oba non ha nessuna influenza. Altre versioni prevedono che la liberazione dal giuramento valga solo per riti ancora da realizzare, non per quelli già effettuati prima dell’editto.
Alcune madame si proclamano più potenti dell’Oba. Le parole di G. forse possono aiutarci a comprendere le complesse dinamiche culturali e psicologiche che legano le donne che hanno presenziato al rito. G. è una giovane donna entrata in Italia minorenne e che si è rifiutata di prostituirsi trovando il coraggio di chiedere aiuto alla polizia appena giunta in Italia; non ha mai smesso di pensare al debito da pagare e la sua madame non ha mai smesso di importunare i suoi familiare per la restituzione dei soldi. “Chi non è nigeriana non può capire. Io vorrei non credere al juju ma so che il juju esiste. Conosco storie di persone che sono morte a causa del juju e persone che hanno confessato di averne ucciso altre attraverso il juju” (Int. 4). La paura di G. è palese.
G. dopo l’editto dell’Oba si è sentita libera in un primo momento, ma questo senso di libertà non è durato a lungo e ci spiega perché: “Anche la madame ha paura dei juju e sa quanto sono potenti. Se lei continua a chiedermi di restituirle i soldi anche dopo la maledizione dell’Oba vuol dire che lei può rivolgersi a dei juju più potenti” (Int. 16). Un altro ostacolo che rende difficile la liberazione delle donne è legata alla scarsa fiducia che esse ripongono verso le organizzazioni governative nigeriane. Il Naptip, che ha ricoperto un ruolo importante nella decisione dell’Oba di rendere illegali i giuramenti, può essere di ulteriore aiuto alle ragazze che trovano il coraggio di uscire dalla tratta recuperando le parti del corpo sottratte al momento del giuramento, cioè i “sacchettini” dove sono stati riposti i peli e le unghie delle vittime. Se la ragazza riesce a indicare il santuario in cui è avvenuto il giuramento il Naptip interviene personalmente e, recuperandole, potrebbe interrompere il maleficio.

In casa

Contro Salvini, che è il peggio

di Oreste Pivetta

 

Ventiquattro ore dopo la conclusione delle votazioni per il nuovo parlamento europeo, Matteo Salvini è stato ospite per un tempo infinito di “Porta a porta”, interrogato da Vespa e da altri colleghi. La domanda più insidiosa è stata più o meno la seguente: “Si è spiegato come sia stato possibile che la Lega sia salita in pochi anni dal 6% al 34%?”. Salvini non ha esitato. Non l’ho mai visto esitare. Non ha chiamato in causa i sociologi o gli antropologi e neppure gli analisti dei flussi elettorali. Lui è un esemplare umano di indefettibile sicurezza. Ecco la sua risposta: “Ci ha premiato la bontà del lavoro nelle amministrazioni locali guidate dalla Lega”. Come se ovunque lungo la penisola stesse governando la Lega, come se le amministrazioni di centrodestra non fossero mai incappate in accuse di corruzione, di tangenti, di appropriazioni varie (proprio mentre un amministratore locale promosso a sottosegretario veniva condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione per peculato e falso).
Al vice premier non è stato risparmiato ovviamente un quesito sull’Europa: “Come superare i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles?”. Qui Salvini mi pare si sia esibito in una sorta di capolavoro. Ha rinfacciato ai suoi interlocutori continentali, ai giornalisti in studio e al pubblico, una cifra impressionante: “Il 52% dei giovani in Calabria sono disoccupati”. Come dargli torto? Ha esposto quindi la sua teoria: il vero vincolo è il livello della disoccupazione, finché non si abbassa al 5 o 6% si può spendere quanto si vuole. Facendo debiti, nel nostro caso, perché con la crescita allo 0% soldi freschi non ne arrivano. Che cosa significhi questo non ha spiegato e gli italiani in genere non lo sanno. Un quotidiano prelievo nelle loro tasche, un futuro fosco se non catastrofico e d’oro per i pochi che sapranno speculare sulle prossime rovine del paese.
Per il resto Salvini ha ripetuto con inesorabile costanza che sono “già al lavoro tutti i suoi parlamentari”, che “ce n’è da fare, ce n’è da fare” e quindi si dovranno fare il decreto sicurezza, la riforma fiscale, la riforma della giustizia, la riforma delle autonomie, la riforma della scuola e la riforma della sanità, più le riforme delle banche, dell’agricoltura e del commercio, mentre si dovrà dare il via alle “grandi opere” e si sta già effettuando “il controllo a tappeto delle strutture che ospitano animali e delle case famiglia perché ce ne sono alcune che lavorano bene e altre che invece maltrattano e sfruttano i bimbi”. Sensibile ai problemi dell’infanzia nazionale, avrà conquistato anche un paio di mamme. Infine: “Di tutto il resto parliamo dopo”. Ho vissuto la promessa di un nuovo appuntamento come una minaccia. Ma nessuno per ora ci potrà salvare dalle fluviali presenze di Salvini in tv. Che cosa escogiterà ancora il nostro ministro per arricchire il suo vocabolario delle riforme? Grembiulini a scuola? Cannabis vietata? Pallottole al distributore automatico? Come riformulerà l’eterna, inconcludente, narrazione dei problemi?
Ricordo ancora una sentenza del nostro ministro pronunciata in quella sede televisiva, di fronte al conduttore Vespa: “L’Italia non è razzista. Vuole solo regole”. Le regole ovviamente per gli immigrati. Gli italiani non amano le regole e sono per giunta storicamente razzisti: le leggi razziali o il “manifesto della razza” li abbiamo scritti noi italiani.
Ecco, gli italiani in campo… Mi è mancato d’ascoltare in quella serata un’altra delle più consolidate promesse di Salvini, ma forse mi ero distratto: “L’Italia agli italiani”. Slogan che ha da tempo fatto breccia nel cuore delle folle: a Casal Bruciato, di fronte a quell’arrogante famigliola rom che pretendeva di prendere possesso di una casa popolare assegnata a norma di legge, ho sentito urlare appunto, tra un muscolare agitare di braccia: “L’Italia agli italiani”. Attenzione: reclamavano non “la casa agli italiani”, ma “l’Italia agli italiani”, come se qualcuno avesse mai pensato di sottrarre isole e penisola agli italiani, forse nel passato dei fenici o degli spagnoli o dei francesi o dei nazifascisti. Ma oggi? Tenetevela la vostra Italia! A Casal Bruciato non c’erano solo a urlare i militari di Casa Pound, c’erano le casalinghe fiancheggiatrici. Mi venivano in mente quelle cilene con le pentole, prima del colpo di stato di Pinochet, borghesia medio piccola che temeva di dover rinunciare a qualche modesto privilegio. A Casal Bruciato c’erano solo le sottoproletarie, che reclamavano la loro Italia, la patria che non le aveva certo mai premiate.
Un paio di anni fa in occasione della festa della Repubblica, Salvini, ancora leghista del Nord, quando la patria era la Padania, sentenziò che non c’era proprio nulla da festeggiare. Pochi giorni fa, il 2 giugno, per la sfilata militare a Roma, in un suo post ci comunicò: “Ma che bella festa”. In un post successivo ci tramandò il suo ritratto, mano destra sul cuore, sullo sfondo di un cielo azzurrissimo le “frecce tricolori” in volo, sopra tutto la scritta: “A difesa dell’Italia”. Torna il concetto. In effetti Salvini ha fatto prove: lo ricordiamo con il fucile mitragliatore a tracolla e, quando si presentò in Ungheria dall’amico Orbán, piazzato in alto su una torretta di confine, impegnato a scrutare con il binocolo l’orizzonte e l’incedere delle avanguardie barbariche, come uno dei difensori di Fort Alamo.
Salvini si congratulò con Orbán per il muro. Purtroppo in Italia muri da alzare non ce ne sono. L’ansia patriottica dell’ex “lumbard” si è manifestata e si manifesta nel bloccare al largo barche cariche di immigrati, poveracci senza niente addosso e una infinita fatica alle spalle: questa è l’unica regola che è riuscito finora a dettare, mentre tutto il resto è la banale vacuità degli annunci e della minacce, tipo quella preelettorale di ricacciare a casa loro mezzo milione di clandestini.
Il guaio e la fortuna sua, di Salvini, è che gli italiani, quelli dell’Italia agli italiani, gli credono e lo apprezzano se mostra i muscoli contro gli immigrati, perché sono tutti stanchi di vedere immigrati e credono davvero che rappresentino un’aggressione, li immaginano moltiplicarsi per cento o per mille, come extraterresti nella guerra dei mondi (mi ha colpito giorni fa la foto di un salvataggio, con un soccorritore infilato in una tuta bianca, mascherina, cappuccio stretto sulla testa, con in braccio un bambino più sano dei nostri. Come dimostrano le indagini e l’esperienza gli immigrati non importano malattie).
Gli stessi italiani non sopportano le tasse e sperano che la flat tax sia una manna dal cielo (mentre è soltanto un obbrobrio d’iniquità), e se non ci sarà la flat tax va bene lo stesso, perché secondo la morale di Salvini il fisco è troppo esoso e quindi gli evasori non hanno poi tutti i torti a evadere, si difendono, bisogna assecondare le loro necessità (ma non si dovrebbe faticare a capire che la flat tax è un provvedimento che ancora una volta aiuterà i ricchi a discapito dei poveri). Gli italiani di cui sopra hanno paura e quindi sono convinti che “Il decreto sicurezza”, solo in virtù del nome, li libererà da ogni preoccupazione, magari fornendo una pistola e impunità in caso di autodifesa, mentre un’altra legge di Salvini cancellerà le accise sulla benzina e lo “sbloccacantieri” movimenterà risorse, creerà lavoro, risanerà il territorio, senza che mafia o ’ndrangheta possano ficcare il naso negli appalti.
L’Italia felix è alle porte. Basta crederci. La televisione nei suoi molteplici canali, con i suoi talk politici o con intrattenimenti danzanti o canori, sta offrendo il suo contributo, garantendo spensieratezza e modelli. I nostri eroi compaiono metodicamente sui teleschermi, trascinandosi appresso una consolidata pattuglia di intervistatori: hanno raramente qualcosa da dire e quindi non avvertono nessuna difficoltà a intrattenerci senza sosta. Se non sono in tv, penseranno le nostre gazzette (ormai dissanguate di lettori) a proporci le chiacchiere dell’uno e dell’altro, che non mancheranno poi di inondare i nostri computer di loro immagini e soprattutto di selfie scattati da adulatori festanti.
Salvini ha goduto del vantaggio di ereditare un’Italia infelice, che – dopo alcuni decenni durante i quali, se pure in modo contradditorio – dei passi nel campo delle riforme, della giustizia sociale e dei diritti erano stati compiuti, è sprofondata inesorabile nella palude degli egoismi, della volgarità, della corruzione, di una cultura del denaro a qualunque costo e del potere quando produce denaro. Salvini sta approfittando di un paese senza politica, un paese che ha smarrito l’abc della politica, che non ha rispetto delle istituzioni, screditate da troppe responsabilità, troppe colpe, troppe connivenze con il peggio della società, un paese dove si mercanteggia a colpi di tangenti, dove i nuovi arricchiti, evasori, ladri, truffatori, mediatori dettano i comportamenti, muovendo l’invidia dei più e soprattutto fornendo l’esempio. Un paese dove non esiste o quasi la grande industria e quindi non esistono gli imprenditori o gli operai di una volta, che facevano scuola nel sindacato, un paese dove la scuola, quella di base, quella che forma, è al disastro in un circolo vizioso, dal decadimento dell’istruzione alla completa disistima del suo ruolo, e dove l’informazione ha rinunciato a informare e soprattutto a esercitare la critica.
Confesso di aver conosciuto Salvini, alla preistoria della sua carriera politica, quando era semplicemente uno dei giovani di Bossi, mentre oggi potrebbe vantarsi d’essere tra i nostri più antichi politici. Per alcuni gesti, più che per le parole, mi sembrò presuntuoso e prepotente. Lo tolleravo, in ragione della sua esuberante giovinezza. Tale e quale lo ritrovo, ingrassato, presuntuoso e prepotente. Non vorrei definirlo “fascista”, termine che ha un significato storico, malgrado le sue esibizioni violente e il suo stesso vocabolario, malgrado le sue manifeste tolleranze nei confronti della peggior destra, malgrado l’attività del suo ministero, che offre molti argomenti all’accusa di fascismo, tra aggressioni della polizia a innocui manifestanti e addirittura a giornalisti al lavoro, ispezioni della Digos ovunque si pensi qualcuno possa criticarlo, lotta dura alle lenzuola, protezione invece alle teste rapate di Casa Pound o di Forza nuova. Salvini mi sembra qualcosa di peggio: lo definirei opportunista e basta. Pubblica un inutile libro sotto la sigla di Casa Pound, solo per catturare qualche voto a destra e qualche attenzione trasversale, anche avversa: l’importante è che si parli di lui. S’affaccia salutando dal balcone dal quale concionava Mussolini: non assomiglia a Mussolini, ma intanto evoca l’immagine dell’uomo forte che piace tanto ai nostri connazionali. Sventola la bandiera del fisco perché sa che così sollecita le più manifeste aspirazioni di diverse categorie, che sanno di non aver niente da temere da lui, che si vende “popolare”, ma con il dovuto rispetto per la grande finanza e per le centrali economiche (anche con i soldi pubblici, se ritiene il caso). Mostra il pugno duro di fronte all’immigrazione, senza realizzare nulla per fermare o governare l’immigrazione, consolando la gente indottrinata da sempre a proposito di invasioni, valanghe, ondate, mistificando i numeri (con l’ausilio di numerosi maître à penser televisivi: basti citale tale Giordano, onnipresente con i suoi cartelli), suscitando timori e al tempo stesso offrendo il braccio armato, ben sapendo quanto disarmata sia l’opposizione… Anche se parla di grembiulini conquista voti: ci sarà sempre tra l’elettorato chi rimpiange le bluse nere dei ragazzi e le camicette bianche delle fanciulle…
È un fuoriclasse del surf Salvini: cavalca le onde, con straordinario fiuto per le correnti, ondeggiando quando gli fa comodo tra laicismo e bigottismo (anche con Vespa è riuscito a estrarre dalla tasca della giacca il “crocefisso di nonna Maria”), resuscitando tra un rosario e l’altro il “menefrego” fascista, rivisitato a simbolo di una sua forza, di una sua indifferenza ai poteri esterni. Lo si direbbe “blasfemo”. La Chiesa romana lo contesta, ma è certo che una moltitudine di praticanti, non solo quelli adunati a Verona, lo plaude.
Non è un populista, è solo un piccolo demagogo provocatore e manipolatore che sfrutta il “posto” che il disastro culturale e morale di questi tempi gli ha concesso. Gli è stato chiesto quale sia il suo progetto per l’Europa, per il rinnovamento che ha tante volte reclamato, se l’Italia debba restare nell’Unione o lui sia favorevole all’Italexit. Non ha mai risposto… “Ne parliamo dopo”. Vuole “ricontrattare le regole europee”, ma in realtà gli interessa aver mano libera sui debiti italiani, assecondando il senso comune di quanti ritengono l’Europa semplicemente una nemica delle nostre tasche e lo spread un’invenzione diabolica per favorire la caduta di questo o quel governo. Salvini è un campione quando si tratta di eludere le domande. Il 2 giugno scorso, per la Festa della Repubblica, ai giardini del Quirinale, si era presentato con la sua nuova coraggiosa fidanzata (lasciati due figli, una moglie, due fidanzate, l’ultima dispersa tra i canali della Rai, tra una gara di cucina e “Ballando con le stelle”: Salvini non abbandona nessuno, tutti sistemati tra amministrazioni pubbliche e tv) e ha incontrato il suo compare (o satellite ormai) Luigi Di Maio, pure lui con la fidanzata. Una foto li ritrae assieme, tutti e quattro. Sorridenti entrambi i due ministri: uno ha fermato l’immigrazione, l’altro ha sconfitto la povertà (proclamandolo da un nobile balcone di fronte alla folla osannante). In grigio entrambi: un poco stazzonato al solito uno, irrigidito da operetta l’altro, gli sguardi padronali offerti ai fotografi. Sono il nuovo potere. Mancano le “spalle” ma c’è da giurare che nei giardini del Quirinale se ne sarebbero potute incontrare molte, per una foto di gruppo, che sarebbe diventata una lezione: i capi, i capetti, i vassalli, le comparse, le compagne. In questo caso si sarebbe davvero potuto tirare in ballo la sociologia e l’antropologia, più l’antropologia che la sociologia, per scoprire che di “rinnovato” c’è ben poco, che le sequenze si ripetono, talvolta inasprite però dalla grottesca ferocia degli affamati, degli ultimi arrivati, quelli che hanno appena raggiunto il pingue banchetto.
Chi sconfiggerà Salvini? L’orizzonte è pesto. Finché gli italiani si sentiranno sazi, Salvini non ha nulla da temere. Non deve temere i suoi alleati, azzerati dalla loro stessa modestia culturale, e non può temere il Pd o gli altri nani della sinistra. Paradossalmente potrebbe temere i pensionati, non quelli apparentemente beneficiati dalla norma di “quota 100”, ma quelli tangibilmente beffati dalle pensioni che non s’adeguano al costo della vita e che perdono valore di giorno in giorno, cassaforte alla quale il governo può sempre attingere, quando mancano i soldi perché non si lavora, non si pagano tasse, i debiti si accumulano. Cioè, come succede da sempre, saranno i valori dell’economia a sancire la fine di Salvini e dei suoi alleati e per nessuno, sostenitori o avversari, sarà una bella fine.

poco di buono

Nel deserto di Dolores Prato

di Jean-Paul Manganaro

incontro con Elena Frontaloni

La traduzione francese di Giù la piazza non c’è nessuno dimostra che Dolores Prato è un’autrice da iscrivere in un orizzonte europeo. In che modo la sua scrittura può dialogare con la tradizione letteraria francese e con il pubblico di lettori francesi di oggi?
Sono personalmente molto contento, direi felice, che, dopo venti anni trascorsi a cercare di convincere e coinvolgere diversi editori d’Oltralpe, la traduzione francese possa aprire altri orizzonti geografici alla straordinaria esperienza letteraria proposta da Dolores Prato. In questo senso, un immenso ringraziamento va rivolto alla casa editrice Verdier e a Laurent Lombard, nonché all’editore italiano Quodlibet, che hanno reso possibile questa pubblicazione.
Per rispondere alla sua domanda, mi sembra che la riflessione vada svolta in questi termini: pubblicare oggi un lavoro di una mole per lo meno impressionante, scritto da un’autrice ormai scomparsa da circa quarant’anni, implica il riconoscimento che ci si trova davanti a un “classico”, in tutti i sensi della parola, degno di apparire “alla pari” coi grandi nomi della letteratura nazionale e dunque internazionale, con un accompagnamento critico adeguato. Nel contempo, è proprio questa condizione di unicum irripetibile che la isola nel suo splendore e non le permette di collegarsi a tradizioni e a strutture fondamentalmente diverse. In tal senso, potrei anche dire che da Stendhal a Balzac, da Flaubert a Proust, da George Sand a Jean Giono, ci sia l’eventualità di un comune sentire il fatto letterario, ma questo è dovuto alle cognizioni intime e personali delle quali si è nutrita l’autrice, non a una sua volontà specifica. E sempre in questo senso, non c’è nemmeno la possibilità di una reperibilità nella sfera letteraria italiana, perché non ha antecedenti — forse, appena, lo Zibaldone leopardiano —, né avrà discendenti. La struttura stessa della narrazione impedisce qualsiasi tipo di mimesi: una lunga tiritera che si sviluppa come una favola costante, precisa e ondulante, come i nastri che certi giocolieri cinesi fanno volteggiare in sinuosi cerchi regolari e irregolari. Non dimentichiamo che proprio all’inizio del libro vengono evocate le “scantafavole di Scolastica”, che i “temi” a scuola la interessano non per quello che poi racconta, ma per il modo in cui possono cominciare a esistere, eccetera. Ecco: cominciare a esistere, il suo trauma maggiore, ripetere quindi la costanza di questo ricominciamento e riconoscimento della vita non avuta, attraverso la scrittura, che si dipana proprio come le numerose pagine dedicate al tessere, al cucire, al patch-work della vita, al ritornello costante della vita. 
 
Dolores Prato non amava le distinzioni di genere letterario (romanzo, racconto e così via): chiamava i suoi testi “lavori”, “libri” o ancora “narrazioni”. Quest’ultima definizione le sembra appropriata per Giù la piazza non c’è nessuno
Assolutamente. E ci sono due motivi fondamentali che mi sembrano rendere conto della specificità di questa connotazione. Il primo è che si sviluppa una tematica, o un filo conduttore, prettamente femminile, del narrare — che qui parte dalla figura già evocata di Scolastica —, e del narrare favole: in questo senso Dolores Prato somiglia allora a Sheherazade, la voce che narra, dalla mitologia greca a Perrault e a Sade, e che si confonde e si estasia nel femminile, in esso trova la sua perfetta elaborazione e maturazione estetica e poetica. Con Giù la piazza, viene raccontata, viene narrata la vita, nella materialità meravigliata, felice e costante dei ritrovamenti, nell’oggettività delle “cose” minime e massime, nello stupore sempre ripetuto della sua camera oscura, nell’insetto che si muove o non si muove, nella conoscenza progressiva e nelle sinestesie che l’avvincono alle certezze delle sperimentazioni. Il secondo motivo è dovuto al fatto che la scrittura, nell’ambito di questo snodarsi e annodarsi delle cose e delle riflessioni, è sempre attraversata da una potente oralità, che è come l’aleggiare della scrittura, la tensione tra mente elaborativa e corpo senziente ed emanante. Come il filo dei ricami. Ancora una volta, tutto è intimamente legato all’invenzione di una struttura mobile che non somigli a nessun’altra, non lasciata al caso, ma frutto di una riflessione considerevole sulla necessità di quanto l’autrice chiama l’elaborazione della sua resistenza: “nell’agone ho sempre vissuto, mai vincitrice, mai vinta, ma sempre resistente”. Grazie alle modalità di tale struttura narrativa si possono capire le numerose ripetizioni, i ritorni, i ricorsi che intercorrono lungo tutta l’elaborazione: di fatto siamo in presenza di una “ricerca”, in senso sia proustiano sia leopardiano, che, per cerchi concentrici, si allarga o si restringe sulla realtà sfaccettata della propria materia. C’è una sottesa tensione vichiana e anche nietzschiana in queste riflessioni. 
 
A proposito del filo e dei ricami, le pongo una domanda che Dolores Prato lascia in sospeso in un suo laboratorio di scrittura intitolato “io”: “Tutti dicono che ho fantasia. E io rispondo che non l’ho. Non riesco a inventare un raccontino. E allora come mai tutti lo dicono? Che sia fantasia quei nessi spontanei tra le cose e le idee, tra persone e parole? Quello scoprire i fili che legano tutte le cose? Questo improvviso annodare, sì, ce l’ho. Ma è fantasia questa?”.
Mi conforta molto la sua scelta della parola “laboratorio”, perché mi sembra che spieghi con precisione la “struttura” e la “ricerca”. E dire “i fili che legano tutte le cose”, e non “il filo”, spiega l’atteggiamento fondamentale della Prato di fronte all’immensa rete che noi stessi creiamo attorno alle cose: sensazioni, percezioni e affetti si mescolano in una tensione che crea nuove tipologie di realtà costantemente rielaborate. Si tratta di un percorso non più dialettico ma atomico, che trascende i fatti e prende corpo nella realtà delle parole pensate e scritte. “Le parole sono la realtà”, dice a un certo punto. C’è probabilmente una elaborazione di natura positivistica alla base del concettualizzare dell’autrice, attraversata però, in cento anni, dall’insieme dei momenti e movimenti artistici del Novecento: letterari, filosofici, pittorici, musicali, politici, che interferiscono e creano nuovi campi di approccio nella valutazione della materia, della materialità delle cose. Le complesse articolazioni che Dolores Prato riesce a creare, ad “annodare” — frutto di una capacità individuale dovuta proprio alla condizione in cui il vivere è risentito come solitudine affettiva —, offrono le condizioni di un immaginario che si inventa in ogni circostanza e che, inventato, diventa fantasia. La fantasia, in fondo, è come l’appetito, viene mentre la si costruisce. E questo “annodare”, e aggiungerei “dipanare”, confermano — e si pensi a tutte le pagine sul filare, circa il tessere e ricamare, circa il gioco dei fili —, una somiglianza molto più prossima con Aracne che con Atena. 
 
Poco prima ha citato come particolarmente significativa una frase tratta dal libro: “nell’agone ho sempre vissuto, mai vincitrice, mai vinta, ma sempre resistente”. In che modo si realizza questa “resistenza” da parte dell’autrice?
Evocavo il mito di Aracne e di Atena, proprio per descrivere uno degli atteggiamenti e dei temi di fondo di Dolores Prato, che si situa sempre all’opposto delle idee convenzionali, degli stereotipi. Fondamentale è l’incipit, questo ostinato mettersi al riparo non da un pericolo qualsiasi, ma dal pericolo, per lei assoluto, di essere nuovamente abbandonata: che da paura si trasforma poi, subito, in descrizione delle variazioni colorate del rifugio, anche di quelle fastidiose come le croste di pane. Ma l’atto si muta immediatamente nella presa di coscienza che, per vivere senza l’appoggio degli affetti, è necessario costruirsi una forma mentale in cui “resistere”: ciò diventa l’unico fronte contro l’impeto delle circostanze. Cito il primissimo esempio, ma nel testo questo atteggiamento mentale, che diventa anche attitudine fisica, è sempre all’opera: resistenza alla norma, all’autorità, quale che sia, alla lingua, resistenza che permette di scorgere e di percepire altre prospettive oltre quelle imposte, quelle consuetudinarie; resistenza quindi come necessità di vita contro chi vessa e offende tale necessità. La considerazione di lei, che percepisce i rumori del silenzio e vede i microbi e sente l’eco dei passi del bambino morto, rientra anch’essa nel confronto col reale degli altri, da cui svincolarsi, per riempire la propria soggettività e oggettività di contenuti che le diano forma e consistenza: diversità dagli altri che non l’amano. Questo permea anche la scrittura, che non appartiene più alla doxa ma straripa spesso nell’idioletto, ed è importante che quest’ultimo possa essere inscritto nell’area marchigiana. Perché si costituisce anche come motivo affettivo di appartenenza a qualcosa che sembra sfuggirle da ogni parte, se rapportato agli umani, e che ritrova soltanto nelle parole. Citavo prima questa espressione tratta dal libro, “le parole sono la realtà”: e la realtà, quale che sia, anche quella delle parole, offre le certezze di una costanza realmente attuata, contro ogni imprevedibilità. In questo si fonda anche il legame della scrittura come continuità a fronte delle lacerazioni del presente. Non essere uguale agli altri è oggettivare la differenza in quanto qualità.
 
La protagonista del libro, lei scrive nella postfazione all’edizione francese, è Treja (questa è la grafia usata dalla Prato; ma sotto il fascismo la città venne ribattezzata “Treia”, e alla forma del nome sono dedicate in Giù la piazza pagine molto belle: “A Treja nella sinfonia delle parole, la j lunga era quello che è il clarino in una banda: predominava. […] Treja, diventa Tre-i-a. Treja ha bisogno di quella mezza consonante; se non ce l’avesse, bisognerebbe dargliela perché è il suo popolo che ha bisogno dell’j lunga”). In quale rapporto sta questa piccola città di provincia con la voce narrante del testo e con gli altri personaggi: oggetti, uomini, animali, ma anche città amate e intensamente vissute dall’autrice, come Roma?
Se non proprio la protagonista, Treja rimane comunque il luogo nevralgico dal quale scaturisce la totalità possibile dell’iscrizione dell’io in un insieme dove si può e si deve “circolare”. È straordinaria la capacità di descrivere non la città ma la sua architettura in unione col paesaggio, e di immergere poi tutto negli sconfinamenti del cielo e del territorio: sicché piazze, vie, slarghi, palazzi non sono descritti come monumenti storici, ma come volumi puramente geografici ed estatici, volumi non in opposizione ma in confronto costante tra di loro. Ne sortisce una geometria del perfetto, in cui ogni luogo è riferimento alla possibilità della presa di coscienza e di una postura in cui elaborare se stessa e gli altri: così si descrive l’impervio e l’agevole come stati d’animo e sentimenti, prima ancora che come posizioni del corpo, anche se gli uni e gli altri non cessano di essere attraversati da linee di forza che implicano scelte e visioni, un qualcosa che contiene in sé un’indicibile magia che aureola la prosa, tenuta sempre in sospeso. Si pensi al grande e lunghissimo momento del funerale della compagna di scuola, dove la scena si svolge sul piano del percorso lineare, ma messo a confronto con i piani soprastanti della casa della zia e sottostanti alle Mura. Si sviluppa, attraverso lo sguardo supposto della zia e l’attesa della nuova stanza dei giochi, tutta una tematica ottica in cui l’idea di Treja è protagonista: Treja si ridefinisce in quanto realtà fondata, costitutiva, luogo di certezza geografica, storica, perfino archeologica. “Treja fu il mio spazio, il panorama che la circonda, la mia visione: terra del cuore e del sogno”. Ma anche, su un tono perentorio: “Io non appartenevo a Treja, Treja apparteneva a me; essa non mi aveva chiamata, non gradiva la mia presenza per le sue strade, nelle sue chiese, lo vedevo benissimo e anche questo apparteneva a me”. È il luogo dal quale tutto scaturisce e in cui tutto confluisce per ricominciare. 
 

Dolores Prato è una scrittrice dotata di spiccata ironia e autoironia. Ci sono punti di Giù la piazza in cui a suo parere emerge con più evidenza e con risultati più felici questo aspetto spesso poco considerato della scrittura dell’autrice? 
Difficile reperire con precisione in quest’ambito qualche momento preciso, a tal punto tutto il lavoro ne è pervaso. Certo, si possono chiamare ironia e autoironia. Mi sembra però che ciò finisca con l’essere restrittivo: c’è nell’ironia qualcosa di meschino e di cattivo, di sprezzante. Forse meglio definire quest’atteggiamento come qualcosa di visceralmente umorale, frutto di intricate complessioni elaborate nel tempo e col tempo, di risoluzioni che tendono a evitare ogni facilità dell’essere, un’amarezza commista a malinconia che nasce quasi sempre da un sentimento insormontabile di infelicità, e l’humour appare allora come barriera al volersi perdere e all’essere costantemente “meravigliata”. Non so quale sia l’etimologia di “humour”, ma mi piace sentirvi qualcosa che ha a che vedere con l’humus, un fondo di terra e di terrestre che aderisce a un tutto particolare – quello stesso di Dolores Prato – che riesce a mettere assieme fiori e carta e la complessità delle opere e dei giorni nell’insieme delle loro variazioni: ci potrebbe essere in fondo qualcosa che finisce con l’accomunarla a Bouvard et Pécuchet, senza i lati negativi o grotteschi dei due personaggi flaubertiani. È un humour che nasce dalla crudeltà, non dalla cattiveria, dalla crudeltà necessaria a contrastare la crudeltà della vita strappata giorno dopo giorno a ciò che si crede essere un destino, e dunque anche crudeltà contro se stessi, nella verifica del proprio esistere nel complesso dell’umano – e la scena violentissima tra la protagonista e il patrigno è forse quella che meglio rende conto di tale situarsi. Ma non vi è nulla di feroce in questo atteggiamento dell’essere: la “meraviglia” costante dell’essere di fronte al creato e alla conoscenza come dato di fatto positivo, e non negativo, cambia appunto la percezione del destino. 
 
Fin dalle prime recensioni all’edizione integrale del volume, Giù la piazza non c’è nessuno colpì per la mole (1058 cartelle), la lingua composita (vernacolo treiese, italiano parlato dagli zii romagnoli, italiano toscaneggiante), la sintassi incalzante e imprevedibile. Quale è il suo giudizio su questi tre aspetti del libro?
Il libro comincia con la presa di coscienza della vita e finisce con la presa di coscienza degli affetti non vissuti nel profondo di una verità impalpabile. In realtà non comincia esattamente come potrebbe cominciare, e poi, in realtà, non finisce: la morte, nel finale, è quella degli altri, dello zio e della zia, che hanno definito e confinato nel testo il tempo vitale della protagonista. Potrebbe essere infinito, continuare all’infinito, ancora una volta leopardianamente nel naufragio che è comunque la vita, anche se è un naufragare “dolce”. La mole fa parte della struttura, come ho già detto, questo entretien infini con se stessa la distrae anche dalle forme concepibili, non può essere forma chiusa come un romanzo, con un inizio, uno sviluppo, una fine, per questo è stata da noi traduttori concepita come un lungo nastro che balla la sua danza dimostrativa, nella fluenza, nel fluire delle rappresentazioni che sono infinite. Per la sua stessa materia e per i luoghi che insaziabilmente percorre, la lingua non poteva che adeguarsi al sapere stesso dell’autrice e a tutte le varianti che lo compongono, alla geografia e alla storia che ne formulano il luogo natio, creando così un complesso plurilinguismo che l’accomuna ancora una volta allo spirito gaddiano, proprio in una lunga epoca di transizione dell’italiano in quanto lingua. Grande periodo di passaggio che attraversa la molteplicità delle esperienze linguistiche, dove la necessità del conoscere e riconoscere diventa fondamentale: e tuttavia non lingua del passato, ma lingua accolta nel suo divenire costante, nel suo farsi nuova, a torto o a ragione; grandiosità di una lingua scritta che non teme, crudelmente, di fare strada in se stessa, di fare strada tout court. Pluralità di lingue, sintassi, tutto è preso nel vortice del se stesso farsi lingua, alla ricerca di un io nel quale riconoscersi potente e rivalutarsi in profondità, contro l’inadeguato confronto dell’umano e con l’umano, andando al di là di quanto gli altri pensino. 

poco di buono

Sono nata sotto un tavolino

di Dolores Prato

Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: “Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?”.
Ambiente non c’era intorno, visi neppure, solo quella voce. Madre, muore, nessun significato, ma rimandala sì, rimandala voleva dire mettila fuori della porta. Rimandala voleva dire mettermi fuori del portone e richiuderlo.
Pur protetta dal tappeto che con le frange sfiorava il pavimento, ascoltavo fitto fitto: tante volte venissero a cercarmi per mettermi fuori!
Sedevo sui mattoni. Molliche indurite mi si conficcavano nella pelle come sassolini. Quel primo pezzetto di mondo immagazzinato dalla mia memoria lo vedo come adesso vedo la mia mano che scrive. Mattoni rettangolari color crosta di pane, uno coricato, uno dritto, facevano un tessuto a spina. Come soffitto il rovescio della tavola attraversato da stanghe di legno; le quattro gambe unite da assicelle su cui la gente metteva i piedi, più consumata nel mezzo; l’intera impalcatura ammantata dal pesante tappeto: tutti colori notturni intramezzati da fili d’oro; foglie nere, ori con parvenza di colori morti, case appuntite trapunte d’oro, nello scuro meno fondo apparivano facce di mori e luccichio d’occhi. Il primo fatto storico della mia vita, intreccio di paura e meraviglia, fu sotto quel tavolino.
La causa di tutto, un prete. Che ne poteva sapere lui che i bambini afferrano più di quanto i grandi suppongono? Non lo sapevano neppure quelli che i figli se li son fatti.
Per i signori era don Domenico; per la gente comune era don Domé. La zia diceva ancora Menghino, voce d’altro luogo che stava morendo, mentre già nasceva: Domé. Faceva tutto da signora, si confondeva col popolo solo per chiamare il fratello. Lui no, non troncava mai i nomi, lui diceva Paolina, lui parlava esatto come un vocabolario. Ma quel che succedeva a lui, succedeva a lei: una categoria di gente diceva sora Paolì, un’altra signora Paolina.
Noi non siamo mai cominciati; il gancio a cui si attacca il primo anello della catena nessuno lo troverà; lo trovò senza cercarlo Gesù Bambino che appena nato ha già l’aria di vedere tutto, di sapere tutto; Lui era un bambino che poteva benedire i vecchi. Noi cominciamo a essere col primo ricordo che riponiamo in magazzino. Il luogo dove si ebbero i primi avvertimenti della vita diventa noi stessi. Treja fu il mio spazio, il panorama che la circonda, la mia visione: terra del cuore e del sogno.
Eppure, mentre crescevo lì dentro, il suo nome mi sembrava da vecchia; me ne vergognavo come mi vergognavo della zia che mi pareva ridicola e vecchia anche lei: tra noi due mancava una mamma a far da gradino. Chiaro che questa vergogna era attaccamento: non ci si vergogna di chi non ci appartiene: o di noi, o di chi amiamo.
Io non appartenevo a Treja, Treja apparteneva a me; essa non mi aveva chiamata, non gradiva la mia presenza per le sue strade, nelle sue chiese, lo vedevo benissimo e anche questo apparteneva a me.
Essa non mi assorbì, come il corpo non assorbe la spina che ci si è conficcata; ci fu un processo di rigetto tra il paese e me. L’unica a non rigettarmi fu la signora Antonietta, fenomeno di ilare generosità, ma non era di lì. Ci stetti poco, l’infanzia, l’età delle carezze; non me ne fece, io non le appartenevo, essa apparteneva a me: a mia insaputa me la portai via.
Nella lunga monotona stereotipata parentesi collegiale, il nome Treja appariva sulla posta che arrivava, per tutto il resto era scomparso, sostituito dal nome del collegio.
Ma dal collegio esplosi a Roma e qui di colpo, quando in un labirinto della vecchia città lessi “Piazza dell’Olmo di Treja”, uscì fuori tutta la tenerezza fascinosa di quel paese che m’ero portata dentro senza saperlo. Fu la prima delle tante epifanie.
Ho ricercata quella piazza, non l’ho più trovata. Forse non c’è, forse non c’è mai stata. Ma io la vidi quella targa di un’epoca in cui vicoli, strade, piazze avevano il nome della loro essenza popolare; vidi il piccolo capriccioso slargo; l’albero non avrebbe potuto trovarci il suo centro, stava dove stava, l’olmo di Treja; non lo toccai. Ero fissa sul nome Treja: copriva tutta Roma.
Ma se il nome Treja non è stato mai piantato a Roma come albero, c’è disperso come cenere: a Campo de’ Fiori fu arso vivo Pomponio Rustici, prete di Treja. Questo è sicuro come è sicuro che Treja scorre da sempre nelle acque del Tevere.
Dove le discorsive rovine di Faleri raccontano la sua favola, c’è Treja: è un breve corso d’acqua a nessun altro simile; stretto tra altissime rocce colorate ne riflette colori, ombre, luci, anfratti. Solo per lui la vergine vegetazione che l’uomo non può dissacrare perché le pareti rocciose sorgono spesso dall’acqua e allora chi ha seguìto, come poteva, il filo dell’acqua, deve staccarsi e aggirare le rocce; la piccola divinità s’è nascosta; misteriosa e capricciosa riappare, scompare, riappare e finisce per gettarsi nel Tevere che la porta a Roma.
Roma e Treja hanno in comune il mistero del nome. Roma nome-maschera, quello che nascondeva il suo vero; come non sapremo mai quale fu questo nome, così non sapremo mai quale nume stravolto o mascherato dette il nome a Treja. Etimologia esatta non c’è; qualcosa s’intravvede attraverso un velo fluttuante e scompare. Da un irrecuperabile mistero nacque Treja le cui lettere furono sempre su per giù quelle della terra.
Io la chiamerò paese, ma essa è città. La restituì alla dignità civica un papa che ne riscosse un monumento librato nell’aria: in bronzo il suo ritratto a mezzo busto; il resto pietra, slancio, luce; sta alto nello spazio come un gigantesco ostensorio e per fondo non potrà mai avere che il cielo.
Nello stemma la città era rappresentata da tre monticelli appoggiati fianco a fianco come per esprimere unità nella trinità; due fiori spuntavano tra loro, gigli o rosolacci; li vidi in atteggiamenti diversi: pudichi, o sfacciati; le tre gobbe sostenitrici del paese non le distinsi mai.
Sul crinale lungo e stretto, cominciava a settentrione, un’antichissima porta, vecchie case salivano ripidamente sino alla spianata del palazzo vescovile strozzata dal Duomo. Di lì, con bei palazzi, una strada larga saliva, se non proprio ripidamente certo con forte pendio, finché s’appianava sfociando nella Piazza del Municipio e del monumento aereo. Pianeggiante riappariva, si riapriva nella Piazzetta del Teatro: un salotto; si restringeva, si ramificava nell’irregolare fantastico spazio della Rotonda, precipitava a destra; a sinistra, quasi dritta, con breve discesa e breve salita arrivava allo spazio immenso davanti all’Ospedale: una sconfinata piazza d’aria, di luce, di vuoto; di lì s’entrava in qualche cosa che strade non erano, vicoli nemmeno, erano passaggi, scoscendimenti, fossi, tra scure casette accatastate; era la misteriosa Ojolina che finiva in uno slargo informe dove, oltre a un’interminabile scalinata per salire a un convento che lì pareva una montagna, e un’antichissima porta del paese, c’era un po’ di tutto: salite, discese, casupole e casette, due chiese, due sagrestie, un pozzo e nessuna bottega.
Da quel basso ove affondava la pesantezza del Duomo, sensibilmente o no, il crinale saliva sempre verso mezzogiorno; all’uscita da Ojolina, da quel sommosso slargo puntava per l’estrema, ardita, meravigliosa impennata della roccia che, spezzando di colpo il paese, protendeva al cielo il torrione di San Marco.
Fuori, c’era uno spazio erboso sotto al torrione: una prua da cui si vedevano solo lontananze. Tra il torrione e lo spazio erboso si congiungevano le Mura. Si diceva così, ma mura non erano, erano strada: una strada bianca che girandogli attorno, conteneva il paese: le Mura di ponente e quelle di levante; ci si affacciava il dietro delle case e gli orti sui terrapieni. Da questa parte una fila di alberi, da quella esterna un riparo fatto di travi squadrate messe a staccionata per evitare cadute, in realtà servivano per sedersi al sole. Ringhiera il nome vero e segreto di quella staccionata. Qualunque ringhiera era fatta per evitare cadute, ma c’era perché c’era il balcone, il balcone c’era perché c’era la veduta. Non era arrivata la moderna edilizia a caricare le facciate delle case con miriadi di balconi che niente vedono.

Le Mura di levante erano un balcone sinuoso: davanti a ondulazioni collinose, valli di fiumi, vallicelle di torrenti, lontanissimo l’orizzonte: linea interrotta dalla gobba del Conero e da paesi sopraelevati come diademi turriti; brillio di lumi palpitanti la notte. Un incavo nel mezzo della linea riempito da un chiarore: il mare, mai in sintonia col cielo, sempre più chiaro o più scuro. In quella conca di mare chi aveva vista acuta scorgeva un cupolone come quello di San Pietro: la casa della Madonna.
A ponente la stessa strada bianca, ondulata e protetta dalla staccionata, in alcuni punti da un semplice muretto; buttandocisi sopra di traverso si arrivava a cogliere le primavere della campagna. Perché da quella parte il pendio della collina scendeva meno ripidamente dal suo crinale, tanto che tra questo e le Mura, il paese aveva avuto la possibilità di sfociare in un groviglio di viuzze, di scalinate, di cordonate che s’intrecciavano tra di loro come un garbuglio, erano le Strade Basse: mozziconi di strade dove palazzi non c’erano, solo case, e su e giù per i vicoli, casupole e casette. Dalle Mura di ponente il panorama non era ampio come quello di levante, perfetta semi-calotta celeste se non ci fosse stato il Conero. Qui grosse montagne lontane già lo smozzicavano e due piccole, Pitì e Roccaccia, proprio perché vicine, ingombravano di più il cielo. Dalle Mura la campagna scendeva dolcemente sino a fondo valle dove invece di un fiume scorreva tutta bianca la Stradanova.
Il paese che ergeva il suo capo a San Marco, a nord abbandonava la sua coda in una spericolata discesa; a fianco, diviso, ma vicino, il Borgo, un mucchietto di case che erano lì perché su non avrebbero trovato posto; diradando finivano in campagna, i ligustri si insinuavano tra i gelsi.
Non c’erano fabbriche, perciò niente contorno di capannoni, di pali, di muri, di terra arida sconvolta e sassosa; paese e campagna respiravano con gli stessi polmoni.
Le stesse ore, le stesse voci, gli stessi rumori: campane, ranocchie, ferrai, cicale, grilli, giocatori di morra, canto di donne, richiami alla voce; il rumore dei primi motori, riconoscibili come persone, si mescolava agli altri senza distruggerli.