Educazione e intervento sociale

Studenti in carcere

di Claudio Pedron

illustrazione di Paper Resistance

Insegno in carcere da venticinque anni e uno dei problemi principali è stato quello di riuscire ad aprire le classi in cui insegnavo. Aprirle per far uscire e anche per far entrare. In entrambi i casi, l’ospite era una: la conoscenza. Fin dal 1992 ho cercato contatti con le scuole esterne, andando a incontrare gli studenti e portandoli in carcere. Aprire per aprirsi, non necessariamente accogliere ma ascoltare e interrogarsi. Dall’anno scorso ho trasformato questa esperienza in un progetto per il Cpia 1 (Centro provinciale istruzione adulti) Firenze: “Il carcere a scuola, la scuola in carcere”.

Ci sono molte esperienze analoghe in giro per l’Italia. La mia si sviluppa in tre passaggi:

  1. Insegnanti, volontari, ex detenuti, operatori carcerari vanno nelle classi esterne a parlare e rispondere alle domande degli studenti.
  2. Le stesse classi vengono in carcere a incontrare gli studenti momentaneamente reclusi e gli operatori.
  3. Tutti assieme nel teatro del carcere per uno spettacolo e un confronto di restituzione.

Nel mezzo due libri da leggere: Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia un saggio di Christian G. De Vito (Laterza 2009) e Alice nel paese delle domandine, una raccolta di racconti curata da Monica Sarsini (Le Lettere 2011). In aggiunta il lavoro svolto in classe con gli insegnanti. Hanno partecipato 240 studenti tra interni ed esterni al carcere.

Per raccontare questa esperienza ho scelto dei pezzi da alcuni scritti pescati a caso tra i testi che i ragazzi e le ragazze dai 15 e i 21 anni di un istituto professionale, di un liceo scientifico e di un liceo classico ci hanno restituito alla conclusione del progetto.

Un mio allievo, momentaneamente recluso, ha detto che noi insegnanti sbagliamo. Non dobbiamo portare questi ragazzi in carcere perché non si ha paura di quel che si conosce ma di quello che non si conosce. Credo sia un buon motivo per continuare, giudicate voi.

Educazione e intervento sociale

Centri di formazione

di Renato Giroldini

illustrazione di R. Kikuo Johnson

Il decreto del Presidente della Repubblica n. 263 del 2012, istitutivo dei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia), all’articolo 3, dopo aver individuato nel compimento del sedicesimo anno di età e nel mancato conseguimento del titolo di studio conclusivo del primo ciclo di istruzione (terza media) i requisiti necessari per consentire l’iscrizione ai predetti centri, apre alla “possibilità, a seguito di accordi specifici tra regioni e uffici scolastici regionali, di iscrivere, (…) in presenza di particolari e motivate esigenze, coloro che hanno compiuto il quindicesimo anno di età” (comma 3).

La Regione Toscana e l’Ufficio scolastico regionale per la Toscana hanno colto l’opportunità offerta dal decreto stipulando già nella primavera del 2015 un accordo (valido a partire dall’inizio dell’anno scolastico successivo) volto a consentire l’accoglienza dei quindicenni presso i Cpia attivi sul territorio regionale (si veda in proposito la Delibera regionale n. 405 del 07/04/2015). In particolare l’accordo tiene conto del dettato del decreto che, come detto, per l’iscrizione dei quindicenni pone come condizione la sussistenza di “particolari e motivate esigenze”. Secondo il testo dell’accordo, infatti, le azioni previste sono rivolte ad “alunni” che siano “a forte rischio di dispersione o che si trovino già in situazione di abbandono scolastico” (art. 1); requisiti questi ribaditi ulteriormente nell’art. 2, dove si precisa che i beneficiari dell’accordo sono quindicenni “che non frequentano regolarmente la scuola e che si trovano in situazione di grave disagio socio-culturale” e che sono “a grave rischio dispersione e abbandono”. Scopo dell’accordo è di consentire agli studenti che si trovino nelle condizioni appena richiamate di conseguire “il titolo conclusivo del I ciclo di istruzione” tramite “la costruzione di percorsi personalizzati” (art. 1). Per i possibili beneficiari, inoltre, è esclusa la possibilità di presentare domanda di iscrizione direttamente ai Cpia: essi devono “risultare iscritti presso una scuola secondaria di primo grado” (art. 2).

Educazione e intervento sociale

Msna: minori stranieri non accompagnati

di Chiara Bianchi

 

illustrazione di Andrea Bruno

Quando affrontiamo temi controversi e di grande attualità come quello della migrazione e della migrazione forzata, siamo costretti a confrontarci non solo con il fenomeno e tutte le sue complessità, ma anche con la rappresentazione – o forse le rappresentazioni – di quel fenomeno.

Se il moltiplicarsi delle prospettive ha tanti punti di forza, il rischio di perdersi nella complessità fermandoci agli stereotipi è altrettanto alto.

Questa premessa è determinante anche se restringiamo la visuale sui minori e in particolare sui minori non accompagnati. Escludendo i casi di razzismo più estremo, in generale i bambini e le bambine fanno commuovere, sono la fotografia più semplice della brutalità di certe condizioni, coinvolgono emotivamente la gente fino a sostenere campagne e a indurre donazioni. Al di là della violenta strumentalizzazione dei corpi dei più piccoli, delle loro storie e delle nostre menti, tutta questa apparente ovvietà rimane solo sulla superficie. Se siamo forse tutti d’accordo sulla loro vulnerabilità, ciò non si traduce in politiche, prassi e percorsi di accoglienza davvero tutelanti e volti all’inte(g)razione. Accanto a esperienze molto positive, il sistema è una coperta corta e tutta sempre volta all’emergenza.

“Per minore straniero non accompagnato (Msna) presente nel territorio dello Stato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano.”(l.47/2017). La definizione data dall’ultima legge (l. 47/2017 cd. legge Zampa) non si discosta più di tanto da quella precedente (l. 142/2015 attuativa della direttiva 2013/33/Ue) fatta eccezione per l’uso della parola “straniero”: un apparente dettaglio ma, se parlare bene significa pensare bene, è essenziale ascoltarci e capire che significato hanno le parole che usiamo, o che abbiamo imparato a usare. Utilizzare la parola “straniero” al posto di termini tecnici come “extracomunitario” o “cittadino extra-Ue”, è una scelta fatta dalla nostra normativa sulla migrazione. A noi l’interpretazione.

Educazione e intervento sociale

Minori stranieri e non. Alla collega che verrà

di Francesca Carbone

illustrazione di Andrea Bruno

Affrontiamo un argomento cruciale di questi anni, strettamente legato a discorsi politici, pedagogici, antropologici: il disagio dei “minori stranieri non accompagnati” e i modi in cui li si accoglie e più spesso le nostre istituzioni tendono a condizionarli e opprimerli, senza dimenticare altri minori dentro altre storie gravi e frequenti. Ecco dunque la testimonianza di una nostra collaboratrice, Francesca Carbone, operatrice di una ong che passa il testimone a una sua collega, ed ecco due testimonianze dall’interno delle istituzioni, di Renato Giroldini, responsabile di settore per la Regione Toscana, e di Chiara Bianchi che si occupa esemplarmente degli Msna e ha una lunga e intensa esperienza in questo campo. (Tra parentesi, abbiamo voluto aggiungere l’inedita relazione di un’assistente sociale degli anni Cinquanta, la nostra amica Vittoria De Palma, che ripercorreva la storia dell’assistenza ai minori nella Roma di ieri.) Claudio Pedron ci narra invece l’impatto suscitato su giovani studenti che ha portato a visitare l’ambiente carcerario e a incontrarne gli ospiti, Gianluca D’Errico riferisce di una terribile storia napoletana e Roberto D’Alessandro di una storia genovese di giovani e droga. Abbiamo voluto concludere la nostra breve panoramica sulle più dure condizioni giovanili del nostro tempo e paese con il testo di un grande ri-educatore, Fernand Deligny, da un volume oggi introvabile e che contiamo di pubblicare per le Edizioni dell’asino in nuova traduzione, dal bellissimo titolo programmatico di I vagabondi efficaci. (Gli asini)

 

Cara collega,

fra qualche settimana forse prenderai il mio posto e perciò voglio raccontarti di questo lavoro.

Ti diranno che il tuo target sono i Minori stranieri non accompagnati, per gli addetti ai lavori Msna: quale dicitura più inappropriata per descrivere la varietà umana che incontrerai! Intanto, c’è da dire che il termine usato da loro stessi per definirsi è “bambino”, una parola che imparano già in Libia e che altro non è che una delle numerose identità da indossare, per scelta o per forza, nel corso del viaggio. Ti troverai a spiegare loro il perché di questo acronimo e parlerai dell’esigenza di tutela del Tribunale dei minori e della sua difficoltà nel nominare i tutori, sempre troppo in ritardo; oppure, ancora peggio, cercherai un appiglio in qualche dichiarazione universale, che parla di “fanciullo” e child protection, risalendo la storia del civilissimo Occidente. Ma ti basterà guardarti attorno per accorgerti che loro non sono bambini, ma giovani uomini e giovani donne e che il tuo compito, più che di proteggerli, è di renderli consapevoli dell’intricato sistema in cui sono capitati.

Educazione e intervento sociale

Il professore universitario come educatore

di Paulo Freire

Paulo Freire

Nel momento in cui l’essere umano, operando un discernimento sul tempo, è riuscito ad “attraversarlo” – relegando nel passato, fino a quel momento incorporato in un presente quasi eterno, gran parte delle forze magiche, agenti, che lo comandavano –, ha fatto un passo decisivo nella storia della cultura. Ha avuto così inizio, a partire da timide esperienze, la sua individualizzazione. E si è andata radicando in essa la sua attività docente.

Tale attività docente, da cui non si è più allontanato, è un dato della sua esistenza. Essa è essenzialmente legata alla sua qualità spirituale, che lo rende un essere capace di discernere e di trascendere. Che lo rende capace di relazione con il suo mondo, da cui deriva l’arricchimento che ne trae.

È questo arricchimento, manifestazione del suo spirito creatore, della sua possibilità di inventare e reinventare, che lo porta a proiettarsi in un campo esclusivamente suo, quello della storia e della cultura.

È lì esattamente che si distingue dall’animale, che in realtà non porta niente al suo mondo. Un animale “sta a malapena nel mondo” e non “con il mondo”. È per questo che i suoi contatti con il mondo non sono propriamente relazioni, le quali implicano invece incorporazioni consapevoli, risposte plurali, ossia integrazione e non solo accomodamento o semplice aggiustamento.

Non ci interessa in questa sede discutere le variazioni che nel tempo e nello spazio ha presentato l’attività docente a partire da quei primitivi passi. Quello che ci interessa, in queste considerazioni preliminari, è sottolineare l’attitudine puramente umana di questa attività. Il suo impegno nel preservare e trasmettere l’esperienza creatrice dell’uomo, il suo arricchimento nei confronti del mondo. Però, nella misura in cui questa esperienza creatrice dell’uomo è trasmessa sistematicamente, questo impegno di trasmissione, proprio perché umano e quindi spirituale, deve essere anche formatore e non semplicemente informatore o catalogatore.