educazione e politica

Il caso Mattei 3. Dentro le mura

di alcuni ex operatori ed ex operatrici del Centro Mattei

In chi si è mobilitato tra il 7 e l’11 giugno scorsi c’era la consapevolezza di non voler difendere il Centro Mattei in quanto tale, ma solo di impedire il trasferimento forzato di circa 190 persone che in quei giorni ancora ci vivevano e, insieme, il licenziamento di oltre 40 lavoratori.

Ex Centro di identificazione ed espulsione, chiuso nel 2013, il Mattei riaprirà come hub regionale nell’estate del 2014 per diventate, con il calo degli sbarchi, campo di media e lunga permanenza. Dai trecento ospiti iniziali arriverà ad ospitare fino a mille persone. Le alte mura e i cancelli di ferro non gli hanno mai tolto le fattezze della prigione più che di un centro di accoglienza.

Gli operatori che sono passati dal Mattei hanno dovuto fare i conti più di altri con l’intrinseca ambiguità del loro ruolo: la convivenza tra mandato istituzionale e le loro spinte solidaristiche, tra la funzione di controllo e lavoro di cura, tra esigenze di emancipazione degli ospiti e dipendenza indotta al sistema dell’accoglienza. Contraddizioni che si possono attraversare – come scrive un gruppo di ex lavoratori del centro – con mente desta e cuore vigile, per attenuarne gli effetti disumanizzanti. Per meglio comprenderle, per meglio raccontarle.

P.S. L’intestazione ai re Magi fa riferimento a un commento del Ministro dell’interno che ha definito il Mattei “più una stalla che un centro d’accoglienza”. (Luigi Monti)

 

Cari re Magi,

la stalla in via Mattei 60 è temporaneamente chiusa per ristrutturazione. Era anche ora! Senza tv via cavo, senza piscina, senza aria condizionata, senza riscaldamento, senza wifi ma che stalla era?

Vi raccontiamo la sua storia, in un giorno è stato aperto e in due è stato chiuso. Nel mezzo del cammino della sua vita, alcune persone ci hanno lavorato e tante altre ci hanno vissuto. Sicuramente molti altri – la maggior parte – lo hanno conosciuto. E se conosci, non hai paura. Da un Cie è diventato un centro di accoglienza, un hub, una piccola città nella città di Bologna, un mondo a sé, dove ognuno (nonostante tutto) si è sempre sentito al sicuro. Dall’emergenza, infatti, è diventato una casa per molti. Una casa non ristrutturata da chi, invece, avrebbe dovuto occuparsene. Come operatori, quotidianamente abbiamo lavorato, sudato, parlato, mediato, spiegato e ascoltato cento lingue, cercando di comprendere chi avevamo davanti. Allo stesso tempo, abbiamo cercato di spiegarci, come persone e come comunità. Ci siamo fatti portatori di risposte e giustificato decisioni, politiche e pensieri che non ci appartenevano e che erano responsabilità di altri; direttive che avremmo voluto cambiare, ma sulle quali non avevamo alcun potere.

Un posto amato e odiato. Un limbo di contraddizioni, di speranze e relazioni. Si può quasi giustificare l’ignoranza nel comprendere un luogo di cui, dall’esterno, si vedono solo le sbarre e il filo spinato. Ma dopotutto, non è altro che la semplificazione di un paese che vede l’apparenza e non la sostanza.

Qui, a parlare, siamo pochi operatori, che hanno aperto, visto crescere e vissuto intensamente un microcosmo del mondo, che ha visto coabitare tante nazionalità, non solo africane, come qualcuno ha detto. Di certo non ci vogliamo arrogare il diritto di farci portavoce di tutti gli operatori e le operatrici che hanno avuto l’opportunità di vivere questa esperienza lavorativa. Ma non possiamo neanche tacere di fronte a tanta dequalificazione professionale, che gira nelle menti e nelle parole di chi non vuol guardare e di chi non vuol conoscere. Il mondo dell’accoglienza è fatto di persone qualificate, professionisti, portatori di competenze e conoscenze. E l’hub Mattei è stato portato avanti giorno e notte da persone che per poco più di 1000 euro al mese hanno cercato di trasformare un carcere in un posto accogliente e non solo un luogo di transito. Integrazione, mediazione, gestione dei conflitti, lavoro di squadra e gestione dell’operativo quotidiano stancavano, facevano arrabbiare, ma allo stesso tempo gratificavano. Non è stato facile lavorare in una struttura fatiscente, nata con altre finalità e trasformata in centro di accoglienza. Infatti tra di noi c’è chi è rimasto e chi se n’è andato, ma ne difendiamo le possibilità di crescita non solo emotiva e umana, ma anche professionale che sono state sperimentate.

Ci rivolgiamo a tutti voi, non importa che siate privati cittadini o istituzioni, per dirvi che l’accoglienza non la fa un luogo, ma la fanno le persone: i lavoratori e le lavoratrici del sociale.

 

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Il caso Mattei 2. Lotta politica e lotta culturale

di Savino Claudio Reggente

Si sta verificando ciò che era temibile. Siamo passati da una gestione inefficiente e ipocrita di norme benintenzionate, o fatte per sembrare benintenzionate, all’attacco diretto alla presenza e alla vita dei migranti, lasciati in mare, cacciati dai centri, spostati da un capo all’altro della penisola. Quando prevaleva una dichiarata volontà di soccorrere la cosa più importante mi sembra fosse realizzare l’accoglienza, risolvere problemi pratici, agire con umanità, più che svelare la probabile ipocrisia. Ora diventano importanti anche l’informazione e la protesta.

Senza informazione veritiera, proposte realizzabili di contrasto alla cacciata e movimento di protesta possiamo solo chiuderci nell’angoscia di fronte al ritorno della crudeltà esplicita nei confronti di chi non è come noi, e quindi è, per definizione, un nemico.

Il problema è culturale prima di essere politico e richiede una risposta culturale, di conoscenza, di moralità, oltre alle attività pratiche. La risposta culturale non può che essere di lungo periodo. Ma non partiamo dal nulla. Le risposte di movimenti, come a Bologna, o il comportamento dei cittadini di Lampedusa ci dicono che molti sono rimasti umani. (Francesco Ciafaloni)

 

Facendo un passo indietro rispetto alla cronaca dei giorni che hanno portato alla chiusura coatta dell’hub regionale “Mattei” a Bologna, crediamo necessario fare alcune considerazioni. Prima di essere trasformato in hub, cioè luogo di transito verso strutture d’accoglienza più piccole, il Mattei ha funzionato come Cie (centro per l’identificazione e l’espulsione): sbarre metalliche, muretti in cemento e filo spinato sono sempre state presenti ma, a fianco del cancello d’entrata, è collocata una porta. Nel corso di questi cinque anni di attività quella porta ha funzionato come sismografo rispetto a moti tellurici ben più ampi e profondi la cui origine andava al di là del perimetro materiale del centro e che avevano a che fare col funzionamento del sistema d’accoglienza nazionale e le sue contraddizioni, con le normative euorpee in materia migratoria e di flussi e con le modificazioni geopolitiche avvenute nella penisola mediterranea, ma non solo. E, per chi era in strada martedì 12 giugno, forse quella porta ha rivelato alcune evidenze, scomode per tutti.

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Il caso Mattei 1. Cronaca di un presidio

delle lavoratrici e dei lavoratori dell’accoglienza di Bologna

Non stiamo parlando del film di Francesco Rosi dedicato alla figura di Enrico Mattei, ma della chiusura improvvisa e scomposta, su mandato del Ministero dell’interno e attuato dalla prefettura di Bologna, del centro regionale di prima accoglienza e di smistamento di via Mattei, avvenuta tra il 7 e l’11 giugno scorsi sotto lo sguardo di un’ampia, reattiva e finalmente efficace mobilitazione cittadina (ma nel silenzio di gran parte dei media nazionali).

Davanti a tanta irrazionalità come si fa a non pensar male? A pensare cioè che la chiusura del’hub di via Mattei non nasca da esigenze organizzative e gestionali, ma nasconda piuttosto altri fini?

L’irrazionalità sta nel fatto che anche volendo chiudere il centro per le ragioni addotte dalla prefettura (“urgenti lavori di manutenzione”) c’erano tutte le condizioni per farlo, come si è visto in finale di partita, con il tempo necessario, senza mandare allo sbando gli ospiti della struttura, evitando probabili licenziamenti di molti giovani lavoratori e una tensione che sarebbe potuta sfociare in azioni scomposte e violente.

E pensando male, durante la mobilitazione qualcuno in strada vociferava che al posto del centro di prima accoglienza e smistamento i funzionari del Ministero dell’interno vogliano costruire il nuovo Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) o che lo “sgombero” del Mattei (viene da chiamarlo così, viste le modalità con cui è avvenuta la chiusura del centro) sia stata un’azione dimostrativa in risposta alla posizione delle tante cooperative cittadine e regionali che si sono sfilate dai nuovi bandi della prefettura per la gestione dell’accoglienza.

Anche fossero solo cattivi pensieri è bene che i territori che ospitano richiedenti asilo, le cooperative che li hanno “gestiti” in questi anni, i loro amici e in primis loro stessi inizino a prepararsi: quello che è successo in forma rozza e aggressiva a Bologna potrebbe capitare presto, magari in “guanti bianchi”, in altre città e in altri comuni. Laddove gli enti gestori non si presenteranno ai nuovi bandi (come sta succedendo ad esempio a Modena, Reggio Emilia e Ferrara) potremo assistere a deportazioni di gruppo come quella tentata a Bologna.

Ma a Bologna, a differenza di quanto avvenuto ad esempio a inizio anno a Castelnuovo di Porto, abbiamo intravisto anche una cooperazione inedita, molto reattiva ed efficace, tra soggetti che normalmente faticano a dialogare tra loro – centri sociali, gruppi autoconvocati di operatori dell’accoglienza, ma anche coordinatori delle cooperative bolognesi, associazioni giuridiche, parrocchie, Caritas diocesana e persone comuni – che hanno trovato il canale giusto per mettere alle corde istituzioni locali e nazionali costringendole a trovare soluzioni alternative ragionevoli e dignitose per i circa 170 ospiti del Mattei. Una forma di collaborazione che bisognerebbe iniziare a esplorare non solo in situazioni di emergenza come quella di Bologna, ma anche nella gestione ordinaria dei flussi migratori che attraversano le nostre città.

Certo rimane ancora aperta la delicata posizione contrattuale dei circa 40 lavoratori che gravitavano intorno al Mattei. La lotta per la difesa dei loro posti di lavoro non dovrebbe essere disgiunta dallo sforzo di immaginare e costruire forme di accoglienza molto diverse da quella che avveniva dentro le mura del Mattei e in tanti cas e sprar della penisola.

Di seguito la cronaca di quelle giornate annotata da alcuni degli operatori e delle operatrici che hanno partecipato alla mobilitazione. (Luigi Monti)

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Tre vicende italiane

di Nicola Villa

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Filippo Palizzi (1818-1899)

Sogni e favole di Emanuele Trevi

Quanto è difficile oggi tracciare dei legami culturali con l’esperienza umana nel Novecento? Un’epoca tanto vicina, quanto lontana dal nostro presente dominato dall’effimero e dalla cronaca? Emanuele Trevi ci è riuscito in questo “libro strano” (Ponte alle grazie) a metà tra l’autobiografia e il saggio per parlare del suo “apprendistato” all’arte, in un luogo e tempo, la Roma degli anni Ottanta, in cui era ancora possibile un rapporto con essa intenso e duraturo. “Non delle cazzate di cui si parla per qualche mese fino all’arrivo di nuove cazzate”. Il filo rosso che lega questa flânerie tra presente e passato è un sonetto di Metastasio sulla verità e l’illusione dell’arte e il suo rapporto con l’esperienza umana che dà il titolo al libro: “Sogni, e favole io fingo; e pure in carte / mentre favole, e sogni orno, e disegno, / io lor, folle ch’io son, prendo tal parte, / che del mal che inventai piango, e mi sdegno.” E sono tre le biografie raccontate sotto questa luce, tre vite di “esseri umani investiti da una vocazione”: Arturo Patten, un fotografo ritrattista americano espatriato a Roma; Amelia Rosselli, una delle più grandi poetesse del secolo scorso; e Cesare Garboli, il grande critico letterario. L’aspetto straordinario è che Trevi riesce a raccontare questi maestri, cruciali per la sua formazione, senza ricorrere alla nostalgia, semmai alla disperazione, con un’opera pienamente calata nel presente e attuale, sperimentando un linguaggio rischioso e ambiguo che non sempre aveva convinto nelle sue prove precedenti come in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie 2012) dedicato a Laura Betti (e a Pasolini). Anche questo Sogni e favole è, coerentemente per la poetica di Trevi, un ritratto di un artista da giovane in cerca dei propri maestri, e questo dialogo, fatto di ricordi, digressioni, ricerche e riflessioni (con ampia bibliografia finale) è testimoniato nell’oggi ma non ha futuro. Dopotutto il libro di Trevi testimonia la fine dell’autonomia dell’opera d’arte nell’esperienza degli uomini, da qui la disperazione, con l’unico appiglio, come in un circolo, sull’assurdità della realtà. “Qualunque cosa tu guardi con un grado adeguato di intensità, diventa letteralmente sovrannaturale, inizia a vivere di una vita propria e imprevedibile”.

 

Un giorno verrà di Giulia Caminito

La tentazione giornalistica di paragonare i nostri anni venti con quelli del Novecento, in una facile e affascinante circolarità della Storia, ha dato vita a un certo numero di romanzi storici su quel periodo. Il caso più noto di questi mesi è M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani 2018), un romanzone-fiction giornalistico, appunto, pieno di luoghi comuni, a cui seguiranno altre puntate come in una serie. La seconda prova narrativa di Giulia Caminito, dopo La Grande A (Giunti 2016), si intitola Un giorno verrà (Bompiani) e sembrerebbe rientrare in questa voga se non fosse per alcune determinanti differenze: il recupero di una storia cruciale per i destini del paese, ma troppo spesso dimenticata, quella della “Settimana rossa”, partita da Ancona e diffusasi in tutte le Marche e il centro Italia, che ebbe tra i suoi ispiratori l’anarchico Errico Malatesta, padre eretico del movimento antagonista nazionale. L’altro aspetto di unicità è il tentativo di incrociare nell’invenzione narrativa racconti famigliari con eventi storici documentati, sia programmaticamente che nella trama con al centro le vicende di due fratelli così diversi, Lupo e Nicola, con l’esistenza di suor Clara, chiamata “Moretta” perché originaria del Sudan (personaggio realmente esistito), testimoni di eventi più grandi di loro: la Grande Guerra, la Spagnola e appunto la Settimana rossa. Se da una parte il romanzo è notevole nella sua programmatica volontà di dare voce a chi nella storia non l’ha mai avuta, proprio questa ideologia dell’opera non giova a uno stile troppo spesso irrigidito e piano. Tuttavia l’aspetto formale è congruo con un romanzo che prova a innovare il genere abusato della fiction storica.

 

Addio fantasmi di Nadia Terranova

Seconda prova di una delle autrici più promettenti della nostra letteratura che, proprio con questo romanzo (Einaudi), sembra aver trovato una voce originale e matura, libera dalla politica che invece era molto presente nel primo Gli anni al contrario (Einaudi 2015). La trama è semplice: è il racconto di una doppia scomparsa, quella del padre rielaborata in un ritorno a casa, e quello della scomparsa del desiderio in un matrimonio. Il gioco di sdoppiamento c’è anche tra la narratrice, Ida Laquidara, e la madre che la richiama a Messina per sgomberare la “loro” casa delle cianfrusaglie accumulate e per fare dei lavori sul tetto a causa di un’infiltrazione. La scomparsa è un tema molto siciliano: Sebastiano Laquidara è il nome, il corpo e la voce di questa assenza. Il motivo della sua fuga è una grave forma di depressione. Il non sapere se sia vivo o sia morto, se si sia rifatto un’altra vita, è l’elemento fantasmatico, ma è anche alla radice del conflitto con la madre, una madre senza nome. Ida affronta questo ritorno a casa per congedarsi dai suoi fantasmi. Ma il suo percorso non è traumatico o un confronto duro con il passato. Si può dire che la protagonista, che ricorda tutto, faccia un viaggio nei ricordi, nei sogni (ben otto nel libro sono i capitoli notturni) e sia in grado di affrontare il dolore degli altri. E inoltre c’è Messina, un vero e proprio emblema: una città poco raccontata, tra due mari, adagiata sullo stretto, la sua passeggiatamare, la sua assenza di storia per via del terremoto. La scrittura della Terranova dialoga chiaramente con una certa narrativa del Novecento, una narrativa famigliare, personale, intima, ma anche molto sicura di sé, molto assertiva: la Ginzburg citata in esergo, ma anche Lalla Romano e Giuseppe Pontiggia sono i maestri, neanche troppo nascosti, che richiamano questo romanzo.

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“La Storia” di Morante tra politica e ideologia

di Gianfranco Bettin

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Ha a che fare anche con alcuni snodi cruciali del presente, il ponderoso studio che Angela Borghesi, saggista e docente alla Bicocca, ha dedicato al libro più famoso di Elsa Morante e alla corale e prolungata discussione che ha infiammato: L’anno della Storia. 19741975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica. (Quodlibet).

Il libro mantiene davvero ciò che il sottotitolo promette. Si tratta infatti di una ricostruzione dettagliata e ragionata di quel dibattito memorabile, corredata di un’attenta e completa raccolta degli interventi di quel periodo, innumerevoli. Si apre con una specie di giallo letterario, la ricostruzione della posizione su La Storia di un uomo chiave della cultura di sinistra del tempo, Franco Fortini, un po’ elusiva e tortuosa, ricostruita da Borghesi con una forse divertita precisione. Prosegue con il resoconto delle principali discussioni, da quelle iniziali di natura più letteraria a quelle che seguiranno, fortemente segnate da polemiche politico-ideologiche (specie a sinistra, in parte anche nell’area anarchica), specialmente dopo l’esplosione dell’enorme successo del libro. Soprattutto, però, Borghesi propone una convincente e profonda chiave di lettura dell’opera della Morante. E, in modo elegante e nitido, mostra quanto fossero miopi o pretestuosi o fuorviati da rigidità ideologiche e politiche e quanto, perciò, risultino oggi datati, molti degli interventi più critici, a volte dall’intento demolitorio, o perfino sprezzanti, compreso quello sul “Manifesto” che Luigi Pintor definirà “una mascalzonata, o un segno di fascismo intellettuale”, verso quel grande romanzo. La cui autrice guardava altrove rispetto ai punti cardinali dei suoi critici, più fedeli alle credenze prevalenti all’epoca e spesso sacerdoti, o chierichetti, delle medesime.

Borghesi allude invece a una sorta di “religiosità dell’umano”, che starebbe a fondamento dell’intera opera morantiana, non rinchiusa in visioni della storia dogmatiche, e che “si alimenta delle convergenze tra messaggio evangelico e tradizione spirituale orientale, convergenze che avevano trovato riscontri anche negli studi di Simone Weil”. Ai rapporti tra Morante e Weil (e Ortese; ma anche a un possibile nesso con il pensiero di Nicola Chiaromonte) Angela Borghesi ha dedicato studi specifici e sottolinea come questa relazione, con pochissime eccezioni (come Fofi), venga ignorata. Il motivo è presto detto: “Non si fanno davvero i conti con la visione del mondo di Morante perché ciò significherebbe farli anche con Weil, filosofo insieme geniale e ingrato per la radicalità delle analisi sull’organizzazione sociale e politica, sui fenomeni culturali e religiosi (…) di cui diffidare perchè in odore di misticismo e antimarxismo”. Idem per la tradizione filosofica orientale.

Tutto questo terreno di coltura di La Storia è ignorato o guardato con sospetto dall’intellighenzia di sinistra, che storce il naso, chiude occhi e orecchi alla raffigurazione di un’umanità derelitta, sofferente, schiacciata, e pur talora allegra” scrive Borghesi qui echeggiando Garboli – “nella furia di un conflitto mondiale, e ne fa una questione di classi sociali rappresentate o no, di ideologia. Tale disegno narrativo nasce da una riflessione profonda su concetti weiliani quali passività e azione, attenzione, pazienza, oppressione, rivoluzione, progresso. E sventura, attesa, umiltà, compassione”. Queste idee non conducono Morante alla resa, all’annichilimento, come le verrà rinfacciato con supponenza. Al contrario, come nella filosofia zen e come in Weil, conducono piuttosto alla resistenza, al risveglio, al riconoscimento delle cose come sono, tanto più necessario in un’epoca “in cui si è perduto tutto”, nel grandioso e tremendo Novecento. Proprio nel cuore più devastato del secolo, Morante ambienta il suo romanzo, mentre lo scrive nei successivi anni Sessanta e Settanta (ma con idee iniziali ancora precedenti in una tensione che l’accompagna a lungo), anni di pax occidentale e di ripresa della vitalità e curiosità intellettuale e politica.

In quel contesto, in quel clima, “Morante pensò fosse bene ricordare in quale orizzonte di senso ultimo andassero collocate quelle speranze”. E di cosa, anche, valesse la pena raccontare, di quali personaggi (come la dedica da César Vallejo ad apertura di romanzo: “Por el analfabeto a quien escribo”). Lo capì forse meglio di tutti Cesare Garboli: “Eccoli, quelli che passano inosservati su questa terra, e che il romanticismo narrativo di Tolstoj e di Manzoni aveva elevato a protagonisti, relegandoli tuttavia nella vaga astrattezza di personaggi di testa, o se si preferisce, ‘simbolici’. Questa gente anonima, la Morante la individua, la identifica. Solo di costoro, ormai, la vita è raccontabile e interessante. Per il resto poche righe in corpo minore, premesse a ogni capitolo, bastano a sbarazzarci da un funereo intreccio di assurdità da cui la vita è assente”.

Gli astri che guidavano la strada di Elsa Morante appartenevano a una speciale costellazione eterodossa, illustrata nella Canzone degli F.P. e degli I.M. del Mondo salvato dai ragazzini, del 1968. Insieme a Spinoza (definito la festa del tesoro nascosto), a Giordano Bruno (la grande Epifania), a Giovanni Bellini (la salute dell’occhio che illumina il corpo), a Platone di Atene (la lettura dei simboli), a Rembrandt (la luce), ad Arturo Rimbaud (l’avventura sacra) e a Volfango A. Mozart (la voce), troviamo già Simona Weil (l’intelligenza della santità). Troviamo anche Antonio Gramsci (la speranza di una Città reale), la cui voce poi chiuderà La Storia: “Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so che cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia”, firmato: Matricola n.7047 della Casa Penale di Turi. Gramsci, nella lettera a Tatiana del 3 giugno 1929, da cui è la citazione è tratta, parla di un giardino e di un orto veri e propri, di un “bilancio floreale consuntivo”, parla di dalie, rose e cicoria, ma la forza suggestiva e metaforica della sua frase, le parole di un uomo in carcere nell’inverno del secolo, sono evidenti.

Elsa Morante non aveva nessuna intenzione di rinunciare al pensiero e alla figura di chi, nella stessa tradizione marxista, sapeva guardare alla realtà con occhi non condizionati da ideologie, rimettendosi a studiarla e a interpretarla con libertà e onestà intellettuale, oltre a provare a cambiarla. È questo intento, questo atteggiamento, a ispirare il romanzo ed è ciò che vi sentono risuonare gli innumerevoli lettori che vi cercheranno anche una spinta, idee e illuminazioni per guardarsi intorno con più lucidità, e anche con più sentimenti (compresa la commozione, compresa la disperazione, compreso il vituperato patetico). Lo faranno, spesso, da dentro la realtà concreta in cui vivono e in cui a volte proveranno ad agire. Non a caso, moltissimi giovani che avevano attraversato il ’68 o erano stati raggiunti dalla sua onda lunga, o dalle onde ancora più lunghe che lo stesso ’68 avevano preceduto e generato, leggeranno La Storia con passione e fervore e parteciperanno alla discussione che dal romanzo prenderà le mosse.

Una discussione, come Borghesi dimostra, fortemente condizionata da polemiche e letture che oggi ci appaiono inesorabilmente “datate”, davvero da lasciare alla critica roditrice dei topi, al contrario di un romanzo che resta invece vivissimo, che continua a essere cercato da nuove generazioni, da migliaia di lettori ogni anno, capaci di vedere e capire “l’edifico grandioso costruito da questa scrittrice: in cui l’audacia intellettuale e morale non è stata inferiore al genio letterario” (Alfonso Berardinelli). Un’opera utile anche per comprendere certi nodi del presente. La faccenda spinosa e controversa del “populismo”, ad esempio. L’idea che se ne ha in Italia deve molto, purtroppo, allo sguardo foderato di ideologia e di settaria concezione politica che aveva stroncato il libro della Morante in nome di una supposta scienza marxista e di una teoria ferrea della lotta di classe guidata dal Partito onnisciente. Una visione che aveva cercato di ridimensionare, non a caso, lo stesso Gramsci e la sua idea più ricca e articolata della società italiana e della lotta politica e culturale e poi alimentato, saldandosi con le cosiddette avanguardie, il disprezzo per le presunte “Liale” della letteratura italiana (salvo innamorarsi, in seguito, del successo di massa e ricercarlo con l’uso spregiudicato e manipolatorio non solo delle tecniche narrative tradizionali rese appena più smerigliate dall’abilità commerciale ma di strumenti nuovi e di potenza inaudita come la televisione).

Ridere, irridere, stroncare la rappresentazione del popolo in La Storia, esattamente come era stato fatto nei confronti dei populisti storici (dai russi a Pisacane, o, stando agli scrittori italiani, da Carlo Levi a Pasolini) considerati indegni di stare al pari con gli interpreti autorizzati della teoria e prassi rivoluzionaria, ha significato accumulare un ulteriore ritardo nella comprensione, certo dialettica, della reale condizione anche emotiva oltre che materiale del “popolo”, cioè della società italiana, della dinamica reale del conflitto di classe, molto più variegata e articolata di quanto costoro non vedessero. Non a caso, hanno capito tardi e malamente il ’68, e non a caso hanno capito ancor meno il più scomodo e scabroso ’77, ridotto a contrasto tra “due società”. Sta in questa incomprensione, di cui quella per La Storia è un episodio rivelatore, la radice della lontananza dei ceti dirigenti intellettuali e politici di gran parte della sinistra, non solo italiana, dalla condizione reale del suo popolo di riferimento. Per fortuna, altri hanno continuato a cercare, a guardare fuori da quegli schemi datati e chiusi. Minoranze, certo, ma feconde, a cui si deve ancora oggi la possibilità di riannodare dei fili, di tenere aperte delle vie, forse solo dei sentieri peraltro non agevoli, tuttavia ancora distinguibili nel caos e nella cupezza del presente.

Il libro di Angela Borghesi, un grande e raffinato lavoro di critica letteraria e di storia culturale, ci riporta a questa vicenda con il rigore di una ricostruzione documentaria impeccabile, in una lettura che, mentre ci fa rivivere quegli anni di temperie, davvero ci torna utile anche per l’oggi. A conferma, come l’autrice scrive infine, che La Storia “non sembra passata invano”.

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