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il libro

Come sognano le formiche verdi

 

Gli Asini n. 10 

giugno/luglio 2012 

  

Le cose corrono così velocemente che rischiamo di montarci la testa. Anche noi “asini” iniziamo a capirci qualcosa di finanza e dei “piani” che la governano. Quella tecnica e compassata di Monti potrebbe essere l’ultima versione, fra le “pacifiche”, con cui il sistema economico ha determinato le nostre vite in questi ultimi decenni. L’opera pedagogica dei governi tecnici non sta funzionando. Anche i moderati e beneducati stanno capendo che non è il debito pubblico il loro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la finanza poteva permettersi di prendere altrove.

Non sappiamo se esista un “piano del Capitale”, che così pensato rimane in sostanza un concetto, un modello. Di certo c’è che quello della finanza è un “piano di realtà”, il primo più evidente e immediato, di cui non possiamo non tener conto anche nel nostro lavoro sociale, pedagogico o culturale.

Ma i piani del Capitale non cadono nel vuoto. Quello che si è degradato nel frattempo non sono solo la nostra situazione materiale o le nostre condizioni contrattuali, ma anche la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra immaginazione, la nostra capacità di reazione. L’auto-colonizzazione è avvenuta evidentemente in maniera ancor più radicale nel territorio della nostra cultura e del nostro immaginario. E questo, per chi si occupa di educazione non è particolare di poco conto…

“Gli asini” numero 3, novembre-dicembre 2010

Cosa fanno e non fanno gli studenti

 INDICE

Strumenti
Gli studenti si muovono di Gianluca D’Errico
La rabbia giovane di Nicola Villa
Lo studente quotidiano di Piergiorgio Giacchè
La società della conoscenza di Carlo Donolo
Agonia dell’università di Niccolò de Mojana
Una crisi di sistema di Andrea Graziosi

I doveri dell’ospitalità
Perché scrivo di George Orwell
Programma di liberazione dei giovani del gruppo di Ann Arbor
Apologo del fuori sede di Matteo Marchesini

 

Film
Grado zero grado uno di Lorenzo Maffucci
Hip-hop-rock against NOIA! di Simone Caputo
La natura dei suoni di Edoardo Acotto
Cosa ascolta chi viene da lontano di Fulvia Antonelli
La musica nella scuola dell’infanzia di Filippo Rea
Archiviare, produrre, rappresentare di Nicola Ruganti
Ho 19 anni e faccio musica di Matteo Pit
Punk sulle strade di Andrea Appino
Attento a me stesso di Alessandro Fiori
Troppa musica per il nuovo secolo di John Vignola

Scenari
Nella Repubblica di Erode di Nicola Galli Laforest
Una scuola italiana di Grazia Honegger Fresco
Il bambino dalle uova d’oro di Anna Ferruta

Pratiche
Oltre la scuola di don Achille Rossi
Pedagogia del cielo di Fabio Piccoli
Radici di Fausta Orecchio
Satiri e ninfe di Roberto Magnani

Immagini e storie
Concerto di Alberto Berliocchi
Asilo politico per alieni di Daniele Villa/Teatro Sotterraneo

Educazione e intervento sociale

Un liceo finito sui giornali

di Stefano Guerriero

disegno di Fabian Negrin

17 novembre 2017, i ragazzi fanno sesso a scuola

Rinaldo Frignani, 17 novembre 2017, “Corriere della Sera”: Al liceo Virgilio i ragazzi fanno sesso a scuola. Il video sui social. Leggo l’articolo sul sito del giornale, questo Frignani sembra un bravo giornalista, misurato, non vuole destare scandalo, non dà per certo quello che non è confermato e per questo sembra ancora più credibile. Scrive bene, ha il gusto dell’avverbio e del dettaglio realistico, parla di un episodio che sarebbe successo nel liceo dove insegno, durante l’occupazione di ottobre: “Questa volta un ragazzo, probabilmente uno studente, rischia una denuncia per produzione e diffusione di materiale pedopornografico. E anche per violenza privata: è stato lui, utilizzando la piattaforma WhatsApp, a inviare a decine di contatti il video che aveva registrato poco prima all’interno dell’istituto.” La parola “video” nel titolo è in blu: possibile che siano stati così cinici da postare il video anche loro? Il “Corriere” è in crisi da tempo, ma i giornalisti avranno pure un’etica, una deontologia… Ci penso un po’ e alla fine clicco (chissà perché si clicca), ma per fortuna il rimando è solo ad altre parole.

 

18 novembre, cocaina in classe

Bisogna, di nuovo, rinviare Dante e parlare nelle classi di quello che sta succedendo nella scuola, anzi di quello che ne scrivono i giornali, questa volta mettendo da parte il fastidio che provo per l’ipocrisia della passata occupazione e di chi l’ha preparata. Penso a fatti di cronaca recenti, immagini che vanno fuori controllo e portano le persone a scelte disperate nella vita reale, penso alla ferocia degli adolescenti di Netflix (Tredici). Bisogna capire se questo video davvero esiste, chi riguarda, cercare di proteggerli per quanto possibile. Sociologi e psicologi di grido si esercitano da anni su quotidiani e riviste, questionano e discettano sulla nostra società troppo libera, in cui tutti si sentirebbero responsabili solo di fronte ai propri desideri, ma lo hanno ripetuto così tante volte, da perdere il contatto con il mondo reale: in questa società in cui ognuno sarebbe libero di fare quello che vuole, le persone provano vergogna o colpa – o tutte e due insieme – in modo inaspettato, frequente, imprevedibile, soprattutto in giovinezza.

Quando compro il “Corriere della Sera” prima di entrare in classe, mi chiedo se per caso non abbiano ragione psicologi e sociologi. In prima pagina, subito sotto le notizie sulla morte di Totò Riina (Il padre del bambino sciolto nell’acido: troppo tardi, doveva morire 50 anni fa. Niente funerale per il boss dei boss), ci sono quelle del liceo: Video hard e bombe carta, parla la preside. La “cricca” del Virgilio: tutti figli della Roma bene. Dentro, un’intera pagina in nazionale con un articolo e un’intervista alla preside reggente dell’istituto, che parla di clima mafioso e intimidatorio all’interno della scuola, poi altre due pagine in cronaca di Roma: Cocaina in classe al liceo Virgilio. I genitori: pazienza. Un altro caso dopo il video hard e i petardi, accanto un editoriale del vicedirettore Antonio Polito, Cari papà, care mamme (ma non aveva scritto un libro Contro i papà?).

Entro in classe con un trasalimento nuovo: e se non fossero i ragazzi che conosco, ma un’accozzaglia di mafiosi e aspiranti pornofilmakers, figli cocainomani di genitori sballati? Parliamo, leggiamo i giornali, interpretiamo, opinioni diverse, molta volontà di ascoltare, sincero bisogno di capire che cosa sta succedendo, no non sono cocainomani incalliti. Ma soprattutto grande stupore quando sollevo la questione del video: stupore vero, non le facce furbe e omertose di quando chiedi che cosa c’era da studiare per oggi e tutti tacciono, sapendo esattamente cosa c’era, ma sperando che tu non te lo ricordi. Stesso stupore in tutte le classi, stesso stupore registrato da tutti gli insegnanti.

poco di buono

Ebeti e contenti con Overload

di Rodolfo Sacchettini

Secondo un recente studio americano l’attenzione umana si starebbe avvicinando in modo preoccupante alla cosiddetta soglia del “pesce rosso”. Sostengono gli scienziati che il pesce rosso riesca a rimanere concentrato su un singolo stimolo o oggetto o azione, per non più di otto secondi. L’essere umano in questo momento storico raggiungerebbe una media di circa nove secondi. O per meglio dire, le nuove tecnologie (smartphone e computer) hanno predisposto i loro software per offrire impulsi ogni nove secondi, abbassando enormemente la soglia minima. Hanno scelto questo intervallo di tempo così breve, per avere più possibilità che il cervello, e il corpo umano, non si stacchi dalla macchina (smartphone o computer che sia). Può essere un segnale sonoro, un video, una finestra pop up, un messaggio o una notifica dai social, una mail eccetera. Ogni nove secondi accade qualcosa, in modo non così dissimile da quanto si sosteneva nei manuali di sceneggiatura dei film hollywoodiani. L’attenzione dello spettatore deve essere sollecitata continuamente, attraverso effetti speciali o colpi di scena narrativi o battute particolarmente spiritose, tutto questo perché il pubblico non si distragga. Adesso la differenza è che invece di manciate di minuti, si parla di secondi, e che al posto del consumo culturale si è sostituita la vita quotidiana. Si potrebbe poi aggiungere che non si vuole più intrattenere lo spettatore dentro una storia o una narrazione, ma si cerca di creare interruzioni al flusso del pensiero e di evitare la possibile sedimentazione della memoria. Già, ma cosa stavamo dicendo?

storie

Come sopravvivere a Rio de Janeiro

di Giuseppe Orlandini

 

A Jacarezinho c’è la guerra ma Juliana non ha intenzione di rinunciare alla festa del suo trentasettesimo compleanno. Per arrivare a casa sua bisogna inoltrarsi a fondo nella grande favela situata nella zona nord di Rio de Janeiro. Superati i binari della linea ferroviaria Central-Belford Roxo percorriamo un centinaio di metri lungo la strada principale fino a una piazzetta che forma un bivio, ma all’imbocco di un gomitolo di vicoletti transitabili solo a piedi o in motocicletta il mio orientamento si perde rapidamente. Ma sono con i nipoti della festeggiata, non c’è da preoccuparsi. Gran parte del quartiere è al buio. Qualche “cortesia” di piombo tra i narcotrafficanti e la polizia ha colpito alcuni trasformatori di energia disposti lungo le strade su pali di legno da cui partono matasse caotiche di cavi elettrici. Ci facciamo strada con le torce dei cellulari, qualche scarno esercizio commerciale è illuminato da generatori. Lungo il percorso, baracche di legno coperte da teloni di plastica blu riparano dalla pioggia di questi giorni i banchi di vendita di marijuana, crack, loló e cocaina. Motociclette e adolescenti armati di fucili mitragliatori e radiotrasmettitori ci passano accanto in piena attività. Giriamo un angolo e l’allegria della festa ci travolge, siamo giunti a destinazione.

Célio è il marito di Juliana, ci accoglie sorridente e ci invita a metterci a nostro agio. Una tavola è colma di pietanze preparate, frutta a volontà e grandi casse di polistirolo piene di birra gelata: “solo non abbiamo contattato il garçon, per cui dovrete servirvi da soli” ci dice ilare. La strada è interamente occupata da una cinquantina di parenti di tutte le età riuniti attorno a tavoli di plastica da bar, i bambini si divertono a saltare su una piccola rete a molla disposta sul fondo. L’odore del churrasco, la carne alla brace, ci avvolge insieme ai ritmi ossessivi del funk carioca sparati a tutto volume da due grandi casse stereo. Sirene, tamburi e testi discutibili mi inchiodano il cervello: mulher que não chupa perde o marido para outra, baile do Jaca, baile do Jaca, traca traca traca!

Juliana è incontenibile nella sua allegria. Danza sfrenata insieme a sorelle, cugine e nipoti; offre da bere, scambia sorrisi e abbraccia tutti affettuosamente. In un locale sulla strada con le pareti addobbate di fiori, festoni e palloncini dorati a forma di numeri tre e sette, di volta in volta porta gli invitati a fare la foto attorno a una torta di tre piani in mostra su un tavolo agghindato. È una donna valente, un metro e ottanta per novanta chili di forme, sprigiona potenza e determinazione, “lei è la mia forza, senza di lei non sarei nulla” mi confida Célio.