appuntamenti

179 luoghi. Geografie della migrazione e del radicamento

Novanta e più persone nate in ventotto diversi paesi*, nel corso di un laboratorio tenuto a Milano presso la scuola di italiano asnada, ricostruiscono i luoghi e i paesaggi della propria vita, di ieri e di oggi, in una serie di miniature, modellini e incisioni. Distanze, vite clandestine, gioie, spaesamenti, ferite, speranze, addii, radicamenti, sono i materiali con cui sono costruite queste piccole architetture balsamiche. Nella mostra ognuna di esse trova il proprio posto accanto alle altre, a formare un’unica grande installazione-paesaggio, che è anche una riflessione sui luoghi, i modi e i tempi in cui viviamo.

*Afghanistan, Albania, Brasile, Cile, Costa d’Avorio, Ecuador, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gambia, Ghana, Guinea Conakry, Italia, Liberia, Mali, Mauritania, Messico, Niger, Nigeria, Pakistan, Repubblica Centroafricana, Congo, Romania, Senegal, Sudan, Tunisia, USA, Vietnam.

 

25/30 giugno 2012
ex-palestra boxe
c/o circolo ARCI bellezza
via Bellezza 16/a, Milano

 

ingresso senza tessera ARCI
inaugurazione:
lunedì 25 giugno 2012, ore 18.30
orari apertura: martedì-sabato, ore 17.00-23.00
mostra a cura di:
asnada onlus asinitas milano e studio Albori

altre scuole

Storia di una scuola di italiano

di Francesca Mellini

illustrazione di Shaun Tan

 

Il bulgaro della Gare de Lion

Estate 1996. Parigi, Gare de Lion, al ritorno di un viaggio. Il primo, nell’estate della maturità.La Francia ha appena varato una legge restrittiva contro i sans papiers. Siamo in tre, stanchi e felici, lo zaino in spalla verso l’Italia. Ci avvicina un ragazzetto più giovane di noi: ha fatto uno sbaglio, ha lasciato un lavoro da muratore in Italia ed è emigrato in Francia ma con le nuove leggi è un pasticcio e vuole tornare in Italia. È bulgaro. Ci chiede di aiutarlo a passar la frontiera, di nasconderlo sotto i sedili dello scompartimento, dietro gli zaini. Gli dico di sì.

Ho paura e imparo il coraggio.

La mattina dopo ci salutiamo felici alla stazione di Pisa.

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Il nuoto e la ricerca della sensibilità

disegni di Bastien Vivès

di Stefano Talone

Bill Sweethenam nel suo Nuoto da campioni, parlando dell’allenamento in acqua dei velocisti, lo  imposta sulla ricerca della forza e su una continua ricerca della sensibilità. I nuotatori che faranno brevi frazioni sono sottoposti più di altri alla presa perfetta della bracciata, per la semplice regola che non hanno tempo da buttare.

L’attuale allenatore dei Master dello sport club Cassia antica Filippo Nesta la pensa come lui: “Una volta che hai costruito la bracciata e la tecnica, una volta che il nuotatore sente l’acqua sulle mani, che raggiunge la giusta sintonia con i recettori, c’è soltanto da sviluppare la sua forza e potenza”.

C’è un ranista nella sua squadra, Andrea Merli, un colonnello della Marina Militare a cui da pochi anni piace nuotare. Non ha un fisico prestante, ma all’età di quarant’anni è riuscito a piazzarsi terzo ai campionati regionali di categoria che si sono svolti a Pietralata. Tutto questo concentrandosi molto sulla tecnica e sullo studio della sua nuotata.

Mi dice Nesta: “Nel nuoto, qualunque distanza si pratichi è la cosa più importante. Un nuotatore che resta fuori dall’acqua per cinque giorni ha già perso la sua sensibilità acquatica e ci vogliono alcune settimane per farla tornare, questo perché noi non siamo nati per vivere nell’acqua”.

È qualcosa che diamo per scontato, ma dal momento in cui camminiamo usiamo equilibrio, forza, mobilità articolare, elasticità per avanzare nello spazio. In qualche modo mettiamo in moto un complicato apparato che abbiamo imparato col tempo a conoscere e a saper gestire. Nell’acqua avviene lo stesso, ma com’è ovvio su un differente livello e ce ne rendiamo conto perché siamo in un differente ambiente. Un posto che non conosciamo, che ci è nuovo e che si basa su nuove regole.

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Una scuola cinese a Prato

di Diletta Caprilli e Sara Paccagnini 

Quando da Pistoia siamo andate a studiare cinese a Bologna, e quando poi siamo partite per Pechino, i meno spiritosi tra i nostri conoscenti reagivano così: “Bastava andare a Prato!” Quella banalità (velata dell’immancabile ironia xenofoba latente o scoperta) ci irritava, ma alla fine hanno avuto ragione: da novembre lavoriamo a Prato in una scuola d’italiano per cinesi, “La città proibita” (nome originale come i ristoranti cinesi che si chiamano sempre “Nihao”). La scuola è privata, esiste dal 2005, ed è probabilmente l’unica a Prato gestita da cinesi. In una città di duecentomila abitanti, i cinesi registrati sono circa il 10%, più un incalcolabile numero di abusivi; sono concentrati per lo più nella “Chinatown” di via Pistoiese, dove si trova anche la nostra scuola, che ha più o meno un centinaio di iscritti. Abbiamo classi dalle quindici alle trenta persone, gli studenti pagano 150 euro al mese per frequentare i corsi, sei ore al giorno dal lunedì al venerdì, e dopo una preparazione di circa quattro mesi sostengono un esame di lingua, per ottenere un certificato di livello A2 necessario per il permesso di soggiorno. I nostri studenti, come quasi tutti i cinesi di Prato, vengono dalla conurbazione di Wenzhou, sulla costa sudorientale della Cina, e l’età varia dai dodici ai trent’anni, con un’età media sui venti e qualche anziano ogni tanto; molti sono in Italia da pochi mesi, alcuni da qualche anno, qualcuno ha frequentato un po’ di scuola in Italia, pochi hanno finito le superiori in Cina; i giovanissimi spesso vengono a scuola come “propedeutica”, prima di entrare alle medie o alle superiori di Prato.