poco di buono

Cechov tra i deportati. Un reportage che sembra di oggi

di Sara Honegger

la colonia penale di Sachalin

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In un breve ritratto autobiografico risalente al 1899, Anton Cechov sorvolò con impressionante disinvoltura sulla sua opera letteraria. Aveva già pubblicato racconti e vinto il premio Puskin. Eppure, a parte il suo lavoro come medico, citò per esteso solo il viaggio sull’isola di Sachalin, compiuto nel 1890, segno che i mesi trascorsi in quella remota colonia penale zarista avevano avuto, nella sua storia di scrittore e di intellettuale russo, un significato speciale. Dal viaggio nacque un libro che vide la luce nel 1895: non un racconto, non un romanzo, non un trattato. Piuttosto, un reportage che consente al lettore di situarsi alle spalle dello scrittore seguendone passo passo lo spirito di ricerca, l’attenzione al dettaglio, il rifiuto del pathos come strumento del pensiero, l’utilizzo scrupoloso dei dati raccolti. Riproposto ora da Adelphi nella curatela di Valentina Parisi, cui si deve anche un’interessante postfazione, L’isola di Sachalin (Adelphi 2017) è insomma un testo ribelle alle etichette, la cui attualità, qualora il nome di Cechov non fosse ritenuto sufficiente, va ricercata a distanza di centotrent’anni almeno in tre ragioni.

poco di buono

LA POESIA. Responsabilità

di Grace Paley, a cura di Paolo Cognetti

Grace Paley

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Grace Paley (1922) era figlia di ebrei ucraini emigrati in America all’inizio del secolo. Fu profondamente legata alla città di New York, dove passò tutta la vita: cresciuta nel Bronx ebraico, italiano, latino, afroamericano, fulcro di quella irripetibile esperienza di emigrazione e convivenza tra culture che fu New York nel primo Novecento. Dopo il matrimonio e la maternità andò a vivere nel Greenwich Village, dove partecipò ai movimenti politici che dagli anni Sessanta in poi agitarono il quartiere, la città e l’America intera. Pacifista, femminista, ecologista, madre di due figli e moglie di due mariti, diceva sempre di aver troppo da fare per scrivere, eppure le bastarono tre raccolte di racconti per essere riconosciuta come maestra della forma breve: in Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all’ultimo momento (1974) e Più tardi nel pomeriggio (1985) diede vita a una voce unica, che univa l’oralità e l’ironia del racconto yiddish allo sperimentalismo postmoderno. Il suo primo amore, però, era la poesia: la intendeva come diario personale e politico, la praticò fino all’ultimo giorno. Morì nel 2007 dopo una vita appassionata, tutta spesa per le idee in cui aveva creduto e le persone che aveva amato. (P. C.)

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Troppe tesi?

di Claudio Giunta

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

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Si definisce “massa inerziale di un corpo” la resistenza che esso oppone a cambiare il suo stato di moto in conseguenza dell’applicazione di una data forza. Anche il sistema italiano dell’istruzione ha una sua massa inerziale, ed è tale che il suo moto è rimasto praticamente immutato anche dopo che, qualche anno fa, una Forza vi ha introdotto dei cambiamenti, in potenza, rivoluzionari.

Prima della riforma universitaria gli anni di corso erano quattro e la tesi di laurea era una. Di solito era un lavoro molto impegnativo che richiedeva mesi, e infatti era raro che ci si laureasse in tempo, anche se si finivano gli esami entro il quarto anno. La riforma universitaria del 2000 ha diviso in due parti la carriera universitaria: un triennio “propedeutico” e un biennio “specializzante”. Che fare con la tesi di laurea? Non si può dire che a questo proposito si sia fatto un grande sforzo di fantasia: se ne fanno due, una alla fine del triennio e una alla fine del biennio.

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Concorsi e valutazione

di Andrea Inzerillo e Gabriele Vitello

disegno di Tomi Ungerer

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Vale la pena di tornare a parlare di Le Concours, il film di Claire Simon che ha vinto il Premio Venezia Classici alla 73esima Mostra del cinema lo scorso anno e che forse non è stato visto in Italia con la dovuta attenzione. Di cosa tratta? Innanzitutto, e a un primo livello, della prova di ammissione alla più importante scuola di cinema di Francia, la Fémis di Parigi. Migliaia di candidati si ritrovano ogni anno a concorrere per entrare dalla porta principale nel sistema del cinema francese, provando ad assicurarsi se non la gloria, almeno un posto in uno dei rami dell’industria cinematografica d’oltralpe. La Fémis è per la settima arte il corrispettivo delle grandes écoles francesi, istituti di alta formazione che cercano i migliori candidati per garantire loro una preparazione d’eccezione. Nel considerare esclusivamente il merito, prescindendo dall’origine sociale degli allievi, le grandi scuole sono il fiore all’occhiello di quella che è, sulla carta, l’égalité francese. Il film di Claire Simon prova a indagare dunque il rapporto tra formazione e lavoro, nonché il tentativo di farsi spazio in un sistema estremamente selettivo come quello del mondo contemporaneo. Si sarebbe potuto intitolare La Compétition? Certo il film racconta di una società competitiva, eppure il titolo non sarebbe stato adatto, perché lo sguardo della regista non indaga le dinamiche che si creano tra i candidati – limitandosi anzi a rare manifestazioni di delusione tra gli esclusi, in occasione delle affissioni dei tabulati con i risultati delle varie prove o di qualche telefonata in cui si chiedono informazioni sugli stessi – bensì quelle che caratterizzano i rapporti tra i selezionatori, uomini e donne di cinema chiamati a scegliere nella massa di potenziali allievi della scuola. In uno degli incontri preparatori, Alain Bergala chiarisce che il processo di scelta è condotto da persone diverse da quelle che accompagneranno i vincitori nel percorso pluriennale di formazione, perché in questa scuola “non ci sono corsi, non ci sono professori”.

Educazione e intervento sociale

Contro l’università. Per una sociologia come ricerca

di Stefano Laffi

illustrazione di Daniel Clowes

Questo intervento, uscito sul n. 44 de “Gli asini”, fa seguito a quello di Vando Borghi pubblicato nel n. 41: acquista il numero o abbonati ora per sostenere la nostra rivista.

 

Sono arrivato alla sociologia dall’economia, che trovai una disciplina antibiologica, per come tratta la natura e l’uomo – risorse da sfruttare, costi di bonifica e di scioperi da contenere – e in parte fasulla, perché fatta nella dottrina universitaria di modelli che funzionano su ipotesi irrealistiche, nascoste dietro l’incessante uso di diagrammi. Nella sociologia sentivo e sento quel giusto debito alla complessità del mondo, senza sconti cioè spesso senza sintesi, un umanesimo di cui l’economia è priva, una dialettica aperta e meno schierata aprioristicamente per scuole, come succede alla psicologia. Alla Bocconi, dove studiavo, c’era un solo esame di sociologia, di nessun peso, e intuii che quella doveva essere la spina nel fianco di una disciplina come l’economia altrimenti potente, e supponente, a cui devo però la conoscenza della matematica e della statistica e la chiave di accesso alla prospettiva dominante sul mondo: sotto la lente del profitto tutto appare diverso – un bambino, un albero, una malattia, un libro – quando te ne accorgi ti spaventi ma capisci molte cose.