Educazione e intervento sociale

Una maestra in Palestina

di Livia Cozzolino

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Hanan Al Hroub

Ho passato un mese in Palestina. Gli Interventi Civili di Pace con cui sono partita mi portano negli uliveti della WestBank. Raccogliendo le olive fianco a fianco dei palestinesi, nel progetto si mira a costruire relazioni dirette e orizzontali con i contadini e gli abitanti dei posti dove siamo ospiti temporanei. Ed è proprio durante una di queste giornate di raccolta che conosco Aisha, nipote di Hanan Al Hroub, l’insegnante palestinese che ha ricevuto nel 2016 il Global Teacher Prize per il metodo che applica nelle sue classi.

Siamo nella valle del Wadi, affaticate dal caldo intenso della giornata ci attardiamo qualche minuto con la ragazza all’ombra di un ulivo. Nonostante l’immensa calma la giovane trasuda energia e voglia di raccontarsi. Parliamo della situazione che vivono i giovani palestinesi, della voglia di crescere e studiare, ma allo stesso tempo continuare a resistere e combattere perché un giorno il popolo palestinese possa vivere libero nelle sue terre. Riprendiamo il lavoro con la testa piena di pensieri e riflessioni.

Verso il tramonto arrivano al campo due uomini di ritorno dal lavoro nel cantiere (in una vicina colonia). Uno di loro è proprio il fratello di Hanan Al Hroub, che mi propone di chiamarla. Lei mi ringrazia per il lavoro che stiamo facendo, per il supporto e l’energia positiva che portiamo nelle loro terre. Le dico che sarei molto interessata a sapere di più del suo metodo e della sua esperienza di insegnante: prendiamo appuntamento per vederci di persona.

È così, grazie alla relazione diretta creata tra le olive, che ho avuto la possibilità di incontrarla e scambiare con lei alcune riflessioni sul sistema educativo palestinese.

Hanan Al Hroub è un’insegnante elementare, in una classe di livello 2, bambini dai 6 ai 7 anni, corrispondente quindi al nostro secondo anno di scuola primaria. Una donna sulla quarantina, il volto incorniciato da un delicato velo floreale e lo sguardo estremamente calmo, ma carico allo stesso tempo, mi ricorda immensamente quello della nipote. Sostiene di non parlare inglese molto bene, ma la conversazione è fluida e piacevole.

Hanan è una rifugiata, il suo villaggio di origine è Al-Qabu, da lì i palestinesi sono stati estromessi, la sua famiglia è tra quelle rifugiate dal 1948. È nata e cresciuta al campo profughi di Deisha nella non più periferia di Betlemme. Ha frequentato le scuole elementari dell’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi), ha conseguito poi il diploma superiore in una scuola pubblica governativa di Betlemme, mentre si è recata a Ramallah per frequentare l’Università, dove ha studiato Educazione primaria. Hanan si è sposata con un uomo di Wadi Fukin, villaggio al confine tra Territori palestinesi e Israele circondato da due enormi colonie. Ora lavora a Ramallah, la capitale della Palestina: “Sono nata in un campo profughi, mi sono sposata in un villaggio e ora vivo e lavoro in una città, trovo curiosa questa sorta di evoluzione”, dice la maestra.

Il metodo che applico, per il quale ho ricevuto il premio, è nato in casa, dalla mia esperienza come rifugiata, come madre e come insegnante palestinese”. Learning by play è un metodo molto usato in tutto il mondo, ma in Palestina acquista un significato particolare laddove i bambini di questi luoghi spesso non hanno un’infanzia giocosa come la potremmo e vorremmo immaginare.

Nella scuola dove insegna Hanan gli alunni vengono tanto da Ramallah, quanto dal campo profughi e dai villaggi vicini. Tutti loro hanno esperienza quotidiana, o quasi, della violenza dell’occupazione. La vedono negli arresti continui (soprattutto nei campi profughi è quasi impossibile trovare una famiglia che non abbia avuto qualche membro detenuto), la vivono nelle frequenti incursioni dell’esercito nelle strade se non addirittura nelle case, la vivono ai checkpoint che devono attraversare per recarsi da un villaggio a un altro, la vivono nei loro documenti inadatti a passare alcuna frontiera, rilasciati da uno stato che non ha riconoscimento internazionale. Ma soprattutto la violenza che subiscono i bambini, tanto quanto tutta la società palestinese, è quella latente e onnipresente, che avviene nelle loro menti: l’occupazione, e tutte le sue ramificazioni, per moltissimi di loro diventa un pensiero costante difficile da tenere sopito.

Hanan racconta che ritrova e riconosce gli effetti di questa violenza nei comportamenti dei bambini anche a scuola: “non è raro che in aula i bambini non riescano a focalizzare la loro attenzione sull’apprendimento, abbiano atteggiamenti di rifiuto o violenti nei miei confronti come verso i compagni, a volte si isolano o al contrario hanno comportamenti iperattivi e non seguono le lezioni proposte”. Suo marito è stato ferito dai soldati israeliani mentre riportava a casa i figli da scuola. È sopravvissuto, ma i ragazzi sono rimasti traumatizzati: non riuscivano a concentrarsi, si rifiutavano di uscire, di tornare in classe.

Partendo dalla sua esperienza personale Hanan ha quindi iniziato a riflettere su come poter rendere lo stare in classe un momento di apprendimento e di crescita collettiva e personale. “Posso affermare che per dei bambini che vivono in queste condizioni, ma probabilmente per ogni bambino, il metodo di insegnamento e valutazione tradizionali non sono adatti. Questi infatti si focalizzano su una valutazione quantitativa dell’apprendimento, con una mole immensa di nozioni da apprendere e una valutazione continua sotto forma di voti e giudizi. Il metodo tradizionale nelle nostre condizioni non è utile, non è importante che i bambini abbiano moltissime informazioni dalla scuola, l’importante è come le ricevono, come stanno in classe e come si relazionano tra pari. Anche perché gli insegnanti e la scuola non sono più l’unica fonte di formazione: i ragazzi hanno altri modi di avere pure nozioni attraverso le nuove tecnologie. L’importanza del nostro lavoro è quindi dare loro delle modalità di vita e comportamento.”

Hanan lavora con circa 30 bambini in un’aula che ha reso autonomamente (mi mostra orgogliosa le foto) colorata e accogliente. “Gli strumenti che uso sono giochi pratici creati con materiali di riciclo che ho ideato per la mia classe, costruito a casa e portato a scuola. L’ambiente nel gruppo-classe è pieno di gioia, felicità e praticità. Quando i bambini arrivano a scuola non stanno seduti al banco tutta la giornata, ma la lezione si sviluppa in parte frontalmente e in parte attivamente, in forma pratica e dinamica. Si fanno attività.”

Nei momenti di apprendimento è molto importante l’atmosfera che si crea per e tra gli alunni, in Palestina, dove l’emotività è continuamente scossa e la tensione sempre pronta a esplodere, un luogo di tranquillità può rivelarsi ancora più raro e prezioso. “In classe cerco di creare con loro un’atmosfera diversa dalla quotidianità che vivono nei campi o nella città. In classe c’è libertà, c’è fiducia, rispetto sia per l’insegnante che per gli altri bambini. La loro infanzia viene rispettata, i loro desideri vengono ascoltati. Ascolto molto i miei alunni. Analizzo la loro storia personale e familiare. Ognuno di loro esplicita in qualche modo i suoi problemi e io poi cerco di risolverli attraverso le attività che faccio in classe, specialmente i giochi. Elaboro inoltre a inizio anno un piano specifico di valutazione di apprendimento per ogni studente, che può comunque essere modificato in corso d’opera. Ovviamente oltre ai giochi e alle attività pratiche devo affrontare anche le materie curriculari durante l’anno. Ogni argomento viene però affrontato in una forma pratica e giocosa (disegno, danza musica), non solo, ma viene anche tarato sulla classe.”

Durante la mia esperienza di viaggio nelle varie regioni della WestBank ho avuto altri incontri con educatori, formatori e anche alunni palestinesi; alcuni di loro mi hanno fatto osservare come la mappa della Palestina nei libri scolastici non sia divisa tra Israele, o come preferiscono chiamarla i palestinesi “territori del ’48”, e WestBank, ovvero la Cisgiordania. Mi interrogo molto su quale sia l’utilità o lo scopo di tale mappa unificata. Un’altra educatrice con cui mi ero confrontata mi aveva detto che “Se si chiede a un ragazzo di posizionare Betlemme o Ramallah sulla mappa non lo sa fare, non sa per esempio se si trova al di qua o al di là del muro.”

Immagino quanta confusione debba esserci nella testa di un bambino che vede l’occupazione, i muri e l’esercito, ma non ritrova la rappresentazione grafica di quanto vive. Propongo l’argomento anche ad Hanan. “Noi come insegnanti dobbiamo raccontare la verità. Siamo palestinesi e abbiamo il nostro territorio, ma gli studenti devono conoscere la verità, devono sapere che molte delle nostre terre sono state confiscate e che viviamo sotto occupazione da 60 anni. Per cui agli alunni viene spiegato dalle insegnanti che quella era la terra dei palestinesi e adesso c’è l’occupazione. Per questo le mappe non vengono divise”.

La verità come sappiamo però può non essere sempre oggettiva, così Hanan prosegue riferendosi ai momenti di confronto che sta promuovendo tra le insegnanti di tutta la Palestina, grazie ai fondi ricevuti con il premio: “Quando parlo con le altre insegnanti sottolineo sempre l’importanza di stare molto attente a come raccontiamo la storia. Il nostro obiettivo è aiutare gli studenti a comprendere la realtà che vivono e soprattutto aiutarli a imparare a prendere decisioni autonome. Essere le prime persone attive nella loro vita. È importante che i ragazzi apprendano life-skills per affrontare la praticità della vita, devono imparare a proteggersi dall’influenza dell’occupazione e distinguere cosa è positivo e cosa è negativo al di là di quanto viene loro detto, devono fare le loro valutazioni.”

Nonostante la difficilissima vita quotidiana, Hanan mantiene uno spirito positivo. “I bambini vivono l’occupazione sempre – dice – hanno la possibilità di stare con me solo un anno. Voglio che quell’anno sia positivo per loro. Che possano vivere, crescere e imparare vedendo qualcosa di bello. Anche i bambini che vivono vite complicate, che vivono sotto occupazione, hanno diritto ad avere una vita felice e un’infanzia serena. Cerco di istillare in loro un seme positivo per un futuro albero forte.

Ogni giorno io non ho la garanzia che quei bambini torneranno a scuola il giorno dopo, quindi ogni giorno è importante, ogni giorno. Per questo quando, per esempio, durante una lezione sentiamo degli spari o delle esplosioni quello che faccio è dire “sì bambini, questa è la nostra realtà, ma non possiamo dargli il potere di interrompere le nostre vite ogni volta che lo vogliono, dobbiamo continuare a imparare”, quindi propongo subito delle attività che li distraggano, balli, canzoni, giochi perché rimangano con la testa nella classe e non si lascino prendere dalla paura, dalla tristezza o dalla preoccupazione.”

Il metodo di Hanan non mi è parso “rivoluzionario” in sè; ciononostante sono assolutamente convinta che, in Palestina come in tutto il mondo, anche le piccole lotte, i delicati cambiamenti dal basso, in un limitato gruppo-classe possano avere grande risonanza se portati avanti con caparbietà. Hanan è caparbia. E caparbie sono molte delle donne che ho incontrato in Palestina.

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Educazione e intervento sociale

Come Ada Gobetti parlava ai genitori

di Sara Honegger

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Non siete soli. Scritti da “il Giornale de genitori” 1959-1968, a cura di Angela Arceri, Centro Studi Piero Gobetti e Edizioni Colibrì, è il titolo di un articolo pubblicato da Ada Marchesini Gobetti sull’“Unità” il 16 giugno 1955 che Angela Arceri ha scelto per presentare, a distanza di più di mezzo secolo, quel “Giornale dei genitori”, che la stessa Gobetti fondò e diresse fra il 1959 e il 1968, anno della sua morte. Un titolo che definisce l’obiettivo principale della rivista: offrirsi come luogo di riflessione e discussione per i genitori interessati a trovare o a riscoprire il significato profondo del loro ruolo educativo.

Siamo nel pieno di quella che è stata chiamata la mutazione antropologica degli italiani: 25 milioni di persone coinvolte nella migrazione interna; nascita e crescita esponenziale di consumi e sistemi di comunicazione; la scolarizzazione di massa; il profilarsi di un “universo giovanile che progressivamente si definisce come mondo a sé”, come ha scritto Guido Crainz, mondo su cui il mercato si getterà a piene mani. Ada avverte tutto questo con sensibilità e lungimiranza, riconoscendo in anticipo sui tempi il venir meno di un “ossigeno morale”, essenziale a far sì che non si scivoli, senza neanche rendersene conto, nel conformismo, nel culto del capo. E alla voglia di una vita migliore – uno dei temi centrali nella frattura generazionale – risponde con la necessità di spostare lo sguardo dalle cose – quel benessere che già allora stordiva con le sue promesse – al patrimonio morale e ideale che ogni genitore può lasciare ai propri figli.

L’attualità della sua proposta editoriale si deve a diversi aspetti. Il primo riguarda la decisione stessa di impegnarsi in prima persona attraverso una rivista che si occupa di educazione. La passione educativa non era nuova per lei. Da tempo teneva due rubriche dedicate ai genitori su “L’Unità” e “Noi donne”, articoli poi raccolti nel libro Non lasciamoli soli, pubblicato nel marzo del 1958. È anche grazie ai proventi del libro, andato subito esaurito, che decide di dar vita al “Giornale dei genitori”. Quel che cerca è uno strumento flessibile, capace di seguire da vicino le enormi trasformazioni sociali ed economiche del tempo e il loro impatto sulla vita quotidiana. Non ha la pretesa di insegnare ai genitori il loro “mestiere” né intende dare soluzioni bell’e pronte e definitive. La rivista vuole invece essere “uno strumento di lavoro che permetta loro di affrontare da sé i problemi” (dall’editoriale del primo numero, maggio 1959) relativi all’educazione dei figli, sia nell’impostazione ideale sia nella pratica quotidiana. Ovviamente non fa tutto da sola, anzi, la chiave del successo della rivista sta anche nella sua capacità di coinvolgere figure di primo piano appartenenti a diversi mondi del sapere e della vita sociale: quindi pedagogisti ed educatori, ma anche intellettuali capaci di inquadrare in un contesto sempre ampio il tema educativo. Accanto a Dina Bertoni Jovine, Lucio Lombardo Radice, Luciana Nissim Momigliano, Loris Malaguzzi, Goffredo Fofi, Grazia Honegger Fresco, Gianni Rodari, troviamo Galante Garrone, Bianca Guidetti Serra, Renata Viganò, solo per citarne alcuni. Scorrere l’indice dei nomi posto alla fine di Non siete soli conduce in quell’Italia, che non esitiamo a definire migliore, che in modi e rigore diversi, ha provato nel tempo a rendere vive e attuali le pratiche e le utopie della Resistenza, esperienza centrale anche nella formazione di Ada, e che lei stessa restituì nel famoso Diario partigiano (Einaudi1956).

 

Il secondo aspetto riguarda l’oggetto della sua attenzione, ovvero la famiglia. Subito viene da chiedersi come mai, se il problema di fondo è quel “paese mancato”, quella Resistenza mai attuata fino in fondo (basti rileggere L’orologio di Carlo Levi) dedicare tanto impegno proprio all’educazione in famiglia. Claudia Mancina e Mario Ricciardi (Famiglia italiana, a cura di Claudia Mancina e Mario Ricciardi, Donzelli 2012) ci ricordano che esiste “un legame positivo fra l’affermazione dell’individualismo e la forma moderna e democratica delle relazioni famigliari. La famiglia infatti ha un ruolo essenziale nella formazione degli individui e dei cittadini, che può avere una curvatura autoritaria in certi contesti, sociali, liberale in altri; non è di per sé autoritaria, come ha sostenuto la scuola di Francoforte. C’è un evoluzione della famiglia, dalle forme autoritarie alle attuali forme aperte e paritarie, e questo cambiamento – che è insieme conseguenza e causa dell’affermazione dell’idea di eguaglianza – è uno dei tratti più significativi della storia occidentale. Ma in tutte le sue forme essa ha un ruolo formativo che difficilmente può essere ignorato o sostituito”. Ecco, Ada Gobetti non lo ignora affatto. Avverte in tempo reale la crisi di questa istituzione complessa, intima, sociale e giuridica al tempo stesso, il suo trasformarsi, forse troppo velocemente, rispetto alla capacità resiliente degli individui. Ovviamente non le interessa la famiglia quale baluardo di una società arroccata su principi autoritari, a difesa di privilegi consolidati dalla storia. Le sta invece assai a cuore la famiglia quale primo nucleo di socialità, luogo dove si possono esperire, in quel modo così profondo che caratterizza l’apprendimento nelle prime fasi evolutive della vita, il dialogo, la ricerca della verità, il reciproco rispetto, la necessità di sentirsi parte attiva di un mondo in cammino. In altre parole, le sta a cuore la famiglia quale luogo dove la politica, intesa come partecipazione attiva alla vita del paese dove per arte si è nati, sia di casa: qui di tutto si può parlare, anche di libertà religiosa o di sesso – ricordiamolo, siamo nell’Italia pre ’68 – perché ciò che si teme non sono gli argomenti, bensì la frattura generazionale intesa anche come silenzio, fuga dall’impegno quotidiano.

Il terzo aspetto riguarda la lingua con cui Ada ha scelto di parlare, di vivere giorno per giorno il proprio impegno politico. E anche in questo si rivela profondamente consapevole dello spirito del suo tempo. Negli anni in cui spesso maldestre sono le risposte all’analfabetismo e alla mancanza di istruzione di buona parte degli italiani, negli anni in cui vivacissima è la discussione sulla lingua nazionale che si sta imponendo attraverso la scuola e la televisione (a questo proposito si può leggere La lettera sovversiva di Vanessa Roghi, Laterza) sceglie un italiano semplice ma mai semplificante, capace di dare nome esatto alle cose e di raggiungere lettori di tutti i tipi. Leggere i suoi articoli è come sedersi a una tavola di cucina per parlare bevendo una tazza di caffè, una tavola che lentamente prende la forma del gruppo di discussione, dove i diversi pareri sono riportati quasi con dovere di cronaca. Lo spessore pedagogico del suo pensiero, la capacità di monitorare continuamente la temperatura culturale e sociale del suo tempo e l’orizzonte internazionale in cui si muove, arrivano a chiunque e permettono a chiunque di confrontarvisi, cercando dentro di sé le domande e le risposte più adeguate alla propria situazione. I temi che di volta in volta decide di affrontare nei suoi articoli di fondo sono quanto mai vari. Ma tutti ruotano intorno a un perno assai chiaro: l’educazione dei figli è il primo mattone di una società più giusta.

Sta qui il quarto, ma non meno importante aspetto tutt’oggi attuale del suo lavoro: la raffinata ricucitura di mezzi e di fini, fin nelle cose più semplici del quotidiano. Perché è nelle scene di ogni giorno, nelle parole e nei gesti del quotidiano, che i genitori trasmettono, consapevoli o meno che ne siano, le proprie convinzioni, il proprio modo di stare nel mondo, l’impegno o la fuga. La famiglia può essere il luogo dove si apprendono le regole dell’autoritarismo, della legge del più forte, del “me ne frego”, diremmo di nuovo oggi, oppure, come auspicava già nel 1869 Stuart Mill nel suo famosissimo The Subjection of Women – “una scuola di simpatia nell’eguaglianza, nel vivere assieme nell’amore, senza potere da una parte e obbedienza dall’altra”.

Non c’è bisogno di dire altro per sottolineare l’attualità del progetto editoriale che Ada porta avanti in anni in cui alta è la fiducia nella portata militante della carta stampata. Se l’esplosione degli opuscoli, delle riviste, dei fogli politici si avrà soprattutto a partire dal ’68, esiste già un’editoria alternativa legata all’educazione portata avanti da singoli o piccoli gruppi militanti: basti pensare a “Scuola e città”, attiva dal 1950 grazie a Lamberto Borghi; ai “Quaderni del Movimento di Cooperazione Educativa”, sviluppatisi rapidamente nell’Italia del boom economico grazie alla diffusione della tipografia di stampo freinetiano e all’impegno personale di molti maestri, fra cui l’insuperato Mario Lodi. Così come esistono riviste che, pur non trattando specificatamente di pedagogia, se ne occupano, e proprio nel senso dato a questo tipo di impegno da Ada Gobetti, come i “Quaderni Piacentini” (cfr. I “Piacentini”, di Giacomo Pontremoli, edizioni dell’Asino 2017). Nessuno, però, si rivolge a quella cellula base della società che è la famiglia. Nello sguardo a questo preciso spaccato, dove le contraddizioni sembrano incunearsi in modo dirompente, sta l’assoluta novità e precisione del progetto editoriale ideato e portato avanti da Ada.

Viene da chiedersi che spazio avrebbe, oggi, una rivista di questo tenore. Non lo si prenda come uno sguardo moralistico, ma in anni in cui il filtro del tempo e della parola di carta hanno smesso di giocare il loro ruolo – pensare una cosa e postarla su un profilo o scriverla in un gruppo whatsapp è questione di un secondo – la calma riflessiva e la costruzione di un pensiero consapevole che traspare dalle pagine di Ada, assumono un sapore quasi doloroso. Non c’è mai un nemico contro cui scagliarsi, un dibattere senza oggetto di lavoro chiaro, un perdere costantemente il senso dei propri confini e limiti. C’è, invece, la volontà di analizzare per comprendere e scegliere, guidati da solidi principi di giustizia. È grazie a questo andamento socratico del pensiero che le pagine di Ada svolgono il loro ruolo di educatrici alla libertà, per parafrasare il titolo di un libro di Lamberto Borghi, uno degli intellettuali che hanno contribuito al giornale. Pur appartenendo a un partito dogmatico, Ada sembra incapace di far sua ogni deriva autoritaria: la difficile formazione che lei stessa visse accanto a Piero Gobetti, la porta a trasformare quella fatica nella forma dialogica dei suoi scritti, coinvolgendo i genitori nella necessità di tenere vivo il dialogo con se stessi ancor prima che con i figli.

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poco di buono

Un film giapponese su una nuova famiglia

di Goffredo Fofi

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Il film di Kore’eda Hirokazu Un affare di famiglia, meritoriamente premiato a Cannes, è stato molto apprezzato per i suoi contenuti, ritenuti superficialmente “buonisti” ma che sono molto più radicali di quanto nessun buonista potrebbe accettare. Kore’eda ha all’incirca 55 anni e sa quello che fa, è un ottimo sceneggiatore, e conosce molto bene la tradizione umanistica giapponese, quella dei Kurosawa e dei Mizoguchi e delle storie di famiglia di Yasujiro Ozu. È anche un ottimo direttore di attori, e in particolare di bambini – anche questa una qualità che le televisioni, in particolare la statunitense, hanno finito per massacrare. Gli interpreti di Un affare di famiglia sono molto bravi e soprattutto molto credibili, hanno mestiere ma sembrano, soprattutto i bambini, presi, come si diceva un tempo, dalla vita. La molla che sembra sostenere Kore’eda è una forma di populismo di stampo antico e sostanzialmente anarcoide: apprezzare del popolo una morale che non è mai la stessa degli altri ceti, borghesi o piccolo-borghesi, e ovviamente del potere costituito, di chi fa le leggi (ché le leggi, dicevano estremizzando molti militanti di ieri, vengono fatte pur sempre da dei privilegiati al fine di fregare chi non lo è…), anche nel caso di chi è stato democraticamente eletto.

La famiglia Shibata del film si dimostra in questo “affare” come una vera famiglia anche se nasce (scopriamo alla fine) da un delitto, anche se per sopravvivere non distingue tra mestieri decorosi e indecorosi, normali e illegali, e pratica volentieri il furto – un supermercato ha padroni anonimi, dice un protagonista, e intende che non è un furto rubare a una società che, per sua natura, contempla la manipolazione del valore delle merci… e un passo più in là c’è Proudhon, la proprietà è comunque un furto… – anche se è cresciuta inglobando bambini “rubati” ad altri che li maltrattavano o li trascuravano ignobilmente. La convinzione di Kore’eda è semplice: il sangue conta molto molto meno del farsi carico della crescita concreta, fisica e morale e “culturale”, di un bambino; il rapporto affettivo conta molto ma molto di più di ogni certificazione legale, istituzionale. In definitiva, a contare al disopra di ogni legge storica o naturale è la tenerezza che si instaura tra le persone. L’anarchismo di Kore’eda (ma sì, parliamo di anarchismo, ché di questo si tratta!) è meno persuaso ed estremo, mettiamo, di quello di un Buñuel o di un Bresson, è meno “filosofico” e totale, non parte da convinzioni, pur se nate dall’esperienza, metafisiche, e tuttavia parte da considerazioni precise sulla società attuale, sui suoi inganni, sulle sue leggi, sulle sue storture. Ha però un perno e una base che commuovono e convincono, nel frustrato bisogno di tenerezza (più che di amore! più che di sesso!) di ogni essere umano, un bisogno che è base di ogni solidarietà profonda e che soltanto chi non tiene conto delle presunte leggi di una società costituita è in grado, per Kore’eda e anche per noi suoi spettatori e ammiratori, di comprendere e soprattutto di esprimere e di coprire.

Ne consegue che Un affare di famiglia è un film di primaria importanza per una discussione sui fondamenti profondi e più attuali di un’istituzione che è alla base di ogni ordinamento sociale. Di una famiglia non si può fare a meno, da un incontro tra due adulti dei due sessi (anche se oggi può non essere diretto) si proviene comunque tutti, ma ogni epoca deve riproporre l’antica dichiarazione di guerra contro il modello di famiglia borghese o oppressiva (il “famiglie! Vi odio!” dei Nutrimenti terrestri di Gide) e sperimentare nuovi/vecchi ma sani modelli. Partendo dalla più franca considerazione dei bisogni essenziali di ogni nuovo arrivato, partendo da una concreta analisi delle storture di una società organizzata e piramidale e dalla sua messa in discussione, dal suo rifiuto, è possibile inventare o reinventare i modi necessari di sperimentare e costruire il nuovo, il giusto. Per questo Un affare di famiglia è un film importante, come un piccolo trattato di pedagogia che dovrebbero vedere e meditare coloro che insegnano e che mettono su casa e che hanno comunque a che fare con dei bambini.

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pianeta

Brasile: I ministri in divisa militare

di Lucia Capuzzi

Ozi

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Si è insediato in una Brasilia blindata, come mai prima d’ora. Dopo l’attentato all’allora candidato del 6 settembre, le forze armate non hanno voluto correre rischi. Per questo, l’Aviazione ha predisposto un scudo missilistico anti-aereo, per le strade sono stati schierati migliaia di poliziotti e militari. Gli organizzatori hanno cercato di celare il dispiegamento dietro un’imponente coreografia. Invano. La tensione è risultata fin troppo evidente. Anzi, la cerimonia d’insediamento di Capodanno s’è trasformata in una metafora del clima nel Brasile dell’era Bolsonaro. Il Partido dos trabalhadores (Pt), principale forza di opposizione, ha disertato l’evento, a conferma della polarizzazione estrema del Paese. La mancata candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva, stoppato in extremis dal Tribunale elettorale, non è andata giù al Pt. Primo nei sondaggi con il 40 per cento dei consensi, l’ex presidente-operaio aveva buone possibilità di vincere. A differenza del proprio sostituto, Fernando Haddad, fermatosi a undici punti di distanza dal “capitano Jair”, il primo ex militare al potere dai tempi del regime. In omaggio al suo passato recente, Bolsonaro ha piazzato nell’esecutivo otto “ministri in divisa”, tra militari in carica e in pensione, su un totale di ventidue. Un inedito. Se, nei primi due secoli dall’indipendenza, l’esercito era stato l’arbitro della vita politica, con interventi costanti – il cosiddetto “pretorianesimo” – la democrazia, tornata nel 1985, ha fatto della sua permanenza nelle caserme un principio costitutivo. Ora, però, la situazione è cambiata. La democrazia ha perso la fiducia del 60 per cento dei cittadini, i quali, al contrario, considerano le forze armate l’istituzione più affidabile.

Solo a partire da tale contesto di “disincanto generalizzato” è possibile spiegare il fenomeno Bolsonaro, ex capitano 63enne, nostalgico dell’ultima dittatura dei generali (1964-1985), uomo dalle posizioni estreme in una nazione orgogliosa delle proprie capacità di mediazione. Per 27 anni – dalla prima candidatura come consigliere comunale di Rio – nessuno l’aveva preso troppo sul serio. Le ferite del regime erano fresche e l’attuale leader dell’ultradestra era troppo legato agli anni bui. Le sue battute – “l’errore del regime è stato torturare e non uccidere”, “non ti stuprerei perché non te lo meriti”, “non è un buon poliziotto se non ammazza” – venivano liquidate con un misto di sorpresa e indignazione. C’è voluto un lungo periodo di crisi – politica, sociale, economica, di identità – per forgiare il consenso che ha portato Bolsonaro al Palazzo di Planalto con il 55 per cento dei voti il 28 ottobre. Alcuni l’hanno chiamato la “congiuntura delle tre c”. Ovvero corruzione, crimine, crisi. Mali antichi del Brasile: affondano nelle radici coloniali e nella lotta per l’indipendenza. Stavolta, però, si sono intersecate in modo esplosivo. Soprattutto perché, fino a pochi anni fa, il leit motiv dominante era sintetizzato dalla precedente lettera dell’alfabeto: la “b” di boom, di Brics, di bacana Brasil (Brasile stupendo). L’indagine Lava Jato – con la scoperta del peggior scandalo per mazzette di sempre – ha inferto duri colpi all’entusiasmo collettivo. I partiti storici – nessuno escluso – ne sono usciti a pezzi. Gli analisti sono convinti, tuttavia, che l’ira dei cittadini si sarebbe esaurita nel giro di qualche mese in base al vecchio principio del rouba mas faz (ruba ma fa). Ma nel frattempo è sopraggiunto il crollo internazionale del prezzo delle materie prime, da cui tuttora dipende l’economia brasiliana. E l’intreccio tra mala gestione e crisi è apparso in tutta la sua drammaticità. La crescita annuale del 7 per cento dell’inizio del secolo, s’è trasformata in recessione. La nazione vi è entrata ufficialmente nel 2015 per uscirvi solo due anni dopo con 13 milioni di disoccupati, il deficit all’8 per cento e il debito pubblico al 90 per cento. Mentre le politiche di redistribuzione dell’era Pt – che hanno fatto uscire dalla povertà 40 milioni di persone – hanno lasciato il posto a una drammatica austerità. La paura ha iniziato a dilagare in tutti i gruppi sociali, aumentando l’insofferenza verso il tasso di criminalità, dramma cronico e nodo irrisolto che, nel 2017, ha raggiunto la cifra bellica di 31 omicidi ogni 100mila abitanti, un totale di 63.880. Bolsonaro ha trasformato le tre “c” in cavalli di battaglia. I suoi slogan, durante la campagna, sono stati “armi libere contro il crimine”, “pugno di ferro anti-corruzione” e “il Brasile prima di tutto”. Motto quest’ultimo di eco trumpiana anche se lo stile dell’autore somiglia più al filippino Rodrigo Duterte. Alla vigilia dell’insediamento, Bolsonaro ha annunciato un decreto per consentire il porto d’armi libero a qualunque cittadino non abbia precedenti penali. E ha promesso: è solo l’inizio.

Già è solo l’inizio. Da queste parti, si avverte già chiaramente l’effetto Bolsonaro”, Paulo Dollis Barbosa da Silva, presidente dell’Unione dei popoli indigeni della Valle del Javarí (Univajavi) e esponente della comunità Marubo. Paulo risiede in uno dei frammenti più inaccessibili dell’Amazzonia: 85mila chilometri di acqua e foresta, lungo il confine tra Brasile e Perù. Per tale ragione, la Valle – dal 2001 terra indigena legalmente riconosciuta – ha la maggior concentrazione al mondo di tribù isolate: diciassette. Ese vivono fianco a fianco con sette comunità già contattate, tra cui i Marubo. Sono loro a denunciare la crescente pressione da parte dei “cacciatori di risorse” – pescatori, cacciatori, trafficanti di legname, droga e minatori – sull’area, in particolare dopo le presidenziali. L’ultimo attacco è avvenuto alla fine di dicembre.

Boutade sconvenienti a parte, l’Amazzonia rischia di essere la prima vittima delle politiche oltranziste del nuovo presidente. Il leader dell’ultradestra non fa mistero della propria insofferenza verso “l’indigenismo sciita”. Appena qualche settimana fa, ha paragonato le terre in uso esclusivo per gli indigeni a “gioardini zoologici per animali”. Tali appezzamenti si estendono per 117 milioni di ettari, il 14 per cento del Paese: solo i nativi – prevede la Costituzione – ne possono amministrare le risorse. “Una quantità eccessiva”, non si stanca di ripetere il leader. Anche perché “dove c’è terra indigena, c’è sempre ricchezza”, ha precisato. Il messaggio è fin troppo chiaro: il governo non ha intenzione di rinunciare alle enormi risorse custodite nei territori già riassegnati o in via di restituzione agli indios. E intende sfruttarle. Del resto, i predecessori hanno dimostrato una sorprendente abilità nel glissare sui diritti dei popoli originari, scritti nella Carta fondamentale. Questa, in vigore dal 1988, imponeva la riconsegna delle terre ai nativi, loro legittimi proprietari, entro cinque anni. Ne sono trascorsi altri venticinque e sul totale di 1.296 appezzamenti rivendicati dagli indios – secondo i dati del Consiglio indigenista missionario della Conferenza episcopale brasiliana –, ne sono stati riconsegnati 436. Dal 2014 – anno in cui in Congresso è entrato un terzo di rappresentanti legati all’agrobusiness – il processo di resa procede col contagocce. L’era di Dilma Rousseff s’è aggiudicata il record negativo con appena 21 assegnazioni. Con l’impeachment e l’entrata in carica di Michel Temer si è arrivati alla paralisi totale. Bolsonaro sembra intenzionato a seguire l’attuale trend. Accentuando, al contempo, la pressione sui territori già restituiti grazie ai vuoti legali esistenti. Come la formulazione della Costituzione che riserva allo Stato la proprietà del sottosuolo. E che potrebbe aprire allo sfruttamento minerario nei territori ancestrali. O una possibile forzatura della Carta per consentire ai nativi di affittare i propri appezzamenti. Gli interessati – tra latifondisti, imprenditori locali e multinazionali – non mancano. Gli indios, però, non cedono. “Faremo, dunque, quanto abbiamo sempre fatto: resistere”.

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gli asini

Circolare destra…UT DES

Cari amici asini,

mi sono deciso a scrivere una circolare “destra” cioè non progressista ma passatista. Del resto la sinistra come sappiamo non c’è più, anche se noi siamo di quegli asini che da anni credono che “non c’è ancora”.

Vi scrivo da vice-decano dei collaboratori (dopo Ciafaloni, sono il più datato di tutti) perché sento di dover fare qualcosa per la rivista, che ha certo bisogno di mezzi ma anche di modi adeguati al suo valore. Credo che sia a tutti voi evidente che la rivista è cresciuta e almeno gli ultimi numeri hanno raggiunto un Valore che non solo va difeso ma investito. La rivista vende poco – si sa – ma soprattutto non ha la diffusione e il sostegno che merita, e che infine meritiamo anche noi che ci limitiamo a scriverci su e ci accontentiamo di compiacerci a vicenda (se non ciascuno per sé…).

Vi scrivo perché mi sento in colpa verso me stesso, e credo che pochi gesti e impegni “personali” potrebbero almeno renderci più orgogliosi e consapevoli di una rivista che ormai è diventata eccezionale in tutti i sensi – anche in quello della solitudine, nel panorama nazionale editoriale e intellettuale… Vi scrivo anche da arcaico militante che non crede nei blog e nell’automatismo dei social ma nella più faticosa antica socialità, dunque nella pubblicità fatta a tu per tu, nella comunicazione testa a testa o nelle vendite porta a porta… In breve io credo che si tratti di moltiplicare tutti insieme – ovvero ciascuno da solo – l’umile ma continuo contatto e l’insistente ravvicinato invito utile alla diffusione o almeno alla valorizzazione de Gli Asini: qualcosa di simile l’ho più volte proposto nelle rituali riunioni fiorentine ma poi io stesso non l’ho quasi mai portato avanti in concreto.

Se ad esempio ciascuno trovasse nella sua città o paese o quartiere, un’edicola sola o una libreria dove cinque copie di ogni nuovo numero fossero visibili e disponibili (e magari qualche arretrato)…; se ad esempio in qualche biblioteca o scuola o circolo culturale oppure approfittandosi delle fin troppe occasioni di piccole fiere del libro o nelle frequenti occasioni in cui ci si impegna in corsi, conferenze, convegni, ci si ricordasse di segnalare e sventolare e perfino regalare qualche copia…; se ad esempio si organizzasse qualche presentazione di libri e libelli anche in assenza degli autori e del direttore-autore della rivista…; se ad esempio ciascuno di noi potesse chiedere a riviste minori e anche locali (certo selezionandole) un avviso stampato per fare pubblicità -non pagata e non scambiata- in cui anticipare il sommario dei numeri a venire…; se ad esempio anche solo per email ciascuno inviasse a pochi scelti amici un suo articolo uscito sulla rivista e li invitasse ad abbonarsi…

Non sono grandi idee, e magari sono lontane dalla nostra mentalità o abitudine, ma volevo solo ricordare a ciascuno di voi e a me stesso che minime attenzioni e costanti impegni possono avere un’efficacia o almeno fare da anticorpo alla tendenza o tentazione di consolarsi e confortarci “tra noi”, senza mai esporre anzi esibire il logo e il logos della rivista. Non si tratta di allargare il cerchio (a quello ci pensa Goffredo) ma di incrementare il giro e alzare il tiro e il titolo, insomma la detestata ma necessaria Immagine, visto che viviamo in tempi in cui senza la pubblicità non solo non funziona il commercio, ma nemmeno sale la credibilità di ogni asino – autore o attore che sia.

A proposito: quanti attori e autori abbiamo fin qui coinvolto e contattato e recensito? E perfino “premiato”? Ebbene, UT DES va esteso anche a tutti loro, che volenti o indolenti, che lo sappiano o no, fanno parte di una rivista che infine è l’ultima ma anche la più vasta adunanza della minoranza che esiste in Italia.

Ma infine UT DES va anche letto al contrario: è ora cioè che la rivista ci renda più, e lo può fare solo se raggiungerà la quota di visibilità e la soglia di autorità che merita. E che meritiamo.

Piergiorgio Giacchè

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