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“Robinson” nell’isola sovraffollata: di tutto e di più, cioè niente

Illustrazione di N. C. Wyeth

Illustrazione di N. C. Wyeth

di Goffredo Fofi

È nato “Robinson”, supplemento letterario di “la Repubblica” che, chi vorrà e ci si augura non siano tanti, potrà comprare la domenica accluso al quotidiano e al settimanale “L’Espresso”, che nessuno vuole più e che è dunque gentilmente imposto ai lettori del quotidiano con un sovrapprezzo significativo. Di che si tratta? Banalmente, di chiacchiericcio del dì di festa per lettori avidi del pettegolume e aggiornamento giornalistico e radiofonico e televisivo, in un paese in cui la metà della popolazione e forse di più vive direttamente o indirettamente, in senso più o meno lato, di “cultura”.

La prima constatazione è che la montagna ha partorito un topolino. Ma no! Si tratterebbe ancora di qualcosa di vivo; la montagna ha partorito invece una marea di insettucci fitti fitti, che si accavallano ordinatamente nelle gabbie previste da un grafico demenziale, pagato certamente, per quest’orrido progetto, a peso d’oro. (Sarebbe bello poter sapere quanto.)

Come in altri ambiti, l’apparenza è tutto e ciò che conta è la confezione, non quello che c’è dentro. Sia le parole che le immagini sono messe a servizio dell’apparenza grafica, incasellate, mortificate, i testi in corpi tipografici minimi, le immagini perlopiù in formato francobollo. I testi sono veloci veloci (unica eccezione, ma comprata all’estero, quella di Toni Morrison), e le firme le solite, il solito Baricco (uffa!), il solito Saviano (uffa!) e i loro invidiatori in carriera, giovani scrittori e giornalisti ambisesso smaniosi di farsi strada dentro un quarto potere che non conta più niente e lo sa bene, perché è al cento per cento al servizio di chi ha i soldi, la finanza. Servi smaniosi, servi volenterosi, servi felici. A servizio di chi paga e del suo progetto, che si ammanta di nomi un tempo sacri come Democrazia, Creatività, Comunicazione per fare esattamente l’opposto. Il cittadino comune non è mai stato nella storia, prima di oggi, così comune e fregato, e neanche così complice, e così fesso.

panoramiche

Contro l’accoglienza

di Savino Claudio Reggente

Venosa, campo di accoglienza per braccianti stranieri. Foto di Michele Borzoni

 

Non scrivo in favore degli immigrati, né per loro conto. Scrivo come persona nata e cresciuta in Basilicata, a Venosa, che da Venosa è andata via, ormai 12 anni fa, e che ora lavora nel settore dell’accoglienza a Bologna. Scrivo per un moto di rabbia, umana e politica. Trovo inaccettabile la contraddizione tra ciò che il Pd regionale, nella persona del presidente Marcello Pittella, dice di voler fare in favore dei miganti “rifugiati” e quelle che sono le reali condizioni di vita dei lavoratori stagionali immigrati che transitano o abitano a Venosa e dintorni.

Lo voglio precisare ancora: non scrivo a loro nome, ma al mio. Scrivo come venosino, per protestare contro le azioni e i proclami del presidente Pittella quando parla di una “cultura dell’accoglienza” in Basilicata, riferendola ai rifugiati, e poi espelle dal centro d’accoglienza di Venosa quei “migranti” che a Venosa vengono per lavorare nella raccolta del pomodoro. Lavoratori emergenzialmente e stagionalmente accolti, ormai siamo al secondo anno, presso gli spazi della ex-cartiera, miracolosamente trasformata dalla Croce Rossa in “campo di accoglienza per cittadini migranti stagionali”. Chiusa la stagione del pomodoro, chiusa la ex-cartiera e tutti via. Scrivo perché, rispetto a tali azioni, torvo spudoratamente ipocrita la retorica politica usata dal presidente Pittella quando annuncia su quotidiani locali e nazionali che la Basilicata è disposta a “raddoppiare il numero di rifugiati e richiedenti asilo”. Questa proposta, che suona così umanitaria, risulta brutale e cinica perché dichiaratamente affaristica. E il fatto che Pittella affermi, rivendicando la propria eticità politica rispetto a quella del presidente della regione Lombardia, che “sul tema dell’accoglienza non si può giocare sulla pelle delle persone, nel maldestro tentativo di alimentare odi e divisioni, per recuperare magari consenso politico” lo rende politicamente ancor più inaccettabile.

in evidenza

La nuova Disneyland della cultura sbarca al Sud

di Marco Gatto e Mario De Marco

illustrazione di Daniel Clowes

illustrazione di Daniel Clowes

Chiacchiere salottiere, esperienze ludiche, vuoto sentimentalismo etnografico, circo dell’emozione culturale: lo confessiamo, non ci aspettavamo altro da Aliano e dal suo festival “meridiano”, messo in campo dal marketing della “paesologia”. Ma lo spettacolo che si presenta davanti a noi, appe
na consumata l’ultima curva in salita, amplifica i nostri pregiudizi e li trasforma in un dato di fatto: Aliano, il paese di Carlo Levi, ridotto a un parco giochi per la solita, insopportabile intellighenzia di questo Paese, che della “cultura” ha fatto il segnacolo della propria identità sociale, fingendo così di colmare un vuoto di realismo politico e di ragionamento veramente culturale. Delle facce contadine di Levi, ridotte a un manifesto di propaganda, resta il ricordo nel museo che raccoglie i suoi quadri. Intorno a esso, un’artificialità talmente smaccata da sconcertare l’osservatore disincantato: le case – che dovrebbero, secondo la narrazione fasulla di questi nuovi alfieri del meridianismo, richiamare un’altra civiltà –, adibite a stalle, con tanto di fieno su cui sedersi, ricordano la logica delle vetrine di un centro commerciale; ovunque, c’è da bere: segno che di sera, dopo le fatiche culturali, ci si potrà divertire ballando sino a tarda notte una tarantella. Prima il dovere, poi il piacere (dei luoghi comuni). 

lavoro

Della cosiddetta nuova economia

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Jonny Wan

illustrazione di Jonny Wan

 

“…come il ragno tesse / la sua tela traendola / da sé da sé ed essa / è per lui nido territorio e arma / e per altri morte…” Michele Ranchetti, Verbale

 

Per molti, in particolare per i 5stelle, la rete è la forma ideale di comunicazione con i cittadini e tra i cittadini. La rete viene vista come una forma neutra, gratuita, rapida, di connessione, che consente di scavalcare burocrazie e gerarchie. Perciò anche i servizi in rete – dagli acquisti in rete alle consegne a domicilio, alle corse in taxi prenotate in rete (battezzate da noi, impropriamente, car sharing) – sono spesso considerate forme libere, moderne, agili, di superamento delle lungaggini e delle inefficienze delle corporazioni: un vero mercato che mette in contatto centinaia di migliaia di piccoli lavoratori autonomi a tempo parziale con vantaggio di tutti.

È possibile che, al contrario, i servizi in rete tendano a creare potentissimi monopoli, che fissano unilateralmente i prezzi e le regole dei servizi, la cui esistenza si fonda su masse di poveri disposti a lavorare senza sicurezze e per poco o nulla, secondo regole fissate da altri. Per dirla con Leo Mirani (“quartz”, vedi link), giornalista di Mumbai, “Non è stata la tecnologia a stimolare l’economia su richiesta. Sono state le masse dei poveri. … L’ingrediente vitale senza cui la nuova economia svanirebbe è la disuguaglianza. Ciò che la tecnologia ha fatto, attraverso gli onnipresenti smartphone, è raccogliere masse di disperati in cerca di lavoro pronti ad accettare qualsiasi cosa.” I poveri guidano, portano le pizze e muovono i pacchi, con l’aiuto di macchine. I ricchi posseggono le reti, le finanziano, le difendono. Quelli in mezzo, finché esistono, pagano i servizi, come facevano anche i loro genitori, con altri mezzi, localmente  anziché globalmente.

Il massimo esempio di monopolio, anche più di Amazon, nota per l’efficienza, la rapidità, e il controllo invasivo dei lavoratori, è Uber, che è, o potrebbe essere, la vera, esplosiva novità o la nuova, catastrofica bolla. Su Uber ho raccolto alcune notizie ed alcune opinioni.