pianeta

Evitare la catastrofe

di Alex Giuzio

Negli ultimi mesi le questioni ambientali sono diventate un tema molto più discusso sui media rispetto al recente passato. Questo potrebbe sembrare all’apparenza un bene, ma in realtà poco o nulla di tale chiacchiericcio si sta convertendo in azioni incisive per evitare la catastrofe ecologica a cui stiamo andando incontro. L’ecologismo sembra essere diventato soprattutto un’inutile retorica, una moda, l’ennesimo abile ingranaggio del sistema capitalistico per addomesticare il dissenso incastrandolo nel consumismo. Qualche anno fa era il momento del cibo biologico e a chilometro zero, ora tocca ai divieti alla plastica: si tratta di principi giusti e di azioni utili, ma che sono per lo più gesti autoconsolatori dall’incidenza minima.
Il collasso ambientale può essere evitato solo cambiando l’intero sistema economico e produttivo, fermando del tutto la crescita e quindi l’inquinamento, convertendoci a un approccio ecologico globale. Perché questa consapevolezza si diffonda tra i cittadini e la politica, uno dei fronti su cui l’ambientalismo può agire è quello del linguaggio, ribaltando i concetti su cui si basa lo sciagurato approccio capitalista alle questioni climatiche. Oggi tutto è architettato per far percepire la catastrofe come un evento lontano, su cui non possiamo agire o, peggio, che non ci riguarda: non si parla di “riscaldamento globale di causa antropica” bensì di “cambiamento climatico”, che all’apparenza è un concetto giusto e innocuo ma che in realtà, pensando alle sfumature del suo significato, implica un’atmosfera che muta da sé, una natura in evoluzione, una totale estraneità e impotenza dell’uomo – un “cambiamento del clima” appunto.
Ad aiutarci a riflettere su come raggiungere un utile approccio ecologico attraverso il linguaggio e l’ontologia ci sono due ottimi saggi di Timothy Morton, filosofo ecologista che ha scritto due tra i libri più necessari sul rapporto tra uomo e ambiente, pubblicati entrambi nel 2018 in Italia: “Hyperobjects” (“Iperoggetti”, Nero edizioni) e “Being ecological” (tradotto da Laterza col titolo sciocchino di “Noi, esseri ecologici” – per l’appunto).
“La formula stessa di “cambiamento climatico” sembra una forma di negazionismo […] e utilizzarla al posto di “riscaldamento globale” è come parlare di “cambiamento delle condizioni di vita” invece di Olocausto, scrive Morton. La sua tesi è che le informazioni ecologiche vengano erogate secondo una modalità da “discarica di informazione”, attraverso dei “fattoidi” che hanno l’effetto di ripararci dallo shock anziché provocarcelo. Secondo Morton, i “fattoidi” sono dei fatti che probabilmente sono veri e sicuramente ci impressionano, ma sono costruiti manipolando frammenti di verità allo scopo di apparire in un determinato modo. Dire che questa specie “si sta estinguendo” o che quella area naturalistica “sta per scomparire”, come i mezzi di comunicazione fanno di continuo, ci spaventa nell’immediato ma poi è del tutto inutile, poiché crea una autorevole e godibile bolla che ci porta a pensare che il problema più grande debba ancora arrivare e non ci riguardi. Invece i cataclismi metereologici, l’estinzione di centinaia di specie animali, lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento dei mari stanno avvenendo adesso e sono una pura conseguenza dell’essere umano che negli ultimi duecento anni ha avvelenato il mondo, lo ha infettato come un virus e si è avvelenato lui stesso, tra smog diossina e microplastiche che circolano anche dentro i nostri corpi. Un destino di morte certa di cui ancora non c’è consapevolezza.
Chi nega la catastrofe ecologica nega la modernità ed è vittima dell’essenza stessa del problema: in quanto “iperoggetto”, il riscaldamento globale è infatti qualcosa di enorme e dilatato nel tempo e nello spazio, dunque di difficile comprensione, ma cercare di travolgere l’opinione pubblica con la “discarica di informazioni” è sbagliato e controproducente. L’approccio ecologista deve infatti partire dalla complessità del problema: “Gli individui non sono in alcun modo colpevoli del riscaldamento globale. […] Avviare il motore della tua auto tutti i giorni è statisticamente insignificante quando si parla del riscaldamento globale. Il paradosso risiede nel fatto che, se parametriamo azioni del genere in modo da includere qualsiasi motore avviato tutti i giorni dal momento in cui hanno inventato quello a combustione interna, gli esseri umani stanno causando il riscaldamento globale. […] È questo il paradosso dell’era ecologica. E il motivo per cui un intervento volto a fermare il riscaldamento globale deve essere immenso e collettivo”. Quello di cui c’è bisogno, scrive ancora Morton, è dunque “un appropriato livello di shock e preoccupazione su uno specifico trauma ecologico che è poi il trauma ecologico della nostra epoca: quello che ci permette di definire l’Antropocene come tale”. Occorre mettere da parte la convinzione che “il mondo finirà se non agiamo subito”, che è “paradossalmente uno dei fattori che più inibiscono l’impegno consapevole per una convivenza ecologica sulla Terra”. Difatti “la fine del mondo è già avvenuta”, a partire dall’invenzione della macchina a vapore che ha dato inizio all’inquinamento perenne della Terra.
In questo scenario non esistono politici illuminati e pronti a cambiare direzione, anzi la maggior parte di essi ha un approccio che spaventa: mostrano attenzione alle istanze ambientaliste, le ascoltano e ne affermano le ragioni, fanno la gara a fotografarsi con la giovane attivista Greta Thunberg, poi si girano dall’altra parte e non fanno nulla. O al massimo trasferiscono il proprio impegno in misure del tutto illusorie, come possono essere l’abbattimento di un ecomostro (mentre se ne costruiscono degli altri), gli incentivi per le auto a metano (che inquinano lo stesso) o il riciclo della plastica (un materiale che andrebbe del tutto eliminato insieme al concetto di “usa e getta”). Nessun leader ha il coraggio e la responsabilità di assumere quelle decisioni radicali e necessarie per garantire la sopravvivenza dell’umanità: vietare i mezzi a motore per uso privato, promuovere la dieta vegetariana, fermare la cementificazione, spegnere tutto il superfluo, limitare l’industria a produrre solo ciò che è necessario e convertirla all’energia rinnovabile. Si tratterebbe di misure impopolari che andrebbero a minare il consenso politico, proprio perché la maggior parte dei cittadini non ha ancora gli strumenti per capire come sia giunto il momento di prepararsi a un totale cambio delle proprie abitudini di vita. Di qui la necessità di farlo capire attraverso il mutamento del linguaggio e dell’approccio ecologico, altrimenti continueremo a meritarci quello che abbiamo: il negazionista Trump, lo Zingaretti difensore della Tav, il menefreghismo collettivo, l’estinzione di massa.

In casa

Salvini e la Madonna, Krajewski e la luce elettrica

di Iacopo Scaramuzzi

Tornano i nazionalismi, torna il razzismo – e torna la Madonna di Fatima. Quando Matteo Salvini affida l’Italia, nonché il proprio successo elettorale, al “cuore immacolato di Maria” si rifà, sin dal linguaggio scelto, alle apparizioni portoghesi del 1917, un immaginario religioso carico di significati politici. E quando negli stessi giorni, a svariate migliaia di chilometri, il presidente Jair Bolsonaro consacra il Brasile a una statua che raffigura la medesima Vergine di Fatima (salvo defilarsi al momento della benedizione per non inimicarsi l’elettorato evangelicale), mostra che quella del leader leghista non è una trovata estemporanea, ma scientemente si inserisce in una strategia ben coordinata dell’estrema destra globale. Che mescola i più recenti ritrovati del marketing politico ai linguaggi e alle icone novecentesche con spregiudicatezza, scaltrezza. E sciatteria.
Perché quella della Madonna di Fatima è una storia che intreccia devozione popolare e mitologia politica, sincerità e manipolazione. Come ha spiegato José Barreto, il tentativo di connotare politicamente Fatima “iniziò immediatamente a partire dal 1917”, data delle apparizioni della Vergine vestita di bianco in questo sperduto paesino rurale lusitano. In un saggio tradotto in Italia da “Memoria e Ricerca”, rivista di storia contemporanea del Mulino, I messaggi di Fatima tra anticomunismo, religiosità popolare e riconquista cattolica, lo storico dell’università di Lisbona racconta la curvatura impressa dalla ragion di Stato alla testimonianza dei tre veggenti: dal clima anticlericale in cui avvennero le visioni, portato dalla rivoluzione repubblicana portoghese del 1910, alle migliaia di giovani morti al fronte della prima guerra mondiale, dalla rivoluzione bolscevica che scosse la Russia nello stesso 1917 al timore di un contagio quando il socialismo arrivò negli anni Trenta nella vicina Spagna. Eventi che incisero sin da subito sull’interpretazione degli eventi straordinari riferiti dai tre pastorelli veggenti e, ancor di più, sulle nuove rivelazioni che l’unica sopravvissuta dei tre, Lucia, nel frattempo entrata in convento, aggiunse nei decenni successivi. Alla fine di maggio del 1930, per dire, “la veggente sostenne di avere ricevuto nuove istruzioni dal cielo. Da un lato Dio insisté perché fosse sollecitata l’approvazione papale … dall’altro (e qui la veggente scrisse: “Se non mi sbaglio”), Dio promise di “porre fine alla persecuzione in Russia se il Santo Padre avesse, insieme a tutti i vescovi del mondo, compiuto un solenne e pubblico atto di riparazione e di consacrazione della Russia ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria”. Non vi è alcuna traccia che la veggente avesse mai fatto fino a quel momento, pubblicamente o privatamente, qualsiasi allusione alla Russia o al comunismo”, scrive Barreto, che nota come, nel corso del tempo, suor Lucia progressivamente cancellò il tono dubitativo e promosse la consacrazione della Russia al cuore immacolato di Maria in modo vieppiù assertivo. Fatima diventa, irresistibilmente, equivalente di reconquista cattolica.
Cementato dalla Guerra Fredda, il suo mito politico si fa internazionale. Il regime fascista di Antonio de Oliveira Salazar sfruttò i pellegrinaggi di massa a Fatima per rinsaldare l’identità cattolica del paese, per l’opposizione il popolo veniva tenuto a bada con una sorta di moderno “panem et circenses”, le tre “F” di fado, football e Fatima. Se sin dai primi tempi diversi sacerdoti e vescovi portoghesi non dettero gran peso né alle visioni né alle aggiunte ex post di suor Lucia, se il Vaticano prese inizialmente con le pinze le notizie che arrivavano dal Portogallo, se diversi Papi scelsero l’estrema cautela (da Pio IX, di cui si dice che sostenesse, di fronte al moltiplicarsi di apparizioni mariane in tutto il mondo, “Se la Vergine ha qualcosa da comunicarmi può dirlo direttamente a me…”, a Giovani XXIII e Paolo VI, i Pontefici del Concilio vaticano II, che lessero i rapporti di suor Lucia e decisero di non pubblicarli, evidentemente scettici), altri furono entusiasti. In particolare due Papi di epoca e profilo molto diversi, ma accomunati dall’anticomunismo, Pio XII e Giovanni Paolo II, attribuirono peso e significato a Fatima. Karol Wojtyla, come è noto, si identificò, dopo l’attentato di Mehmet Ali Agca, con il “vescovo vestito di bianco” che, nelle rivelazioni di Lucia, cadeva morto sotto colpi di arma da fuoco; rivelò il terzo segreto della veggente Lucia che conteneva questo racconto; ringraziò la Vergine di averlo risparmiato; a suggello iconografico di questa identificazione, la pallottola del terrorista turco fu incastonata nella corona della statua mariana di Fatima.
La Chiesa ufficiale ha riconosciuto l’autenticità delle apparizioni, sino alla canonizzazione dei due pastorelli presieduta da Papa Francesco nel 2017, ma nel corso dei decenni non sono mancate in seno alla cattolicità argomentate perplessità nei confronti della montante strumentalizzazione. Spiccano tra gli altri il gesuita belga Edouard Dhanis (“Siamo portati a credere che, nel corso degli anni, alcuni eventi esterni e certe esperienze spirituali di Lucia abbiano arricchito il contenuto originale del segreto”) e il vescovo portoghese Ferreira Gomes (che parlò di “culto magico” e “religione utilitaristica”, definendo Fatima una “Lourdes reazionaria”). Lo stesso Jorge Mario Bergoglio, nella messa solenne in cui ha proclamato santi Jacinta e Francisco, ha messo in luce la fede autentica dei due giovani veggenti, dismettendo ogni coloritura revanscista.
Ma Fatima ha attirato sempre più un coagulo di argomenti e personalità smaccatamente reazionari, al punto da investire addirittura Karol Wojtyla. “La notte del 12 maggio del 1982, proprio all’interno del santuario di Fatima, Giovanni Paolo II scampò a un attentato, sventato in extremis dalla polizia. L’attentatore era un prete tradizionalista spagnolo”, Juan Fernàndez Krohn, ordinato nel 1978 da mons. Marcel Lefebvre, “che, armato di baionetta, gridò: ‘Morte al comunismo e al Concilio vaticano II’”, racconta sempre José Barreto. Sin dai primi anni Sessanta, del resto, alcune associazioni cattoliche tradizionaliste tentarono di “imporre un’interpretazione del messaggio di Fatima dai toni ultraconservatori con un sentimento religioso anti-ecumenico e opposto alle riforme conciliari”, spiega lo storico portoghese che annota, tra le varie organizzazioni, i lefebvriani, il movimento francese della Lega della Controriforma cattolica di padre Georges de Nantes e il Fatima center del prete canadese Nicholas Gruner.
Un personaggio, Nicholas Gruner, che ritroviamo nel 2012 al Parlamento europeo di Strasburgo accanto a Mario Borghezio e Lorenzo Fontana, oggi ministro per la Famiglia del governo giallo-verde e fedelissimo di Matteo Salvini. I due eurodeputati leghisti decidono all’epoca di portare a Strasburgo la Madonna di Fatima. “Il programma” ha raccontato Andrea Fabozzi sul “manifesto”  “prevedeva una processione dal sagrato della cattedrale di Strasburgo alle porte della sede dell’europarlamento”. In testa la statua della madonna di Fatima, o meglio una delle tante repliche dell’originale portoghese, questa però benedetta direttamente da Paolo VI durante il primo storico viaggio di un Papa a Fatima. Attesa a Strasburgo da Montreal accompagnata da padre Nicholas Gruner, fondatore della “Crociata internazionale del Rosario di Fatima” e custode unico della preziosa immagine, la statua però fu inutilmente attesa all’aeroporto francese. Si dev’essere persa durante lo scalo ad Amsterdam, spiegarono gli addetti della compagnia Klm ai momentaneamente increduli organizzatori dello sbarco in Alsazia. Con Borghezio, Fontana e lo sfortunato padre custode c’era Christopher Ferrara. Un avvocato americano integralista cattolico che sarebbe diventato qualche anno dopo tra i più tenaci sostenitori dell’eresia di Papa Bergoglio, assieme all’ex banchiere dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, cioè il coautore con Fontana del saggio La culla vuota della civiltà. I paladini mariani di Strasburgo però non si arresero e il 22 ottobre 2012 tennero ugualmente la conferenza stampa di presentazione della “marcia” pur sapendo di non avere più la statua. Si arrangiarono, il giorno dopo, con una statuetta rimediata all’ultimo minuto: madonne di Fatima di discrete dimensioni si trovavano e si trovano anche su Amazon a partire da 20 euro. La madonna “originale” riapparve quattro giorni dopo nei magazzini dello scalo olandese. Troppo tardi per la marcia di Borghezio e Fontana, anche se in perfetto tempismo con il novantesimo anniversario della marcia su Roma; ma allora per fortuna a nessuno venne in mente”.
A Matteo Salvini, però, è tornato utile, alla vigilia delle elezioni europee, rispolverare quell’immaginario. Non solo per intercettare i voti di qualche movimento cattolico, non tanto per rimarcare ancora una volta la sua distanza dalla Lega secessionista di Umberto Bossi che, negli anni ruggenti, si scagliava contro i “vescovoni”, anche loro in fondo parte integrante di Roma ladrona, e tanto meno per marcare, rosario alla mano, la geografia politica che un giorno fu della Democrazia cristiana, ora che il Carroccio è primo partito del paese come allora fu la Balena bianca. Usare simboli religiosi semplici e popolari è piuttosto un segnale di fumo destinato a un elettorato smarrito dalla globalizzazione e dalla crisi economica, una rassicurazione a buon mercato a chi mal sopporta una società secolarizzata, multiculturale e liquida, a quanti per paura di perdere i privilegi conquistati nel secondo dopoguerra cercano un nemico, che sia un immigrato musulmano, una coppia omosessuale che vuole sposarsi o una donna che rivendica la propria autonomia, a coloro che, per timore del futuro, hanno nostalgia di un piccolo mondo antico. Salvini in Italia, come Jair Bolsonaro in Brasile, Donald Trump negli Stati Uniti, Nigel Farage in Gran Bretagna, Viktor Orbán in Ungheria, sono i portabandiera di un movimento reazionario – “sovranista” e “populista” – che si intesta la rottamazione, pardon l’archiviazione, delle vecchie élites, e la difesa degli interessi nazionali. Ma che ha altresì un disperato bisogno di trovare miti, riti e simboli che assicurino colore e durata al proprio exploit. Cosa di meglio della religione? E quale miglior avversario di Papa Francesco?
 
Eh sì, perché Jorge Mario Bergoglio e il politico sovranista sono in contraddizione perfetta. Sono entrambi l’espressione di un cambiamento epocale, in Santa Romana Chiesa e nella politica mondiale. Ma hanno idee opposte su quasi tutto. Il Pontefice argentino ha virato la rotta della barca di Pietro, archiviando un’era ecclesiale che ha avuto in Karol Wojtyla la sua incarnazione. Sospinge la Chiesa lontano dall’ossessione per la precettistica morale sessuale, lontano da un’identificazione con le ragioni delle cancellerie occidentali, lontano dalla prevalenza dell’ortodossia sulla pastorale, verso una Chiesa misericordiosa, “ospedale da campo” missionario, aperta a peccatori, non credenti e diversamente credenti, attenta ai temi delle migrazioni, della povertà, della cura dell’ambiente, non per militanza sociale ma per fedeltà al Vangelo. Si è creato nemici e oppositori, ha sconcertato non pochi cardinali vescovi preti o semplici fedeli – basta farsi una passeggiata nei blog dei devoti più oltranzisti di Fatima, ad esempio nei commenti di Christopher Ferrara… – e ha scoperto un fianco, quello reazionario. Che i politici sovranisti occupano agilmente, quasi intestandosi l’opposizione al Papa. Magari ignari del Vangelo, ma gelosi del cristianesimo come identità e vessillo, pronti ad “appartenere senza credere”, a usare le “radici cristiane” dell’Europa per sigillare il territorio anziché per accogliere lo straniero. Lo scontro è tanto più schietto perché avviene, per così dire, sullo stesso terreno: i “populisti” affermano di rappresentare il “popolo”, mentre nel nome di un altro popolo, il “popolo di Dio”, Jorge Mario Bergoglio ha ripreso le fila del Concilio vaticano II per riformare la Chiesa, promuovere la sinodalità e la collegialità, coinvolgere maggiormente i laici, spingere i chierici ad abbandonare il clericalismo.
 
Il Papa popolare e i politici populisti non evitano lo scontro aperto, anzi. E del resto la contro-testimonianza altrui rinvigorisce la propria testimonianza. Dire che costruire muri, come fa Trump, non è cristiano, non è una provocazione, ma illustra concretamente che cosa comporta la fede, cristianamente incarnata. Con la politica italiana, la diplomazia lascia il passo al franco parlare, il reciproco rispetto concordatario è messo a dura prova, la ricerca di un terreno comune è surclassata dalla sfiducia ostentata.
 Quando Salvini sventola il rosario in campagna elettorale, il gesuita Antonio Spadaro, bergogliano doc, lo rimbrotta pubblicamente, quando vince le elezioni il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin commenta che la Santa Sede dialogherà anche con lui, sì, perché “il dialogo si fa soprattutto con quelli che non la pensano come noi e con i quali abbiamo qualche difficoltà e qualche problema”, più che un’apertura di credito la certificazione di una distanza colmabile solo dalla misericordia… Salvini cita con insistenza Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, indossa in pubblico la maglietta “il mio Papa è Benedetto”, frequenta il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, capofila della opposizione curiale al Pontefice, e non nasconde la stima per Steve Bannon, l’ex stratega in capo di Donald Trump apertamente ostile a Jorge Mario Bergoglio. Il Papa, da parte sua, difende a voce alta i diritti dei migranti in tempi di porti chiusi, dialoga con quella Cina guardata con sospetto da ogni buon nazionalista europeo, non manca di inviare messaggi di apprezzamento ai musulmani quando l’islamofobia garantisce il successo elettorale ai partiti razzisti di tutta Europa, riceve i rom in Vaticano mentre nelle periferie romane scoppia la rabbia dell’estrema destra contro le famiglie rom a cui viene assegnata una casa popolare.
 
E quando le famiglie, straniere e italiane, che abitano in un immobile occupato a Roma, a poca distanza dalla basilica di San Giovanni in Laterano, restano per giorni senza elettricità, al buio e con i frigoriferi spenti, per una vicenda di 300mila euro di bollette non pagate, Francesco manda il cardinale elemosiniere, il polacco Konrad Krajewski, a riattaccare l’elettricità. Calandosi in un tombino dell’Acea per sabotare i sigilli apposti al contatore. “E luce fu”, commenta il centro Spin Time Labs che gestisce il luogo, “La Repubblica” apre sul “Robin Hood del Papa”. Un porporato elettricista? “Ma no, questo no!”, commenta lui scanzonato al “Corriere della sera”. “In Polonia abbiamo avuto un presidente, Lech Walesa, che era stato elettricista, si saranno confusi con lui! Io non sono un elettricista, sono un liturgista. Ma in fondo i liturgisti accendono candele, spostano i microfoni, qualcosa ne capiscono…”. Il cardinale scelto dal Papa per dare plastica visibilità alla Carità cristiana, che insieme alla Speranza dovrebbe avere lo stesso peso della Fede, non è nuovo a imprese del genere: ha aperto docce e barberia per i clochard sotto il colonnato di piazza San Pietro, va in giro la notte con un furgone e una squadra di volontari a dar da mangiare ai poveretti, ha portato pacchi di viveri per gli immigrati al Baobab sfrattato dal Campidoglio, a inizio pontificato il Papa lo inviò addirittura al sit-in davanti Montecitorio a favore del controverso metodo Stamina… Ma, questa volta, infrangere la legge lascia non pochi cattolici turbati, i conservatori impazziscono ma anche persone ragionevoli faticano a capire. Salvini, da parte sua, va subito all’attacco: il cardinale, intima, paghi le bollette. “Da questo momento, da quando è stato riattaccato il contatore, pago io, non c’è problema… anzi, pagherò anche le sue, di bollette”, replica ironico il porporato. Che in una sola mossa, calandosi nel tombino, ha cambiato l’immaginario collettivo della figura del cardinale: non l’uomo degli arcana imperii, elegante ed equilibrista, anziano e irraggiungibile, ma un militante della disobbedienza civile, un luddista del XXI secolo, pronto a sabotare i sigilli del potere costituito per aiutare un gruppo di famiglie disperate. Sul confine della legalità non per gusto della provocazione o amore del gesto irredentista, ma per fedeltà alla giustizia sostanziale. Vangelo e tuta da operaio. Perché, è vero: tornano i nazionalismi, torna il razzismo. Ma torna anche lo scandalo di un cristianesimo che si schiera con gli ultimi.

In casa

Che la Chiesa reagisca

di mons. Raffaele Nogaro

Sono addolorato e sdegnato per quanto sta avvenendo in questi ultimi mesi in Italia. Un politico si permette di agitare il Vangelo e la corona del rosario per ottenere maggiori consensi e il favore dei cattolici e quasi nessuno nella chiesa italiana reagisce. Fa seguire poi ossessivamente affermazioni che indicano agli italiani i migranti come pericolo nazionale. Diffonde slogan offensivi degli esseri umani e quindi anti evangelici: “prima gli italiani”, è finita la pacchia”, “migranti in crociera”,” migranti in vacanza”, “migranti criminali”, “pulizia etnica controllata”.
Parole volgari, piene di falsità e diseducative che generano negli italiani sentimenti di paura e di ripulsa e che contribuiscono a fare emergere e a moltiplicare un razzismo latente del quale non ci siamo avveduti per tempo e che oggi è una emergenza strutturale e assoluta di incalcolabile gravità. La prova è che non pochi italiani sono ormai razzisti e contemporaneamente sono frequentatori delle nostre chiese, dei sacramenti, delle nostre associazioni, delle nostre attività pastorali facendo convivere questa loro presunta fede devozionistica e rituale con forme di rifiuto e talvolta di odio nei confronti di essere umani creati da Dio come noi e ai quali le condizioni di impoverimento e di morte, di cui noi siamo tutti corresponsabili, hanno imposto di diventare migranti. Ma ancora più grave è che molti cattolici (certo con lodevoli eccezioni) e complessivamente la chiesa italiana non reagiscono di fronte allo sfregio di umanità che è costituito dalla criminalizzazione degli esseri umani sulla base del passaporto posseduto e alla tratta degli esseri umani di cui sono vittime migliaia di donne e minorenni in Italia.
Il recente “decreto sicurezza” votato con baldanzosa sicumera e irresponsabilità dalla maggioranza del parlamento italiano ha già gettato in strada intere famiglie con bambini, in pieno inverno, ha prodotto la futura cancellazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, la chiusura dei centri di accoglienza. Questi sono dei crimini che coloro che cercano di ispirare la propria vita al Vangelo non possono tollerare.
Non possiamo rimanere indifferenti davanti all’abominio della frase: “in Italia i porti sono chiusi”. Decisioni queste che infrangono la legge del mare, quella degli uomini ma soprattutto la legge di Dio a cui noi dovremmo essere fedeli. Non possiamo né tacere, né restare indifferenti, né diventare complici di questa antiumanità, di questa lacerazione, di questo insulto alla vita umana, compiuti con l’arrogante pretesa di essere buoni cristiani e difensori della fede. Scrivono sui manifesti che invadono le nostre città che vogliono difendere le tradizioni cattoliche e quindi difendere il presepe e il crocifisso nelle scuole. Intendono certo un presepe di belle statuine di terracotta e un crocifisso di legno: quanta ipocrisia. Perché il vero presepe e il crocifisso sono fatti di esseri umani e Gesù non è né di legno, né di gesso, né di porcellana, ma di carne umana che ha freddo e fame; quella stessa carne creata da Dio e quella stessa carne del vero Gesù, della sua autentica incarnazione e della incarnazione nei naufraghi di oggi, dinanzi ai quali – dopo sontuose liturgie templari – con indifferenza accettiamo che qualcuno sentenzi: “i porti sono chiusi”.
E consentiamo che un altro politico, ancora irresponsabilmente dica “sbarcheremo al più donne e bambini”, come se si possa accettare che le famiglie vengano spezzate o che sia giustificabile continuare a tenere ancora gli uomini in mare.
Chiedo alla chiesa italiana, prego la chiesa italiana di non rimanere indifferente, di non lasciarsi catturare da calcoli umani e diplomazie, di non valutare ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Perché difendere l’uomo o la donna è sempre opportuno, sempre necessario, sempre doveroso. Il Vangelo pretende da noi di affermare la verità e la verità è l’uomo che è nel bisogno, nel dolore, nella disperazione. La verità certamente è l’uomo che annegherà senza il nostro impegno e la nostra parola. Occorre una parola di verità che restituisca speranza ma anche un’azione diretta di accoglienza che apra le chiese, i conventi, i monasteri, le canoniche, le parrocchie (soprattutto i tanti luoghi sacri vuoti, rimasti senza fedeli, che attendono di accogliere i crocifissi della terra), una azione e una testimonianza che liberino i cuori e le menti da questo inquinamento di menzogne e di odio, il buon samaritano soccorre l’estraneo in pericolo di vita. Penso che singolarmente, senza compromettere l’ordinamento della chiesa ufficiale, vescovi, preti e suore dovrebbero ricorrere alla “disobbedienza civile” per un pronto soccorso dell’uomo in difficoltà. Ma occorre anche una parola di verità che ci impegni a contrastare il razzismo ed educhi i giovani contro stereotipi e luoghi comini, e una catechesi che ponga al centro l’accoglienza e il rispetto della vita di tutti senza distinzioni di nazionalità, di colore, di religione, perché Cristo è venuto per tutti.

poco di buono

Né buono né cattivo

di Luca Marinelli

incontro con Nicola Villa

Intervista uscita sul numero 33-34 degli Asini maggio-agosto 2016. 

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Siamo convinti che ci sia una nuova leva di attori italiani, nati negli anni ottanta, che si sta allontanando dalla scuola italiana tradizionale, per la quale un attore trova una sua cifra ed è sempre simile, e i suoi personaggi sono variazioni di maniera. Questi volti nuovi stanno confermando il loro talento con interpretazioni sempre più credibili, di respiro più internazionale. Tra questi c’è Luca Marinelli, romano del 1984, che ha esordito appena sei anni fa in La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, ha poi lavorato con Gipi, Virzì, Sorrentino e l’hanno scorso in due film, Non essere cattivo di Claudio Caligari e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, che l’hanno reso noto al grande pubblico. L’abbiamo incontrato per riflettere sulla sua formazione e su quello che ha capito di questo mestiere, fino a oggi.

 

Come si diventa attori? Riesci a individuare un momento in cui hai deciso di fare questo lavoro, quando hai capito che era la tua vocazione?

Sono cresciuto in una famiglia divisa tra diversi mondi , mio padre e tutta la sua parte erano e sono doppiatori, mia madre impiegata, ed i nonni materni sarta e falegname. Se grazie al lato paterno avevo i primi approcci con doppiaggio e recitazione, attraverso il lato materno mi nutrivo di vita altra da questo e di altri valori.

Mi attirava molto la recitazione, ma pensavo a studiare, ad andare avanti per il solito cammino, liceo, università e poi, forse, il lavoro. L’università l’ho seguita per pochissimo, due mesi!, cambiando tutti i corsi possibili, non capendoci nulla. A un certo punto mi sono detto “ci provo”, provo a fare l’attore perché era una cosa che non avevo mai tentato. La vocazione per me è nata probabilmente dalla curiosità e dal divertimento che ho subito provato. Il primo tentativo è stato col Centro sperimentale di cinematografia di Cinecittà, però non andò bene, non mi presero. L’anno successivo provai a entrare sia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico e di nuovo al Centro sperimentale. Passai l’esame d’ammissione ad entrambi per il periodo di prova ma scelsi la Silvio D’Amico perché mi attirava questa scuola piccola, tutta fatta di legno, che scricchiolava, con le aule molto essenzali ricoperte di parquet.

 

E gli anni alla Silvio D’Amico sono stati importanti?

Sì molto, e direi anche un’esperienza molto selettiva. Innanzitutto è difficile passare l’ammissione perché devi sostenere tre prove, se non ricordo male: una prova scritta, un monologo, un dialogo, una poesia e una canzone nella seconda fase e, se passi queste due, una settimana di Accademia, al termine della quale viene scelta la metà di quelli messi alla prova. In Accademia si vive a stretto contatto con i compagni ed è un’esperienza completa e potente, dal lunedì al sabato, otto ore al giorno, un mettersi a nudo e sperimentare apertamente. Il rapporto con gli insegnanti è diretto, perché certo ci sono le lezioni, però non è una struttura rigida universitaria. Mi rendo conto di aver appreso, in quegli anni, ciò che mi piaceva, di aver ascoltato chi volevo ascoltare, magari non incamerando tutto. Alla fine dei tre anni di studio c’è il cosiddetto “provinone” (solitamente un monologo), una buona occasione per farsi conoscere perché l’Accademia invita tutti gli ambienti del cinema e del teatro come pubblico. Dopodiché c’è la cosa più interessante, il saggio finale, per il quale sono gli studenti del terzo anno a poter decidere chi deve fare la regia. Si tratta proprio di un invito. Il direttore dell’ accademia ti chiede: “Chi vorreste come regista del saggio finale?” e noi, più o meno in maniera unanime, facemmo un grosso nome, quello di Carlo Cecchi. E a un certo punto arrivò proprio Cecchi in Accademia. Io me ne innamorai immediatamente! Ci fu un rapporto molto forte. C’è ancora, anche se non abbiamo più lavorato insieme, perché, se ho fatto un “salto” nella recitazione, è stato grazie a lui, ho imparato molto da lui, sia del mondo del teatro, che del mondo della recitazione, è stata una scoperta continua. Mettemmo in scena Il sogno di una notte d’ estate, realizzando due anni di tournée con Cecchi in scena nel secondo anno, cosa straordinaria anche per l’Accademia perché non capitava da decenni o forse non è mai successo che un saggio finale diventasse una tournée in giro per i teatri d’Italia.

 

Cecchi vuol dire tante cose: il rapporto con una storia del teatro, quella delle cantine, dell’avanguardia, e anche la “scuola” di Elsa Morante, da cui lui ha imparato molte cose. Che cosa credi vi abbia passato in quei due anni?

Non ho mai chiesto molto a Carlo, nel senso: ho più preso che chiesto. Il suo metodo di lavoro può essere molto duro ed esigente, come molto amabile e gentile. Per lui il teatro è tutto e la sua professionalità è ammirevole. Non ci ha mai tenuto per mano, noi “piccoli studenti dell’Accademia”, ma ci trattava come degli attori veri, da pari a pari. Ci spronava a prenderci delle responsabilità di attori. Quando arrivavamo sul palco, ci ripeteva spesso: “non lasciatevi nei camerini!”. Questa è una regola attoriale generale, il fatto di dire “siamo ora, qui sulla scena” senza pensare a quando si è studiata la parte, quanto si è ripetuta in camerino. Senza portare i propri problemi del mondo fuori e personali in scena: “tu sei qui, ora” , ripeteva spesso. Questa sembra una cosa scontata, ma non lo è. Cecchi è uno di quegli attori che sente molto il pubblico. Si può dire che sia stato il mio primo vero maestro. Poi gli altri li ho incontrati nel cinema.

 

Tu sei passato subito dal teatro, una cosa che si fa in due (l’attore e il pubblico), e il cinema che è una cosa radicalmente diversa. Com’è stato questo passaggio?

Sono stato fortunato: direttamente dal palco al cinema. Poco dopo la fine della tournée sono iniziate le riprese di La solitudine dei numeri primi nel 2009. Saverio Costanzo è il regista che mi ha introdotto a questo mondo del cinema completamente diverso: mentre nel teatro c’è l’immediatezza – che è anche un’arma a doppio taglio perché, certe volte, quando il pubblico non c’è si avverte come una massa grigia che ti guarda in silenzio–, nel cinema vivi lo sdoppiamento dei tempi. Le prime riprese, ricordo, urlavo le battute affinché mi sentisse anche l’ultima persona a venti metri da me sul set. Il cinema è molto più stretto come spazio, anche più aggressivo, perché hai la machina, le macchine, addosso. Sono importanti i dettagli nella recitazione.

 

Da subito hai avuto esperienze con un certo tipo di cinema, d’autore, con Saverio Costanzo prima e con Gipi, ne L’ultimo terrestre(2011). E poi, alla tua terza o quarta esperienza, con Paolo Virzì in Tutti i santi giorni (2012) il quale, erede della commedia, ha un modo totalmente diverso di dirigere gli attori. Che cosa hai imparato da lui?

Effettivamente sono registi totalmente diversi l’uno dall’altro. Virzì, e lo si sente spesso e qui lo confermo, ama i suoi personaggi e ti mette sempre a tuo agio, infondendoti una sensazione di fiducia. È un regista che vede gli attori e li mette veramente nella condizione di esprimersi al meglio, creando un clima particolare. Si avverte in tutti i suoi film.

 

Rispetto al teatro, hai trovato delle differenze di lavoro? Il cinema è un lavoro più collettivo?

È vero il cinema è una macchina collettiva come il teatro. Il gruppo è fondamentale, il gioco di squadra è ciò che ho sentito in maniera veramente potente nel caso della lavorazione di Non essere cattivo. In quel caso si è proprio formata una banda, “la banda Caligari”, dal primo all’ultimo componente della troupe. È come se sapessimo tutti di far parte – non vorrei usare una parola naif – del “testamento” di un grande autore. Di far parte di qualcosa di unico.

 

A proposito di questo “testamento”. Che cosa ti ha insegnato Caligari durante le riprese di Non essere cattivo (2015)?

Claudio è stato un maestro con poche parole e giuste e molti fatti. Era molto diretto. Ci ha sempre coinvolto in tutte le fasi organizzative, per esempio ci ha fatto partecipare a me e ad Alessandro Borghi a tutti i casting – quando abbiamo scelto il personaggio del travestito oppure i componenti della banda di amici. Ogni tanto ti prendeva da parte, dicendoti cose che alle volte erano di difficile comprensione, quasi oracolari per me, citando una quantità di testi e libri che non avevi mai sentito. Oppure ci dava dei film da studiare (i suoi primi due film , Accattone, Rocco e i suoi fratelli, Mean Streets) un modo per dirti quale fosse la sua direzione, con delle immagini e delle esperienze. Era come se ti dicesse di guardare la realtà fuori dalla finestra. Erano vere e proprie lezioni di cinema date come le dava un maestro, un intellettuale vero, che guardava le cose attorno a se da un pari livello, senza mai elevarsi. Ti spiegava le cose secondo una sua visione, a volte più chiara, altre più oscura. In delle occasioni diceva questa meravigliosa frase “falla come te la senti”,che era per noi una spinta molto emozionante ma profondamente responsabilizzante.

 

Particolarmente importante è stato il ruolo di Valerio Mastandrea, produttore creativo, aiuto regista, direttore degli attori. Si può parlare di una funzione da “fratello maggiore” per voi attori più giovani?

Non so se sia stato chiaro tutto quello che lui ha fatto per il film. Valerio ha messo tutto se stesso in questo progetto: ha trovato i finanziatori; è stato al fianco di Claudio in ogni momento delle riprese. Ed era anche al nostro fianco, noi attori più giovani. È vero, definirlo “fratello maggiore” è corretto. Inoltre un attore, con la sua grande esperienza, era in grado di spiegare la scena in una maniera completamente diversa, immediata. C’era una fiducia cieca tra di loro. Era davvero un supporto gigantesco per noi. Senza dimenticare tutto quello che ha fatto dopo, quando Claudio, finito il primo montaggio, è venuto a mancare, l’ottimizzazione del film era sulle sue spalle. Io credo che siamo molto fortunati ad avere una persona e un attore come Valerio Mastandrea in Italia. Una persona che fa questo lavoro con passione, con questa serietà e partecipazione, e che lo fa anche trasmettendo un messaggio, un esempio. Questo non è scontato, per nulla.

 

Cos’hai capito, dunque, del mestiere dell’attore?

Se da una parte questo lavoro è così ricco, dall’altra è molto spietato. Il mestiere dell’attore è come un dolce tornado, che ti può prendere e portare in un posto bellissimo, ma che può anche distruggere tutto ciò che c’è intorno. Un altro aspetto logorante è l’alternanza tra i periodi di lavoro e di inattività. Una cosa che non t’insegnano in accademia è che devi aspettare, che forse non farai mai niente. Dopo il primo film rimasi un anno fermo, quasi completamente fermo, e mi cominciò a marcire qualcosa dentro la testa. La frustrazione vedendo che altri lavorano e tu no è tremenda, ma bisogna combatterla. Bisogna sempre mantenere la propria energia pulita, non farla mai diventare nera. Pensare che forse se non si lavora può essere anche per una propria colpa.

 

Tu vivi a Berlino per questioni private, ma questa condizione è più vantaggiosa rispetto allo stare fermi nel nostro paese?

Sono abbastanza riservato e vivere a Berlino è come scoprire un’altra cultura, un’altra mentalità, un altro ritmo di vita. È molto affascinante come città. Il vivere lì non mi invalida per niente il lavoro – mi muovo con facilità con gli aerei – Vivi un po’ più nell’anonimato. Dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, però le hostess mi riconoscono e mi fanno le battute.

 

Come te lo spieghi l’exploit di Lo chiamavano Jeeg Robot?

È un film coraggioso, nato dalla voglia di realizzare un film di supereroi nel migliore dei modi possibile, di realizzare un film inaspettato. E inoltre c’è una vicinanza a una città, Roma, che secondo me è stata premiata dal pubblico. Non solo in questa città, perché il film è molto italiano. Non è il solito film dei supereroi che, chissà, dove vivono. È ambientato veramente in Italia, sul tram, a Tor Bella Monaca, dentro una discoteca… è qui, è sul Tevere. Lo vedi, è proprio l’Italia. È bello da questo punto di vista, anche quando l’hanno chiamato “un’amatriciana Marvel”.

Ed è stato guidato da un regista di ottimo talento e coraggio.

 

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Quattro quartine sul Pd

di Patrizia Valduga


Di tutto quello che succede al mondo
cosa pensano quelli del Pd?
Me lo domando, sì, e mi rispondo
che non può andare peggio di così.


E invece può: è un pozzo senza fondo…
Di tutto quello che succede al mondo
pare che a loro non importi un fico…
Capetti del Pd, vi maledico!


Non avete spessore culturale…
non brillate per altezza morale…
Vi credete intellettuali, scrittori,
e conoscete solo i cantautori.


Chi non si oppone alle iniquità
è colpevole quanto chi le fa.
Le avete le villette e le pensioni?
E allora andare fuori dai coglioni!

(da Belluno. Andantino e grande fuga, Einaudi)