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I giovani contro Renzi

di Gli asini

Illustrazione di Boulet

Illustrazione di Boulet

I giornalisti e sociologi specializzati in sondaggi e interpretazioni del voto si sono trovati d’accordo, come di rado avviene, su tre constatazioni: il “no” è stato espresso con maggior forza nelle regioni meridionali (le più colpite dai malgoverni degli ultimi decenni) e dai giovani. A non amare Renzi (e il suo vero maestro Napolitano) sono dunque in modo particolare alcune regioni e una fascia d’età ben definita. Hanno invece dimostrato di amarlo, facendo vincere il “sì”, gli abitanti dell’Emilia-Romagna e della Toscana, insieme a quelli del Trentino e Alto Adige (o Sud Tirolo), ma è solo per un pelo se il “sì” non ha vinto anche in Umbria. Guarda caso, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria sono state le “regioni rosse” per eccellenza, quelle dove il Pci, dividendo nei primi anni del dopoguerra il potere con il Psi, ha dominato. (Ma sono anche, come è noto, regioni di massiccia presenza massonica, ieri come oggi.) Questa è una riprova del fallimento della politica comunista ferma su un’ideologia dello sviluppo e una pratica, almeno nelle regioni ricordate, di stampo tradizionalmente clientelare, condizionata soltanto dalle necessità delle spartizioni.

Tutto questo ci sembra molto istruttivo, anche se è una conferma e non una novità, così come ci sembra una conferma il voto meridionale, per il semplice motivo che chi soffre di più la crisi e si aspetta interventi adeguati a risolverla, non può amare chi fa grandi promesse e non le mantiene.

Ma l’aspetto dei risultati del referendum che ci sembra più interessante è stato il voto dei giovani (lasciamo agli statistici il compito di fare i conti con la dovuta esattezza), un segno positivo di reazione a una situazione che per loro è nel nostro paese forse la più grave dopo quella degli immigrati. La disoccupazione, la sottoccupazione e il precariato – oppure l’arruolamento nell’esercito o nelle forze dell’ordine o, sul lato opposto, nelle file della delinquenza organizzata – o infine l’emigrazione sono il destino di chi non ha alle spalle una famiglia ancora benestante, che è anche in grado di assistere i figli nel trovare un’occupazione non indegna delle loro aspirazioni. Non sono solo i giovani più poveri ad aver votato “no”, sono certamente anche i figli di una vasta parte della piccola borghesia più  insicura, la maggioranza dei giovani che, anche quando intontiti da un sistema mediatico-scolastico che è più pubblicitario e addormentante che formativo e informativo, si trovano tuttavia, quando lasciano gli studi ed entrano, come si diceva un tempo, “nel mondo del lavoro”, a scoprire che le prospettive di lavoro sono per loro scarse o di profilo bassissimo, e si trovano di fronte a una realtà che non corrisponde alle menzogne in cui li hanno cresciuti, una realtà ben lontana dai loro sogni e dalle loro illusioni.

Potevano amare Renzi questi giovani? Il loro voto dimostra che almeno su questo punto essi hanno finito per farsi idee piuttosto chiare. Ma le hanno chiare anche su tutto il resto? Su cosa è loro possibile fare delle proprie vite, cosa è loro possibile scegliere? C’è da dubitarne, anche se non si può che prendere atto con vivo interesse e viva simpatia (insomma, con una moderata soddisfazione) del fatto che una parte consistente di loro sembra aver finalmente aperto gli occhi. Anche se li ha lasciati probabilmente nella confusione per quel che riguarda le loro scelte fondamentali e future, si sono forse liberati dagli equivoci più odiosi e più insostenibili per loro e per tutti.     

panoramiche

Dopo il referendum

di Mauro Boarelli

illustrazione di Stefano Ricci

illustrazione di Stefano Ricci

Cercando di organizzare alcune riflessioni sugli esiti del referendum costituzionale, mi sono reso conto che il ragionamento ruotava intorno a cinque parole: ignorare, dividere, confondere, disperdere, nascondere. Cinque verbi accomunati dalla descrizione di azioni negative, cinque verbi che rinviano ad altrettanti aspetti della patologia del sistema politico.

Ignorare
Il risultato del referendum dimostra che gli apparati dell’informazione non sono più in grado di orientare l’opinione pubblica. L’irrilevanza della carta stampata era già evidente da tempo, mentre le residue certezze sull’influenza della televisione sono state messe in crisi in questa occasione. Dismesso definitivamente ogni residuo di funzione critica e trasformato in una estensione del sistema politico, il sistema dell’informazione ha perso ogni credibilità e ha raggiunto la sua massima inefficacia proprio nel momento in cui perseguiva la massima pervasività.
Neanche i partiti riescono ad orientare il proprio elettorato. Da questo punto di vista è il Pd  ad avere i problemi maggiori, perché è l’unico erede della tradizione dei partiti del Novecento ed ha quindi una base sociale di più antica formazione. Con questa base sociale il Pd è entrato in rotta di collisione sin dal momento della sua fondazione, e ciò che emerge all’indomani del referendum dall’analisi dei flussi elettorali sul piano nazionale e dall’analisi socio-demografica sul voto a Bologna (una realtà molto significativa per il partito post-comunista) conferma quello che era emerso con chiarezza in occasione delle ultime elezioni amministrative: l’abbandono da parte di una quota significativa dell’elettorato “storico”, l’attrazione di una quota dell’elettorato di centro-destra, la separazione dalle fasce di popolazione più precarie (i giovani e i cittadini a basso reddito).

maestri

Risorgimento e Resistenza

 di Claudio Pavone

Lo scorso 29 novembre è morto Claudio Pavone: partigiano, archivista, storico. Lo ricordiamo con il finale del saggio che ci concesse di ripubblicare con il titolo Dal Risorgimento alla Resistenza (pubblicato in origine come Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento in“Passato e Presente”, n. 7, gennaio-febbraio 1959).

 

pavone

Ai nostri fini immediati, interessa porre in luce come il punto della continuità dello Stato, le cui implicazioni vanno al di là del discorso sulla Democrazia cristiana, può forse consentire anche a noi di prospettare uno di quei paragoni puntuali fra Risorgimento e Resistenza, cui all’inizio abbiamo dichiarato di volerci sottrarre. E cioè, che nel 1860 come nel 1945 ha prevalso nelle cose italiane, col favore della situazione internazionale, lo Stato come momento del già istituzionalmente compiuto.

Fra i Cln e gli altri organismi nati durante la lotta come embrioni di nuove forme di potere e lo Stato ricostituitosi al Sud, è il secondo che ha finito, e abbastanza rapidamente, coll’avere la meglio, nonostante che nel 1946 si sia ottenuta la cacciata della monarchia e quella Costituente invano sognata nel 1860.

Discende da questo, che è ovviamente solo un accostamento volto a stimolare la riflessione sulla vocazione italiana allo Stato già fatto come unico luogo, intrinsecamente trasformistico, della evoluzione sociale, discende forse da ciò che è da ritenere giustificata una “delusione della Resistenza” che faccia il paio con la “delusione del Risorgimento” patita dai democratici italiani dopo il 1860?

La critica storica ha ormai sufficientemente messo in luce, al di là dei termini in cui il problema era posto dalla pubblicistica dell’epoca, quale fosse la realtà sottintesa da quella delusione; e vincitori e vinti della battaglia per l’egemonia risorgimentale sono sempre più riconosciuti nelle loro caratteristiche storicamente concrete, nel quadro di un evento globalmente progressivo. Per la Resistenza un analogo processo critico non è forse neppure iniziato. Ma non per questo dobbiamo astenerci dal respingere sia il volgare ottimismo ufficiale e governativo, sia il moralismo sterile, anche se nobile, dei nuovi delusi.

urbanistica del disprezzo

Dentro l’Ex-Moi

di Francesco Migliaccio

illustrazione di Paolo Bacilieri

illustrazione di Paolo Bacilieri

 

A Torino esiste un’aula dove s’incontrano italiani e migranti. È il luogo di una scuola serale, informale, regolata dall’improvvisazione. Si trova al piano terra di una palazzina occupata dove abitano migranti africani. Da tre anni frequento l’aula e queste sono note, memorie e pensieri che ho raccolto nel tempo.

Erano trascorse poche settimane dalla nascita della scuola e sulla cattedra tenevamo il quaderno rosso dei nomi. In un’assemblea di insegnanti si decise di registrare gli studenti che partecipavano alle lezioni. Alcuni di noi hanno lavorato nella scuola: forse un’abitudine irriflessa – una tentazione rituale all’appello – si era depositata in noi. Ma come archiviare i nomi di studenti che compaiono una sera e poi mai più, studenti che partecipano senza regolarità,  oppure di altri che lasciano la città per un po’ e ritornano dopo mesi? Dopo poco ci siamo dimenticati del quaderno rosso; ora si esce dall’aula con un cenno di saluto.

Come la frequenza in classe, anche le conoscenze della lingua sono varie. Nell’aula ci raggiungono parlanti esperti, ragazzi alle prime armi, analfabeti. Noi insegnanti siamo spesso in tre, quattro, e possiamo seguire gruppi diversi di studenti. A volte sono loro a chiederci di svolgere un compito specifico, magari un esercizio affidato dalla scuola istituzionale. Così le attività tendono a frammentarsi fino a diventare individuali. Nel tempo abbiamo tentato di organizzare lezioni collettive e uguali per tutti. Uno di noi si rivolge ai presenti senza distinzioni, gli altri insegnanti seguono chi ha più bisogno di aiuto.  Alcuni di noi desideravano inventare un luogo dove tutti siano partecipi e collaborino l’uno con l’altro. Ma forse il nostro desiderio è frutto d’una tensione ideale. Non sono mancate le proteste degli studenti: “Se sono più bravo, perché devo aspettare gli altri?”; “Io queste cose non le capisco, troppo difficili”; “Torniamo alla divisione in gruppi”; alcuni si isolavano in un angolo e svolgevano compiti per conto loro. Lentamente ho compreso che la lezione è un negoziato che accoglie diverse esigenze. Ho dovuto abbandonare gli schemi di insegnamento astratti e ho imparato ad adeguarmi alle circostanze. Una lezione collettiva ha una buona riuscita solo se nasce nella contingenza d’una serata.

panoramiche

Ultime note prima del referendum

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Conoscere gli emendamenti della Costituzione approvati in passato e i mutamenti in blocco realizzati e falliti è importante per decidere se votare Sì o No al prossimo Referendum. Dei singoli emendamenti si parla poco. Dei tentativi di mutamento in blocco si parla come di un lodevole e tardivo sforzo del Parlamento di liberarsi di una ingombrante eredità del secolo scorso, di una Costituzione che rallenta l’approvazione delle leggi in Parlamento e le decisioni del Governo. La rapidità nell’approvare le leggi e nel decidere sembra essere rimasta l’unica funzione positiva dello Stato. Sappiamo tutti però che la produzione di un numero spropositato di norme, di norme nuove quando ancora non sono stati approvati e resi pubblici i regolamenti applicativi delle vecchie, è una tragedia permanente dell’elaborazione ed approvazione delle leggi in Italia. Sappiamo che la lingua delle leggi è confusa, oscura, imprecisa; che i rimandi ad altre leggi, citate solo con il numero e la data, le  rendono incomprensibili ai normali cittadini. Non mancano le leggi per i troppi controlli e rinvii; ce ne sono troppe, mal scritte, contraddittorie, di parte, di corto respiro. Qualcosa non funziona nella discussione sul referendum costituzionale.