pianeta

L’Europa verso le elezioni

di Oreste Pivetta

Bruxelles si trova sì in Europa, ma l’Europa non si trova a Bruxelles” (H.M. Enzensberger)

Banksy

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Ci lasciamo alle spalle mesi di manovre finanziarie e di decimali per non parlare di numerini, d’Europa e di populismi, di redditi di cittadinanza, di quota cento e di eco-bonus, di infrazioni e di pentimenti, di scomuniche e di ultimatum… Giusto per riassumere (e per tagliar corto). Non vado oltre. Perché siamo sempre da capo. Da tempo è caduta l’illusione che un giorno o l’altro si sappia finalmente di che morte si debba morire e persino, più banalmente, di che pensione si possa sopravvivere. Fatta una finanziaria, se ne fa un’altra, generalmente peggiore della precedente (per le nostre tasche di onesti quanto mediocri contribuenti). Infittendo le norme e i misteri. Votato un parlamento, se ne vota un altro, tanto uno vale l’altro ormai, cancellato dalle pratiche delle maggioranze blindate. Una prova proprio il varo della finanziaria: non è stato neppure consentito leggerla.

Adesso, a maggio, ci toccano le elezioni europee, per l’Unione europea, quando per la maggioranza degli elettori italiani l’Unione europea significa soltanto che per andare in Francia o in Germania non ti guardano più la carta d’identità, non devi sottostare alle occhiate indagatrici dei gendarmi, soprattutto non è necessario cambiare le nostre lire (quando era d’obbligo ci siamo sentiti sempre gli ultimi della compagnia) e che adesso tutte le colpe della nostra crisi stanno lì, tra Berlino e Parigi, le capitali avverse che agitano lo spread come fosse una scure. Oddio, qualcosa è cambiato rispetto al primo punto, cioè rispetto alle occhiate indagatrici dei gendarmi: in allarme per i cosiddetti “clandestini”, alla frontiera ti scrutano eccome, per scoprire qualche tratto non esattamente coincidente con i caratteri della “razza bianca” (o ariana?).

Non mi sottraggo alla maggioranza tanto scarsamente informata sulle virtù dell’Unione, che non avverte neppure l’esistenza di un parlamento europeo e che non conosce i poteri della Commissione, che attribuisce per sentito dire all’Europa regole inquietanti circa la lunghezza delle zucchine o il peso dei meloni, nel tentativo di uniformare tutto, la mozzarella tedesca e quella di bufala campana. So (questa è un’altra informazione largamente condivisa) della Brexit, anche se ben pochi avranno capito perché gli inglesi vogliano tornare a rinserrarsi nella loro isola, di Visegrad (ma dove sarà mai Visegrad, in Ungheria?) e dell’impronta sciovinista e intollerante dei paesi che vi hanno aderito. So di Orban, conosco Palazzo Berlaymont per averlo intravisto infinite volte in tv in immagini di repertorio, che ritraevano anche signori eleganti e sorridenti in abito scuro scendere da imponenti auto blu. Ho scoperto che Palazzo Berlaymont sorge là dove era stato eretto nei secoli passati un convento di caritatevoli suore. Adesso ospita la Commissione europea, il braccio esecutivo, e alcune migliaia di funzionari e impiegati. Per la sua dimensione, per la sua conformazione, con le sue facciate a specchio, con i suoi spigoli e con le sue vele alte nel cielo, è una architettura perfetta (dopo la ristrutturazione conclusa nel 2004). Lo dico ripensando a quanto scrisse Adolf Loos, architetto vissuto tra Otto e Novecento, considerato un precursore del razionalismo. “Se in un bosco – scrisse Loos – ci imbattiamo in un tumulo lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto un uomo. Questa è architettura”. Di quanto teorizzò per iscritto, sono le due righe più famose. Anch’io, osservatore ben più modesto, davanti al Palazzo Berlaymont in tv mi faccio serio, intuisco che oltre quelle cortine traslucide, proibite ai più, prospera la burocrazia continentale, imponente, magniloquente, imperscrutabile, obesa, estranea ai miei affari e ai miei sentimenti, e non riesco a trattenermi dal pensare: qui è sepolta l’Europa, questa è architettura (quanti altri esempi si potrebbero scovare tra Bruxelles, Strasburgo, Francoforte…). Totale corrispondenza tra contenuto e contenitore.

Seguendo le cronache europee ho avuto anche la possibilità di arricchire la mia lingua. Una parola ha dominato le scene negli ultimi tempi: sovranismo. Non stava nel vocabolario italiano, ci è arrivata dal francese souverainisme. In francese il vocabolo conserva ancora una qualche grazia, per quanto l’abbia rilanciato in lungo e in largo la famiglia Le Pen, quella del Fronte nazionale. In italiano rimanda al passo militare: stivali che concordi calpestano il suolo. Così lo vedo io e odo il battere ritmico sul selciato, mentre qui e là appaiono i volti e le mani degli affamati di tutto il mondo. Per intenderci, in concreto: immigrati cacciati, filo spinato, barconi che affondano, muri e muraglie, eccetera eccetera. Sovranismo mi sembra voglia dire un po’ questo: dopo aver abbattuto muri, cominciamo a tirarli su di nuovo, come vorrebbe Trump o come hanno iniziato gli ungheresi di Orban, ricorrendo ai più economici reticolati, o come a parole e non con scarsa efficacia, soprattutto rispetto ai sentimenti dei cittadini bersagliati dai tweet, chiunque, anche un Salvini qualsiasi, può provare.

Sono cresciuto sventolando la bandiera dell’internazionalismo, mi sono sentito persino cittadino del mondo. Adesso sono costretto a difendermi dai sovranisti, attestati alla difesa delle trincee (bella metafora coniata dal Censis), e dal sovranismo con il suo pessimo rumore, in uno scontro che rischia di trascinarmi a difendere un internazionalismo dei nostri tempi, che talvolta può coincidere con il globalismo delle multinazionali. Come se non esistesse un’altra via e non fossero stati proprio gli europeisti delle origini a indicarla.

Vedo tradita l’idea dell’Europa unita e solidale, che avevano coltivato, prima durante e dopo la guerra, i cosiddetti “padri”: Altiero Spinelli e poi Adenauer, Schuman, De Gasperi, tutti all’opera quando io alle elementari sentivo risuonare il termine “ceca” che con il tempo imparai a tradurre come Comunità europea del carbone e dell’acciaio e che mi suggeriva orizzonti comuni e radiosi nel senso della concorde intrapresa industriale… Un acronimo, sempre con la maiuscola, dal quale discese tutto il resto, che in una imprevedibile altalena ci ha condotto dove siamo ora, a un’Europa in crisi, ignorata o brutalmente osteggiata da molti dei suoi stessi potenziali elettori, una somma di stati che si fronteggiano e non certo in un ispirato e appassionato confronto di politiche, ma a colpi appunto di numeri e di numerini, ciascuno per la sua borsa, la borsa di chi vuole proteggere esclusivamente gli interessi di casa propria o del proprio orto. Qui si dovrebbe richiamare un altro termine in voga: populismo. Termine che s’adatta a disegnare una società spaventosamente classista, divisa tra chi comanda e i truffati e gli illusi che si godono le briciole, spacciate per generose elargizioni, per soddisfare le più basse aspirazioni, come insegna Salvini: sparare sui ladri o cacciare/sfruttare gli invadenti immigrati, soprattutto neri di pelle.

pianeta

Gilet gialli 4: Il campo delle possibilità

di Michelle Zancarini-Fournel
traduzione di Andrea Brazzoduro

murale di P.Boy

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Per una “diagnosi del presente” (Michel Foucault), e per auscultare da storica i movimenti sociali del XXI secolo, è utile interrogare le temporalità tra presente, passato e futuro, così come sono state declinate tanto sulla scena pubblica e mediatica quanto dai protagonisti, dal momento che i due regimi discorsivi sono tutt’altro che impermeabili. Questo “spazio di esperienza” (la percezione del passato nel presente) può dischiudere un “orizzonte di aspettativa” (Reinhart Koselleck), incarnato nel presente da alcune pratiche alternative, anche minoritarie, che esprimono altri possibili. Questo è il caso del movimento dei gilets jaunes, un caso particolarmente complesso perché ancora situato nell’immediatezza. Lo affronterò con grande prudenza dal momento che le fonti disponibili sono essenzialmente mediatiche (stampa, radio e televisione).

Al principio, cioè a partire dal 17 novembre 2018, il movimento si coagula intorno al malcontento per l’aumento del carburante, delle tasse e del costo della vita. Successivamente le rivendicazioni e le parole d’ordine hanno preso una piega più incisiva chiamando in causa la persona e la funzione del presidente della Repubblica (contro il “Re Macron”), esigendo riforme istituzionali e affermando così una volontà di sovranità popolare. Gli abitanti dei dipartimenti d’oltremare avevano già avanzato nel 2009 queste stesse rivendicazioni materiali in un movimento di massa contro “gli approfittatori” che è rimasto nelle memorie, in particolare in Guadalupa. All’incrocio tra differenti esperienze del passato, questo movimento è atipico in queste società post-schiaviste: scoppia non a partire da un conflitto nel settore produttivo della canna da zucchero, né a partire da un incidente razzista, ma da una rivolta di consumatori contro il carovita e sfocia poi nella volontà di cambiare modello di società. Il movimento, sostenuto da nove scrittori antillesi, è stato promosso da Patrick Chamoiseau e Édouard Glissant con un testo poetico-politico che propone un altro modello di società, il Manifesto per i “prodotti” di alta necessità.

Priscillia Ludosky, originaria della Martinica, trentadue anni, residente nella Seine-et-Marne (grande periferia est di Parigi), proprietaria di un negozio online di cosmetici è la prima ad aver domandato “la riduzione del prezzo del carburante nei distributori” con una petizione lanciata su Internet che ha raccolto a oggi più di un milione di firme. Forse, oltre a presagire la perdita economica per la sua attività professionale, aveva il ricordo dei movimenti sociali che avevano avuto luogo nel 2008-2009 nei dipartimenti d’oltremare.

Nel 2018, la questione del prezzo dei carburanti è di nuovo la scintilla che dà l’avvio in Francia a un movimento sociale ancora in corso, quello dei gilets jaunes. Per cercare di coglierne gli elementi di fondo, bisogna provare ad analizzare oltre ai frammenti di interviste registrate dai giornalisti anche i punti in comune che hanno i partecipanti di questo movimento estremamente variegato, senza portavoce né leader, e le prime inchieste avviate da sociologi e politologi.

Il supporto materiale e simbolico che permette la distinzione e l’unità dei manifestanti è un oggetto ordinario, il gilet giallo, che ogni automobilista deve per legge possedere nella sua vettura, gilet su cui sono scritti slogan e graffiti (e di cui bisognerebbe fare un inventario il più esaustivo possibile), contro le tasse, la scomparsa dei servizi pubblici, il prezzo della benzina, il presidente della Repubblica, ma anche con riferimenti alla storia, come questo: “1789, 1968, 2018: il popolo”. Se la rivoluzione è evocata, non ci si riferisce alle rivoluzioni proletarie del XX secolo, ma alla rivoluzione francese e ai suoi cahiers de doléances. Un certo numero di “rotatorie” (dove i gilets jaunes si riuniscono per bloccare la circolazione, ndt) hanno iniziato a redigere cahiers de doléances che propongono misure molto precise (come a Dol-de-Bretagne), mentre alcuni sindaci di paese hanno iniziato a raccogliere le rivendicazioni in “cahiers de doléances” conservati in Comune. Se è possibile fare un accostamento con il 1968, questo è nei termini di una “crisi di egemonia”, come avrebbe detto Antonio Gramsci, o “crisi del consenso” (come scrive Boris Gobille) rispetto alle diverse forme di dominio e d’ineguaglianza.

I “gilets jaunes” si raggruppano in uno spazio specifico divenuto molto rapidamente un luogo politico dove si sperimentano nuove forme di democrazia: i blocchi stradali delle rotatorie all’ingresso delle città o ai caselli autostradali implicano una presa di potere temporanea sulla mobilità e la fluidità caratteristiche dei sistemi economici contemporanei e diventano allo stesso tempo luoghi di deliberazione. Come nelle rivoluzioni arabe del 2011, i social network giocano un ruolo essenziale, tenendo alla larga sindacati, partiti e rappresentati politici, ma anche diffondendo le notizie vere… o false.

Il movimento attuale è nazionale, anche nella regione parigina, nelle città medie, nelle zone deindustrializzate che perdono abitanti e nelle zone rurali. Il ritrovarsi alle rotatorie ha creato convivialità e coesione nonostante le differenze di età, di punti di vista e di reddito, anche se sono i membri delle categorie popolari a essere relativamente più rappresentati. Le donne sono molto numerose, spesso celibi o divorziate, in genere madri di famiglia che non arrivano “a mettere insieme il pranzo con la cena”, cioè ad arrivare alla fine del mese.

Finora il movimento è stato appoggiato dalla maggioranza della popolazione che condanna la soppressione dell’imposta di solidarietà sulla fortuna (ISF) mentre le tasse, tra le altre quelle sul carburante, aumentano per tutti.

Nella Réunion, il movimento dei gilets jaunes ha preso una piega molto più violenta perché la situazione della popolazione è molto più difficile dal punto di vista della disoccupazione e della precarietà sociale. Appena fa buio, i giovani animano rivolte urbane che scuotono l’isola. Ma al di là di queste violenze, il disastro economico e sociale è evidente. Le fratture si approfondiscono nella popolazione tra abitanti della Réunion e metropolitani, abitanti della Réunion e delle Comore o del Madagascar, e tra i neri e i bianchi. Gli autori delle violenze urbane notturne, che vengono chiamati “i passamontagna neri” (les cagoules noires), sono assimilati alla popolazione nera (i discendenti degli schiavi deportati dall’Africa nel XVIII e XIX secolo). La gerarchia del colore è ancora operativa ed è stato decretato il coprifuoco.

Altrove nella metropoli, il movimento dei “gilets jaunes” sembra diffondersi a macchia d’olio tra agricoltori, manovali, ambulanzieri ma anche liceali, con ogni gruppo che avanza le proprie specifiche rivendicazioni. A partire da lunedì 3 dicembre, tra i duecento e i quattrocento licei sono stati bloccati, parzialmente o totalmente, in sostegno ai “gilets jaunes” ma soprattutto per protestare contro le riforme della scuola e in particolare contro la nuova procedura di selezione per accedere all’università (chiamata Parcoursup) che penalizza gli studenti delle banlieue e in particolare dei licei tecnici e professionali. Da cui la geografia delle prime occupazioni, mentre i licei del centro restavano calmi fino alla giornata dell’11 dicembre e la ripresa in mano della mobilitazione da parte delle tradizionali organizzazioni studentesche. Le forme dello sciopero studentesco sono state quelle consuete: cassonetti in fiamme, automobili bruciate, lancio di sassi contro la polizia… Si è sentito gridare “Macron, dimissioni!” e ci sono state violenze urbane nei pressi di molti licei.

Due elementi hanno contribuito a far montare la rivolta studentesca: al liceo di Mantes-la-Joie, giovedì 6 dicembre, alcuni poliziotti hanno umiliato centocinquanta studenti obbligandoli a mettersi in ginocchio davanti a un muro tenendo le mani sulla testa, una posizione tipica delle repressioni coloniali. Il giorno dopo il gesto veniva imitato dagli studenti in piazza della Repubblica e sabato 8 dicembre alcuni gilets jaunes lo riprendevano sia durante la manifestazione parigina che nei cortei in provincia. È così apparso un legame tra due movimenti in apparenza diversi ma uniti da un punto in comune: la forte domanda di uguaglianza e di rispetto. Il fatto che il presidente della Repubblica nel suo discorso del 10 dicembre non abbia evocato le rivendicazioni liceali traduce quel che è considerato come disprezzo mirante a infantilizzare le mobilitazioni. Un atteggiamento che gli si è finalmente ritorto contro.

Il 4 dicembre, Jean-François Barnaba, un gilet jaunes dell’Indre, ha avanzato quattro rivendicazioni sull’abbassamento delle tasse, l’aumento dei salari minimi e delle pensioni, l’incremento dei servizi pubblici, la riforma delle istituzioni per democratizzare la vita politica. Ma, come molti abitanti della sua città, Le Blanc, ciò che lo muove principalmente è la difesa dei servizi pubblici dopo la chiusura del reparto maternità, simbolo dell’attacco all’uguaglianza e all’umanità.

Dopo la quarta giornata di mobilitazione a Parigi, sabato 8 dicembre, il bilancio non è univoco: i manifestanti sono stati contenuti da sistematici controlli prima delle manifestazioni e ci sono stati duemila fermi preventivi (considerati come illegali dalla Lega dei diritti umani al di fuori della proclamazione dello stato di emergenza) che hanno richiesto una impressionante mobilitazione di effettivi delle forze dell’ordine, con alcune città (Lione e la sua Festa delle luci per esempio) più protette di altre (come Saint-Étienne, dove ci sono stati saccheggi di negozi). Le manifestazioni ambientaliste si sono svolte essenzialmente senza incidenti e si è vista la convergenza di “gilets jaunes” e “gilets verts”, ma ci sono stati scontri, oltre che a Parigi, in molte città (Bordeaux, Marsiglia, Tolosa, Lione, Saint-Étienne, Nantes, Pau, etc.) a testimonianza della profondità della rivolta e della crisi sociale e politica. Un movimento profondo, che oppone giusto e ingiusto, legittimo e legale, attraversa tuta la società francese e si radica nella storia secolare delle rivolte popolari.

Il discorso del presidente della Repubblica ha suscitato una attesa reale, ma non ha convinto la maggioranza dei gilets jaunes (tranne alcuni pensionati). L’analisi delle dichiarazioni presidenziali ha presto rivelato che l’annunciato aumento del salario minimo (lo SMIC) non era altro che un premio di produzione già previsto. Il discorso ha invece rassicurato la destra (il ripristino della tassa sui grandi patrimoni, ISF, non è stata evocato) e inciderà senza dubbio sul sostegno al movimento dei gilets jaunes, fino a ora molto popolare. Questa dimensione di sollevazione collettiva senza capi, senza leader, senza rappresentanti, scompagina le regole abituali del dibattito in un quadro democratico e politico tradizionale. Il contesto europeo, segnato da tendenze populiste autoritarie, inclusa l’Italia, rende l’avvenire di questo movimento incerto anche se il campo delle possibilità resta aperto.

da http://storieinmovimento.org/2018/12/13/movimento-dei-gilets-jaunes/

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Gilet gialli 3: Il caso Macron e i valori organizzati

di Vittorio E. Parsi

Combo

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Che cosa resta della valanga di voti che portarono Emmanuel Macron all’Eliseo nel maggio del maggio 2017, quando conquistò il 66% dei consensi espressi dai francesi, battendo la candidata del Front National (ora Raggruppamento nazionale) Marine Le Pen? Poco, a guardare ai sondaggi (che da inizio d’anno lo vedono dibattersi tra il 20 e il 30%) e ancora meno se si pensa a come la rivolta dei ‘gilet gialli’ (in cui ieri a Parigi ha però prevalso l’anima violenta) ne ha messo quasi alla berlina l’incapacità di cogliere e rappresentare gli umori della Francia profonda.

Certo, se si pensa che nella immaginazione di molti leader (o ex leader) italiani ed europei il presidente francese avrebbe dovuto rappresentare la testa d’ariete dello “schieramento antisovranista”, la sensazione è che Macron costituisca piuttosto l’avversario perfetto per i vari Salvini e Orbán sparsi per l’Europa. Una sorta di nemesi, peraltro, considerato che fu proprio la figura della sua avversaria nel ballottaggio all’Eliseo (madame Le Pen, appunto) a rendere così agevole quel trionfo macroniano, che appare ormai lontanissimo. Potremo discutere su come l’esile ma determinato Emmanuel sia colpevole soprattutto di avere goduto di un insperato colpo di fortuna (l’eliminazione per via giudiziaria del suo rivale di centroedestra François Fillon) e di averlo gettato al vento: non tanto per incapacità intellettuale, quanto piuttosto a causa della sua piattaforma politica, imbevuta di neoliberalismo fuori tempo massimo, di quel massimalismo di mercato, antipopolare e arrogante, che ha già devastato l’Europa e l’intero Occidente e spianato la strada ai partiti e movimenti cosiddetti populisti.

Il carattere, poi, ci ha messo del suo, oltre allo stile personalistico e non personale, isterico e non istrionico, autoritario e non autorevole: più da primadonna, piuttosto che da prima carica della Repubblica. Eppure è possibile guardare alla parabola malinconica dell’ex banchiere d’affari ed ex ministro dell’Economia del presidente socialista Hollande cercando di trarre qualche considerazione più generale. Soprattutto su come le leadership (o presunte tali) si consumino rapidamente nell’agone politico contemporaneo. Ascese rapide e altrettanto rapide cadute.

Si pensi a Matteo Renzi, fino alle sue dimissioni dipinto come l’uomo nuovo dell’Italia del futuro e oggi evitato da certi suoi ex ministri come una sorta di imbarazzante parente povero al pranzo di Natale. I media, vecchi e nuovi, hanno sicuramente un ruolo in tutto ciò. Così come lo ha l’innovazione tecnologica, la sua capacità di accelerare lo scorrere del tempo, che si rivela essere il fattore determinante nel consentire le ascese fulminee.

Ma è probabilmente il venir meno delle vecchie ideologie otto-novecentesche e la mancanza di nuovi e convincenti costrutti ideali a spiegare più convincentemente le rovinose cadute. Le due fasi della parabola, quella ascendente e quella discendente, sono infatti entrambe segnate e contraddistinte dalla contrazione del tempo. Da un lato, si emerge con una rapidità sorprendente e si conquista in un lampo una popolarità che una volta poteva essere costruita solo in lunghi anni di gavetta politica (si veda il caso di Donald Trump). Dall’altro, altrettanto velocemente si consumano fama e carisma di fronte all’evidente incapacità di tentare di vincere le sfide e risolvere i problemi che la politica è chiamata a dover se non altro affrontare.

Pensate al riscaldamento planetario, alle migrazioni, alla sicurezza cibernetica, alla diffusione dell’ineguaglianza, alla disoccupazione strutturale, alla crisi della democrazia rappresentativa e alla sempre più evidente deriva oligarchica dei mercati: quale di queste gigantesche sfide richiederà meno di alcuni lustri per poter essere vinta (semmai lo sarà)? Ma quale leader politico può chiedere e sperare di ottenere un tempo così lungo ai suoi seguaci ed elettori? Ebbene, solo le ideologie consentivano questo continuo aggiustamento dei tempi, di allungare l’orizzonte attraverso un progetto e valori condivisi. Pensare che la leadership personale potesse sostituire la funzione svolta dalle ideologie è stato uno dei più giganteschi e pericolosi abbagli dell’ultimo scorcio del secolo scorso, malauguratamente traghettato in questo.

Ecco perché non di nuovi leader abbiamo disperatamente bisogno, ma soprattutto di nuovi e coerenti sistemi di valori organizzati (li chiamavamo partiti, un tempo), di visioni politiche aperte coraggiosamente sul futuro, se non vogliamo che lo scorrere accelerato del tempo travolga quanto di buono abbiamo conquistato e con fatica nel ‘secolo breve’.

(da “Avvenire” di domenica 2 dicembre 2018)

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Gilet gialli 2: sfumature di giallo

di Piergiorgio Giacchè

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Promettono di diventare un partito ma ancora si definiscono “movimento”. In realtà i Gilets jaunes sono stati e sono ancora un “fenomeno”, cioè l’apparizione imprevista e affermazione improvvisa di un fatto, anzi di un atto che ha coinvolto una “folla” di francesi dal novembre 2018 al non si sa quando finirà… Sì, una “folla” indefinita e informe, come con disappunto e una punta di disprezzo l’ha chiamata Macron nel suo discorso di fine d’anno alla Nazione. In altri tempi si sarebbe detta una “massa”, ma la vecchia parola e l’antica misura della politica non si può adoperare per un volgo disperso che nome non vuole avere. Così come non ha struttura e nemmeno guida, ma si accontenta di indossare una divisa che non divide nessuno, visto che un gilet giallo ce l’hanno tutti quelli che guidano un’auto e che scendono in strada in caso di incidente.

Ecco, i gilet gialli costituiscono un incidente politico e culturale di cui è difficile rintracciare le cause e poi il fine o la fine. Un incidente che ha prima di tutto spiazzato gli economisti, se è vero che appena un mese prima, il 10 di ottobre, gli esperti dell’Istituto nazionale di statistica e degli studi economici (Insee) prevedevano un futuro ottimistico per il prodotto interno lordo e per il rilancio degli investimenti e per l’espansione dei consumi (complice il riflusso dell’inflazione, l’aumento dei salari e la riduzione delle tasse d’abitazione…). Come poi sia stato possibile che un improvviso ma non imprevisto aumento dei prezzi dei carburanti abbia sollevato l’onda gialla dei blocchi stradali e dei pedaggi gratuiti e del diluvio di manifestazioni che ha inondato tutto il paese e soprattutto tutti i paesi di Francia? E come spiegarsi non la fiammata ma la durata di una mobilitazione faticosa, diurna e notturna, di migliaia di persone sempre più determinate, che il generale inverno e il santo natale non hanno arrestato e la cui naturale parabola discendente non è detto che non si riveli un fiume carsico nel disgelo della prossima primavera?

Non si spiega, e però intanto non si piega: questa è quello che distingue un fenomeno da un movimento. C’è qualcosa di nuovo oggi nel “giallo”, anzi d’antico? Certo, il colore è nuovo ma il motore è quello di una “spontaneità” che è di per se stessa “ribellione”, perché impedisce l’istituzionalizzazione, la rappresentanza, la trattativa e dunque si sottrae alle ascisse e ordinate del paese più cartesiano che ci sia. C’è chi cerca nella storia qualche antenato – dalle jacqueries contadine al sessantotto degli studenti alle recenti rivolte delle banlieues – ma le somiglianze non fanno l’uguaglianza con qualcosa che non sta più nei confini delle classi o nelle contraddizioni del territorio o nelle situazioni del degrado. C’è di tutto e però c’è di meno, anche se è vero che la provincia e la campagna, i meno benestanti e i più distanti, forniscono la quota e la spinta maggiore del fermento e dello scontento; anche se è vero che – dall’altra – il governo in ogni senso “centrale” e la capitale per troppo tempo “imperiale” sono i bersagli preferiti della mobilitazione. Parigi non vale una Francia che sta da tempo scoprendo e soffrendo una disgregazione non più appagata né rassegnata. Parigi è però ancora la piazza e la mèta di tutti i gilet gialli che settimanalmente la invadono con un minaccioso ma insieme festoso “sabato dei villaggi”: non è vero che la sentono estranea ma la vorrebbero meno tiranna. Vogliono poter passeggiare per “la strada più bella del mondo”, rivendicando non solo un diritto ma un orgoglioso possesso. La Francia è ancora Parigi e viceversa, per tutti i manifestanti che infine cantano la stessa marsigliese marciando sotto lo stesso tricolore delle cerimonie istituzionali e del distintivo della polizia.

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Gilet gialli 1: Asini siate e non pecore matte

di Francesco Ciafaloni

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L’asino è un animale notoriamente ostinato, disobbediente. Non esegue gli ordini che non gli piacciono, recalcitra. Qualche volta, oltre a recalcitrare, scalcia contro chi lo tormenta. Non si lascia condurre al macello senza resistere. Ma non carica in gruppo giù per un vallone come qualche volta fanno i montoni. Sa trovare una giusta misura. Gli asini umani, capaci di ragione, di previsione, di collaborazione, fanno benissimo a disobbedire a leggi ingiuste (si chiama disobbedienza civile). Fanno benissimo a ribellarsi contro chi li opprime, a scalciare in gruppo, se necessario. Ribellarsi a governi oppressivi è giusto. Ma danneggiare altri, o gli spazi pubblici, quando ci si ribella produce un danno immediato per i colpiti, e può causare vittime, come è capitato, perché ci sono casi in cui non ci si può fermare.

 

Le forme di lotta e di espressione

Per chi le osservi dall’Italia, le manifestazioni dei gilet jaunes (GJ) sono soprattutto un sintomo, un segnale di tensioni e di possibili sviluppi della società francese; un segnale molto forte anche per le barricate, gli incendi, le vittime, tre fino a oggi. Non è fuori luogo perciò cominciare dalle forme di lotta dei GJ, che sono state talora distruttive e hanno fatto parlare alcuni commentatori non troppo precisi di “colpo di stato”.

A fine novembre (vedi “Le Monde” del 26/11) i portavoce nominati si sono dissociati dalle violenze, dagli incendi, dai morti. Ma sappiamo tutti che di assalti alle zone rosse si può morire. Non è una predica a casa d’altri, è una riflessione sul nostro passato, l’aggiornamento di discussioni cui abbiamo partecipato. Per ora la polizia francese non ha fatto nulla di simile alla macelleria della caserma di Bolzaneto, e forse, per quel che se ne capisce, ha bastonato anche i casseurs, non solo i normali manifestanti. E Macron ha dovuto cedere. Ma gli sviluppi della protesta e le alleanze destra/sinistra in Italia obbligano a preoccuparsi delle evoluzioni possibili, a guardare ai primi atti istituzionali, alle dichiarazioni, alle forme di rappresentanza.

Ho usato come fonte “Le Monde”, “Libération” e qualche notizia attendibile in rete.

Il linguaggio, le affermazioni, le prime richieste (vedi link 26/11) non sono confortanti. Al di là di ciò che si legge sulla composizione sociale, sulla distribuzione geografica, sulle tendenze politiche, i primi atti istituzionali fanno pensare a una replica transalpina dei 5stelle. Se è vero, non è confortante. Non hanno eletto o nominato dei rappresentanti, noti al movimento, ma otto comunicatori, messaggeri, di cui fanno parte Eric Drouet, l’autista che ha promosso la manifestazione del 17 novembre, e Priscillia Ludosky, promotrice della petizione contro l’aumento dei prezzi del gasolio. Non sono i nomi, quasi tutti ignoti, a far trasalire; né l’opposizione alla tassa sul carbone, su cui tornerò. È il modo oscuro, e contestato da molti nelle rispettive aree, della nomina. Non si sa chi abbia votato né come. Il comunicato ripreso da “Le Monde” parla di “Consultazione di circa 30mila persone”, ma non spiega quando realizzata né come. In ogni caso si tratta di numeri modestissimi, paragonabili a quelli dei 5S, mentre i numeri dei manifestanti sono grandi, come le richieste. La volontà del movimento viene rappresentata come univoca, mentre è frammentata. I portavoce dicono di non voler essere né dirigenti né leader, ma intanto avanzano richieste rivoluzionarie – dissoluzione dell’Assemblea nazionale, del Senato, costituzione di una Assemblea dei cittadini, dimissioni del Presidente della Repubblica – che dovrebbero essere sottoposte a referendum popolare. Sembra di essere in Italia. I portavoce sembrano pensare che le costituzioni si possano cambiare a pezzi, con un referendum, senza coerenza e senza transizione giuridicamente definita; che organi costituzionali si possano abolire o creare su richiesta da Facebook e senza un percorso garantito. Rispetto ai GJ i 5S hanno avuto in più la forza aggregante della rete Rousseau, e la intollerabile dipendenza da essa: la disciplina, la gerarchia mascherata da democrazia diretta.

Anche la tecnica dei blocchi delle strade e delle pompe di benzina mi ricorda precedenti italiani. I blocchi dei GJ, in quanto distinti dalle manifestazioni, non sono stati effettuati da cortei numerosi, con cartelli e slogan, che occupano materialmente la strada, e perciò impediscono il passaggio, ma da poche persone che occupano la sede stradale e impediscono di passare, senza che nulla spieghi all’automobilista chi e perchè lo sta bloccando. A spiegarlo c’è solo la divisa, il gilet giallo. Mi è capitato di essere bloccato, a una rotonda molto frequentata, all’epoca dei “forconi”. Pensai subito che si trattava dei forconi perché si sapeva che c’erano blocchi in corso, ma non c’erano cartelli o slogan a ricordarmelo. L’uomo in mezzo alla strada ogni tanto faceva passare qualcuno per non creare code infinite e rivolte, ma sceglieva lui chi far passare e quando. Che si trattasse di una manifestazione politica e non di una follia personale o di una rapina, lo dovevo sapere io. Che criterio usasse il manifestante per lasciar passare o bloccare – la lunghezza della coda, la simpatia o antipatia per me o per chi mi precedeva, se ne lasciava passare due – era impossibile da capire. Chi ha motivi realmente gravi per passare naturalmente prova a forzare il blocco. Davanti a una manifestazione si può parlare, farsi strada spiegando il motivo, se c’è un’urgenza. L’ho visto fare più di una volta. Davanti a uno che ti si para davanti senza neppure spiegarti chi è, che cosa fai?