poco di buono

Giovannesi e Ferrente, due film da Napoli

di Paolo Mereghetti

disegno di Miguel Angel Valdivia

 

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Con approcci diversi – la finzione per Giovannesi, una specie di “auto-diario” per Ferrente – ma anche con ambizioni non paragonabili, La paranza dei bambini e Selfie (che il caso ha fatto selezionare in contemporanea al Festival di Berlino, il primo in Concorso dove ha vinto l’Orso d’argento per la sceneggiatura, e il secondo nella sezione collaterale Panorama) cercano di arrivare allo stesso obiettivo, quello di raccontare la Napoli di oggi e di ragionare sulle sue contraddizioni e tentazioni.

Affrontare Saviano e il suo romanzo omonimo, per Claudio Giovannesi, ha voluto dire, dopo Fiore, un salto di qualità per prima cosa produttivo e spettacolare. E non aver ceduto alla tentazione di “gomorrizzare” la storia, soprattutto dopo aver diretto un paio di episodi della serie televisiva (Divide et impera e Il principe e il Nano), è il suo primo titolo di merito. Perché, se la tela di fondo è quella della guerra per bande alla conquista del territorio, piuttosto che privilegiare l’ostentazione della forza o il fascino del potere il film punta a dare concretezza espressiva alla perdita dell’innocenza di tutta una generazione, a quella ricerca identitaria che spinge i giovani di Napoli a identificare la propria vita e il proprio destino con la lotta per la conquista dei simboli dell’abbondanza.

J’ aggia fatica’” Io devo lavorare. La frase che il giovane protagonista Nicolò dice al boss Copacabana e poi ribadisce all’amico Agostino segna la svolta drammatica del film e sintetizza perfettamente l’universo in cui si muovono i personaggi di La paranza dei bambini: lavorare per guadagnare, trasformarsi da “fottuto” a “fottitore” (come mostra senza bisogno di molti discorsi la doppia visita al negozio di felpe e scarpe griffate), e quindi entrare nella logica della malavita, dello spaccio, del controllo del territorio, della legge delle armi. Altro tipo di lavoro non è contemplato, anche se evidentemente esiste (la madre del giovane protagonista fa la stiratrice, il mercato sotto casa dimostra che esistono modi diversi di fatica’). Ma per il gruppetto di amici del rione Sanità al centro del film l’unica possibilità è quella di imboccare la strada che dovrebbe portarli a diventare loro stessi boss, a sfidare la legalità e dimostrare la loro supremazia territoriale.

Che altro potrebbero fare quando i loro quindici anni li spingono a far bella figura con le ragazzine che frequentano i locali alla moda e si vestono griffate? Il loro “fatica’” non può essere altro che fare soldi più in fretta che si può. Nel film questo percorso passa attraverso lo spaccio, la cocaina, le armi, l’ostentazione della ricchezza, ma diversamente da certa logica seriale e televisiva, si capisce che Giovannesi vuole prima di tutto evitare ogni tipo di spettacolarizzazione, anche a rischio di costruire il film rispettando un andamento “all’americana”, dove ogni scena è costruita per comunicare un “messaggio” allo spettatore e la verità sulla città rischia di attenuarsi. Quello che interessa al regista è scavare nei comportamenti dei suoi ragazzi, mostrare la discesa verso un Male sempre più invasivo, un gradino dopo l’altro, sempre più giù. Perché il film sta dalla parte dei suoi giovani antieroi nonostante tutto: nonostante i loro errori, nonostante la loro violenza, nonostante i loro miti sbagliati. Non li assolve, non li giustifica, ma ce ne mostra le ingenuità, le debolezze, i momenti di sorprendente candore (il litigio tra Nicola e il fratellino per le merendine). Giovannesi sa fermarsi prima di cadere nel sociologismo (anche se sa descrivere l’ambiente sociale in cui si muove: la visita al negozio di mobili), si tiene lontano dal meccanicismo causa-effetto, evita la retorica e il ricatto. Non ci sono “scene madri”, discorsi magniloquenti o programmatici. C’è solo lo squallore quotidiano di un mondo dove sono importanti i soldi e le armi. E dove alla fine il disordine morale non potrà che produrre violenza e morte.

L’approccio di Agostino Ferrente e di Selfie (che arriverà nei cinema italiani verso aprile-maggio) è completamente diverso. All’origine c’è la morte, nell’estate del 2014, di un sedicenne del rione Traiano, Davide Bifolco, ucciso durante un inseguimento da un carabiniere che l’avrebbe scambiato per un latitante in fuga. Per capire non tanto quel tragico fatto ma piuttosto il contesto in cui quella tragedia si era consumata, Ferrente decide di cercare nello stesso quartiere un sedicenne che possa raccontare la sua vita e lo trova in Alessandro, un ragazzo che lavora come inserviente in un bar del rione, a cui propone di filmarsi con uno smartphone: nessun soggetto particolare, solo l’impegno a tenersi sempre all’interno dell’inquadratura. Il giorno dopo, con Alessandro si presenta il suo più caro amico Pietro, anche lui sedicenne, anche lui “nemico” della scuola (Alessandro dice di averla lasciato dopo che una professoressa l’aveva obbligato a imparare a memoria L’infinito di Leopardi, Pietro non dàparticolari spiegazioni se non un generico disinteresse). Il sogno di Pietro è quello di fare il parrucchiere, ma non trova l’occasione per trasformare questa passione in lavoro retribuito.

L’estate lascia molta libertà ai due ragazzi (il padre di Alessandro ha lasciato da tempo la famiglia e si è trasferito altrove, quello di Pietro fa il pizzaiolo fuori città mentre la madre è in vacanza con gli altri due figli) e dopo le prime titubanze, i due smartphone che Ferrente ha dato loro diventano delle specie di appendici dei loro occhi: quello che vedono filmano, sempre con loro all’interno dell’inquadratura, protagonisti di un “diario quotidiano” che prende forma giorno dopo giorno, quasi a loro insaputa (anche se il regista non si limita a montare il materiale dei due ragazzi, ma lo organizza e lo indirizza, lo sollecita e lo stimola, stando però sempre fuori quadro).

Compiendo un ulteriore passo in avanti rispetto al precedente Le cose belle (dove tornava a filmare dopo dodici anni quattro ragazzi, registrando la fine dei sogni e delle ambizioni e rimarcando la sconfitta delle loro speranze), Selfie diventa così una specie di spontaneo e grezzo stream of consciousness dove si mescolano desideri e delusioni, voglie e frustrazioni di due sedicenni che hanno scelto di non seguire la strada di chi ha abbracciato l’illegalità. Ne esce una Napoli purgatoriale, lontana da ogni folclore nella sua normalità quotidiana, dove la quotidianità dei due ragazzi dà forma ai “valori” su cui possono costruire una vita. La loro e quella degli altri, perché Ferrente aggiunge alle riprese di Alessandro e Pietro anche alcuni “provini” che ha fatto quando stava ancora cercando i protagonisti del film, così da far interagire l’innocenza dell’adolescenza con l’agghiacciante “normalità” dei valori condivisi (Antonella: “Se mi innamoro di un uomo che finisce in carcere? Se lui mi vuol bene e io gli voglio bene lo aspetto. Se ho un padre che fa questa vita posso avere anche un marito”).

Pur lontana e assente dalle intenzioni dei due sedicenni, colpisce la realtà al cui interno si muovono i due protagonisti, la contiguità con chi ha fatto scelte diverse e la semplicità senza retorica di chi invece ha preso altre strade, sia che ne subisca in qualche modo il fascino (come Pietro che finisce per cedere alla curiosità di intervistare uno spacciatore o di riprendere le pistole in mano a degli amici), sia che invece, come Alessandro, pensa che la loro sola presenza possa sporcare quello che sta riprendendo. Ma soprattutto impressiona la loro tristezza sconsolata, la mancanza di un qualche sorriso sui loro visi, dove sembra trovare spazio solo la fatica quotidiana e la delusione per le speranze che non si concretizzano.

E alla fine, scandito dalle riprese impersonali delle telecamere di sorveglianza con cui Ferrente punteggia l’auto-diario dei due amici, a uscire è l’altra faccia della Paranza dei bambini, una normalità fatta di tempi morti, giri in motorino, festicciole di quartiere e minime occasioni sociali (la “serenata” che un padre ha organizzato per la figlia adolescente!), capaci però di mostrare – se non proprio di spiegare – l’abbandono cui è condannato chi è più debole e sta più in basso nella scala sociale, aspirante barbiere o fattorino di bar, a cui il silenzio della politica e la latitanza delle istituzioni ha tolto anche la voglia di sperare in un domani diverso.

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la poesia

Immagini e altre poesie

di Heiner Müller
traduzione di Anna Maria Carpi

Riproponiamo, per chi non le conoscesse, alcune poesie di Heiner Müller (1929-1995), grande drammaturgo tedesco del secolo scorso. Ultimo di una generazione che va da Ernst Toller a Bertolt Brecht, di cui può essere considerato il vero erede, Müller ha saputo rinnovare la scrittura teatrale, liberando il testo dalla sua sacralità. Autore di opere complesse e diacroniche (La missione, che collega Brecht a Büchner e Genet) e di riletture dissacranti di classici greci e shakespeariani (una su tutte, Hamletmaschine), ha raccontato il tempo e la politica della Repubblica democartica tedesca, entrando in contrasto con i vertici che l’hanno osteggiato e glorificato a fasi alterne. Le poesie qui selezionate sono tratte da Non scriverai più a mano (Ende der Handschrift), pubblicate da Scheiwiller nel 2007 e tradotte con cura da Anna Maria Carpi. Fortemente voluta da Durs Grünbein, è una raccolta di testi composti prevalentemente in tarda età, in cui Müller testimonia il disfacimento dell’ideale comunista e la caduta del Muro con ironia, crudeltà e senso della Storia. Strumenti utili a orientarci in un presente altrettanto lacero e sconfortante. (Gli asini)

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Immagini

Le immagini significano tutto all’inizio. Si conservano.

Sono spaziose.

Ma i sogni si condensano, diventano figura e delusione.

Già il cielo non serba più immagini. La nuvola che fa

l’aereo:

una scia di vapore che toglie la visuale. La gru ormai solo

un uccello.

Perfino il comunismo, l’immagine finale, sempre

rinfrescata

Perché lavata di continuo col sangue, il quotidiano

Lo liquida con spiccioli, opachi, dal sudore accecati

Rovine i poemi, come corpi, a lungo amati e ora

Fuori uso, sul cammino della stirpe non infinita

Che ha sempre bisogno di qualcosa

Fra i versi un lamento

Su ossa dei portapietre felice

Poiché il bello significa la possibile fine degli spaventi.

 

Lettera di Capodanno 1963

Un anno si è chiuso con fragore

Di campane e di fuochi artificiali. Il giornale

Che sarà recapitato entro un’ora

A te nella tua città a me nella mia

Da una vecchia dai piedi decrepiti

Tre figli perduti ma ancora nessun giornale

das reich neues deutschland

rheinischer merkur

Annuncerà come sempre un anno migliore

E il nero sul tuo giornale lo sai

È il bianco sul mio giornale lo sappiamo

Sempre di nuovo traverso il confine ricresce l’erba.

E l’erba va strappata

Sempre di nuovo ricresce traverso il confine

E il filo spinato dev’essere ripiantato

Sempre di nuovo con lo stivale chiodato

io sono lo stivale che pianta il filo

spinato

Davanti alla mia finestra su un albero del parco

Sola come un ubriaco verso mattina

Strepita sbattendo le ali una vecchia cornacchia

Gli spazzini all our yesterdays

Hanno iniziato a lavorare

Certe cose ritornano e certe no

II cuore è un cimitero ben spazioso

nel parco i pioppi fremono

chi abita nella mia fronte

 

Brodo di avi

Mortale per gli uomini il troppo rapido moltiplicarsi

Ogni due nascite una morte si ammazza troppo poco un

regalo

Ogni vulcano una speranza lode ai tifoni

Non Gesù ma Erode sapeva le vie del mondo

I massacri sono investimenti per il futuro

Dio non è uomo né donna è un virus

Malattia che ti avvezza all’umiltà

Della carne sotto terra

Nell’ansito dei bronchi

La voce del dì del Giudizio

Sullo spiegel parlano

Della difficoltà crescente in tutto il mondo

D’eliminare i nostri rifiuti dispersi

Detti concime per fiori nella poesia romantica

I morti allattavano i nipoti al chiaro di luna

E dal sole non veniva alcuna minaccia

brodo di avi di odierni becchini

Ammalati di medicine impestati di progresso

Devastiamo a morte il nostro ambiente, ambiente

Che parola noi siamo il centro radioso

Diverso si vive sapendo che si è veleno

E diverso si vive se l’uomo ha bisogno dell’uomo

morte ai nipoti Meglio che rivoltiamo il tempo

Il nostro patrimonio è la morte e niente più nascite

 

Lamento dello storiografo

Nel quarto libro degli annali Tacito lamenta

La durata del tempo di pace, interrotto soltanto

Da stupide guerre di confine, e lui si deve contentare

Di descrivere quelle, pieno d’invidia

Per gli storici prima di lui

Che avevano a disposizione guerre mammuth

Condotte da imperatori per cui Roma non era abbastanza

popoli soggiogati, re prigionieri

Rivolte e crisi di Stato: una buona materia.

E Tacito si scusa coi suoi lettori.

Io da parte mia, duemila anni dopo di lui

Non ho bisogno di scusarmi e non posso

Lamentarmi che manchi della buona materia

16.8.1992

Müller allo Hessischer Hof

Al ristorante dell’albergo l’innocenza dei ricchi

Lo sguardo disteso sulla fame del mondo

Io casco fra due sedie Il mio sogno

La gola rugosa alla vedova del tavolo accanto

Tagliarla col coltello del cameriere

Che sta tagliando per lei il lombo d’agnello Ma io

Non taglierò nemmeno questa gola

Per tutta la vita non farò mai una cosa del genere

Non sono Gesù Che porta la spada Io

Le spade le sogno Sapendo che più a lungo di me

Durerà lo sfruttamento cui partecipo

Più a lungo di me la fame che mi nutre

E i poeti Io so mentono troppo

Villon poteva ancora blaterare

Contro nobili e clero non aveva né letto né sedia

E conosceva le carceri da dentro

Brecht mandò Ruth Berlau in Spagna e scrisse

In Danimarca i fucili della signora carrar

Gorkij viaggiando per Mosca su un tiro a due

Odiava la povertà perché umilia Ma perché

solo i poveri Majakovskij si era già ridotto

Al silenzio col revolver

Le menzogne dei poeti sono consunte

Dagli orrori del secolo Agli sportelli della Banca

Mondiale

Il sangue seccato odora di trucco freddo

L’orrore del potere è la sua cecità

Il barbone che dorme fuori dall’esso snack & shop

Smentisce la lirica della rivoluzione

Gli passo davanti in taxi Me lo posso permettere

Benn aveva un bel dire Con le sue poesie

Non ha guadagnato un soldo e sarebbe

Crepato senza le malattie veneree e della pelle

La notte in albergo la mia ribalta

Non è più in funzione Insensati

Arrivano i testi la lingua si rifiuta all’endecasillabo

Allo specchio vanno in pezzi le maschere Non

Un attore che mi accetti il testo Io sono il dramma

müller lei non è un oggetto poetico

scriva prosa La mia vergogna ha bisogno della mia

poesia

Francoforte, 3. 10. 1992

 

Sguardo estraneo: congedo da Berlino

Dalla mia cella davanti al foglio vuoto

In testa un dramma per nessun pubblico

Son sordi i vincitori muti i vinti

Sguardo straniero su città straniera

Giallogrigie le nubi passano alla finestra

Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino

14.12.1994

 

Non scriverai più a mano

Ultimamente quando voglio metter per iscritto

Una frase una poesia una saggia massima

La mia mano si ribella alla coazione di scrivere

Cui la mia testa vuole sottometterla

La scrittura diventa illeggibile Solo la macchina da scrivere

Mi salva dall’abisso dal silenzio

Che è il protagonista del mio futuro

1995

 

***

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Educazione e intervento sociale

Le verità vanno controvento

di Elisabetta Tomazzolli

Maya Hayuk

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Lorenzoni ci porta ancora a Giove, tra le colline dell’Umbria, in una nuova avventura pedagogica. I protagonisti sono sempre loro, i bambini della scuola elementare del paese. Da vent’anni il maestro li accompagna dalla prima alla quinta, difendendo l’ormai così rara continuità educativa di una classe. Le pagine di I bambini ci guardano (Sellerio) segnano però questa volta un’interruzione: il congedo dalla scuola del maestro (ma non, ci auguriamo, da avventure pedagogiche altre). È il libro della resa dei conti, del mettersi in rapporto con un impegno durato molti anni. L’impegno ad ascoltare e rispondere allo sguardo dei bambini e l’impegno a educare per primi noi adulti all’assunzione delle nostre responsabilità, una cosa che in Italia si dovrebbe appunto imparare fin dai banchi della scuola perché è un valore, come dichiarava Mario Lodi nel bel documentario di Vittorio De Seta. Ma la resa dei conti, per un maestro “consapevole dell’assoluta relatività di ciò che si prova a costruire a scuola”, è fatta anche di questioni irrisolte e di sconfitte: “con Ale sento che non ho saputo osare a sufficienza, non ho saputo spostarmi davvero da dove ero” e “ma io, oggi, ho ancora una grande visione da proporre e condividere con le bambine e i bambini con cui lavoro?”. Sì, ciò di cui abbiamo più bisogno sono grandi visioni.

Con cura, scrive Lorenzoni, noi adulti dobbiamo accompagnare gli sguardi dei bambini “rivolti alle tragedie e alle meraviglie che abitano la terra”. E da dove lo sguardo al mondo può spaziare, vasto e profondo, se non da seduti sulle spalle dei giganti? Giotto, Socrate, Ipazia, Gandhi, Martin Luther King, ma anche Alex Langer, Malala e l’attivista africana Leymah Gbowee fanno da mentori lungo la strada della conoscenza. Ci insegnano ad attenuare i pregiudizi che tutti noi ci portiamo, spesso inconsciamente, addosso e sulle loro spalle impariamo a guardare oltre. “Caro San Cristoforo”, scriveva Langer, “la tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offre una bella parabola della ‘conversione ecologica’ oggi necessaria”. Attuale, emblematica e fondamentale appare in questo contesto la frase con cui Diego, in quinta, riflette sul senso della parola verità: “Forse le persone preferiscono la bugia semplice, comoda, invece della verità scomoda”. Considerazione che potrebbe aprire un intero corso in tutte le università, ma che ovviamente è troppo scomoda anche in molti di questi ambienti.

Il dialogo è la chiave di tutto questo libro, così come di tutto il pensiero pedagogico di Lorenzoni. “Ci siamo seduti in cerchio a terra, come facciamo sempre”. Quella di cui Lorenzoni racconta, attraverso i dialoghi da lui fedelmente registrati e trascritti come fa da quarant’anni, è una scuola che si occupa dei problemi sociali e che cerca a questi delle soluzioni. Il maestro ascolta monologhi e dialoghi dei bambini e, allo stesso tempo, con un orecchio sta attento a ciò che accade fuori, nel mondo. Il dialogo è allora la risposta all’“intollerabile atrocità”, al “vento dell’intolleranza”, alle “discriminazioni crescenti”, ai “nuovi veleni”, agli “umori aggressivi”, al “rancore sociale cresciuto negli anni della crisi”. E sono sempre davvero grandi i pensieri che Lorenzoni sparge nel libro, sono pensieri che si spostano continuamente su più punti di vista, in un viaggio che Buber chiamava sperimentare l’altro lato in una relazione di inclusione. E di cosa si dovrebbe parlare quando si parla di scuola se non di “quanto sia difficile dare vita in questo tempo a piccole comunità capaci di ascolto reciproco”?

Racconta anche di sé Lorenzoni, della sua famiglia e dei suoi stessi limiti che come persona si trova a fronteggiare. Lo fa attraverso le storie: tramandate oralmente, autobiografiche, inventate, lette nei libri. Tutte concorrono alla creazione di un pensiero pedagogico complesso, proprio quello di Morin, che tutti dovremmo sforzarci di applicare ogni volta che guardiamo al mondo con i nostri occhi adulti, l’unico che non ci fa cadere in “facili soluzioni” o scivolare verso “un unico punto di vista”. L’unico che porta un approccio educativo transdisciplinare dove “la matematica può facilitare un uso corretto del linguaggio”, come sosteneva l’amica Emma Castelnuovo. La vera conoscenza inizia nel complesso mondo fuori dalle mura scolastiche. Dentro la classe viene poi elaborata per ritornare al mondo reale, per migliorarlo. Le porte della scuola di Giove sono aperte a genitori, amici, richiedenti asilo, alla comunità intera perché la scuola è educazione alla convivenza e alla convivialità, come direbbe Illich.

Questa è per Lorenzoni la scuola “una esperienza educativa controvento”, come sottotitola il libro. Controvento perché basa l’educazione sul dialogo e non su “verifiche e interrogazioni che somigliano al vomito”. Controvento perché “consapevole dell’assoluta relatività di ciò che si prova a costruire a scuola” e perciò aperta alle sconfitte. Controvento perché le distanze sociali e biologiche vengono attenuate cercando “alleati nel tempo, nello spazio e nel ritmo”. Controvento perché è contro le schede e i libri preconfezionati all’interno dei quali si perpetua il programma (dover seguire il programma, essere indietro col programma, gli altri sono già ai romani e noi no), di continuo rievocato da insegnanti e genitori. Controvento perché si impara dagli animali a “sospendere il giudizio”, e con esso la paura di essere giudicati. Controvento perché inattuale, come voleva Bertin. Controvento perché sono anche i bambini a decidere cosa si fa, come quella volta in cui “Emilia e Maia propongono di inventare tutti insieme una storia”. Controvento perché parte dalla realtà dei bambini: non ci sono passaggi astratti per spiegare i problemi, ma sempre la realtà di cui i bambini possono fare esperienza diretta, perché “quella scoperta appartiene all’intera classe, perché è stata accompagnata da una salutare fatica compiuta da tutti”. Controvento perché non finisce a giugno e ricomincia a settembre. Controvento perché si scrivono e spediscono le lettere, si educa all’attesa. Controvento perché in questa esperienza educativa, come sosteneva Hannah Arendt, “nessuno ha il diritto di ubbidire”. Controvento perché segue il ritmo del lentius, profundius, suavius di Alex Langer…e della lumaca di Zavalloni! Controvento perché la matematica e la grammatica non fanno soffrire: come potrebbe far soffrire la matematica che “si nasconde dentro le mutande di un omino o sotto i piedi, dentro le scarpe di un adulto, dentro un albero, dentro le foglie”?…(ma è un passo tratto da un libro di Rodari? Ah no! L’ha scritto Dalila in prima elementare!). Controvento perché il teatro viene usato per dire la verità. Controvento perché contro la retorica dei buoni sentimenti. Controvento perché è una scuola che aiuta i bambini come Ale e Luigi, al grido montessoriano (o, meglio, al sussurro): “Aiutami a fare da solo”. Controvento perché si crede nella possibilità di cambiare il mondo “dando ragione non a uno ma a due” come faceva Gandhi.

Nietzsche si chiedeva quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Lorenzoni dimostra quanta ne possano sopportare e osare i bambini, guardando questo nostro mondo adulto.

***

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Gigliola Venturi partigiana, traduttrice, etc.

di Sara Honegger

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Gigliola Venturi appartiene a quel gruppo di donne, a lungo rimaste nell’ombra della Storia, che presero parte attiva alla Resistenza e ne portarono poi i valori negli anni della Repubblica. Già all’indomani della sua morte, avvenuta nel 1991, Goffredo Fofi aveva sollecitato le femministe e le storiche che si occupano di storia sociale a studiarne il percorso e l’impegno. Lo ha fatto invece, a distanza di quasi trent’anni, lo storico Aldo Agosti in un breve saggio dal titolo Quel mare di locuzioni tempestose. Vita e traduzioni di Gigliola Venturi, pubblicato l’anno scorso sulla rivista online “Tradurre” (https:// rivistatradurre.it/ 2018/05/quel-mare-di-locuzioni-tempestose/). C’è di che essergliene grati e al suo lavoro rimandiamo calorosamente chiunque abbia voglia di ripercorrere pezzi importanti della storia d’Italia attraverso una donna dai molti percorsi: una “vita ricca, straordinaria, intensa, anche tragica, come attesta la decisione assunta di porvi fine di propria volontà”.

Perché ricordarla proprio adesso? Basterebbe forse rispondere con le parole di Jurij Trifonov, uno dei tanti scrittori russi da lei tradotti: “È necessario ricordare? Dio mio, è altrettanto sciocco come dire: è necessario vivere? Ricordare e vivere è tutt’uno, così legato che non si può distinguere l’uno senza distruggere l’altro, e tutto insieme compone un certo qual verbo, che non ha definizione” (Il tempo e il luogo, Editori Riuniti 1983). Questo “qual verbo” è il filo rosso che attraversa il lavoro curato e affettuoso di Agosti, che pur centrato sull’attività più conosciuta di Gigliola, vale a dire la traduzione e il lavoro editoriale, non dimentica gli anni giovanili da partigiana, l’impegno sociale, la relazione amorosa che sempre intrecciò con la poesia, pubblicando due raccolte a fogli liberi, sì che ogni lettore potesse ordinarle secondo la propria sensibilità (Come un albero sono, 1977; Manate di colombi sembravano, 1981. Una terza raccolta uscì postuma, a cura del marito Franco, nel 1991, Paglia a paglia per le edizioni Scheiwiller). Ne esce il ritratto vivo di un’intellettuale complessa, appassionata, immersa nelle ragioni del proprio tempo, tanto più essenziale quanto più il nome di Gigliola ha rischiato di venire inghiottito – non lo si trova, ad esempio, nell’archivio “Donne e uomini della Resistenza” dell’Anpi – dalla fatica di ricordare ciò che realmente avvenne fra la fine di una dittatura e la nascita di una Repubblica, fra la morte di milioni di persone e le speranze che gli uomini e le donne della lotta affidarono alla Carta costituzionale.

Ma non è solo per necessità di memoria che il lavoro di Agosti risulta oggi particolarmente significativo. In tempi in cui è così difficile, per le persone come per i gruppi, ritrovare la possibilità di fare, di agire al di fuori del perimetro della propria individualità, ognuno con le possibilità e il potere di cui dispone, vite come quelle di Gigliola indicano delle strade, un’energia, una caparbia volontà. In altre parole, restituiscono a ognuno la responsabilità dell’azione. Dolcissima e violenta, Gigliola era nata Roma nel 1917. Sorella di Altiero Spinelli, il cui nome è inciso a grandi lettere sul palazzo del Parlamento Europeo a Bruxelles, conobbe Franco Venturi – destinato a diventare uno dei maggiori storici nel ‘900 – durante la Resistenza. Di quel periodo così importante e vitale, parlava poco e con pudore. Come ricostruisce Agosti, è stato soprattutto grazie ai ricordi di altri (Alessandro Galante Garrone, Leo Valiani, Ada Gobetti) che se ne sono potuti comprendere l’audacia, il coraggio temerario, il “gusto del rischio” e della ”beffa”, il “sarcasmo irridente”.

Assai più noti, anche per la mole di documenti lasciati, il suo lavoro editoriale e il suo impegno sociale, fin dal primo dopoguerra. Su entrambi Agosti ha raccolto il materiale necessario a restituire modalità di lavoro costanti: l’attenzione ai dettagli senza mai perdere la visione di insieme; il gusto, e al contempo la pignoleria su ogni singola parola; l’utilizzo di ogni risorsa a sua disposizione per raggiungere risultati eccellenti; la perseveranza, l’ostinazione. Appreso il russo – e la verità sul comunismo reale – a Mosca, dove era andata con Venturi, addetto culturale dal 1946, divenne traduttrice di valore, facendosi carico, nel tempo, di portare autori e visioni editoriali a Einaudi, La Nuova Italia, Mondadori, Editori Riuniti, Adelphi. Una mole di lavoro impressionante – fra i volumi più noti le Antiche fiabe russe raccolte da Afanas’ev (Einaudi), le lettere di Cechov (Vita attraverso le lettere, Einaudi), Cime abissali di Zinov’ev (Adelphi) – che spaziò anche oltre i confini della letteratura russa.

Uno dei contributi più importanti alla cultura pedagogica novecentesca ci arriva infatti grazia alla cura che Gigliola profuse in una nuova edizione dei Quaderni di San Gersolè (Il libro della Natura, Einaudi 1963), che restituisce l’impressionante lavoro educativo basato su una scrupolosa osservazione del reale svolto da Maria Maltoni. Come Agosti segnala fin dalle prime pagine, i bambini hanno occupato sempre uno spazio importante nella sua vita. E con loro le donne. Seppur non risulta partecipasse al femminismo militante (ma nel 1984 pensava di tradurre l’importante Ginecology, della filosofa femminista Mary Daly), diceva di essere diventata femminista all’età di sei anni, forse a causa di vicende familiari che Agosti tratta con estrema delicatezza; e difatti alle donne pensa fin dal primo dopoguerra, come racconta la lettera a Ernesto Rossi (15 settembre 1945) che Agosti riporta per esteso. La “terribile Gigliola” – così si definisce – chiede aiuto per aprire a Torino dei nidi, lasciando così alle donne qualche ora di tempo “per occuparsi del loro sviluppo in tutti i campi”.

Sono i primi segnali di quell’impegno civico che porterà Gigliola a lavorare per molti anni a sostegno del lavoro che Danilo Dolci conduceva in Sicilia. Dapprima diede vita al Comitato amici di Trappeto, un comitato tutto femminile dove era riuscita a raggruppare molte compagne dell’antifascismo; poi fu promotrice e segretaria dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais), radicata in molte città italiane, il cui scopo sociale si formalizzò davanti al notaio nel 1959: “lo studio e la realizzazione di progetti di sviluppo sociale ed economico delle aree depresse del mezzogiorno d’Italia sollecitando l’iniziativa e le risorse locali”. Vale la pena riportare, per l’estrema attualità, anche quanto Agosti cita rispetto alle motivazioni che separarono poi l’Ais dal lavoro di Danilo Dolci, sempre più preso dal proprio ruolo di testimone: “La denuncia è utile solo se accompagnata da un’opera costruttiva e continuativa”. Non fu un lavoro svolto solo a tavolino pubblicando bollettini e scrivendo lettere, ma un andare su e giù per l’Italia sollecitando, intrecciando, persuadendo della necessità di agire, adoperando tutte le conoscenze e le forze di cui disponeva.

Ho avuto la fortuna di conoscere Gigliola quando ero bambina e di averne avuta, per ragioni che tutt’oggi mi sono misteriose, l’amicizia. Come tanti adolescenti, ero alla ricerca di figure adulte alternative ai genitori. E come tanti adolescenti, scrivevo poesie che lei si prendeva la briga di correggere a matita, suggerendo versioni alternative, cancellature, ripensamenti, riflessioni. Conservo ricordi precisi dei giorni che ho avuto la fortuna di trascorrere con lei, così come le lettere e le cartoline che mi spediva da luoghi lontani – Chicago, soprattutto, da lei molto amata, dove imparò l’inglese – con le quali mi spronava, sempre in quel suo modo canzonatorio e divertito, a prendere poco sul serio me stessa e molto il tanto che c’è da fare. Dei tanti affettuosi e ironici consigli che dava a una adolescente piuttosto confusa, uno mi pare adattissimo ai tempi: “Ricordati che non si fa della propria vita una ‘vita riuscita’. È più che sufficiente farne una vita”.

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poco di buono

Da Cuba a Mompracem

di Fabian Negrin

Riprendiamo dall’ultimo bellissimo numero di “Hamelin” (Parole d’autore. Voci sul mondo dell’infanzia) il racconto di Fabian Negrin sulla sua infanzia argentina, tra Salgari e Guevara…

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In quei giorni lontani tutta la mia famiglia era di estrema sinistra, in un modo così furibondo che messo vicino a noi Curcio sarebbe sembrato un agente della Cia. Gli avremmo urlato “Renato, eres un vendido al imperialismo yanky!” chiudendogli la porta in faccia. I miei genitori, le mie zie, i miei zii, gli amici di famiglia si contendevano ogni sottocategoria possibile della lotta armata: guevaristi, leninisti, comunisti ortodossi, trotskisti, peronisti di sinistra, vietcong, e nel mio piccolo anch’io ero marxista, un marxista-salgariano, vivevo per Sandokan e Sandokan viveva in me.

Raúl, mio padre, chiamato dai suoi amici El negro e dai suoi fratelli maggiori Negrito, era un rivoluzionario professionista e ci aveva abbandonato per fare La Revolución. Io sospetto che c’entrasse un’altra donna e conoscendo bene mia madre glielo auguro, ma comunque era andato a Cuba ad addestrarsi come guerrigliero. In quell’epoca non era un viaggio semplice, dall’Argentina bisognava andare fino in Europa, attraversare la cortina di ferro e solo da lì (da Praga, Berlino Est o qualche dogana disponibile a non lasciare sul passaporto il pericoloso timbro che denunciasse il viaggio nel paradiso comunista) mio padre aveva volato verso l’isola di Cuba, Primer territorio libre de América! In qualche punto del tragitto El negro aveva comperato una cartolina e me l’aveva inviata, da un lato c’era la fotografia di un cervo in mezzo al bosco e dall’altro l’annuncio dell’acquisto dell’animale per regalarmelo. Ricordo il misto di gioia e incredulità. Come avrebbe fatto mio padre a trasportare il cornuto animale dall’altro lato del mondo? La menzogna è il modo che noi adulti abbiamo trovato per comunicare con l’infanzia. Fortunatamente, come dice Remy Charlip, il mio animale preferito era la tigre. Il mondo è il posto che i bambini hanno inventato per salvarsi dagli adulti.

Per gli stessi motivi – diciamo di formazione – zio Manolo era andato a Cuba. Un aneddoto che circola in famiglia racconta che lui e altri rivoluzionari argentini avessero avuto un fugace incontro con el Che Guevara in persona e che costui avesse detto loro “Tutti noi che siamo in questa stanza saremo uccisi, ma La Revolución trionferà!”. Quanto intrinsecamente salgariana suona quest’affermazione. Se col senno di poi è facile dire che l’ultima parte della frase era sbagliata, el Che aveva ragione sulla prima, lui morì, zio Manolo morì, molto probabilmente lo stesso successe agli altri presenti e pure al Negro lo uccisero.

Così come io appartengo all’ultima generazione dei suoi lettori voraci, prima Salgari era stato divorato da altre due o tre generazioni dalla Patagonia fino al Messico. Sono incline a pensare che la figura di Sandokan si fosse annidata nelle menti di tanti giovani latinoamericani in modo tale che quando, sul finire degli anni Cinquanta, el Che ha fatto la sua comparsa sulle scene, questi abbiano potuto riconoscere immediatamente il loro capo, come se la Tigre malese fosse stato il Giovanni Battista annunciante l’arrivo del Cristo Che: gli stessi lunghi capelli neri e selvaggi, la stessa determinazione ribelle A vencer o morir! nella lotta contro l’imperialismo, bisognava solo sostituire il basco al turbante, il fucile al kriss, gli inglesi agli americani, la giungla era la stessa, la bandiera sempre rossa.

Mi spingerei a dire che in ogni paese dove Salgari è stato letto con amore prima o poi è nata una guerriglia guevarista, pardon, salgariana. L’Inghilterra e la Francia se la sono persa questa storia, salvate da Conrad e Dumas coi loro eroi in apparenza più ubbidienti e pettinati.

Le copertine argentine dei libri di Salgari che leggevo erano ancora quelle disegnate da Pablo Pereyra negli anni Quaranta-Cinquanta. Erano, sono ancora, meravigliose:

 

In Italia in quegli anni – in realtà un po’ dopo – con il grande Alberto Della Valle e gli altri della sua generazione morti o inattivi, direi che l’unico illustratore a fare di meglio sia stato Carlo Jacono per le Edizioni Accademia Grandi classici:

Oggi la situazione, visibilmente regredita deborda frigidità e sciatteria:

L’interno di quei vecchi Salgari che leggevo erano corredati da disegni al tratto blu o rosso invariabilmente piazzati lontanissimo dal punto narrativo che descrivevano, questa stramba disposizione delle immagini è stata un altro dei misteri della Giungla nera su cui mi arrovellavo: perché il Tremal-Naik disegnato mentre lotta coi Thug è a qualche decina di pagine dal corrispettivo brano di testo?! Oggi anch’io faccio disegni per libri e conosco la risposta, ma ahimè, too late, non trovo più la via per Mompracem.

A comperarmi questi libri erano Carozo e Chela, i miei zii peronisti di sinistra con vaga simpatia maoista. Architetti e cinefili, con Carozo guardai centinaia di film mentre devo a Chela Pink Floyd e Crosby, Stills & Nash. Casa loro era un coagulo della cultura pop dell’epoca, poster di Aubrey Beardsley e Peter Max, le riviste “Domus” e “L’Architecture d’Aujourd’hui”, libri di semiotica e Marcuse, e quando gli squadroni della morte non trovando i miei zii a casa gliela incendiarono, fra la loro camera da letto e il bagno rimase una coltre di romanzi di fantascienza metà carbonizzati dai fascisti e metà bagnati dai pompieri. Spesso il profumo di bruciato mi porta in mente Bradbury, non per il suo romanzo Fahrenheit 451, ma perché era l’autore che stavo iniziando a leggere all’epoca e che l’incendio cancellò in una notte. Si potrebbe dire che anche i fascisti indirizzarono le mie letture.

Nelle riviste italiane e francesi di architettura che sfogliavo (soprattutto per la stravaganza di vedere pagine stampate in altre lingue in un paese dove nessuno sapeva una sola parola straniera) si trovavano i lavori di quei gruppi radicali come Archigram e Superstudio che a un bambino curioso sapevano dire molto. I loro progetti di città che camminavano o che continuavano a vivere nel lusso anche se sommerse dalle acque, non erano tanto lontani dai vecchi fumetti di Flash Gordon o dalla sensazione di mistero che davano le copertine della collana Minotauro (negli anni Settanta la cosa più moderna nelle librerie argentine):

Oggi credo che queste immagini fossero per me pregne di arcani solo perché la gran parte delle immagini in circolazione erano l’opposto, più classiche, figurative, disegnate bene (come minimo alla Pablo Pereyra, ma via, anche una ben più moderna copertina dei Beatles era tratteggiata – da Klaus Voormann – coi fiocchi).

Le copertine salgariane riuscivano a svegliare in me la voglia di imparare a disegnare, mentre quelle della collana Minotauro (più razionaliste, munariane, definiamole come volete) erano capaci d’altro, ma non di quello. Forse per gli eventuali disegnatori di domani sarebbe più proficua la varietà di proposte di allora che non la dittatura moderna di oggi, perché il passaggio di torcia da una generazione di disegnatori all’altra – una sorta di contagio – si è sempre effettuato attraverso l’esempio, prima da imitare, poi da superare, dunque più alti e vari gli esempi, più sfolgorante sarà il fuoco. Come fa un bambino o un ragazzo che ha la mano oggi a educare l’occhio? Guardando cosa?

Oltre alle tigri di Sandokan, gli uccelli erano gli animali che amavo di più, anche se può essere impreciso chiamare amore la perenne smania di intrappolarli, te lunghe passeggiate per la pampa con una fionda e le tasche piene di sassi cercando di colpirli o di rubar loro nidi e nidiate. Ma poi chi sa veramente cos’è l’amore. Frutto di questa passione, nell’anno di grazia di 1973, anno che vide un Gobierno del Pueblo amnistiare i detenuti politici, mio zio Sidel frequentò largamente la nostra casa, dedito a costruire (e a qualcuno potrà sembrare paradossale per uno appena uscito di prigione) una gigantesca voliera. Aveva partecipato alla più grande rapina a mano armata dell’Argentina, lo svuotamento della banca permise al Partido Revolucionario de los Trabajadores di preparare la lunga e sanguinosa guerra de guerrillas che seguì e che lo tenne in cella per diversi anni. Carozo, sempre propenso a romanzare (ma non direi a mentire), mi raccontò che dopo il successo della rapina Sidel fu catturato dalla polizia perché, nonostante sapesse che un suo compagno era stato arrestato e che sotto tortura avrebbe probabilmente denunciato i complici, decise di farsi un bagno. Con lusso di dettagli Carozo ricreava una comica di Charlot (della quale lui non era stato testimone oculare) dove la polizia faceva irruzione mentre il rapinatore si insaponava la schiena seduto nella vasca. O raccontava come la cellula rivoluzionaria preparasse il colpo andando a vedere film polizieschi. O come nell’azione fosse stato invischiato anche El negro, che Sidel non denunciò quando a sua volta fu torturato. Era l’anno in cui mio zio costruì la voliera e mia sorella ne aveva sei ed è lì che successe. Lei cercò di raccontare l’accaduto al compimento del diciottesimo compleanno, ma nostra madre le chiese di stare zitta. Quando finalmente, molti anni dopo, la notizia circolò in famiglia i parenti si divisero fra credenti e increduli. Carozo mi disse di sospettare che Sidel avesse in qualche strano senso recuperato il debito che nostro padre (già morto) aveva con lui per non averlo denunciato. Anni dopo Carozo diventò incredulo: “Tua sorella è sempre stata
una bugiarda”. Solo Salgari insegna a sopravvivere a una famiglia di estrema sinistra.

L’amnistia liberò anche mio zio Manolo e io gli chiesi di farmi entrare nel suo gruppo guerrigliero. “Devi aspettare di compiere quindici anni” rispose. Era l’epoca in cui i miei soldatini erano contaminati dalle manifestazioni e dagli omicidi che facevano dell’Argentina una sudamericana repubblica di Weimar. Disegnavo piccoli striscioni con pugni chiusi e sigle delle organizzazioni guerrigliere che preferivo, di solito le più minoritarie e misteriose: l’Erp (Estrella Roja) oppure le Fuerzas Armadas de Liberación (e anche nella guerra del Vietnam preferivo i compagni del Pathet Lao che non i troppo alla moda vietcong). Comunista sì, ma snob anche.

La mia infanzia finì quando i miei soldatini di plastica si negarono di continuare a parlarmi e Cuba si presentò per l’ultima volta nella mia adolescenza. All’epoca io e mia zia Delis effettuavamo ogni sera una lunga preparazione per andare a dormire e a turno ci scoprivamo l’un l’altra. Col senno di poi trovo nei fatti più gentilezza che malizia, una specie di mutuo soccorso che non riesco a separare dalla mia educazione visiva. Una sera in cui uscivo dal bagno travestito/svestito da Thug, un asciugamano alla vita e uno in testa, mi chiamò: “C’è Fidel alla radio!”. Un miracolo delle onde corte ci portava la sua voce barbuta e accendeva un fuoco sovversivo in mezzo alla stanza mentre i vampiri graffiavano la porta. Mi sedetti ad ascoltare per terra in modo che lei potesse apprezzare da vicino la mia revolución trionfante, forse non proprio quella predetta dal Che, ma che Delis, ipnotizzata, capiva. “Com’è cresciuto suo nipote, compagna!” cantava Fidel ai microfoni di Radio Mompracem.

Quando i militari invasero le Malvinas/Falkland io ero già lontano, appena in tempo schivata la naia, così loro furono, per me, soltanto un altro racconto guerriero e col tempo finirono per raggiungere le altre due isole e diventare una sola, perduta e irraggiungibile, isola che non Che.

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