i doveri dell'ospitalità

Nel ‘68, a Praga

di Giovanni Starace

CZECHOSLOVAKIA. Prague. August 1968. Wenceslas Square. Protesting the Warsaw Pact troops invasion.

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Avevo venti anni nel 1968. È stato un momento importante nella mia vita perché avevo deciso di cambiare facoltà, di lasciare Medicina e di iscrivermi a Filosofia. Mentre nel mondo si muovevano tante cose che toccavano principalmente i giovani della mia stessa età, era particolarmente difficile applicarsi sulla fisica, sulla chimica e la biologia e sulla osteologia. Pensavo che la filosofia mi avrebbe dato la possibilità di capire meglio il mondo, forse anche me stesso. L’università di Napoli si era mostrata sovraffollata e dispersiva, io l’avevo vissuta così; allora, d’accordo con mia madre e i miei fratelli, decisi di lasciare la mia città per trasferirmi a Pisa, una città piccola con una buona università e dove c’erano degli amici di famiglia a cui avrei potuto fare riferimento. Negli anni in cui sono stato lì non li ho mai incontrati. Mia madre era all’oscuro del fatto che a Pisa c’era un movimento studentesco molto attivo che contrastava con l’immagine di una città tranquilla piena di giovani dediti allo studio.

Seguivo costantemente tutto ciò che riguardava i movimenti giovanili e studenteschi, senza grandi distinzioni perché mi sembrava che si stesse sviluppando un’unica realtà che andava dal maggio francese a Woodstock, dalla lotta dei Black panthers a quella del popolo cecoslovacco. A Napoli mi ero accostato a un gruppo che in quel momento dominava la scena universitaria; partecipavo anche se non assiduamente alle loro riunioni in cui si discuteva di testi classici della letteratura marxista. Sentivo nei loro confronti una profonda estraneità perché pensavo che un cambiamento nella società non potesse passare attraverso la lettura di Lenin, anzi, se così, molto meglio che nulla cambiasse.

Durante l’inverno avevo comprato una Lambretta usata, bianca con due fasce rosse su ciascuna delle scocche laterali, una in basso e un’altra in alto. Ero contento per il mio acquisto perché legittimava un mio desiderio di sempre che avevo parzialmente risolto prendendo di nascosto la Vespa di mio fratello più grande. Avevo una percezione di grande libertà, mi muovevo anche più del necessario solo per avere la sensazione di poter arrivare dove volevo.

Ogni anno trascorrevo una parte delle vacanze estive in un paese delle Alpi svizzere, Sent, che è il luogo di origine della famiglia di mia madre. Un posto a cui ero e sono tuttora molto affezionato, dove ho conservato molti amici ed è anche un luogo stabile di incontro con cugini e altri parenti. Quell’anno sarebbe stato diverso perché avevo la Lambretta e avrei potuto usarla per potermi spostare da un paese all’altro con facilità. Mi organizzai e partii.

Lasciai Napoli una mattina della metà di luglio con un equipaggiamento molto approssimativo. Non consideravo necessario fare delle spese aggiuntive oltre a quella del mezzo, di un buon casco e di un portapacchi posteriore. La mia roba era tutta sistemata in uno zaino che avevo da anni e che legavo al portapacchi; indossavo una giacca a vento con la quale ero stato alcune volte a sciare e, per proteggermi dalla pioggia, avevo un vecchio impermeabile marrone di plastica di mio padre che indossavo al contrario in modo che l’acqua non potesse entrare attraverso lo spazio tra un bottone e l’altro.

La mia Lambretta poiché era 125 di cilindrata non poteva andare sull’autostrada. Quindi, per arrivare a destinazione dovetti percorrere solo strade nazionali a partire dalla Domiziana che presi partendo da Napoli. Ricordo poco di quel viaggio, solo qualche frammento come l’arrivo sul raccordo anulare che aveva dei tratti in costruzione e il tragitto da Roma a Firenze sulla Cassia che trovai di grande bellezza. A Firenze fui ospitato dalla madre di miei cari amici che in quel momento erano partiti per le vacanze. Anche di quella sosta ricordo poco, solo un frammento poco significativo e cioè che durante la notte dormii abbastanza male a causa di una zanzara che non riuscivo a uccidere. È più vivo invece il ricordo dell’ultimo tratto del viaggio, il percorso nella Val Venosta, l’attraversamento di alcuni paesi, il tratto finale dei tornanti del passo di Resia. Penso che a Sent non fossi atteso da nessuno, non so neanche se mia madre fosse al corrente della mia decisione che mi sarei spostato in Lambretta. Il portone di casa era chiuso, era circa mezzanotte, cosicché per farmi aprire dovetti passare dal giardino e arrampicarmi alla finestra in cui dormiva mio cugino. Nel vedermi arrivare a quell’ora si mostrò molto stupito e mi disse semplicemente: “ma tu sei pazzo”.

Non ricordo come si svolse la vacanza anche perché si confonde con le tante altre, ma posso immaginare non molto diversamente da quelle di ogni anno: gite in montagna, serate a ballare in un piccolo locale alla moda, altri momenti di intrattenimento più ampi.

A un certo punto la vacanza in montagna si interruppe perché avevo deciso di andare a Praga. Non ricordo proprio se il progetto era nato già a Napoli oppure durante il periodo trascorso a Sent. Per entrare in Cecoslovacchia forse era necessario il visto che probabilmente mi ero procurato all’inizio del viaggio, ma non so proprio. Propendo più per l’ipotesi di aver preso una decisione quando ero in Svizzera: una scelta del genere può essere fatta soltanto in assenza di eccessive incertezze, è necessaria una piccola dose di impulsività. È sicuro però che ero rimasto molto impressionato dagli eventi di Praga, da quella che fu definita la sua “primavera”. Ero colpito dal coraggio che in tanti avevano mostrato nel contrapporsi a un regime così oppressivo e violento, ma mi aveva colpito anche il modo pacifico di condurre quella lotta. Io assimilavo ciò che stava avvenendo in Cecoslovacchia ai tanti altri avvenimenti che facevano respirare una nuova aria, libera da condizionamenti e perbenismi. La stagione di Praga, diversamente da altre situazioni, aveva però qualcosa in più, perché la lotta era contro un sistema che tante volte aveva risposto con violenza alle esigenze di libertà delle persone.

Ricordo alcuni momenti della partenza da Sent, in particolare la permanenza a Salzburg col suo castello, e la cena alla Rathaus keller prendendo la birra da loro prodotta. Poi, dopo un giorno di prima mattina partii alla volta della Cecoslovacchia. Passai per Linz, una bella città sul Danubio e infine arrivai al confine. Avevo attraversato tante volte frontiere tra Stati, ma quella lì mi è rimasta impressa, anche perché non ne avevo mai visto una simile: alla vista di lunghissimi tratti di filo spinato, di torrette con militari armati si respirava un’aria di costrizione. Vanno aggiunti i controlli estremamente accurati da parte delle guardie di confine, i moduli da riempire, i timbri da far apporre su ciascuno di essi. Quello che vedevo rispondeva a pieno alle tante descrizioni che avevo letto, ma quel clima emotivo non lo avevo mai vissuto.

Dopo poco, nella città di Krumlow che attraversai tutta da sud a nord, cominciai ad avere sensazioni diverse. La città era molto animata, c’erano manifesti sui muri, si percepiva già lì, in quella città vicina al confine, un’atmosfera diversa che mi accompagnò durante tutto il viaggio. Erano tangibili i segni di un mondo nuovo che si faceva avanti.

Mi sembrò di avere una conferma di quelle iniziali impressioni dall’incontro con un ragazzo, alla periferia della città, che faceva l’autostop. Aveva una chitarra a tracolla e niente altro. Forse nel fodero aveva messo degli indumenti, ma è solo una mia supposizione. Mi fermai e lo invitai a salire. Eravamo in due adesso. Era più giovane di me, penso che avesse tra i sedici e diciassette anni, la mia stessa età di quando andai in Germania, in un campo di lavoro per studenti di tutta Europa a restaurare un castello medioevale. Mi ero identificato con quel ragazzo, avevo solidarizzato con lui, perché il viaggio di ritorno dalla Germania lo avevo fatto tutto in autostop.

Avevo finito i soldi e a quei tempi era molto difficile riuscire a farseli spedire: si partiva con una cifra che doveva bastare per tutto il soggiorno. Ma ovviamente i bisogni eccedono sempre le risorse tanto che rimasi solo con i soldi che mi avrebbero consentito di pernottare alcune notti in ostelli della gioventù e di arrangiarmi con scatolette di tonno e di carne per il pranzo e per la cena. Attraversai la Germania meridionale, arrivai in Svizzera e la percorsi tutta fino a Ginevra. Passai per la Francia, per l’Alta Savoia per andare a trovare una ragazza che avevo conosciuto in Germania nel campo di lavoro; continuai fino a Grenoble, ricordo solo il risveglio della mattina in una sala d’aspetto della stazione ferroviaria dove ero andato probabilmente perché non avevo un posto dove dormire. Ricordo bene che la mattina successiva, nel bagno dove ero andato per sciacquarmi la faccia, incontrai un signore il quale mi disse che c’era un treno di soli italiani e avrei potuto chiedere di farmi salire e di portarmi con loro in Italia. Effettivamente al binario che egli mi aveva indicato c’era un treno delle ferrovie italiane tutto occupato da pellegrini che erano di ritorno da Lourdes. Timidamente chiesi se potevo approfittare di un passaggio, fui accolto con grande disponibilità, mi fu dato uno scompartimento solo per me e dopo poco arrivò un altro signore con un cestino da viaggio. Fui trattato come un vero pellegrino, forse anche per l’aspetto che avevo dopo tanti giorni di viaggio. Arrivato a Milano, andai dai miei zii che abitavano vicino alla stazione che avevo preventivamente avvisati durante la breve sosta a Torino. Entrato in casa, mio zio mi salutò affettuosamente, ma da lontano, e la prima cosa che mi disse fu: “Vai a farti un bagno”. Ricordando quel viaggio, insieme alle soste di ore sulle bretelle che portavano all’autostrada, fu naturale prendere con me quel ragazzo.

E così in due, sulla Lambretta abbiamo attraversato quel tratto di Cecoslovacchia che porta a Praga. Avevo la piacevole sensazione di aver trovato qualcosa di familiare, che ricordava da vicino il modo di vivere di tanti giovani in tutto il mondo. Ovviamente non parlammo quasi per niente perché viaggiare in Lambretta non lo consente, quindi nulla seppi di lui, ma mi bastò vedere che c’erano lì dei giovani che giravano anche da soli con la loro chitarra. Lo lasciai alla periferia di Praga e proseguii per il centro della città.

Non avevo alcuna idea di dove andare. Sapevo che avrei trovato da dormire a poco prezzo in un collegio universitario, ma arrivato nel tardo pomeriggio mi fu impossibile mettermi alla ricerca di uno di questi posti. Arrivai a piazza Venceslao e presi una camera in un grande albergo che era situato all’inizio della piazza. Una costruzione ottocentesca, molto elegante, con stanze grandi, col bagno della dimensione di una stanza vera e propria. Era poco curato, un po’ trascurato e decadente, ma per me era comunque di gran lusso. Considerai anche che per una notte avrei potuto spendere quella cifra e successivamente avrei risparmiato sia perché avrei alloggiato in un posto più economico sia perché avrei cambiato le lire al mercato nero, enormemente più favorevole di quello ufficiale a cui si era costretti entrando nel paese.

Il giorno dopo mi misi alla ricerca di una nuova sistemazione, non ricordo come trovai quel “Collegio 5 Maggio”, su per una strada che partiva dietro al museo. Non ricordo neanche in che occasione presi un’iniziativa che si rivelò molto utile perché scrissi sui fianchi della Lambretta, da un lato “Napoli-Praha”, dall’altro lato “Dubcheck-Svoboda”. Svoboda, che oltre a essere il nome del presidente della repubblica Ceca di allora significa libertà. Andavo in giro e quando posteggiavo si fermavano sempre delle persone incuriosite le quali mi chiedevano del viaggio, dell’Italia, di Napoli e con alcune di queste ricordo di essermi fermato per un caffè o anche a pranzo.

Ho solo pochi ricordi frammentari di quei primi giorni a Praga. Il più vivo è quello di una piccola piazza in cui mi sono recato uno dei primi giorni dove al centro c’era un piedistallo sul quale si avvicendavano persone di ogni tipo a parlare. Questo posto veniva chiamato Hide Park Corner, perché voleva avere la stessa funzione di quello londinese in cui tradizionalmente era consentito alle persone di comunicare liberamente sui temi più vari. Qui, dominavano le discussioni politiche. Rimasi molto tempo tra la gente, osservavo quello che accadeva, facevo degli sforzi per poter capire qualcosa, ma del tutto inutilmente. Per questo motivo non vi feci ritorno.

Un altro ricordo molto vivo. Una sera andai in una bella birreria dove trovai un gruppo numeroso di ragazzi cubani che bevevano e cantavano. Erano molto simpatici, mi fu facile familiarizzare con loro. Un pezzo di mondo lontano che si aggiungeva a quegli altri, in questa occasione nel nome epico di Che Guevara che era morto da poco, ma che già era diventato un mito. Passai con loro una serata difficile da dimenticare.

poco di buono

Cattelan in the bathroom

di Maurizio Cecchetti

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Qualche mese fa dall’America è arrivata una notizia interessante resa nota dal “Washington Post”. La Casa Bianca, ovvero l’attuale presidente Donald Trump, ha fatto formale richiesta al museo Guggenheim di New York di avere in prestito un Van Gogh da appendere nei propri alloggi privati. Il dipinto pare fosse quello realizzato dal pittore nel 1888 che ritrae un uomo con cappello scuro che va lungo un sentiero di Arles accompagnato dal suo cane. È stato notato che queste richieste da parte dei presidenti degli Stati Uniti non sono inusuali, e mi viene da pensare che forse si potrebbe scrivere un saggio sul gusto americano in base alle preferenze dei presidenti: John Kennedy chiese in prestito un Delacroix, mentre Barak Obama un Rothko e un Jasper Johns. Jefferson, inventò uno stile palladiano senza aver mai visto dal vero una casa di Palladio.

Dal museo è arrivata una risposta che dice fino a che punto si spinga oggi la prosaicità dello scherno politico: caro presidente, possiamo prestarle soltanto un meraviglio cesso d’oro a 18 carati, opera dell’artista Maurizio Cattelan, che s’intitola America. Dal dito medio davanti alla Borsa di Milano al cesso installato nella White House, possiamo tranquillamente incoronare Cattelan re tigrotto della scatologia dell’arte contemporanea (ma altri gli insidiano il trono: Paul McCarthy, per esempio). Siccome non dà la stessa soddisfazione che procura una partita a scacchi con Duchamp, non ho nessuna intenzione di verificare se la Casa Bianca abbia accettato la controproposta. È irrilevante, sia ai fini della mia riflessione sia, certamente, per la storia umana. Per un magnate ricchissimo che governa quella che un tempo era la Nazione più potente del mondo, il cesso di Cattelan poteva risultare una proposta ovvia: c’è chi installa rubinetterie dorate di dubbio gusto, perché giudicare la scelta di chi eventualmente volesse completare la propria stanza da bagno con un aureo cesso come si conviene a un Re Mida americano che, si può immaginare, nel metabolismo quotidiano digerisce ogni cosa che il mondo gli offre, la trasforma in oro e infine espelle le scorie dorate sedendo su un vaso proporzionato al suo dono per gli affari, avendo cura di recuperare poi dal sifone le preziose pepite? Non sarebbe improprio definire l’offerta del Museo una “presa per il culo” della massima autorità americana.

Il tono satirico dell’opera, il cui titolo non solleva dubbi d’interpretazione, consente questa irriverenza; ma – a voler essere onesti – un conto è realizzare quell’opera come metafora e critica di un paese che nel denaro e nella tecnologia ha ormai identificato se stesso; un altro conto è offrirlo “spudoratamente” al presidente degli Stati Uniti per i suoi alloggi privati. L’offesa è diretta, non mediata come dovrebbe sempre essere per un atto che voglia stare all’interno dei limiti della cultura. La curatrice del Guggenheim pare abbia risposto così ai due inquilini della White House: “Se il Presidente e la First Lady avessero qualche interesse a installarlo nella Casa Bianca… l’artista vorrebbe offrirlo per un prestito a lungo termine”, con una ulteriore nota “museale”: “Ovviamente è estremamente prezioso e alquanto fragile, ma forniremmo tutte le istruzioni per la sua installazione e cura”.

Trattandosi di cesso perfettamente funzionante e, a quanto pare, già installato nei bagni del museo dove il pubblico si mette in coda per onorare col proprio dono fisiologico il genio dell’artista, si può immaginare quale attenzione possa avere il presidente, uomo di notevole mole fisica, nel momento delle sue funzioni fisiologiche, e c’è da chiedersi se con quella raccomandazione del museo non possa avere qualche remora psicologica subendo danni di ritenzione e costipazione. Comunque sia, la First Lady sicuramente gradirebbe quel sanitario nel quale esercitare come regina del pianeta le sue delicate funzioni. Mi viene in mente una fotografia di Marilyn Monroe seduta sulla tazza mentre espleta il bisognino. Ma la mitologia è ricca di metafore legate alle figures pissantes e ai rituali escrementizi, dunque immagino Lady Melania seduta sul vaso regale far concorrenza a Marilyn come nuova icona sexy portando al presidente nuovo consenso. Mai detto fu più vero di quello che parlando del prodotto della digestione di un’attraente signora consapevole della propria bellezza lo considera “profumato”. Se fossi nei panni dei consiglieri di Trump non avrei dubbi: signor presidente, accetti l’offerta del Museo, lo installi nella sua stanza da bagno e lo usi come un normalissimo cesso. Sarebbe come la firma di R.Mutt sull’orinatoio di Duchamp, non una roba trash, ma un’opera di iperrealismo che la renderebbe, caro Donald, l’erede più perspicace del grand blaguer. Se l’orinatoio poteva essere anche visto come invito a pisciare sull’arte e sulla società dell’epoca, il cesso dorato diventerebbe, sotto le presidenziali chiappe, il responso critico più sincero verso lo stesso Cattelan e l’arte contemporanea che malamente ha emulato il prode Marcel: ogni imitazione qui fa davvero cagare. Anzi fa effetto lassativo. E così il caro Donald passerebbe alla storia anche come critico d’arte brillantissimo e purgatissimo verso la posterità duchampiana che ha raggiunto vette rovesciate da abisso nella grande cloaca postmoderna.

Avrei finito così. Se non fosse che mentre mettevo il punto a questa colitica registrazione dell’imperante disgusto che l’arte può produrre nella nostra mente, tanto che sembra aver perduto quella vena di concupiscenza che lo sguardo era pronto a tradurre in percezione estetica, da una delle varie pile di libri che dal pavimento salgono fin quasi al soffitto della mia stanza dei deliri, ho visto brillare il vaso dorato di Cattelan. Era la copertina del libro di Francesco Bonami il cui sottotitolo suona, come si dice oggi, “paraculesco” (ma qui il significato della parola ha valenza davvero letterale): “Da Duchamp a Cattelan. Ascesa e declino dell’arte contemporanea”. Da tempo, cioè da quando Bonami trasmigrò perché il direttore di “Flash Art”, Giancarlo Politi, lo svillaneggiava sulla rivista di cui pure era editor, sono convinto che trattasi di caso duchampiano di rebus irrisolvibile: Bonami ci è o ci fa? La cosa importante da tenere a mente è che Bonami, come confessa all’inizio del libro, è il colpevole copywriter del titolo che Cattelan ha dato al suo cesso d’oro: “…da me intitolato America” scrive. Mettere in copertina quest’opera e intitolare il libro L’arte nel cesso non è un gioco di parole come piaceva a Duchamp, ma nuda veritas. Converrete con me che il titolo più giusto, essendo l’immagine esplicita, poteva essere: Untitled. Tutto il resto cade nel didascalico (o didascarico, pensando al compost che ogni libro di Bonami produce). Il che non stupisce: Bonami arriva a scrivere che dopo il teschio di diamanti di Hirst, “Cattelan ha voluto l’ultima parola con la ‘banalità del pitale’”. Bonami deve avvalersi di uno staff di buontemponi che gli scrivono le battute. Non ci piove, ma se piove è meglio.

Bonami avrebbe fatto bene a leggersi il pamphlet di Jean Clair, uno che Duchamp lo mastica come il pane, De Immundo. Che in esergo aveva il verso dantesco “Un col capo sì di merda lordo” (Inferno, XVIII, v. 116). Il disgusto e la fine dell’arte contemporanea erano già compresi nella categoria dell’abjectum, e la metafora ugualmente facile ma più colta di quella dell’oro massiccio di Cattelan: “Il getto d’urina spegne l’aura”. Paradossalmente, Clair e Bonami rientrano entrambi nella categoria dei “reazionari”, ma il primo con cognizione di causa, cioè dato il pessimismo della ragione molto elevato, mentre il secondo per l’ottimismo della volontà (che in Bonami dipende essenzialmente dal fatto di essere euforicamente parte di quel sistema dell’arte a cui aggiunge non una critica ma l’ammiccante divinazione del brooker di Wall Street).

E qui siamo giunti dove volevamo (o dovevamo). Al Leopold Museum sono esposte due tele di Fontana e Cattelan in una mostra costruita con opere di collezione privata, la Horten Collection, il cui catalogo annovera da Gustav Klimt a Matisse fino a Rothko, Wahrol e Damien Hirst. L’opera di Cattelan, ovviamente, vuole essere una “burla” estetica che ironizza sul “taglio” come stereotipo dell’arte contemporanea.

Concetto spaziale. Attese del 1966 è una tela bianca di Fontana con cinque tagli, due più esterni verticali e paralleli e nel mezzo tre tagli più brevi leggermente obliqui; quella di Cattelan è una tela gialla quadrata del 1997, più piccola e con tre tagli: due orizzontali e paralleli e nel mezzo un terzo molto obliquo che quasi unisce gli altri due ai lati opposti. I tre tagli, come forse si sarà capito anche senza averla sotto gli occhi, alludono alla “zeta” di Zorro, nome che in spagnolo evoca la volpe. Si può parlare di ironia o è soltanto goliardia quella che Cattelan ha rappresentato? Non si tratta di infilarsi nel vicolo cieco che impone di decidere – ingenuamente – che un’opera è arte e l’altra no. Il nostro artista blaguer sembra dire: quanto all’aura ritrovata dopo la riproducibilità tecnica mettiamoci una zeta sopra, stemperando al tempo stesso l’elemento sacro e quello tragico del taglio di una tela. Già nel 1920 Douglas Fairbanks al cinema interpretava Il segno di Zorro e lasciava sul culo dei soldati spagnoli la sua sigla con rapido guizzo in punta di spada. Certo, lascia basiti il sospetto che Fontana possa essersi ispirato a Zorro nel taglio della tela (però anche don Diego con la sua lama tagliava la stoffa dei calzoni dei suoi nemici). La volpe Cattelan però un pensierino deve averlo fatto per poi passare dall’idea al fatto (compiuto). In questo modo ha vestito per pochi istanti la maschera di Diego de la Vega, il tempo necessario per lasciare la sua zeta sulla fronte di Fontana.

Dove passa, in effetti, il confine fra Fontana e Cattelan? Mentre guardiamo la tela di Cattelan molti di noi, anche fra i più giovani poiché il mito di Zorro è vivo e vegeto, colgono immediatamente il rimando all’eroe americano, nobile paladino della plebe contadina (Cattelan intende farsi paladino delle nuove plebi webcompulsive?), e respingono in secondo piano lo specifico dell’opera, i tagli; quelli di Fontana, invece, non rimandano a niente, ovvero – in una prospettiva “simbolica” presente in molta arte novecentesca e che non è stata ancora adeguatamente indagata – all’infinito che attraverso i tagli entra nello spazio del visibile, dell’umana esperienza, come enigmatico vulnus cosmico. Per dirla in altre parole: Cattelan è un comunicatore, Fontana un mistico.

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poco di buono

Due intellettuali neri

di Gabriele Vitello

murale di Ever

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Come ha scritto la giornalista italo-senegalese Ndack Mbaye su “The Vision”, “esiste un “problema razzismo” in Italia, ma non un’emergenza: infatti, per chi è sempre stato attento alla cronaca che ruota attorno ai migranti, quanto si legge dal 4 marzo sulla stampa nazionale non rappresenta assolutamente una novità. A essere cambiata è solo l’attenzione morbosa di un giornalismo banale che coglie l’occasione di un Salvini al comando per proseguire sul sentiero della sua altrettanto banale agenda: migranti, emergenze, esasperazione”. Insomma, chi attribuisce a Salvini la responsabilità delle violenze e delle aggressioni di quest’estate dimostra una scarsa conoscenza storica. Che il dibattito nostrano fatichi a impostare una discussione seria sul razzismo è in parte dovuto al fatto che l’Italia è diventata solo di recente un paese multiculturale; ma è dovuto anche alla scarsa memoria della nostra storia coloniale. Per rendersene conto basta pensare allo spazio esiguo che quest’ultima occupa nel curricolo scolastico.

Forse è anche per colmare questo vuoto che l’editoria italiana si sta rivelando negli ultimi tempi particolarmente attenta alla saggistica americana. Da poco è uscito per edizioni Alegre la traduzione di Donne, razza e classe di Angela Davis, uno dei testi fondativi del femminismo nero e intersezionale, quello cioè che interpreta le identità come dei costrutti complessi in cui razza, genere e classe sono profondamente intrecciati. Women, Race and Class era uscito negli Usa nel 1981 ed era già stato pubblicato in Italia nel 1985 da Editori Riuniti col titolo Bianche e nere, un’edizione ormai introvabile. Davis ripercorre i rapporti altalenanti tra il movimento abolizionista e quello femminista nell’Ottocento, riscoprendo figure femminili leggendarie come quella di Elizabeth Cady Stanton, Susan B. Anthony, Angelina Grimke e tante altre. Davis non usa esplicitamente il termine intersezionalità, che sarà teorizzato nel 1989 da Kimberlé Crenshaw, ma in questo saggio mette già in evidenza le interconnessioni di razza, genere e classe all’interno dei movimenti femminili.

Il concetto di intersezionalità ricorre, invece, più volte nei testi raccolti in un altro volume di Angela Davis che s’intitola La libertà è una lotta costante (Ponte alle Grazie 2018). Sono perlopiù scritti d’occasione, interviste e discorsi pubblici, che risalgano al biennio 201415. I temi toccati sono quelli che da sempre interessano l’attivismo di Angela Davis: il razzismo, la Palestina, il carcere, la guerra. In questo libro viene proposta un’accezione più ampia del concetto di intersezionalità. Davis parla infatti di intersezionalità delle identità e delle lotte, riferendosi al modo in cui i movimenti progressisti possono imparare gli uni dagli altri e rafforzarsi reciprocamente. Non si tratta di cercare analogie, ma “correlazioni strutturali” tra le diverse lotte. Davis invita dunque a fare un vero e proprio esercizio di intersezionalità, per “discutere del modo di unire le varie battaglie per la giustizia sociale, superando i confini nazionali”. Una strategia certamente non nuova nella storia, specialmente nel Novecento: la lotta per la libertà in Sudafrica si è ispirata in parte al movimento degli afroamericani e i palestinesi hanno organizzato i Freedom Rides, riprendendo quelli degli anni Sessanta. E Davis mostra ad esempio quanto ci sia in comune tra Gaza e Ferguson, tra l’apartheid dei palestinesi e la militarizzazione della polizia in America. Davis denuncia inoltre gli abusi di G4S, la compagnia di sicurezza privata britannica – la “terza società multinazionale più grande del mondo, subito dopo Walmart e Foxconn” – che opera in più di 90 paesi nel mondo, fornisce attrezzature e servizi alle forze dell’ordine israeliane, controlla vari centri di detenzioni di migranti in Europa ed è stata accusata di torture e violazione dei diritti umani. L’intersezionalità è dunque né più né meno che una forma di internazionalismo, non estranea alla tradizione dell’attivismo afro-americano: “l’ingiustizia, ovunque si verifichi, minaccia la giustizia dappertutto” diceva M.L. King.

Questo sguardo internazionalista e questa fedeltà alla politica dal basso e ai movimenti è forse quello che manca a uno degli intellettuali afroamericani più in voga negli ultimi anni, Ta-Nehisi Coates. Dopo il successo raggiunto con il memoir Tra me e il mondo, esce ora Otto anni potere. Una tragedia americana (Bompiani 2018), un libro che riunisce otto lunghi articoli scritti per l’“Atlantic”, preceduti da un’introduzione che ricostruisce il momento in cui sono stati scritti. Quello più bello è In favore delle riparazioni, che era già stato pubblicato nel 2016 da Codice edizioni con il titolo Un conto ancora aperto. I protagonisti degli altri saggi di sono Bill Cosby, Michelle e Barak Obama, Malcolm X e Donald Trump. Ma Coates parla anche molto di sé, di suo padre, attivista del Black Panther Party, della sua crescita nella Baltimora degli anni Ottanta, tra il boom dell’hip hop e l’epidemia del crack, e della sua travagliata carriera giornalistica. La sua è certamente una storia di successo; gli anni della sua progressiva ascesa sociale hanno coinciso con gli otto anni al potere di Obama. Ed è nel giudizio sulla presidenza di Obama che emergono le differenze più significative tra Ta-Nehisi Coates e Angela Davis. Entrambi denunciano l’ideologia obamiana della società post-razziale e lamentano l’assenza di genuine politiche antirazziste. Coates scrive pagine molto acute sulla retorica di Obama, sulle sue capacità di costruire consenso attraverso una narrazione positiva sulla storia e sul destino degli Stati Uniti d’America in grado di far scomparire le differenze tra bianchi, neri, ispanici e asiatici. Una narrazione che chiaramente cozza con la verità storica, ovvero con il fatto che la storia americana è stata in realtà una tragedia. Coates non sopporta i “discorsetti motivazionali” di Obama, i suoi richiami alla responsabilità personale rivolti alla comunità nera e il suo cieco ottimismo, che lo ha portato a sottostimare fino all’ultimo Donald Trump (“parlando delle possibilità di Trump, era diretto: non poteva vincere”). Angela Davis critica anche tante altre cose come l’impegno militare in Afganistan, i limiti della sua riforma sanitaria, la mancata chiusura del carcere di Guantanamo. Tuttavia è pronta ad ammettere che “non sarebbe andata affatto meglio con Romney alla Casa Bianca”, poiché “quello che ci è mancato non è il presidente giusto, ma dei movimenti di massa ben organizzati”.

Sebbene sia stato uno dei primi a criticarlo apertamente, il giudizio di Coates è molto meno duro di quello di Davis. Il suo resoconto del party d’addio alla Casa Bianca, dove tra gli invitati si potevano contare diverse star nere, è intriso di una nostalgia molto simile a quella che si prova guardando il documentario The Final Year di Greg Barker sull’ultimo anno della presidenza Obama: è l’elegia della fine di un’epoca che a noi italiani fa subito venire in mente la scena del ballo nel Gattopardo. Nel saggio Il mio era un presidente nero, scopriamo che Coates considera Obama “un abile politico, un essere umano dotato di un profondo senso della morale e uno dei migliori presidenti della storia americana”. Questo giudizio positivo ha suscitato la dura reazione di Cornel West, intellettuale e attivista afroamericano e professore ad Harvard, il quale, in un articolo sul “Guardian”, ha definito Coates “the neoliberal face of the black freedom struggle”. Come Angela Davis, West non perdona a Obama la sua politica militare e la complicità con Israele, e arriva a bollarlo come “the first black hea of the American Empire”. Alle accuse di West rimbalzate su twitter, Coates ha risposto linkando i propri articoli sulla povertà e i droni di Obama. Ora, probabilmente è vero che a Coates interessa poco la politica estera di Obama, ma definirlo un neoliberale mi sembra che non colga punto. Il fatto è che Coates vede la politica quasi esclusivamente in termini razziali, per cui non solo non usa mai quelle categorie in voga a sinistra come imperialismo, capitalismo o neoliberismo, ma interpreta la vittoria di Trump come un backlash suprematista, ovvero come una reazione dell’America bianca agli otto anni della presidenza Obama.

Nella tradizione afroamericana, le diverse visioni politiche sono state incarnate molto spesso da coppie di intellettuali in conflitto tra loro: Martin Delany versus Frederick Douglass, B.T. Washington versus Dubois, M.T. King versus Malcolm X. Quest’ultimo è il caso più noto. King era a favore della nonviolenza e dell’integrazione, Malcolm X invece era scettico verso l’integrazione e rivendicava la legittimità della violenza come strumento di difesa contro l’oppressione dei bianchi. King e Malcolm X hanno dato voce a settori diversi della comunità nera: la piccola e media borghesia il primo, il popolo dei ghetti il secondo. Per questa ragione, piuttosto che di opposizione sarebbe opportuno parlare di complementarietà. Viene la tentazione di leggere in questi termini anche la relazione tra Angela Davis/Cornel West e Ta-Nehisi Coates, sebbene tra loro la differenza sia innanzitutto generazionale. Cornel West è nato nel 1953, Angela Davis nel 1944 ed è senza alcun dubbio una delle intellettuali-attiviste americane più influenti nell’ultimo mezzo secolo. Allieva di Marcuse e della stagione del movimento per i diritti civili, Davis è stata membro del Partito comunista ed è stata vicina al Partito delle Pantere nere, cosa che le ha procurato molti problemi giudiziari noti alle cronache (chi volesse saperne di può leggersi la sua Autobiografia di una rivoluzionaria, minimumfax 2007). Ta-Nehisi Coates non ha alle spalle una storia politica paragonabile a quella di Angela Davis e ciò spiega la sua estraneità al linguaggio della sinistra rivoluzionaria e alle categorie del marxismo e del femminismo. Coates è cresciuto ed è diventato scrittore ascoltando musica hip hop e trascrivendo ossessivamente i testi di LL Cool J e di Nas: “dall’hip hop ho tratto la prima impressione di cosa dovesse significare scrivere”. I suoi modelli intellettuali sono James Baldwin, da cui ha imparato a scrivere saggi come lunghe e lente meditazioni su di sé e sul mondo, e Malcolm X, che definisce “il più grande scettico del XX secolo nei confronti della democrazia”. Ed è una lezione di scetticismo quella che Coates ricava dalla storia, non – come fa la Davis – dei modelli di esperienze di lotta e resistenza. Qualsiasi discorso sulle disuguaglianze tra neri e bianchi deve partire dalla consapevolezza che il passato – due secoli e mezzo di schiavitù, un secolo di segregazione e altre pratiche discriminatorie – non si può cancellare con un tratto di penna. Troppo forti, troppo profondi sono ancora oggi i suoi effetti. Ma, secondo Coates, la supremazia bianca non è soltanto un fenomeno del passato che continua a irradiare la sua luce sinistra sulle statistiche sulla delinquenza, sulla povertà e sui livelli di scolarizzazione: la supremazia bianca è iscritta nella natura stessa del sogno americano. “La schiavitù non ha solamente garantito la prosperità economica dei bianchi, ma anche la costruzione della loro eguaglianza sociale e di conseguenza la fondazione della democrazia americana”. Se si accetta un assunto del genere è difficile sperare in un futuro migliore e Darryl Pinckney l’ha accusato per questo di “afropessimismo”. Ma per quanto possa essere irragionevole o eccessivo, lo scetticismo radicale di Coates dà voce a un sentimento diffuso nei giovani neri, vittime della violenza della polizia, tanto da essere diventato un punto di riferimento del movimento Black Lives Matter.

Spesso facciamo fatica a capire cosa sta succedendo nell’America di Trump. I libri di Angela Davis e Ta-Nehisi Coates – anche quelli di James Baldwin (recentemente è uscita per Bompiani una sua raccolta di saggi Questo mondo non è più bianco) – ci sono di grande aiuto in questo compito. Un compito tanto più necessario oggi in Italia, alla luce della diffusione di pratiche discriminatorie nei confronti dei migranti come il racial profiling e delle nuove nuove forme di schiavitù nelle campagne, che fanno degli Stati Uniti un Paese più vicino a noi di quanto non lo sia stato in passato.

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poco di buono

Un quarto paesaggio

di Vitaliano Trevisan

incontro con Nicola De Cilia

murale di EyeLabdesign

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I tuoi libri sono stati spesso interpretati come un’indagine sulle trasformazioni profonde che hanno investito il Veneto e il suo paesaggio.

Ritengo riduttivo leggere i libri in senso giornalistico, come fossero reportage. Un modo per vendere libri. Lo stesso motivo per cui dicono che i gialli sono un mezzo di indagine sociale; allora meglio i telefilm. Ci dev’essere anche altro, nella scrittura, perlomeno in senso stilistico. Non mi interessano i reportage.

 

Hai spesso parlato di “zone di resistenza all’evidente”, riferendoti al compito, in quanto scrittore, di confrontarti e possibilmente demolire i luoghi comuni.

Si scrive sui luoghi comuni. A volte si smontano, a volte si confermano, ma hanno sempre un fondo di verità. Oltre c’è un salto nel vuoto, è come uno steccato. Se uno scrive, deve andare lì: più uno si tiene distante dal luogo comune, meno rischia; meno rischia, meno è interessante.

 

In Tristissimi giardini, hai definito il Nordest una macchina frammentatrice, paragonandolo a una gigantesca betoniera su ruote. In moto perpetuo sulle nostre intasatissime e rappezzatissime strade, che sono il prodotto del processo digestivo della macchina stessa.

La betoniera ha macinato e rigurgitato un po’ dovunque. Sarà parcheggiata da qualche parte, se vogliamo continuare la metafora. Comunque, si continua a costruire, anche se qui in collina si assiste a un certo spopolamento. A meno che non si viva a ridosso della città, nei Berici, dove invece la densità abitativa è alta. Prima ero nella ex casa di mia madre, una situazione fastidiosa; lo scrittore della porta accanto, che attira la curiosità dei vicini, mentre il Comune ti ignora. Anche Vicenza mi ignora, e anche il Veneto, più o meno.

 

Stai lavorando a qualcosa di particolare?

Lavoro molto con il teatro, una parte di scrittura che i critici non considerano. Ne va in scena anche tanto, però non qui in Veneto. E quando girano, gli spettacoli spesso qui non arrivano: per esempio, l’adattamento del Giocatore, una coproduzione di Napoli e Catania, è passato in Friuli, ma non in Veneto. Peraltro, hanno appena declassato lo Stabile del Veneto, vorrà pur dire qualcosa. I prossimi lavori, di cui uno in dialetto veneto – Il Cerchio Rosso –, è prodotto a Genova, e l’altro – una riscrittura goldoniana, La bancarotta – a Bolzano. La scrittura teatrale è sempre stata una parte importante del mio lavoro. Sei pièces pubblicate, tutte andate in scena. È sempre scrittura, fa parte della mia opera, dovrebbe essere presa in considerazione per poter dare un giudizio obiettivo.

 

Da dove ti viene tanta attenzione al teatro?

Con il teatro mi guadagno da vivere. Ho cominciato a scrivere per il teatro da subito, insieme con la narrativa. Certo, mi fa pensare, e mi fa ridere, che a produrre pièces in dialetto veneto sia Genova o Roma, e che poi in Veneto nemmeno arrivino. È strano – specie se penso al mandato dello Stabile del Veneto, ovvero produrre nuova drammaturgia che venga dal territorio, e al fatto che al governo c’è la Lega, che insiste appunto sulla lingua veneta. Ebbene, le produzioni di nuovi testi, oltretutto in dialetto, vanno in scena altrove, mentre qui si riduce tutto all’ennesimo Goldoni o alla cultura da pro-loco.

 

Da che cosa dipende?

Penso da mancanza di coraggio, o semplice ottusità, da parte di chi è attualmente ai vertici.

 

A suo tempo, mi pare in Tristissimi giardini, avevi espresso diverse riserve sull’uso del dialetto.

Avevo scritto che il dialetto è cultura orale, e non contempla la teoria. Nelle poesie in dialetto, al massimo ci sono le parole, ma non c’è la lingua, non c’è il corpo, e un dialetto solo sulla carta, senza corpo, si spegne. E più è intellettualizzato, più pretende di essere alto, più è inerte e, per quanto mi riguarda, privo di conseguenze. Infatti, il dialetto va bene a teatro, non per la narrativa. È stato divertente anche scrivere quei pezzi in dialetto in Works, che sembrano appunto brani drammaturgici, e poi tradurli, anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, a volte. Ma a teatro, il dialetto funziona, c’è il corpo.

 

Torniamo alla tua scrittura: dagli esordi a oggi, ha avuto una notevole evoluzione nello stile.

Spero. Mi sembra di sì. Già in Grotteschi arabeschi si nota un’evoluzione. Prima, i riferimenti erano Thomas Bernhard ma anche Beckett: però, siccome non lo leggono, non se ne accorgono. Bernhard è più semplice da cogliere, basta mettere “pensavo”, “dicevo” eccetera, e siamo già a posto. Mi ha molto aiutato per orientarmi all’inizio, adesso ne ho meno bisogno.

 

Con Works hai raggiunto una voce più personale.

Adesso è tanto che non scrivo narrativa. Dovrei, ma sto rimandando, come sempre. Il più possibile. Vedo il mio lavoro come un processo, non come un oggetto finito. Chi lo legge lo vede come un oggetto finito, ma non è così, io non lo penso come oggetto finito. Prende una forma facendolo. È inevitabile. Se sarà un nuovo processo, lo vedremo, ma non so che tipo di scrittura sarà. La voce è la stessa.

il libro

Cinema a Venezia: le illazioni di un malpensante

di Saverio Esposito

illustrazione di Miguel Angel Valdivia

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Proviamo a delirare. Non essendo andati a Venezia non abbiamo visto il film premiato con il leone d’oro, Roma di Alfonso Cuarón, che, mi dicono, è un bel film.

Ma… È un film Netflix, la nuova maxi-azienda di realizzazione di film all’avanguardia nella tecnologia della produzione ma soprattutto della distribuzione-diffusione, nella distribuzione in modi affini o gli stessi di quelli della logistica, e per un circuito capillare o che lo diventerà sempre più, di tv-computer, privatizzando anche l’utenza. Dietro Netflix o davanti ci sono le banche, c’è la finanza, e ovviamente la grande finanza nord-americana.

Ma… Hollywood è un sobborgo di Los Angeles, e Los Angeles è la seconda città messicana del mondo (come Milano è la seconda città pugliese d’Italia). I messicani a Los Angeles sono una massa e i ricchi messicani si muovono agilmente tra la capitale del Messico e questa loro seconda città, che ospita peraltro la capitale del cinema. I muri di Trump servono per tenere a bada i peones, i senza-niente, i miserabili, di certo non i pupilli della grande borghesia parassitaria messicana alla Del Toro-Cuarón, di casa a Los Angeles come nella loro città e che da qualche tempo vincono Oscar come noccioline anche, e forse soprattutto, perché Hollywood è un sobborgo di Los Angeles che è un sobborgo di Città del Messico. E perché chi guida il gioco nella nuova Hollywood delle programmazioni integrate e dei grandi uffici di studi di mercato, sono le banche, la finanza, e non le grandi case di produzione di un tempo; e perché le banche, la finanza, a Los Angeles sono anche messicane; e perché, anche se, per comprensibili motivi, mancano studi in materia, i messicani stanno dando l’assalto a Hollywood (scalzando lentamente lo storico predominio ebraico) perché i soldi ce l’hanno, perché le banche maggiori stanno ancora in America, e perché le banche conoscono a menadito l’arte del riciclaggio sotto tutte le latitudini, e perché a Los Angeles i soldi che le banche riciclano sono anche, forse soprattutto, quelli del narcotraffico, che è in mano ai messicani.

Per carità! Del Toro e Cuarón sono candidi come agnelli, ma il cinema ufficiale è diventato quello che è, feccia commerciale che produce oppio mentale per miliardi di spettatori che lo consumano tramite internet e tv e non più frequentando le sale. La Netflix, a Hollywood, ha come unica rivale la Disney, aziende-massa dello stesso stampo e della stessa razza che Google, Apple, Facebook, Amazon, delle aziende che hanno inverato il sogno di Goebbels: un’unica proposta intellettuale e morale, un unico modo di castrare i popoli, di governarli. (E la chiamano comunicazione!) Con un pizzico di concorrenza tra chi è più furbo, perché la concorrenza continua a essere l’anima del commercio.

È proprio un caso se Barbera ha chiamato a presiedere la giuria veneziana un astuto regista di video-giochi iper-tecnologici? E aperto la strada alla Netflix, in nome, ovviamente, della modernità o post-modernità? È proprio un caso se le giurie non vengono da tempo presiedute e formate da scrittori o critici o intellettuali di chiara fama ma dai servi addomesticati e più o meno noti della corporazione del cinema, complici felici – ohibò, in nome dell’“arte cinematografica”! – di chi gli dà da mangiare, da bere e da esibirsi?

Il cinema vero dovrebbe fare atto di separazione da tutto questo, al più presto, dichiarando una vocazione minoritaria e lavorando nei margini e per i margini. Come accade, per fortuna, con molte egregie opere di nuovi registi e nuovi produttori e organizzatori, maschi o femmine e bianchi o colorati. Ingenuo Minervini, che Barbera ha accolto nel concorso veneziano pensando così di salvarsi l’anima che contemporaneamente offriva ai messicani, alla Netflix, al nuovo ordine capitalista e al suo universale dominio.

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