visioni di infanzie

Tanti bambini, nessun bambino

Dettaglio della copertina di Hamelin31 illustrata da Marion Fayolle

L’ultimo numero della rivista Hamelin, n.31 “nuovi tabù: l’infanzia”, è tutto dedicato alla sovraesposizione dell’infanzia nell’immaginario e nel mercato. Pubblichiamo, come anticipazione, l’articolo di Piccinini.

  

di Giordana Piccinini

 

Sono anni questi in cui siamo davvero circondati da bambini e ragazzi, una sorta di sovraesposizione: hanno invaso le librerie, sono ritratti in tante copertine di libri per adulti, e raccontati in altrettanti titoli, a partire almeno da Io non ho paura di Ammaniti fino a La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, per citare due casi editoriali di casa nostra. Viene da chiedersi dove nasca una simile moda e perché così tanti scrittori sentano l’esigenza di raccontare la propria infanzia o quella di personaggi immaginari.

Un’ipotesi ce la suggerisce Anne Fine in questa stessa rivista: gli adulti hanno disimparato a leggere libri complessi e cercano nei libri per ragazzi, che per loro natura hanno protagonisti giovani o giovanissimi, letture più semplici, che richiedono meno fatica. Basti pensare al fenomeno della saga di Harry Potter. E allora, visto il grande successo che i libri per bambini hanno tra i grandi, gli editori per adulti potrebbero aver orientato le loro strategie di marketing verso una “infantilizzazione” complessiva, che va dalle storie alle copertine, o a volte solo a queste, come amo per rendere più appetibili romanzi in cui di bambini non c’è neppure l’ombra. Ma anche quando essi ci sono, è importante chiedersi se e quanto gli autori siano stati capaci di raccontare l’infanzia per davvero. Il dubbio deve essere posto: non è un’impresa facile, i bambini sono per loro natura inafferrabili e nel momento stesso in cui pensiamo di aver colto la loro alterità, sono già altrove.

Credo che sia allora importante, per fare una simile verifica, andare a riconsiderare chi davvero ce l’ha fatta, mettendo in scena bambini che, come in L’età d’oro di Kenneth Grahame, hanno rappresentato l’infanzia in tutta la sua alterità rispetto al mondo adulto, in tutta la sua estraneità di fronte alle convenzioni che regolano la nostra vita. Bambini che guardano e vedono dove noi grandi non sappiamo più né guardare né vedere, depositari di una “luccicanza” e di uno sguardo obliquo che li rende capaci di scoprire le infinite contraddizioni dei grandi. Ed è proprio uno scontro inevitabile, direi ontologico, con gli adulti che si deve in primo luogo andare a verificare, come quello radicale con la madre narrato in Infanzia di Sarraute o ne Il vino della solitudine di Némirovsky: “– Santo cielo, – pensava Hélèn già mezza addormentata, rigirandosi e urtando con le lunghe gambe il legno del piccolo letto che non cresceva con lei e che, un anno dopo l’altro, si dimenticavano di sostituire, (…) – Santo cielo, ma che se ne vada, che se ne vada al più presto, e non se ne parli più! Oh, potesse morire! –” Il linguaggio diventa un ulteriore campo di battaglia, che si assomma e si fonde con l’oltraggio e la negazione delle regole assurde e contraddittorie degli adulti: attraverso la conquista di uno spazio segreto della parola si prende coscienza di sé, si diventa libere di pensare anche l’indicibile, l’odio feroce per la madre. Lo notava benissimo Giovanna Zoboli su queste stesse pagine: “Dunque, il progressivo definirsi dell’identità, che costituisce il nocciolo della storia di ogni infanzia, coincide per la Sarraute con lo svelamento, la presa di coscienza dell’inganno di cui è portatrice la lingua adulta, le parole messe in opera dal nucleo familiare per edificare il castello dell’identità e la “storia ufficiale” che ne racconta le tappe. (…) E senza il combattimento di questa battaglia non si dà possibilità di discorso autobiografico, non si dà possibilità di linguaggio.”

scuola

Tra peluche e cinismo

di Giuseppe Montesano

illustrazione di Franco Matticchio

Io sono un privilegiato: insegnando al liceo la mia platea è diversa da quella delle scuole medie, degli istituti tecnici e professionali. Piccola e media borghesia. È più facile lavorare. Ma la vera realtà delle scuole tra Napoli e Caserta è quella dell’obbligo: lì la catastrofe è già avvenuta, nel senso che tutte le tecniche pedagogiche non hanno senso quando intorno non funziona niente e la scuola non ha un ruolo centrale nella società, ma ne è soltanto un’appendice; quindi il suo malessere è solo sintomatico di un male più vasto ed enfatizzare le responsabilità della scuola è una fissazione da politici, per scaricare le responsabilità.

Bisognerebbe stare più zitti, fare quel che si può fare nel piccolo, nel quotidiano, far circolare idee, far leggere, far vedere cose, sia ai piccoli che ai grandi: i ragazzi sono avidi di sapere, di conoscere, però non lo sanno finché non lo vedono, non lo vivono, non sanno quello che desiderano davvero. L’adolescenza è un’età in cui si può ancora cambiare, è forse l’ultima possibilità, ma quando si vede quello che viene offerto a chi potrebbe cambiare, si capisce che il risultato non può che essere sconfortante.

Loro, i ragazzi, continuano beatamente e tristemente e in modo depresso a essere ignoranti, non sulle cose scolastiche soltanto ma sul mondo, e qui si apre la questione se sia la scuola a dover fare la parte della società, se debba sopperire alle sue mancanze, se debba raddrizzarne le storture: io sinceramente credo di no.

educazione e politica

La cronaca è meglio della storia

Foto di Chiara Bellenghi

C’è un’Italia che si allea con l’Europa della crisi e dell’esasperazione. Le grandi città si parlano e un gran numero di ragazzi che ci abitano sono in grado di rispondere alla domanda “cosa sta succedendo?”. Che il paese non fosse amalgamato e che le fratture fossero generazionali ce ne eravamo accorti. Quello che sta emergendo è anche una spaccatura trasversale interna ai blocchi generazionali, se si  ripercorrono all’indietro i passaggi delle battaglie degli studenti da oggi fino al 2008 allontanandosi dalle grandi città si assiste a una diminuzione dei livelli di consapevolezza. Mentre le ragioni della rabbia giovane trovano ogni giorno un motivo in più per essere manifestate, l’Italia che non è cosmopolita, quella delle città-paesone, si sta perdendo e gli studenti perdono il contatto con il “centro”. Le cose stanno accadendo, ma non possono essere ripetute a macchinetta nelle grandi città e nelle piccole come iniziative clonate. Gli studenti oggi sono smaliziati e quindi non abboccano alle ricette precotte, ma se si aggiunge che spesso in provincia si è anche inconsapevoli allora il rischio è che non ci sia la massa critica necessaria a elaborare quella che attualmente è la terza via della protesta: quella che ha matrice culturale nel tentativo di vedere all’opera una visione anarchica al servizio di una prassi socialdemocratica. Dire “lotta” nelle grandi città, insieme a molti ragazzi, ha fortunatamente perso l’allure inquinante dei centri sociali e già da un po’ la retorica sessantottina (e seguenti) o dei sindacalisti più incazzati. Avere la possibilità per le assemblee studentesche della maggior parte delle città italiane di discutere e confrontarsi con un approccio cosmopolita è vitale per due motivi: sia perché non è un film già visto e sia perché non ci possiamo permettere di staccare il filo tra centro e periferia di un paese già vistosamente in pezzi. La scuola pubblica ha funzionato da semenzaio per il lavoro culturale, ma questa situazione non è che la conferma di un esaurimento definitivo della capacità di tenere insieme le diverse realtà del paese, i canali dello scambio intellettuale devono essere e già sono altri, ed è un pensiero condiviso il fatto che non basta la rete da sola che deve essere rafforzata dallo scambio e dall’incontro fisico. Nessuna esaltazione della grande città solo una constatazione da non sottovalutare, crescere con la testa e il cuore in subbuglio dà oggi qualche strumento in più per capire qualcosa in un presente multitasking. Perdere il tempo della curiosità e della lotta oggi è un male grave, la ricostruzione storica di questo passato prossimo sarà sempre più difficile: meglio seguirle e sceglierle in diretta le mille voci mescolate. Le fonti dirette sono il modo per orientarsi in una prospettiva con troppe vie di fuga. La cronaca è meglio della storia… è meglio esserci. (Nicola Ruganti)

Pubblichiamo il commento di Annalisa Villa, rappresentante degli studenti del Liceo Mamiani di Roma, in seguito allo “sciopero generale transnazionale” del 14 novembre.

 di Annalisa Villa

Ieri è stata una giornata di protesta transnazionale. La mobilitazione è dilagata in 87 città italiane e in numerosissime città spagnole, greche e portoghesi.

A Roma soltanto noi studenti dei licei eravamo 50mila. Abbiamo dimostrato la forza di una rabbia che nasce dal basso e che si concretizza in cortei del tutto autorganizzati, senza la ricerca di sponsor o fondi partitici per finanziarsi. Unendoci poi al corteo degli universitari, rifiutando invece l’adesione alla protesta di sindacati, che non ci rappresentano, abbiamo ribadito, oltre alla nostra pratica, la condivisione della protesta e tutti i suoi contenuti. Siamo arrabbiati per uno smantellamento della scuola statale sempre più concreto (attraverso l’imminente approvazione della DDL 953 ex Aprea), per un futuro che ci si preannuncia di precariato, per un governo fortemente politico (e non tecnico!) che continua a farci rimanere inascoltati. Ieri abbiamo urlato ai giornalisti di dire la verità su quello che stava succedendo. Ancora una volta il centro nella nostra città era blindato e di nuovo ci è stato impedito di andare a manifestare il nostro dissenso sotto quei palazzi che detengono le responsabilità del nostro malessere. Ci hanno fatto allungare il percorso, ci hanno arbitrariamente bloccati sul lungotevere e ci hanno caricato senza pietà. Non contenti tre blindati della polizia hanno letteralmente inseguito, per oltre 1 Km, i manifestanti che avevano attraversato il ponte e cercavano, ormai lontani dal proprio obbiettivo, di scappare. Ieri la risposta dello stato è stata la violenza. Il dato politico forte, a mio parere, è stato ancora una volta il tentativo di isolamento fino allo sfinimento della protesta e l’obbiettivo di ridurre al minimo l’opposizione sociale con la repressione. Ieri noi eravamo determinati: con le nostre urla e con i nostri numeri, sapendo che possiamo davvero determinare passaggi sociali e politici, li abbiamo spaventati, per questo hanno deciso di far scoppiare il panico. I giornali parlano ancora di black bloc, di infiltrati, di violenza insensata di piazza oppure se cercano di difenderci ci dipingono come ragazzini allegri e indifesi che volevano solo sfilare per le vie di Roma, magari canticchiando canzoncine freak da un carretto. Noi non siamo niente di tutto questo. Gli infiltrati non c’erano, non siamo criminali non possiamo essere ridotti a un semplice “problema di ordine pubblico”. Inoltre non crediamo più che un corteo-sfilata possa risolvere la situazione, non siamo allegri e non siamo neanche così indifesi. Ci difendiamo perché è sempre più necessario farlo; perché senza un casco rischi di fartela spaccare a manganellate, la testa.

il libro

Partecipazione e lavoro sociale

di Maurizio Braucci

Josephin Baker, cantante, ballerina e filantropa, si chiese se la vocazione fosse “la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”. Riprendendo questa definizione e, tra le righe, la sua implicazione vocazionale, Giovanni Laino ha intitolato il suo saggio Il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo – la partecipazione come attivazione sociale (Franco Angeli, pag. 238, euro 31).

Raccolta di scritti inediti e di articoli rimaneggiati, il libro propone teorie, memorie e analisi di un professore che non attende solo ai corsi universitari, quelli della Facoltà di Architettura di Napoli, ma che da anni opera anche nell’ambito dell’attivismo sociale. Infatti, in una premessa vocazionale, Laino scrive che nelle pratiche sociali “è meglio essere misurati, possibilmente miti anche se facendo i conti con i propri limiti spesso si riesce ad essere solo tiepidi” a sottolineare che la pazienza e l’umiltà negli obiettivi dovrebbero essere virtù dell’attivista sociale.

Nei primi capitoli, Laino scruta nella tradizione partecipativa italiana, definendola “carsica” all’interno di una storia nazionale egemonizzata dai partiti e dalle organizzazioni a loro legate, e ritraccia così i percorsi di élites illuminate, cioè di minoranze, che dal dopoguerra hanno perseguito l’attivismo sociale come strumento per l’ottenimento di riforme a vantaggio dei più deboli. La proposta di brevi schede biografiche di importanti esponenti di queste minoranze – Zanotti Bianco, Guido Calogero, Aldo Capitini, Manlio Rossi-Doria, Sebregondi ed altri – ha lo scopo di dimostrare che il tema della partecipazione, tanto decantato ai giorni nostri, è di fatto una pratica in Italia assai consolidata.

Negli ultimi anni “coloro che si sono interessati alla partecipazione hanno guardato con molta attenzione ai lavori elaborati in ambienti Nord europei, Nord americani e latino americani” mentre Laino ritiene che “una rivisitazione del patrimonio di tante esperienze italiane possa ancora sostenere la ricerca di una declinazione meno ideologica e formale della democrazia partecipativa”.