pianeta

Il ritorno della segregazione nelle scuole degli Stati Uniti

di Francesca Nicola

murale dell’artista Strøk

 

Domenica 11 marzo 2018 la storica trasmissione televisiva della Cbs 60 minuti ha mandato in onda un’intervista della conduttrice Lesley Stahl a Betsy DeVos, politica e attivista statunitense e dal 2017 segretario dell’istruzione degli Stati Uniti all’interno dell’amministrazione Trump.

L’intervento è stato giudicato da molti un vero e proprio disastro. DeVos ha fatto fatica a rispondere a domande molto semplici, ad esempio perché le scuole del Michigan, lo Stato in cui è nata e cresciuta, siano molto peggiorate dopo l’introduzione delle politiche legate alla scelta scolastica in favore delle quali si è da sempre battuta. Alla richiesta se avesse mai fatto visita a una di quelle scuole per scoprire cosa fosse andato storto, DeVos ha orgogliosamente rivendicato: “Non ho volutamente mai visitato le scuole che stanno ottenendo risultati inferiori agli standard previsti”. Un’affermazione che ha generato un coro pressoché unanime di critiche.

Il segretario dell’istruzione non è del resto nuovo al biasimo collettivo. Ovunque vada è attesa da manifestanti pronti a fischiarla e a rimproverarle principalmente il fatto che, come ben raccontato dal “New York Times”1, abbia da subito concepito il proprio mandato con un’impronta nettamente religiosa, arrivando a definire la riforma dell’istruzione “una strada per avanzare nel regno di Dio”.

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Diamo il voto ai ragazzini (sì, avete letto bene!)

di Robin Morgan. Traduzione di Paola Splendore

opera di Icy & Sot a Williamsburg, Brooklyn, New York

 

Il paese intero, a eccezione dei legislatori che sono sotto il controllo finanziario della National rifle association, si è commosso per gli scioperi e le manifestazioni degli studenti delle scuole secondarie, e anch’io mi sono commossa. Ma volendo ascoltarli più da vicino e approfondire la loro causa ho capito che è qualcosa di più di una riforma sulle armi da fuoco. Riguarda la possibilità di avere una voce.

Con il passare degli anni, nella realtà in cui vivo, il fattore età si è trasformato quasi in una discriminazione nei confronti delle persone anziane (sì, Tip O’Neill aveva ragione: la politica è sempre locale). Ma naturalmente il fattore età funziona anche nei confronti dei giovani. Perché è il fattore età a essere tirato in ballo da quelli che deridono questi giovanissimi manifestanti, quelli che rigettano la loro ingenuità o, al contrario, la loro audacia – o ambedue. Ma questi ragazzi vanno avanti sulla base di una grande determinazione politica, pacifica e piena di principi, poiché gli stanno negando “la vita, la libertà e il conseguimento della felicità”.

Mi sono poi ricordata che anni fa nel mio libro The Anatomy of Freedom (ora disponibile anche in ebook) avevo già auspicato l’abbassamento dell’età del voto. L’ho preso in mano, ho riletto il capitolo intitolato “Segreti pubblici” e sono rimasta scioccata dallo scoprire quanto fosse ancora rilevante quello che avevo scritto nel 1981. Mi piacerebbe pensare di essere stata profetica e in anticipo sul mio tempo, ma la verità è che certe cose sono cambiate molto poco. Ritengo infatti che dibattiti correnti come quello sulla soppressione del diritto al voto e sull’incremento della manipolazione politica abbiano fornito altre ragioni alla mia proposta di espansione dell’elettorato.

Ecco qui dei brani da quel capitolo, ispirato da conversazioni con mio figlio, all’epoca dodicenne. Questa sezione riguarda la beata ignoranza di chi sta al potere.

Prendiamo ad esempio la questione del voto ai più giovani. Sì, il diritto al voto dei ragazzini. Un diritto negato sulla base di numerosi argomenti, tutti pretestuosi:

In casa

La verità del paesaggio: il caso di Sassari

di Salvatore Mannuzzu

foto di Oleg Magni

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

 

Bello o brutto? Più invecchio, più sento marginali (o quasi, comunque poco interessanti) queste categorie – secondo la nozione che comunemente se ne ha. Al centro invece ne metto altre: quelle del vero e del falso. Sicché, nello specifico, la tutela del paesaggio (sostantivo costituzionale cui i reazionari irridono, ma che invece resta appropriato) a me sembra prima di tutto difesa della sua verità; vale a dire della sua anima. Ciò che si perde – ciò che abbiamo perduto e continuamente perdiamo, nella lunga e vana storia del logorio del mondo – è verità e anima: nostra verità, anima nostra. Vita umana.

È pure evidente che tutto questo – vita, anima e verità: qui, in una parola, la verità del paesaggio – ha radici sommerse nel passato. E nel difenderlo è anche il passato che in qualche modo si difende. Cerchiamo allora di farlo con le adeguate cautele: senza indulgenze, senza nostalgie. E non dimenticando un monito che viene dal più citato, e meno praticato, Walter Benjamin (quello delle Tesi di filosofia della storia): nessuna storia si può raccontare, a nessuna storia si può tornare, senza l’Angelo della Storia; l’Angelus Novus che “sembra allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo”. La lezione, memorabile come poche, è la seguente: “Tutto il patrimonio culturale che [si] abbraccia con lo sguardo ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore”.

Quindi, se nostalgia e rimpianto sono inevitabili, almeno li si mischi all’orrore.

Con questo viatico, con queste contraddizioni – il valore della verità e il giusto orrore, senza licenza d’uccidere – passo a svolgere il tema da me scelto per uno degli “esercizi spirituali” che sono andato scrivendo i questi mesi. Passo a svolgerlo, preghiera di pazienza, alle mie condizioni: trattandosi – fra l’altro – della mia città. Sì, intendo proporre il caso d’una intera città, Sassari.

E subito mi riesce utile una citazione che Benjamin fa di Gustave Flaubert: “Peu de gens devineront combien il a fallu être triste pour ressusciter Carthage”. A quale livello di tristezza bisogna essere scesi per risuscitare (con qualche chiacchiera) Sassari? In ogni caso, sono proprio questi due i punti del breve discorso che seguirà: l’insoluto debito di tristezza da cui parlando di cose simili ci si sente gravati, irrimediabilmente; e la non meno vincolante domanda: si può davvero risuscitare Sassari?

Punto primo. Forse mi spetta di diritto la tristezza d’una tale testimonianza – l’acedia, dice Flaubert, “che dispera d’impadronirsi dell’immagine autentica” delle cose (e che, secondo i teologi del Medioevo, è il fondamento ultimo d’ogni desolazione).

In casa

Terra di zombies

di Oreste Pivetta

 

Qualche decennio fa, quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni, molti intellettuali italiani minacciarono la fuga all’estero. Qualcuno, di più solido prestigio e con maggior disponibilità, realizzò il proprio proposito, comprando casa a Parigi. Altri si limitarono a disertare le case editrici, che figuravano in vario modo nel patrimonio berlusconiano. Molti rientrarono nei ranghi. Alcuni ancora si accomodarono, perché bisogna pur campare, tra le reti pubbliche e private sotto il controllo del medesimo Berlusconi.

Stavolta, di fronte al governo leghista-cinquestelle, nazionalsocialista sovranista populista peronista, il silenzio è stato totale, forse perché non ci sono più gli intellettuali di una volta o forse perché non esistono più o quasi gli intellettuali, quei pochi rimasti ridotti in trincee ai margini, trascurate anche dal nemico. Per lo più, ascoltando le dichiarazioni di vittoria del duo Salvini-Di Maio, si sono scansati, equidistanti e lungimiranti: “Hanno vinto, hanno diritto di governare, mettiamoli alla prova”. Senza neppure rendersi conto che Lega e Cinquestelle non hanno neppure vinto, hanno solo raccolto una manciata di voti da un elettorato già eroso vistosamente dall’astensionismo e prima ancora dall’assenteismo. Si attendono gli sviluppi, in vista di una eventuale ricollocazione. Alla Rai ci sono sempre tanti posti (per inciso, il primo è stato assegnato a Elisa Isoardi, fidanzata di Salvini, investita dell’alto incarico di sostituire Antonella Clerici in una trasmissione di cuochi in onda su Raiuno sul far del mezzogiorno).

Educazione e intervento sociale

La questione senile

di Piergiorgio Giacchè

disegno di Claudia Palmarucci

 

“Questo non è un paese per giovani”, si sente dire spesso, non senza ragione ma sempre con meno convinzione. “Non c’è niente per i giovani”, era del resto un lamento altrettanto frequente, negli anni del trionfo delle discoteche e delle sale gioco. È stata e sarà ancora lunga la telenovela sulla gioventù ieri bruciata e oggi fregata, ma il pubblico anziano che la guarda – come anche il pubblico potere che la produce – mentre si commuovono, pensano al loro tornaconto. Già, perché non tornano i conti, ed è questo l’allarme vero che sta dietro le preoccupazioni e le protezioni e le valorizzazioni che si riversano sui giovani d’oggi, ahimè senza domani… “Avvenire”, inteso come giornale, qualche tempo fa aveva in prima pagina un titolo squillante – L’ultima campanella – completato da un sottotitolo freddo e calcolatore: “L’inverno demografico gela la scuola: fra 10 anni 1 milione di studenti in meno, 55mila prof di troppo!”. Ecco dove va a parare un giornale “cattolico” indeciso fra la crisi della produzione e il calo della riproduzione. Il fatto è che, in avvenire, la “questione giovanile” somiglierà sempre di più a quella dell’uovo e della gallina: i giovani sono in via di disoccupazione o in via di sparizione? E quale delle due vie preoccupa di più un “paese per vecchi” come il nostro? “Francamente se ne infischiano”, direbbero gli anziani telespettatori se fossero sinceri come il protagonista di Via col vento, giacché il futuro dei giovani in fondo è “affar loro”: sono così abili in informatica e felici in connessione e veloci in emigrazione… Ma poi, esauriti i complimenti e gli auguri di “largo ai giovani”, tutti avvertono che nella stretta presente fra la mancanza di lavoro e la penuria di nascite, si nasconde una “questione senile” grande come una casa, anzi è tutta la casa che c’è…