educazione e politica

Gli studenti si muovono

Foto di Bianca Martella

Pubblichiamo oggi un articolo di uno studente romano, alla vigilia di un altro sciopero e di un’altra giornata di mobilitazione e protesta del mondo della scuola. Gli studenti si muovono e si sono mossi, in questi giorni, per dire molte cose, non solo a difesa del diritto allo studio e contro la dismissione della scuola pubblica, ma anche all’attacco della politica e dell’informazione complice e facilitatrice dell’accettazione.  Dopo il 14 e 24 novembre, gli studenti hanno indetto un nuovo sciopero nazionale insieme alla Fiom, a dimostrazione che sono gli studenti medi, più di altri, a rappresentare un’opposizione vitale alla crisi e all’ingiustizia. Non molto tempo fa il sociologo Carlo Donolo ha definito le proteste degli studenti come dei laboratori di democrazia necessari e oggi, sempre di più, gli studenti rappresentano una critica reale ai poteri forti e, di fatto, antidemocratici dell’Europa e del capitale in crisi. Chi è nato sotto il ventennio berlusconiano, i sedicenni-diciottenni di oggi, è costretto a convivere con molta più disilussione e con l’impossibilità di immaginare il futuro, ma, del resto, si fida molto meno degli adulti (padri, professori, giornalisti, politici). (Gli asini)   

di Alessandro Bautista

Non so se ve ne siete accorti ma in Italia esistono dei gruppi di giovani “violenti” che, a volte, si infiltrano nei cortei degli studenti “normali” per rovinare le proteste e vanificare le lotte. È questo che i giornali scrivono e i telegiornali dicono. Quando si parla di giovani e scontri nel resto dell’Europa mediterranea (Spagna, Portogallo e Grecia), i nostri giornalisti sono pronti a salutare quegli scontri come sintomi sociali definiti. Quando succede da noi, la tentazione a mistificare è molto più forte. 

Il 24 novembre, giorno dello sciopero della scuola e delle manifestazioni pacifiche, gli studenti erano gli stessi del 14 novembre, quando le manifestazioni sono state represse da scontri e da attacchi (anche alle spalle) da parte delle forze dell’ordine. Nonostante si voglia far credere il contrario, va ribadito che non esistono manifestanti violenti o pacifici, ma solo la rabbia di non poter esprimere il proprio dissenso sotto i palazzi del potere, l’esasperazione di non essere ascoltati e di non essere rappresentati.  
E i giornali, invece di cercare di comprendere le cause di questa rabbia, magari sondando le opinioni di chi questa esasperazione la vive e la esprime, continuano a lanciarsi in moralismi e giudizi superficiali. Gli studenti sono abituati a delle istituzioni sorde che non ascoltano le loro proteste, ma sono anche stanchi di un’informazione che questa rabbia si ostina a liquidarla come un semplice problema di ordine pubblico. In queste settimane sono passate sotto silenzio le proteste contro l’informazione ufficiale,come il sit-in che si è tenuto a viale Mazzini di fronte alla sede della Rai dopo un corteo spontaneo degli studenti del liceo Mamiani di Roma: in questa occasione e in tante altre gli studenti hanno ribadito il diritto a un’informazione che renda veramente conto delle loro proteste e analisi e di cosa si stia muovendo nelle scuole e nei quartieri. Proprio per questa necessità, non credendo più ai giornali e alle televisioni, gli studenti continuano ad intraprendere la via dell’informazione dal basso, dai volantini ai social network, per raggiungere senza mediazioni la cittadinanza. Una pratica che, insieme alle altre varie mobilitazioni delle scuole, l’occupazione, l’autogestione e altre forme di protesta, sta scandendo queste settimane. La routine delle città è stata ed è tutt’ora scossa da tutte queste azioni che hanno coinvolto non solo gli studenti, ma anche i docenti, il personale ATA e le famiglie,e continuano a farlo.   

visioni di infanzie

Innamorato della luna

Ha inaugurato il 29 novembre e rimarrà aperta fino al 31 gennaio 2013 presso la biblioteca Braindense di Milano la mostra curata da Martino Negri Innamorato della luna. Antonio Rubino e l’arte del racconto. Antonio Rubino (1880-1964) è una stella di prima grandezza nella galassia dei disegnatori italiani della prima metà del Novecento e ha contribuito potentemente a plasmare l’immaginario di più di una generazione di bambini lettori.

La mostra ripercorre i suoi passi, dai primi lavori in versi di fine Ottocento ai libri pubblicati dopola Secondaguerra mondiale, in un clima storico e culturale profondamente mutato. Tra questi estremi temporali prende forma un’opera di grande ricchezza e varietà espressiva, che tocca ambiti artistici e letterari molteplici ˗ dall’ex libris al racconto illustrato, dalla striscia a fumetti al manifesto pubblicitario, dal romanzo alla poesia, dalla grafica alla pittura ˗ cadendo sempre e comunque nel segno di un’innata propensione al racconto, alla trasformazione di parole e figure in storie.

Baciato dalla luna, signora delle acque e dei capricci, ma anche della poesia e dell’invenzione artistica, Rubino ci ha lasciato in eredità una quantità di narrazioni, nelle quali sono messe in scena senza reticenze o censure le paure e i desideri, i sogni e le esperienze dei bambini, con una serietà giocosa che dimostra un rifiuto netto di quella rappresentazione dell’infanzia edulcorata e falsa ancora tanto diffusa nel pensiero comune.

Per informazioni www.braindense.it

bambini e città

Oltre il proprio naso

immagine di Francesco Chiacchio

del Comitato Spazio Pubblico

Nel 2007 nasceva il Comitato Spazio Pubblico di Scampia, partendo da queste premesse:

Lasciato alla mercè della buona o cattiva volontà degli “altri”, lo spazio pubblico della città ha finito per rimanere inghiottito dagli interessi economici e dai loro surrogati. Spazio pubblico occupato da danaro e potere è l’aria satura di smog, polveri e fumi tossici che respiriamo (Vedi studi epidemiologici….); è il suono violento dei claxon e dei motori che imperversano per le strade; sono le mura occupate da manifesti e insegne pubblicitarie e elettorali; sono le vie occupate da tavolini, motorini, macchine… Terreno di conquista per clan e potentati di ogni sorta, lo spazio pubblico ha finito così per non esistere quasi più.

 Pensiamo perciò che sia arrivato il momento di riprendersi gli spazi pubblici urbani, anche a Scampia. Al posto di progetti calati dall’alto proponiamo di realizzare percorsi condivisi con i cittadini; alle megaopere dispendiose preferiamo piccole sperimentazioni fatte in economia e con materiali naturali o frutto di riciclaggio; alla standardizzazione industriale vogliamo sostituire la creatività locale; piccoli eventi quotidiani al posto di Grandi Eventi sporadici.

In una concezione nuova di città, dove istituzioni e professioni si mettano davvero  al servizio di visioni, esigenze e percorsi di crescita di cittadini non più deleganti,  all’interno di una politica che avvicini il cittadino al bene pubblico, che non vanifichi il “sapere” della gente (patrimonio non adeguatamente valorizzato), come Comitato avanzeremo proposte e svolgeremo azioni per un mutamento radicale della funzione urbana finora svolta dalla Villa Comunale di Scampia e dalla Piazza dei Grandi Eventi.

Le cinque “Oplà”, giornate di piazza con feste e riflessioni condivise con chi veniva da altre regioni italiane; le Piazze dell’Economia Solidale, mercati del biologico che hanno fatto di Scampia un quartiere “normale”, all’avanguardia sui temi dell’alimentazione e della cooperarazione economica; le giornate di studio e incontro intercultuale con i rom e persone provenienti da altri continenti; le inchieste come quelle sui roghi di Ponticelli nel 2009; la Biciclettata nel novembre 2009; la Piazzata nel 2010; le campagne come “nessun permesso”, “ambito 7”, il “Gridas non si tocca”; il Micro Festival dello spazio pubblico nel 2011; Mediterraneo Antirazzista nel 2012, sono alcune delle azioni di questi anni. Azioni che hanno contribuito a far crescere la rete di gruppi e associazioni che a Scampia lavora da sempre attorno alla liberazione di spazi pubblici urbani.

podcast degli asini

Barbiana oltre le mode

Su don Milani si è scritto molto, e moltissimo si continua a discutere. Con il rischio, però,  di fare della sua figura un passe-partout per ogni idea pedagogica o educativa, o, nel peggiore dei casi, per una (qualunque)  riforma ministeriale: salire a Barbiana, fisicamente o no, è diventata una moda, un beau geste buono per ogni occasione. Il risultato, spesso, è un don Milani spogliato della sua scomodità e della sua durezza, messo, come diceva David Maria Turoldo, “sull’altare con i gigli in mano” (a prescindere dal tipo di altare che si scelga di volta in volta).

È per questo che, a dispetto delle agiografie che rendono Barbiana un’esperienza “tiepida”, è necessario continuare a studiarla e a parlarne, non stancandosi di raccontare la piccola scuola nel Mugello per quello che era, cogliendone i limiti e la sua carica di profondo cambiamento. Ed è importante farlo, oltre che leggendo ciò che don Milani ha scritto di suo pugno, ascoltando i testimoni diretti, le persone che hanno vissuto e lavorato a stretto contatto con il Priore e i ragazzi.

Adele Corradi, insegnante nella scuola media, ha avuto la fortuna di arrivare a Barbiana il giorno in cui si inaugurava la tecnica della scrittura collettiva, e ha scelto in poco tempo di fare della piccola canonica un luogo d’elezione, trascorrendovi (senza per questo abbandonare mai la scuola di stato) gli ultimi quattro anni della vita di don Milani. Ha raccolto i suoi ricordi in Non so se don Lorenzo… (Feltrinelli, 2012), che racconta con parole semplici ed efficaci la vita e il clima di una delle esperienze più importanti del dopoguerra italiano, tracciando un preziosissimo ritratto di don Milani.

Riproponiamo qui l’audio dell’incontro del 10 novembre 2012, dal titolo “Voler bene alla scuola. Barbiana molti anni dopo” che si è svolto durante Umbria Libri, all’interno dei “Seminari dello Straniero”, e  che ha visto Adele Corradi in dialogo con Goffredo Fofi e Piergiorgio Giacchè. Altri articoli (di Goffredo Fofi, Piergiorgio Giacché e Vittorio Giacopini) e interviste su Non so se don Lorenzo… sono usciti su “Lo Straniero” (n. 142 e 149) e su “Gli Asini” (n. 9 e 10).

Probabilmente l’eredità più importante di Barbiana è proprio quella più pubblica, quella “pedagogia culturale” che, in certa misura, sorpassava gli allievi stessi; quello che alla loro uscita fece diventare la Lettera ai cappellani militari e Lettera a una professoressa libri fondamentali. Ascoltare Adele Corradi permette di chiarire ulteriormente chi fosse don Lorenzo e cosa fosse la sua scuola, al di là della vulgata e dei “come diceva don Milani…”. Oltre ad aggiungere alcuni importanti particolari a quello che già racconta in Non so se don Lorenzo…, l’energica voce della Corradi ci ricorda che la vera battaglia combattuta giorno per giorno a Barbiana era quella “di chi voleva salvare la critica e il cervello”.  (Giulio Vannucci)

Clicca qui per ascoltare la registrazione integrale.

Voler bene alla scuola… Molti anni dopo Barbiana
Voler bene alla scuola… Molti anni dopo Barbiana

l'altro teatro

La “realtà” a teatro. Domande aperte all’ultima stagione

Foto di Stefano Vaja

Rilanciamo, dal sito di Altrevelocità, il saggio sulla “realtà” a teatro di Sacchettini uscito su Lo Straniero N. 184, ottobre 2012, 

 

 

di Rodolfo Sacchettini

 

Non professionisti tra animazione e arte relazionale
A ritmo crescente – in una crisi teatrale e culturale complessiva che investe non solo le questioni economico-organizzative, ma riguarda anche un impoverimento delle ricerche e delle forme – si avverte l’esigenza da parte di molto teatro, italiano e straniero, di coinvolgere direttamente sulla scena dei non professionisti. Non è certo una pratica nuova. Tutto lo scorso secolo è stato segnato da esperienze che, con modi ed esiti differenti, si sono poste il problema di lavorare con corpi non professionali: presenze spaesanti e a volte provenienti letteralmente da altri mondi. Lasciamo da parte il caso, un po’ differente, del teatro amatoriale, filodrammatico, dilettantesco e anche per un attimo le tante esperienze di “teatro popolare”, realizzato cioè “con e per il popolo”, di cui l’esperienza forse più interessante in Italia è quella del Teatro Povero di Monticchiello(Siena), ispirata un po’ al Teatro Popolare francese e che quest’anno ha festeggiato il quarantaseiesimo anno di vita. Ogni estate per un mese gli abitanti di Monticchiello mettono in scena un “autodramma” nella piazza del paese guidati dal regista Andrea Cresti: un momento molto serio, nella sua austerità e nel suo impegno, in cui si riflette su questioni fortemente connesse alla comunità, soprattutto legate alla vita dei campi (dalla mezzadria, all’abbandono delle campagne, fino all’esplodere del turismo e degli agriturismi…). Quest’anno (Palla avvelenata) nello specifico si è trattata la questione della crisi, dei prestiti, delle banche, tutto quanto filtrato da una novella di ispirazione boccacciana. È un tipo di lavoro che oggi colpisce forse ancor di più per la sua natura comunitaria, in controtendenza al disorientamento collettivo sulle possibili funzioni del teatro.
Lasciamo da parte anche il fenomeno più significativo degli ultimi decenni di apertura della scena a non professionisti, l’animazione teatrale, la cui parabola può dirsi per molti versi conclusa, almeno se intesa come movimento generale e diffuso e non come semplice “servizio” offerto al territorio, con la sopravvivenza radicale di singole esperienze o di piccoli gruppi. Dai bambini agli handicappati, dai giovani disadattati, ai malati di mente e ai detenuti il teatro è andato alla ricerca in maniera capillare di figure ai margini della società, là dove le differenze, le anomalie, il disagio si fanno più evidenti e la presenza di chi ne è portatore ha un peso specifico denso e particolare. Il teatro, come lente privilegiata per osservare e riflettere sulla società e sulle sue più complesse, marginali e sfumate identità, ha saputo nutrirsi di mondi inaspettati per inventare linguaggi capaci di erodere, almeno in certi casi, quel senso di recita televisiva che, come una colata di cemento, ricopre tanti palcoscenici italiani. I “teatri delle diversità” sono stati per molto tempo, e continuano in alcuni casi a essere, le strade più eclatanti per interrogarsi sul binomio, quanto mai discusso, di “teatro e realtà”. Certamente la retorica semplificata dei “contenuti”, i servizi ricreativi spacciati per pratiche artistiche hanno reso l’orizzonte molto più complicato e confuso. Ma hanno permesso almeno allo sguardo di farsi un po’ smaliziato, di non cadere facilmente nelle trappole delle buone intenzioni, o di non farsele bastare. Come sempre sono poche le esperienze davvero radicali, quelle che riescono a scardinare i vincoli del cliché producendo uno scarto reale sul versante dei linguaggi artistici.
Oltre all’animazione teatrale però, a partire dagli anni novanta, e oggi in maniera sempre più marcata, si sono diffusi in Europa e in Italia altri modi e altri atteggiamenti allo scopo di rendere partecipe e addirittura protagonista il pubblico: si parla solitamente di “arte relazionale”. Questa volta nessuna precisa distinzione sociale: a essere coinvolto è tutto il pubblico in quanto tale e le opere in questione vivono proprio del coinvolgimento degli spettatori e del loro agire e reagire a stimoli e a situazioni che vengono loro presentati. In Estetica relazionale Nicolas Bourriaud parla appunto di un’arte che viene giudicata in funzione delle relazioni interpersonali che raffigura, produce o suscita. Nello sviluppo ipertrofico delle nuove tecnologie, per effetto delle quali l’interazione e i rapporti interpersonali hanno subito profondi cambiamenti, l’arte relazionale vorrebbe svolgere una funzione di interstizio in cui si ricreano alternative di vita possibile. E così dalle arti visive al teatro l’idea di un’arte relazionale si propaga sempre di più, anche perché la performatività diffusa che invade la scena contemporanea permette di legittimare pure operazioni microscopiche, al limite dell’invisibile. A fronte di dispositivi interessanti, dove il pubblico partecipa a un gioco di ruolo che spesso si interroga sulle forme di democrazia e di convivenza civile, spesso l’arte relazionale crea piccole situazioni più simili a un parco giochi o a strane animazioni dal sapore concettuale per stimolare un dialogo o uno scambio tra gli spettatori. Questi nuovi tentativi (in Europa già molto diffusi, in Italia in forte aumento) cercano di porsi in chiave costruttiva, per funzionare da aggregatori sociali, per diffondere e rinsaldare un’idea comunitaria. Si nutrono di stimoli molto differenti: può essere una partecipazione alla Living Theatre orientata sui moduli della creatività e dell’espressività di massa, possono essere i dispositivi del mondo virtuale o di realtà aumentata, intrisi spesso di new age, possono essere giochi di ruolo o piccole riflessioni a sfondo economico, tra origine del capitalismo, finanza ed ecologia. Possono esserci interessanti esperimenti sul piano della memoria orale, sull’incontro e sul dialogo intergenerazionale, sull’archiviazione di esperienze. Spesso però molte operazioni rimangono a un livello di superficie e il divertimento di un attimo permette che un’ombra di relazione (o meglio di dialogo, di gesto, di qualunque interazione) – cioè la reazione dello spettatore – venga talmente imbellettata da risultare presto mistificata in qualcos’altro. A volte sembra di partecipare a esercizi di rianimazione per alienati. L’obiettivo è che gli spettatori si guardino, scambino due parole, si tengano per mano, come se un autismo diffuso e collettivo impedisse di uscire dalla propria bolla rendendo esotici i gesti e i comportamenti di un vivere normale. Messi sotto la lente di ingrandimento questi atteggiamenti esibiti come “umani” acquistano un carattere di straordinarietà, quasi provenissero da altri mondi. Suonano a volte come iniezioni di sentimentalismo o piacevolezze artificiali dove quello che si esibisce è il senso stesso del pudore. Senza entrare troppo nello specifico si può dire che spesso tra le intenzioni e gli esiti ci sia un abisso e che il teatro ne risulti un po’ mortificato, perché sembra aver perso fiducia in se stesso, nelle sue potenzialità, nelle sue qualità, declinando l’idea di partecipazione con una più facile e conveniente pratica di consumo.