panoramiche

Sparare sulla croce rossa

di Domenico Chirico

illustrazione di Mariana Chiesa

illustrazione di Mariana Chiesa

Nel mese di aprile è cresciuta una polemica assurda basata su dichiarazioni senza prove di un magistrato di Frontex (la polizia europea delle frontiere) e del solito gruppo di politici malmostosi e di destra con l’aggiunta di alcuni leader del Movimento 5 stelle. Da più parti, anche di rilevo istituzionale, sono arrivati attacchi alle organizzazioni non governative che svolgono operazioni di soccorso in mare al largo della Libia, operazioni attraverso cui vengono salvate migliaia di vite umane. Come ben ricostruito da Annalisa Camilli su “Internazionale” le ong lavorano a stretto contatto con la Marina italiana e le capitanerie di porto, nonché con la missione della Guardia di Finanza. Il 53% dei salvataggi sono fatti da organismi militari, il 9% da navi commerciali, il resto da ong (37%) in sostegno alle missioni istituzionali.

I salvataggi sono coordinati dalla centrale operativa della guardia costiera a Roma, non dal miliardario Soros o dagli Ufo come sembrano far intendere le urla di alcuni politici. La centrale riceve gli sos e li smista alla nave più vicina. Bisognerebbe quindi casomai prendersela con la Marina e le capitanerie di porto imponendo loro di non rispondere alle richieste di aiuto provenienti dal mare, violando una delle regole di base della navigazione, l’obbligo di soccorrere i naufraghi.

Stabilito questo punto di partenza possiamo analizzare il perché le ong si debbano occupare di compiti che spetterebbero alle istituzioni. Fino al 2015 una serie di stragi in mare ci avevano fatto assistere impotenti al continuo, e mai interrotto, flusso di persone che cercano di raggiungere l’Europa attraverso l’Italia. Alcuni naufragi toccarono più di altri la sensibilità dell’opinione pubblica e il governo creò l’operazione Mare Nostrum. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha stimato in più di 20.000 le persone morte nel Mediterraneo dal 2000.

poco di buono

Fa ‘afafine o la rivolta dei bigotti

di Rodolfo Sacchettini

 

Fa

 

Scandaloso teatro

A teatro lo scandalo ha una storia lunga: dall’antica Grecia in poi, ha creato scontri furibondi. Luogo privilegiato del consenso, il teatro ha saputo covare allo stesso tempo sacche di dissenso, di protesta. Pure in tempi recenti il teatro ha generato problemi, diventando protagonista di alcuni scandali amplificati dai media generalisti. Anche se il problema vero è forse che i media generalisti dedicano ampio spazio al teatro solo quando questo entra nel campo di ciò che è reputato scandaloso.

Nel 2007 le repliche milanesi di Accidens-Matar para comer dell’argentino Rodrigo Garcia furono in parte bloccate, per effetto di molti clamori: il perfomer, denunciando le multinazionali dei pesci in scatola, in scena uccideva, cucinava e si mangiava un astice. Pochi anni dopo Sul concetto del volto del Figlio di Dio di Romeo Castellucci venne accusato da una frangia di fondamentalisti cattolici, in buona parte lefevriani, di essere blasfemo. Sulla scena l’enorme volto di Gesù, dipinto da Antonello Da Messina, subiva l’ira di un attore che gli si scagliava contro, in preda alle disperazioni della vita (un padre anziano e incontinente, al quale doveva cambiare più volte il pannolone). A Santarcangelo il caso del danzatore completamente nudo che orina per strada, imitando il Manneken Pis di Bruxelles, arriva in parlamento. Di recente a Terni una danzatrice con fallo di lattice interpreta una coreografia nella quale si propone sulla scena la prolungata penetrazione anale del partner maschile.

Quando scoppia la polemica, dai media locali a quelli nazionali, il processo di approssimazione cresce esponenzialmente. Lo scontro si scatena tra frange opposte che solitamente non hanno visto lo spettacolo e sono anche piuttosto aliene da questioni teatrali e artistiche. Dall’ambito culturale il discorso scivola subito nelle dinamiche della battaglia politica, da salotto tv: c’è l’esperto, l’opinionista, la gara a chi la spara più grossa… Di solito da una parte si grida alla degenerazione morale e allo sperpero di soldi pubblici dall’altra alla censura e al fascismo. Quando la polemica scoppia sui grandi media, per un motivo o per un altro, scatta la recita dell’indignazione, dei moralismi e delle difese della libertà d’espressione. Di solito chi ci rimette è soprattutto il ragionamento critico, ricattato da una polarizzazione ideologica, non priva di echi pubblicitari.

panoramiche

Gli studenti contro Trump

di Lorenzo Velotti

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

Premetto che è estremamente difficile produrre delle analisi complete e sistematiche di ciò che sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti. Si ha l’impressione di essere all’interno di un travolgente ciclone caratterizzato da molteplici otri dei venti al principio e un’imprevedibile rosa di possibili conseguenze alla fine. L’impetuoso ciclone, nel suo cammino, giunge a colpire anche le zone più remote, quelle dove non soffia mai il vento. O per lo meno non soffiava fino all’8 Novembre. Benché tanto l’otre dei venti quanto la rosa delle conseguenze siano di estremo interesse e decisamente intriganti, il fenomeno su cui ha più senso soffermarsi è, a mio vedere, il ciclone stesso, surreale fenomeno con il quale faccio i conti giorno dopo giorno in qualità di exchange student presso l’Università della California di San Diego.

Nei dieci giorni appena passati, il presidente Trump ha emanato una lunga serie di provvedimenti estremamente controversi, l’ultimo dei quali è il cosiddetto Muslim Ban, che sospende per mesi il diritto di coloro che provengono da alcuni paesi islamici (non quelli in cui il presidente fa business; non quelli da cui sono giunti terroristi finora) ad entrare o tornare nel paese. In relazione a tale provvedimento, un esempio lampante della sensazione di stare al centro del ciclone sono un paio di mail che ho ricevuto ieri. La prima è firmata dalla rettrice della University of California, insieme ai prorettori dei dieci campus che la compongono. “Siamo molto preoccupati dal recente executive order (simile a un decreto legge), che è contrario ai nostri valori…”; “Ci impegniamo a difendere dallo stesso tutti i membri della nostra comunità!”. Una mail del genere, mandata dall’amministrazione tendenzialmente moderata e conservatrice dell’Università (pubblica) della California, in uno dei paesi con il maggior rispetto delle istituzioni e dell’ordine democratico, ha ai miei occhi un carattere decisamente sovversivo. Passate alcune ore ricevo un’altra mail, speditami dall’ufficio dedicato agli studenti internazionali: ci intima ad avere un’opinione anche forte riguardo a quello che sta succedendo, ma di stare molto attenti per il grosso rischio che comporta partecipare alle proteste, assicurandoci una pronta difesa legale da parte dell’università qualora ne avessimo bisogno. Ci ricorda che se ci sentiamo nervosi possiamo usufruire del servizio psicologico universitario. Conclude con un consiglio che si colloca in bilico tra il comico e l’estremamente preoccupante: “ti raccomandiamo di evitare viaggi al di fuori degli Stati Uniti a causa della mutevole natura delle politiche migratorie della nuova amministrazione”. Confesso che queste mail mi fanno venire i brividi e il respiro pesante. Ancor più delle proteste di studenti e professori, e di tantissimi americani, queste brevi mail formali tra le tante che ricevo ogni giorno di fatto istituzionalizzano una grave crisi istituzionale, uno “stato di emergenza” che mi fa sentire in prima persona parte di un capitolo decisivo e tragico della storia.

maestri

Salvare la democrazia dai suoi limiti

di Carlo Donolo

Questo articolo, con cui ricordiamo il nostro collaboratore Carlo Donolo, è uscito sul numero 21 de “Gli asini”, di maggio-giugno 2014. 

illustrazione di Olivier Deprez

illustrazione di Olivier Deprez

 

Sono i difetti della democrazia, le sue aporie, le sue contraddizioni, come diceva Bobbio, le sue mancate promesse, che condannano la democrazia a un verosimile fallimento di fronte ai compiti di governare in modo democratico un mondo sempre più complesso e difficile. Indubbiamente da un lato siamo portati istintivamente a difendere la democrazia dai suoi avversari, d’altra parte dobbiamo anche considerare i difetti intrinseci della democrazia politica come l’abbiamo conosciuta fino adesso che sono in gran parte causa dei suoi mali. Il discorso diventa più complesso rispetto alla tradizionale letteratura scientifica in materia: da un lato la democrazia è stato giudicato come un regime abbastanza razionale, ragionevole e legittimato con tanti argomenti a suo favore, mentre dall’altro i suoi avversari l’hanno denigrata contrapponendo a essa modelli alternativi di governo della società. Vi era sempre un gioco tra  progresso e reazione, parole ormai fuori uso, ma che una volta costituivano una dicotomia. Per cui, in passato, era facile essere amici e difensori della democrazia dato che si avevano di fronte questi avversari di vario tipo, spesso ottusi e violenti. Si pensi ai totalitarismi del Novecento o anche di quelle che si possono, in generale, chiamare forze conservatrici che, anche nei momenti migliori, hanno portato avanti una visione molto limitata dei compiti del governo democratico: volevano poco stato e molto mercato oppure molta proprietà e poco intervento pubblico nell’economia, o ancora accettavano la democrazia politica, ma con delle riserve di censo e di ceto.

Guardando retrospettivamente i tempi veramente felici per il regime democratico, nei paesi occidentali, sono stati limitati nel tempo. In particolare l’Italia ha vissuto, tra il secondo dopoguerra e l’inizio degli anni ottanta, la fase di complessivo consolidamento ed espansione della democrazia, diventata senso comune di massa, pur tra tanti rischi autoritari. Ci sono i partiti di massa, il sindacalismo e altre forme di associazionismo molto diffuso, i diritti politici sono, sia pure con eccezioni, sostanzialmente riconosciuti e così i diritti civili. Gli anni settanta sono un periodo di riforme che estendono il diritto di famiglia, il sistema sanitario, lo statuto dei lavoratori. Questi aspetti sono sintomi del fatto che il modo democratico di governare diventi plausibile e anche, tutto sommato, condiviso. Scompaiono anche dalla letteratura, o finiscono proprio ai margini, argomenti antidemocratici. Inoltre con il processo di decolonizzazione, a livello mondiale, molte ex-colonie assumono la forma di governo democratica. Sembra che il modello occidentale democratico si affermi nel mondo e su questo fiorisce una letteratura su una democrazia vincente, perché soddisfa bisogni in qualche modo antropologici di libertà, di desiderio, di benessere e di autocontrollo sulle proprie vite. Gli altri regimi politici non permettono questo e sembrano sempre più improbabili. Il crollo sovietico ha confermato ancora di più questo discorso, tanto che la democrazia, ancora da definire nei suoi contenuti, sembra diventare l’unico modello possibile. Si constata che, a partire da un certo momento, praticamente tutti i regimi politici si autodefiniscono democratici perché più o meno tutti prevedono: un processo elettorale, più o meno libero, e un parlamento che concede la fiducia a un governo. Sebbene non ci siano strutture normative e la divisione dei poteri in democrazia non funzioni, ad esempio che la magistratura sia asservita al potere politico, oppure che non regga lo stato di diritto in molti paesi (cioè non ci sia reale sostanza dei processi democratici all’interno dei vari paesi, compresa l’Europa), tutto ciò non scalfisce l’immagine di un modello democratico, astratto e generico, preferibile agli altri. La democrazia, che ha questa forma essenziale, sembra essere adottata da tutti, anche nei regimi che sappiamo essere autoritari. Quindi non ci si deve ingannare su questa espansione del modello democratico che può essere un evento dovuto a un’egemonia culturale, occidentale, sul mondo globalizzato che impone a tutti di adottare delle soluzioni istituzionali formalmente identiche e non dice niente sulla sostanza di come questa democrazia effettivamente funziona.

immigrazione

Rifugiati: la grande messa in scena

di Fausto Stocco e Luigi Monti

illustrazione di Manuele Fior

illustrazione di Manuele Fior

La cosiddetta crisi dei rifugiati non è certo la partita più complessa che l’Italia si trovi a gestire in questi anni. Non certo più complessa di quella del lavoro, per dirne una. Eppure è la questione che, anche in ragione dello scollamento tra la realtà e il modo in cui la raccontiamo, tra la realtà e gli strumenti che mettiamo in campo per farvi fronte, rischia di assestare i colpi più pesanti alla fragile tenuta sociale dei nostri territori, soprattutto dei comuni di media e piccola grandezza.

Prepariamoci al peggio. A meno che non cambi in fretta qualcosa, ci aspetta un periodo di grande tensione. L’irrazionalità delle politiche di accoglienza sta arrivando a un livello tale che il punto di rottura potrebbe essere dietro l’angolo. Non è difficile immaginarsi per l’immediato futuro episodi di violenza, alienazione, imbarbarimento delle relazioni sempre più frequenti. Episodi come quello del giovane gambiano che a Venezia si è suicidato buttandosi nelle acque del Canal Grande davanti a centinaia di turisti, in parte attoniti, in parte impegnati a filmare la scena col telefonino (vicenda la cui gravità è stata palesemente censurata dai media italiani, forse anche per evitare la reazione dei connazionali del ragazzo); o come il breve sequestro degli operatori della cooperativa che gestisce il centro di accoglienza di Cona da parte di un gruppo di profughi dopo la morte di una giovane ivoriana, avvenuta all’inizio dell’anno negli squallidi bagni chimici del campo.

A pensarci bene, è un vero miracolo se in quella struttura, come in decine di altri centri di prima accoglienza di dimensioni anche più ridotte, le tensioni a cui sono sottoposte le persone ospitate non siano ancora sfociate in atti di violenza più espliciti di quelli che abbiamo visto sinora. A essere alienante non è tanto, se non in casi limite, la condizione materiale di vita imposta alle persone in accoglienza, quanto quella bolla innaturale di attesa – l’attesa della convocazione della commissione, l’attesa del permesso, l’attesa del rinnovo, l’attesa dell’appuntamento in questura, l’attesa del pocket money, l’attesa del colloquio con l’educatrice… – che costruiamo intorno a loro, destinata a durare uno o due anni, completamente svuotata di relazioni normali, di occasioni autentiche di incontro, di conflitti “necessari”. Una grande messa in scena in cui tutti, assistiti e assistenti, hanno un copione preciso da recitare, al termine del quale, al prezzo di un enorme spreco di intelligenza e umanità, non si profila alcuna parvenza di integrazione, bensì, nella maggior parte dei casi, marginalità, esclusione, disadattamento, sfruttamento e, in misura crescente, irregolarità.