primo piano

Le macerie della sinistra, tra nazionalismo e neoliberismo

di Bruno Montesano

disegno di Marco Corona


Il voto delle comunali ci restituisce un paese che continua nella sua discesa a destra. La sinistra si dibatte tra prosecuzione della linea neoliberale e ripensamenti nazionalisti. Intellettuali e movimenti politici radicali non sono esenti da ciò. Così, mentre i “sovranisti” di sinistra di
Senso Comune si perdono in richiami alla patria e in tentativi maldestri di risemantizzare il linguaggio del nuovo tempo populista, il governo giallo-verde porta sempre più in là la provocazione xenofoba, negando fattualmente ogni possibilità di dare un senso altro a idee e pratiche proprie della destra peggiore. Sulla pagina Facebook di questo collettivo alfiere del populismo di sinistra, animato da diversi ricercatori universitari – spesso ance molto bravi -, recentemente è uscito un fotomontaggio caricaturale di una prima pagina di Repubblica, con cui si sostiene che il progetto dei liberal cosmopoliti sarebbe quello di svendere il paese a potenze straniere – come se le élite nazionali fossero invece una garanzia -, di sostituire diritti sociali con diritti civili – perché evidentemente si crede che i lavoratori siano tutti maschi eterosessuali bianchi – e di favorire la perdita e la sostituzione della cittadinanza nazionale con quella europea – identificata con la sottomissione diretta al potere delle odiate élite finanziarie e di Bruxelles. Nel frattempo, alcuni vecchi esponenti della sinistra e del centrosinistra riemergono dalle macerie con nuovi vessilli. Da ultimi Freccero, che dal situazionismo è passato al nazionalismo di sinistra con grande disinvoltura (sublimemente dileggiato da Alessandro dal Lago sul manifesto) e Lannuti, approdato dalla difesa dei consumatori contro il potere delle banche al cospirazionismo della destra radicale accusando le Ong di essere al soldo di Soros e del progetto di sostituzione di popolo, il c.d. Piano Kalergi di cui parlano oltre ai vari neofascisti e al pessimo Fusaro, anche alcuni grillini. Similmente, tra gli economisti il tema dell’euro ha creato gravi fratture e riassestamenti: l’economista Bagnai dal manifesto è arrivato alla Lega, che lo ha premiato con la presidenza della Commissione Finanza al Senato, e per le critiche rivolte alla moneta unica ha attirato le simpatie e il consenso di molti altri economisti “di sinistra”- a dire il vero da tempo piuttosto nazionalisti-, come Sergio Cesaratto o Stefano Fassina di LEU. Questi ultimi, in nome del contrasto dell’euro, sono disposti a chiudere un occhio sulla flat tax, arrivando all’assurdo logico per cui l’esito dell’avversione alle politiche antipopolari di Bruxelles è quello di politiche ancora più antipopolari ma determinate in sovrana autonomia. Sul lato debole della coalizione di governo, ovvero sui Cinque Stelle, oltre all’esigenza di notare con preoccupazione il grado di rischio insito in una forza al 30% incapace di avere una linea politica indipendente dalla Lega, che pur dovrebbe essere il socio di minoranza, bisogna ancora una volta criticare i troppi che hanno abboccato al nuovismo grillino – alcuni, magari, dopo esser transitati per quello renziano, in una consumistica ricerca di novità sul mercato politico. Tanti attivisti e militanti della sinistra radicale e non, dopo aver passato la primavera in compagnia del Movimento Cinque Stelle e della peggior destra nazionale contro il progetto renziano di riforma della Costituzione, oggi tacciono. Allora, la riforma fu salutata come un attentato alla democrazia, non senza alcune buone ragioni, ma con troppa disinvoltura nella lettura della fase e nella compagnia scelta, in nome della condivisione del nemico. Oggi, ci si divide tra il terrore per il mostro che si è contribuito ad evocare e il silenzio per le sciocchezze in cui si è creduto. All’interno dell’insofferenza per un orizzonte politico depoliticizzato, schiacciato sulla tecnica neoliberale, unica politica possibile per la destra come per la sinistra, da tanti il Movimento Cinque Stelle è stato visto come un’enorme forza potenzialmente emancipatrice, vagamente ambigua, ma positiva in quanto portatrice di alcune battaglie storiche della sinistra di movimento, dall’acqua alla TAV. Certo, erano molto giustizialisti e sovente spuntavano toni xenofobi e nazionalisti (dall’”antifascismo non mi compete” di Grillo, all’accostamento tra topi e migranti nel descrivere Roma, alla gestione del Baobab, fino alla famigerata espressione “taxi del mare”, usata da Di Maio). Ma questi elementi passavano in secondo piano rispetto al sogno di tirare giù dal governo il centrosinistra neoliberale, da troppo tempo al potere. Passavano in secondo piano anche gli elementi di democrazia interna, di controllo privatistico, di demagogia tecnologica. E così, anche sotto questo benevolo sguardo della sinistra più attiva, il voto di protesta contro Renzi, da sinistra, non è andato né a LEU né a Potere al popolo. Dal 4 marzo, LEU si dibatte come un animale morente in attesa di capire se nel Pd cambierà qualcosa o meno, così da potersi finalmente tornare a dividere. Mdp da un lato, Sinistra Italiana dall’altro (Possibile ha già abbandonato). Il Pd timidamente inizia ad attaccare su flat tax e xenofobia, ma sorge spontaneo chiedersi con quale coerenza ciò avvenga. Mirabile esempio della miseria della sinistra istituzionale veniva offerto da Repubblica il 5 giugno di quest’anno. La tesi del quotidiano era che i giallo-bruni vogliano quanto il Pd ha già fatto: Ape social come temperamento della Fornero, anticipatore della riforma del governo Conte, abbattimento delle tasse sulle imprese come predecessore della flat tax, Minniti come apristrada per Salvini. Quindi, qualche giorno dopo, si sono rialzati i toni e, con il caso Aquarius e l’uscita sul censimento etnico, da Calabresi a Mauro è aumentato il livello dell’attacco al governo. In questo contesto, Martina in un’intervista recente, tra alcune affermazioni condivisibili, non è riuscito a risparmiarsi di rivendicare il fatto che il Pd abbia ridotto del 80% gli sbarchi. Dal centrosinistra, non giungono autocritiche sulle aperture al nuovo corso xenofobo avviate da vent’anni. Addirittura, Livia Turco, sul manifesto non fa nessun passo indietro sulle politiche adottate precedentemente e indica nel sindacalista ivoriano dell’USB Aboubakar Soumahoro, compagno di Soumayla Sacko nella lotta per l’emancipazione delle campagne calabre dal caporalato, il modello di lotta politica e democratica da avviare. Nonostante questi avesse criticato aspramente la Bossi-Fini, tanto quanto la Turco-Napolitano.

 

In casa

Governare: cosa pensa il sindaco di Napoli

di Luigi De Magistris. Incontro con Maurizio Braucci

Incontro il sindaco Luigi De Magistris subito dopo le elezioni politiche del 2018, un sindaco che sicuramente ha rotto gli schemi clientelari dei partiti a Napoli e ha creato una nuova classe politica cittadina. Tra polemiche e difficoltà finanziarie, non si può negare che con lui la città sia uscita fuori dallo stallo in cui era caduta a inizio millennio. Ma verso dove? In questa intervista proviamo a fare il punto sul suo operato recente e sull’idea di una sinistra possibile non solo per Napoli ma per il Paese.

 

Sei al secondo mandato come sindaco di una città che è un’emblema del Sud, dei suoi punti deboli e dei suoi punti forti. Che idea ti sei fatto delle cause dei problemi del Meridione?

Secondo me esistono più Sud, aree che sono piuttosto differenti tra loro, detto ciò aggiungo che sicuramente nel Sud deve crescere la consapevolezza delle proprie capacità e quindi del doversi emancipare anche da soli, senza attendere sempre l’aiuto da parte del governo centrale. Poi ci sono le responsabilità di una classe dirigente meridionale che è stata caratterizzata da commistioni tra affari, politica e mafia, un blocco che ha rafforzato quella borghesia che ha gestito il potere in modo che esso restasse nelle mani di pochi. Del resto le responsabilità nazionali si saldano proprio con questo tipo di classe dirigente locale, un certo potere centralistico si serve delle contraddizioni del Sud come di un guinzaglio con cui procurarsi consenso elettorale. È un meccanismo di sudditanza che però negli ultimi anni si è un po’ allentato, a Napoli con la mia elezione ma anche altrove a guardare come le elezioni di marzo 2018 hanno mandato un segnale di insofferenza proprio contro questo sistema. La questione meridionale non è stata mai affrontata in modo adeguato, non c’è mai stata una volontà di rompere lo squilibrio tra sud e centro nord adottando politiche fiscali adeguate o perequazioni dei trasferimenti delle risorse o di distribuzione delle ricchezze. È una volontà non solo politica ma anche finanziaria di tenere il Mezzogiorno un pò come una zavorra, infatti se si eliminassero gli squilibri, il Sud potrebbe diventare un elemento di potenza e mutare gli equilibri economico – finanziari del nostro paese.

In casa

Il mare si mangia la spiaggia. L’erosione costiera, cause ed effetti

di Alex Giuzio

Con il mese di giugno, sta arrivando quella fase dell’anno in cui migliaia di italiani, in automobili stipate di bagagli, affrontano ore di coda in autostrada per raggiungere le zone costiere nazionali e stendere il loro telo in spiaggia libera oppure prenotare un ombrellone con lettino in uno stabilimento balneare attrezzato, a seconda delle preferenze o delle possibilità economiche (in questo caso private). E in molte zone d’Italia, i turisti meno distratti noteranno che la spiaggia si è allungata oppure si è accorciata, sempre a seconda delle preferenze o delle possibilità economiche (in questo caso pubbliche). Eppure, c’è da scommettere che le conversazioni con i bagnini o coi vicini di ombrellone non riguarderanno spesso i mutamenti del litorale. Infatti, come per i gravi problemi climatici che ci circondano, minacciando sconvolgimenti irreversibili fino all’estinzione della vita stessa, anche l’erosione costiera italiana – che è una parte piccola ma significativa della crisi ambientale – viene ignorata dall’umanità balneare, e non solo per motivi di disinteresse. Per esempio, i turisti che ad agosto andranno a prendere il sole a Francavilla, Silvi o Roseto non sapranno nemmeno che pochi mesi prima quelle spiagge non esistevano più, perché la Regione Abruzzo nel frattempo ha stanziato 500mila euro per i ripascimenti di emergenza che entro il 25 aprile, giusto in tempo per l’inizio della stagione turistica, hanno ripristinato la sabbia rapita dalle mareggiate di marzo.

Nel già debole e minoritario dibattito ambientalista, nessuno ha ancora denunciato che il fenomeno dell’erosione costiera in Italia ha raggiunto quest’anno la massima gravità, con interi litorali scomparsi nel giro di un inverno (in Abruzzo, Lazio, Campania) e altri in fase di arretramento lento e costante (in Toscana, Liguria, Romagna, Marche, Puglia). E se una discussione nazionale su questo tema è ancora inesistente, è anche perché gli ultimi dati scientifici in merito sono aggiornati al 2012 – anche se già allora non dipingevano una situazione favorevole (il 42% delle coste italiane è in erosione secondo lo studio indipendente Lo stato di salute dei litorali italiani curato dal prof. Enzo Pranzini dell’Università di Firenze, mentre un analogo dossier del Ministero dell’ambiente, dal tono più ottimista e propagandista, parla solo del 10%). Ma a dimostrare che la situazione si sta aggravando ci sono le immagini delle spiagge e dei lungomari divorati dal mare, che mai come durante l’inverno appena trascorso ha raggiunto gli insediamenti urbani, richiedendo interventi di ripristino sempre più onerosi nelle regioni colpite.

i doveri dell'ospitalità

Crisi di mendicanti

di Anton Germano Rossi

 

Anton Germano Rossi (1889-1948) è stato uno dei migliori umoristi italiani dagli anni trenta ai cinquanta, del mitico gruppo del “Marc’Aurelio”, con Fellini, Age e Scarpelli, Scola, Attalo e tanti altri. È stato anche sceneggiatore e gagman per il cinema, suo è il soggetto di La famiglia Passaguai di Aldo Fabrizi. I suoi testi migliori, come quello, più attuale che mai, che qui ripeschiamo sono raccolti in Porco qui, porco là, edito da Corbaccio/Dall’Oglio nel 1934 e più volte ristampato.

– Buon giorno – disse il santuomo: – come va ragazzi?
– Va bene abbastanza – rispose uno.
– Che c’è? – domandò un altro accorrendo.
– È arrivato il santuomo – dissero due che stavano parlottando.
– Sì, sono proprio arrivato – disse il santuomo – c’è qualche figlio di… che ha qualche cosa da dire?
– Le pare! – esclamarono tutti. – Ci mancherebbe altro… In che possiamo esserle utili?…
– Mi occorre qualche mendicante da beneficare.
– Non c’è nessuno – disse uno – mi dispiace: se vuole, può perdonare a una peccatrice.
– Ma non ce n’è neanche uno davvero? – chiese il santuomo tutto seccato tirando fuori l’orologio. –
Non si può neanche andare a cercarne uno qui vicino?
– Questo sì – rispose un giovanotto magro; – se può aspettare qualche minuto posso provare qua vicino.
– Sì – disse il santuomo; – ma faccia presto che debbo andare a cena.
– Subito – obbedì il giovanotto magro andando via di corsa. – Ecco la peccatrice da perdonare che
arriva!
– Siete voi la peccatrice da perdonare? – domandò il santuomo alla donna bionda che veniva.
– Sono io – rispose la donna bionda sorridendo – se può perdonare mi fa una vera cortesia.
– Non posso – disse il santuomo; – se non siete almeno in due peccatrici non mi conviene.
Il giovanotto magro arrivò di corsa tutto trafelato.
– Ben? – domandò il santuomo – questo boia di mendicante da beneficare viene o non viene?
– L’ho trovato – si scusò il giovanotto magro – e ho fatto di tutto per farlo venire ma non c’è stato verso. Stava già a letto e dice così che per oggi è stanco.
– Giela darei io – esclamò infuriato il santuomo agitando il bastone – pezzi di mascalzoni!
Domando e dico: come faccio io?
– Si potrebbe vedere di confortare un malato – suggerì un uomo di una certa età timidamente; – le basta?
– In mancanza di meglio… – disse alzando le spalle il santuomo – purché si sbrighi.
– Però guardi – aggiunse l’uomo di una certa età – glielo dico prima: quello è un malato che per farsi confortare vuole parecchio.
– Se vuole molto non mi conviene: so’ diventati tutti cani appestati, porca miseria!
– Siamo lì – disse l’uomo di una certa età – c’è una ricerca enorme di ammalati da confortare e se ne approfittano. Quello che le dico lo sa che ci ha un altro santuomo che per confortarlo gli dà anche cento lire?
– Tagliamo corto – interruppe il santuomo – se si fa confortare per 50 lire, bene; altrimenti si vada a far friggere.
– È inutile che ci vada – disse scuotendo la testa – Io conosco come è fatto: è l’unico ammalato da
confortare che c’è da queste parti e vuole quello che vuole.
– Domando e dico se si può fare il santuomo a questo modo! – esclamò seccato il santuomo,
sbattendo per terra la bisaccia.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

poco di buono

Raccontare Marx 200 anni dopo

di Raoul Peck. Incontro con Cristina Battocletti

 

Forse per osmosi con la sua vita romanzesca, Raoul Peck è riuscito con Il giovane Karl Marx, a ricostruire con rispetto e profondità la complessa figura del più studiato, contestato, “sequestrato” filosofo contemporaneo. Nato a Port-au-Prince nel 1953, ingegnere e regista, fotografo e giornalista, Peck rimane in esilio volontario negli anni della dittatura del suo Paese per poi ritornarvi dal 1995 al 1997 come Ministro della cultura. Primo regista caraibico ad accedere al tempio dei grandi festival – fa ingresso a Cannes nel 1993 con L’homme sur les quais -, ha un suo ambiente naturale a Berlino, dove si è diplomato in regia.

Perché ritiene che Marx oggi, a duecento anni dalla nascita, sia ancora attuale?
Negli anni Settanta e Ottanta ho studiato in Germania, dove era impossibile intavolare una discussione senza conoscere Marx. Ho frequentato quattro anni di seminario sul Capitale e tuttora utilizzo quei preziosi strumenti. Quando non capisco una situazione la prima domanda che mi faccio è: dove è il profitto? chi sta guadagnando? chi è il dipendente, chi è il proprietario? Donald Trump non vuole statistiche né numeri, perché parlano. Si possono interpretare differentemente ma non mentono e Thomas Piketty ha avuto un grande riscontro perché è tornato a ragionarci sopra.

La sua carriera cinematografica è contrassegnata dall’impegno politico: Lumumba (2000), sul primo presidente della Repubblica democratica del Congo, paese dove lei ha vissuto, Moloch Tropical (2009) sul terremoto ad Haiti, I Am Not Your Negro (2016) su James Baldwin e sul movimento per i diritti civili negli anni Cinquanta e Sessanta in America. Marx s’inserisce in questo cammino?
Ho iniziato questo progetto dieci anni fa, perché avvertivo che intorno a me cresceva l’ignoranza, la stampa degenerava adeguandosi, spesso senza accorgersene, alle necessità dei poteri forti che guidano i giornali. Ugualmente noi cittadini non abbiamo avvertito il mutamento in atto nelle società capitalistiche in cui viviamo. Non possiamo continuare a non reagire di fronte al degrado ecologico, alle discriminazioni, alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi Paesi ricchi, al rifiuto degli immigrati che hanno legittimità di essere accolti quando fuggono dalla guerra, ma anche dalla povertà. Noi tendiamo a rapportarci sempre a un periodo di breve durata, ma se dobbiamo ragionare sul voto dato a Trump dobbiamo rifarci a cambiamenti in atto già all’epoca dei governi di Berlusconi e di Sarkozy, fratelli di una corrente più generale probabilmente nata con Reagan e Thatcher. Ovvero un approccio molto capitalistico e populista, che nega autorità alla scienza e alla logica. La nostra è una società in difficoltà, in cui manca la solidarietà e le relazioni tra colleghi si indeboliscono perché ciascuno ha paura di perdere il proprio benessere. Marx oggi è ancora più urgente e attuale di prima.