maestri

Omaggio a H. D. Thoreau

Sabato 10 marzo presso LibriCome, Auditorium di Roma, si è svolto un’omaggio alla figura dello scrittore Henry David Thoreau. Un incontro per approfondire il pensiero di questo fondamentale autore americano che ha legato il suo nome alla disobbedienza civile. A partire da due nuove edizioni: “Un re barbaro” di Stevenson (Edizioni dell’Asino 2012) e “Cape Cod” di Thoreau (Donzelli 2012).

All’incontro sono intervenuti la professoressa di letteratura americana Sara Antonelli, il critco Goffredo Fofi e l’editore Carmine Donzelli.

Ascolta la registrazione audio integrale:

appuntamenti, il libro

Conversazione tra Maria Nadotti e Goffredo Fofi

Domenica scorsa (11 marzo), si è svolto a Roma, durante la rassegna LibriCome all’Auditorium, una conversazione tra la giornalista Maria Nadotti e il critico e direttore de “Lo straniero” Goffredo Fofi.  A partire da Prove d’ascolto. Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo, il libro delle Edizioni dell’Asino che raccoglie le migliori interviste della Nadotti degli ultimi 30anni, la conversazione si è dipanata a partire da una domanda per nulla scontata: Come si fa un’intervista? Pubblichiamo la registrazione di questo incontro, utile per capire un genere troppo spesso abusato dal giornalismo superficiale. (Gli asini)  

appuntamenti

La scuola salvata dagli indiani

 

Mediateca del Centro Territoriale Mammut Piazza Giovanni Paolo II Napoli – Scampia 

Mercoledì 14 Marzo ore 17.00
Vinicio Ongini, Noi domani. Un viaggio nella scuola multiculturale Edizioni Laterza (2011)

Presentazione del libro condotta dall’autore. Vinicio Ongini lavora all’Ufficio integrazione alunni stranieri del Ministero dell’Istruzione. Per un anno ha visitato le scuole dello Stivale, da Cuneo a Palermo, registrando le fatiche e le capacità inventive e reattive di molte di esse di fronte alla presenza, sempre più massiccia, di bambini e bambine straniere.

Pubblichiamo l’articolo “La scuola salvata dagli indiani” articolo di Ongini apparso sul numero 7.

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di Vinicio Ongini

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi,…addio casa natia…” I ragazzi “stranieri” di seconda generazione, figli di immigrati, hanno letto I promessi sposi, una pagina ciascuno, con i loro  accenti regionali, rumeno romanesco, cinese toscano….. Per “festeggiare” i 150 anni dell’Unità d’Italia, nello spettacolo “I promessi sposi. Questa cittadinanza s’ha da fare !”, organizzato il 16 marzo 2011 a Roma, al Tempio di Adriano, da Save the Children e Rete G2, un’associazione di giovani figli di immigrati. Perché quell’“addio ai
Sul forum della Rete G2 una ragazza milanese di origine  etiope, parlando di sé dice  di sentirsi come una noce di cocco, nera fuori e bianca dentro, continuamente obbligata a dichiarare la propria familiarità a un Paese, il nostro, il suo, che la vede sempre  come straniera. Ma pensare a questi ragazzi solo nella dimensione della fragilità può risultare fuorviante. Vanno piuttosto immaginati come dei grandi equilibristi. Ragazzi che rischiano certamente di cadere ma che possono allo stesso tempo sviluppare straordinarie capacità maturate a partire proprio dalla loro frequentazione di più mondi, dallo loro condizione di incertezza.monti”dell’ottavo capitolo, che ci ricorda la nostra scuola, con i pensieri in tumulto e i sentimenti di Lucia che è costretta a fuggire dal suo paese, attraversando in barca il lago di Como, è lo stesso di tanti ragazzi fuggiti dai monti dell’Afghanistan o dai villaggi dell’India, ha commentato quella sera Eraldo Affinati, scrittore, e insegnante di italiano, alla Città dei ragazzi di Roma, un’istituzione nata nel dopoguerra per ospitare orfani e sciuscià e che oggi accoglie minori stranieri non accompagnati, protagonisti delle nuove rotte dell’immigrazione.

 

il libro, maestri

La letteratura della crisi

Ringraziando l’autrice e la redazione della webzine Sul Romanzo, ripubblichiamo questa intervista allo scrittore e giornalista Vittorio Giacopini, nata al termine di un dibattito alla fiera della piccola editoria di Roma dello scorso dicembre. L’intervista è utile sia per chi si occupa e interessa di narrativa, soprattutto italiana, contemporanea, sia, visto il periodo di complessità e le letteure della crisi che stiamo vivendo, per coloro che cercano operare e reagire attraverso l’intervento sociale e l’educazione. Tra le risposte di Giacopini vi sono alcuni spunti e riflessioni di un lungo suo saggio sull’argomento che verrà pubblicato sul numero di aprile de “Lo straniero”. Infine segnaliamo l’uscita di un nuovo romanzo di Giacopini dedicato alla figura dell’anarchico Errico Malatesta: Non ho bisogno di stare tranquillo (Eleuthera 2012). (Nicola Villa)

 

incontro con Vittorio Giacopini

di Carlotta Susca

Ho trovato estremamente interessante la sua analisi (in occasione dell’incontro ‘Letteratura e crisi’ alla Fiera Più libri più liberi) sulle possibilità di risposta della Letteratura a questo periodo storico. Lei diceva che la letteratura realistica oggi deve tendere all’espressionismo e all’iperrealismo. Lo scorso settembre si è gridato alla morte del Postmoderno e all’inizio del New Realismo Era dell’autenticità, ma a mio avviso la descrizione postmoderna della realtà era già realistica, solo in modo interessante. Lei cosa pensa della presunta morte del Postmoderno e della possibilità che dica ancora qualcosa sulla realtà?

Se cominciassimo a smetterla con formule, schemi, categorizzazioni e teoremi più o meno rimediati, sarebbe meglio. Il punto, già nella sua domanda è molto chiaro, sta nel termine ‘realtà’, evidentemente. Personalmente, sono convinto che il lavoro della scrittura letteraria (non dico dell’arte, sono ancora capace di… vergogna) sia quello di lavorare e immaginare un mondo sottratto a quello che mi viene da definire come il ‘ricatto dell’attualità’. Usare certe parole – realtà, cronaca, presente – come una specie di imperativo per gli scrittori il più delle volte è solo una trappola. Critici e giornalisti pretendono il romanzo (o il racconto o dio sa cosa) che illumini il presente, la realtà, ma sotto sotto vogliono un articolo di giornale in bello stile spacciato per illuminata visione delle cose che ci circondano. Alla fine, lo scrittore in questa ottica è un rimasticatore di prose scontate e prevedibili, spacciate per chissà quale ispirato punto di vista su quanto è ciò sotto gli occhi di tutti ma dentro il linguaggio dei Media, della Comunicazione. Bisognerebbe ricordarsi sempre di una battuta di Orwell – un grande maestro – che diceva che niente è così difficile come vedere ciò che sta in front of your nose, cioè proprio sotto il nostro naso. Insomma, quel che credo è che la presunta realtà sia già replicata da troppi e troppi specchi (media, tv ecc. ecc.) e che per dire qualcosa di autentico, sentito, interessante, sia il caso di lavorare su un piano diverso, un piano sfalsato. Il realismo (vecchio o nuovo che sia) è sconfessato proprio da questa dinamica. Quando faccio l’esempio dell’espressionismo è per farmi capire. Occorre uno sguardo distante che deformi e deformando ridia un senso di complessità interessante all’esistente. E poi bisogna essere capaci di seguire il proprio ‘demone’ senza stare troppo a pensare cosa possa piacere o non possa piacere. Nel mio ultimo romanzo (L’arte dell’inganno, Fandango) racconto la storia di un agitatore anarchico, Ret Marut, che poi si fa romanziere e scrittore fantasma scegliendosi un nome apocrifo (B. Traven)  – è veramente esistito ma nessuno ha mai capito chi diavolo fosse – e che aveva scelto come suo motto una breve fase: «Io non sono un contemporaneo». Questo rapporto ‘dialettico’ col proprio tempo per me è decisivo. Ma provo a dirla diversamente: il romanzo più importante degli ultimi tempi a mio avviso è il penultimo grande lavoro di Thomas Pynchon. Against the day è un romanzo storico e al tempo stesso una consapevole e ragionata decostruzione della nostra storia recente. Per me questo è il grande modello. E che si tratti o meno di Postmoderno mi sembra secondario. Certamente non è realismo, né old né new.