poco di buono

Film stranieri a Venezia

di Paolo Mereghetti

una scena di Ex libris – New York public library, di Frederick Wiseman

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Abbiamo imparato qualcosa da questa edizione di Venezia, una delle migliori degli ultimi anni? Vere scoperte non ce ne sono state (sarebbe stato ingenuo aspettarsele: i “grandi” festival consacrano l’esistente, non lo anticipano) e gli applausi sono andati soprattutto a film piuttosto lineari e tradizionali nel loro raccontare una realtà continuamente alla ricerca di qualcosa. Persino il film più bello di tutti e naturalmente non premiato, Ex libris – New York public library di Frederick Wiseman, ha confermato la predilezione dell’anziano documentarista – 87 anni compiuti – per una narrazione non particolarmente complicata, attenta soprattutto ad accostare con un certo gusto della sorpresa attività diverse tra loro – conferenze, lezioni, attività per utenti con vari tipi di problemi, direttivi – per restituire in maniera il più viva possibile lo straordinario impegno di un’istituzione pubblica a favore dell’alfabetizzazione e della cultura in generale.

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I libri per l’infanzia. 1

di Emilio Varrà

illustrazione di Antonio Rubino

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All’inizio c’è una figura sola, una donna che sembra perplessa, tra l’attesa e la ricerca; dopo due pagine ecco comparire l’altra, un bambino minuscolo, come i pollicini delle fiabe. Sono disegnate con tratto sintetico, sapiente, capace di catturare con poco l’empatia del lettore. I due si abbracciano – accompagnati da un testo talmente superfluo che sembra non saper cosa dire – per tutte le pagine successive, come in un flip book, uno di quei libri che danno vita a una piccola animazione se sfogliati rapidamente. Il libro in realtà chiede lentezza, vuole che ci soffermiamo sui dettagli, sulla grammatica dei gesti, dei volti, delle posture. Progressivamente il bambino diventa uomo, la relazione della coppia cambia, e cambierà ancora quando la donna si rimpicciolirà e sarà il bambino diventato uomo a doverla sostenere. Un andamento circolare, che ha la pretesa di mettere in scena la vita, le sue variazioni, gli equilibri mutevoli.

C’è una bambina che si muove in ambienti ogni volta diversi: onde, grotte, nuvole, creati da una scrittura tipografica a carattere piccolissimo, ma che a ben guardare è composta da brevi estratti di romanzi. Lei è la “bambina dei libri”, caratterizzata da un segno a china pittorico ma sintetico anch’esso, e si rivolge a un bambino che siamo noi, piccola divinità delle storie, pronunciando frasi brevissime, che mirano a essere evocative: “Vengo da Paese delle Storie e sulle onde della Fantasia scivolo veloce. Ho attraversato oceani di parole per chiederti: vieni via con me?”.

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I libri per l’infanzia. 2

di Nadia Terranova

illustrazione di Maurice Sendak

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Proverò a riflettere sul segmento dell’editoria e della letteratura per ragazzi, sperando il più possibile di far cadere questa dicitura che sempre si deve apporre, “per ragazzi”, di lasciare scivolare un’etichetta che di questo tipo di letteratura racconta qualcosa ma non tutto. È un ambito di cui mi occupo sia come autrice che come lettrice, ed è una chiave per capire molti aspetti che riguardano quello che accade alla nostra editoria, soprattutto cartacea, ci aiuta a interrogarci sul perché l’iperproduzione che la affligge riguarda anche questo settore, che è in un momento di grande fertilità. Si dice che l’editoria per ragazzi sta bene, e in effetti sta bene, nel senso che si pubblica molto e si vende molto: proprio per questa ragione abbiamo il dovere di analizzare questo “benessere” e vedere cosa c’è dietro, perché il fatto che stia bene in termini di numeri e vendite non significa necessariamente che stia bene in termini di salute letteraria.

Ho portato gli ultimi dati disponibili dell’Associazione italiana editori, relativamente ai lettori che vanno dai 2 ai 19 anni. Dunque: innanzitutto, la media italiana è del 40% di lettori, cioè di persone che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno. È una media bassissima, che si alza vertiginosamente nella fascia di bambini dai 2 ai 5 anni: hanno letto un libro fuori dall’ambito scolastico, quindi ha sfogliato un libro, non necessariamente comprandolo, il 63,3% di questi bambini in età prescolare. Il che significa che i principali lettori in Italia sono quelli che di solito non sanno ancora leggere e tengono in mano in mano un libro come un giocattolo, di solito un libro fatto di illustrazioni. Il che non delegittima quell’oggetto-libro, anzi, il fatto che sia un libro illustrato non significa che sia un libro che non possa o non debba comunicare qualcosa, a partire dall’educazione all’immagine, su cui è importante riflettere proprio perché dai due ai cinque anni i bambini cominciano a vedere e a toccare i libri: i libri devono essere belli a partire dalle copertine, prima ancora di quello che c’è scritto dentro, anche dal punto di vista dall’immagine e dell’illustrazione.

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Un giornale per i piccoli. Un’esperienza napoletana

di Giovanni Zoppoli

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Caro Goffredo, peggio di un brutto giornale, di un brutto spettacolo, di una brutta mostra d’arte c’è forse solo un brutto giornale, un brutto spettacolo, una brutta mostra d’arte che gli autori “adulti” “sani” e “bianchi” tentano di far passare per lavoro fatto “dai bambini”, “dai matti”, “dai migranti”… Penso che al brutto in questi casi si aggiunga l’abominio. Siamo anche noi convinti che una volta che l’opera si separa da chi l’ha fatta e viene proposta come “prodotto” non c’è altro che la bontà del prodotto stesso per attestarne la qualità. Come se qualcuno volesse convincerti a mangiare una mela che fa schifo motivando la sua offerta con il fatto che l’albero che l’ha generata, poverino, ha passato un sacco di guai.

Il mondo dei bambini strasborda di maestre e maestri, educatori e pseudoartisti frustrati che ci riprovano, costringendo ogni anno migliaia (forse milioni?) di bambini e adulti a prendere parte a percorsi e prodotti assimilabili più alla tortura che all’arte, cercando in suffissi del tipo “etti”, “ini” e soprattutto dietro al “l’hanno fatto loro” il lasciapassare per un mai arrivato successo personale. Questi percorsi “creativi” penso possano fare molti più danni di una normale lezione frontale, avendo implicazioni più profonde perché legate a narcisismo e emozioni.

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Un giornale per i piccoli. Lettera a Giovanni Zoppoli

di Goffredo Fofi

Little Nemo in Slumberland

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Caro Giovanni, ho tra le mani l’ultimo numero del “Barrito” e ho appena visto, ieri, l’ultimo numero del giornaletto domenicale del “Sole” e gli ultimi supplementi per bambini di “Avvenire”. E ti confesso una insoddisfazione radicale nei confronti di quel che la grande stampa fa in questo settore ma anche qualche perplessità sul vostro lavoro, anche se la differenza è enorme tra chi opera dall’interno dei grandi giornali e chi, come voi, parte da una condizione di volontariato e precariato radicati in una marginalità che impone il confronto con una condizione infantile che è tutto fuorché tranquilla, protetta, privilegiata.

Nei primi, si deve immediatamente constatare che chi idea e riempie quei fogli è (“Avvenire”) piuttosto giornalista che educatore, e ha idee e conoscenze limitate della condizione infantile odierna, e prende sostanzialmente per buona la morale corrente, diciamo pure “buonista”, dichiarando esplicitamente la sua appartenenza a un mainstream cattolico generalmente conformista, anche se con punte moralmente salde su temi invero decisivi come l’ecologia e la convivenza e compenetrazione interetniche e interculturali. Ha, diciamo, un super-io morale e sociale che è poi quello del cattolicesimo contemporaneo, preoccupato del peggio, della deriva delle cose del mondo, che ben conosce e sulle quali ha idee chiare, ma anche eccessivamente convinto del proprio essere nel giusto, portatore di valori consolidati e di massa, e in definitiva veicolatore di un conformismo “protetto”, anche se lodevole perché, contrariamente ai politici della sinistra e agli altri loro simili, si preoccupa ancora dello stato di salute del prossimo. Mentre chi progetta il supplemento domenicale del “Sole 24 ore” non sembra avere preoccupazioni troppo pedagogiche, e, anche non volendo, pensa e scrive in funzione di adulti che hanno a che fare coi bambini, non in funzione dei bambini (anche se a volte qualche bella pagina di fumetto una sua carica in quella direzione ce l’ha). I suoi collaboratori scrivono insomma per lettori adulti (il nostro Lorenzoni pensa, egregiamente, ai suoi colleghi maestri) e non per bambini.