università

L’università italiana dà i numeri?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 149 de “Lo straniero” Novembre 2012.

di Alessandro Dal Lago

 

Lo confesso: sono in tutto e per tutto un accademico. Ho iniziato a lavorare in università nel 1970, subito dopo la laurea, e da allora non ho fatto altro, con un breve intermezzo d’insegnamento nelle scuole superiori. Vivo da quattro decenni tra libri, studenti, progetti di ricerca, riunioni di facoltà, lezioni, seminari. Sono stato anche preside della mia facoltà per due mandati e ho anche avuto altre responsabilità amministrative. Per fortuna ho diversi altri interessi (dalla cucina alla letteratura, per non parlare di politica e calcio…), ma sono del tutto identificato con il mio mestiere: mi ritengo uno dei fortunati e privilegiati che possono dire di fare quello hanno sempre desiderato.

E tuttavia non ne posso più, al punto che oggi, cinque anni prima di raggiungere l’età in cui sarei costretto a ritirarmi, ho fatto domanda di pensionamento anticipato (ecco un altro privilegio). Non sopporto più l’università come carapace burocratico, organizzazione dalle procedure insensate, apparato in cui decine di migliaia di ricercatori e professori s’industriano a fare il loro lavoro, esattamente come nelle università del resto del mondo, ma vessati da stravaganze ministeriali, amministrazioni indifferenti alla ricerca, mancanza patologica di fondi, riforme incessanti, in cui plus ça change, plus c’est la même chose, e così via. Potrei diffondermi su questa desolazione per pagine e pagine, ma mi limiterò a un solo aspetto – che, secondo me, riassume mirabilmente il marasma in cui è affondata l’università italiana: la valutazione della ricerca e, di conseguenza, del merito dei ricercatori. Un osservatore esterno potrà pensare che si tratta di una trascurabile questione di bottega, ma non è così. Se è vero che l’università è la principale istituzione deputata a sviluppare il sapere in tutti i campi (scientifico e umanistico, teorico e pratico, contemplativo e tecnico…), stabilire chi ha le competenze per lavorarci, e quindi merita i piccoli privilegi della professione – stipendi più o meno decenti, libertà di ricerca, auto-organizzazione del lavoro, eccetera – è decisivo. Se c’è un settore in cui ignoranti e scaldasedie non dovrebbero avere cittadinanza è proprio quello della ricerca e della formazione superiore. Ebbene, in Italia è così? Come è organizzata la valutazione dei ricercatori, oggi, in Italia? E, di conseguenza, quali sono le regole del reclutamento e della promozione?

altre scuole

L’alfabeto per insegnare a pensare (I parte)

illustrazione di Slim Fejjari, Else edizioni

di Marco Carsetti

 

Il carattere privato della nostra scuola

Dal 2005 portiamo avanti come associazione Asinitas una scuola privata sperimentale per l’insegnamento dell’italiano L2 rivolta a persone straniere in gran parte immigrati, rifugiati e richiedenti asilo. È una scuola privata dove gli studenti non pagano nessuna retta, neppure matite, penne, quaderni che gli vengono forniti come tutto il resto del materiale didattico. Non devono neppure portarsi la carta igienica da casa. Attraverso una raccolta fondi l’associazione paga l’affitto dei locali, le spese per i materiali e per l’autoformazione e un rimborso spese a un gruppo di educatori ormai stabile da tempo. Ogni anno si fanno salti mortali per avere i soldi necessari alla riapertura e se non fosse per l’otto per mille della Tavola Valdese a cui l’associazione partecipa attraverso un bando annuale sarebbe molto difficile garantire questa scuola privata e gratuita. Molto viene anticipato di tasca propria e non è detto che si riesca sempre a rimborsarlo.

Nell’immaginario questo tipo di realtà non è una scuola, ma un progetto benemerito di assistenza sociale che passa sotto il nome di “servizi alla persona”. Più che insegnanti o maestri si è considerati filantropi, amici degli immigrati o anche perdigiorno, arrivati qui per il gusto dell’esplorazione umana (e in parte e per qualcuno può essere anche vero).

In Italia la scuola pubblica è un tabù per cui culturalmente e psicologicamente tutto ciò che ne sta fuori è esperienza marginale e di carattere non professionale. Il privato sociale, spesso vittima di un complesso di inferiorità, ha risposto a Roma e nel Lazio costituendo una rete “scuole migranti”, ma si tratta più che altro di uno scontro tra burocrazie, tra quella dell’educazione formale e quella del non formale, di un modo di istituzionalizzare una miriade di esperienze educative più o meno significative poste ai margini del sistema: un modo per accedere ai fondi, un modo per spartirsi l’esigua torta. L’obbligatorietà dell’esame di italiano L2 per il rilascio della carta di soggiorno ha accelerato questo confronto ma solo in senso quantitativo e non qualitativo dell’insegnamento. A maggior ragione qui le “scuolette di italiano” diventano ruota di scorta di un sistema che impone un dovere (molto discutibile da tanti punti di vista) e non predispone nessuna risorsa per il suo adempimento né al singolo cittadino e neppure alla società autorganizzata.

il libro

Sofia, Cognetti e i loro anni

 

Questa recensione è stata pubblicata sullo “Straniero” n. 149 di Novembre.

di Nicola Villa

Dopo due raccolte di racconti, Manuale per ragazze di successo (2004) e Una cosa piccola che sta per esplodere (2007) due libri che l’hanno rivelato come uno dei migliori, se non il migliore, scrittore under 40 italiano, Paolo Cognetti pubblica il suo primo romanzo, Sofia si veste sempre di nero (pubblicato da minimum fax come i precedenti). Si tratta, in realtà, di un romanzo di racconti, che verrebe da far rientrare nel genere del punk, e che sembra definitivo su questi anni senza spessore e senza peculiarità, i cosiddetti “anni zero”. Intendendo per punk non la sottocultura, ma quello che il critico musicale Lester Bangs definiva come un atteggiamento di vita quasi epistemologico, un’attitudine anarchica a vivere il proprio tempo e cercare di comprenderlo criticamante proprio all’interno della sua complessità. Com’è punk la struttura di questo romanzo a “mosaico”: i dieci racconti che lo compongono non seguono una linea retta temporale, ma sono dei frammenti di un vissuto, unico e collettivo allo stesso tempo, che si è rotto e non è possibile ricostruire se non in questo modo eterogeneo. L’impressione è che non ci sia stata unità, armonia o omogeneità originaria, ma che la forma frammentaria sia l’unica possibile per questo modo di narrare in cui tutti i racconti hanno una propria autonomia e coerenza. Al centro del libro c’è il personaggio di Sofia Muratore, una coetanea dell’autore, figlia della piccola borghesia milanese e della fine degli anni settanta, o inizio degli inutili ottanta. Sofia è il prototipo della giovane donna trentenne irrequieta d’oggi: un’infanzia apparentemente serena in un paesino della campagna a pochi chilometri da Milano, nella quale però sono incumbati dalla famiglia i problemi futuri; un’adolescenza nella quale emergono i disturbi alimentari, con qualche tentativo di suicidio; una crescita faticosa alla ricerca di qualche passione triste, come la recitazione, il teatro, inseguendo gli amori tra i centri sociali, le cosidette Zone di autonomia temporanea come le definiva l’anarco-situazionista Hakim Bey. Intorno a lei si muovono alcuni personaggi minori, che diventano, a loro volta perfetti tipi realistici: l’amico d’infanzia Oscar, fautore di un’estate stevensoniana felice; la compagna di sventura Margherita, conosciuta nel centro di recupero per disturbi alimentari; la zia confidente Marta, la cui personale parabola è quella che più impressiona, da brigatista scappata in Francia a saggia reazionaria, dall’amore libero alla posta del cuore; il padre, Roberto Muratore, ingegnere dell’Alfa Romeo, attraverso il quale si ripercorre una mini-storia aziendale italiana dello stabilimento di Arese, forse il racconto più avvincente; il maestro di teatro, un artigiano-artista che le fa scoprire il fascino nascosto della Milano di periferia, e le amiche attrici coinquiline, così schiacciate dal cliché della telvisivo-cinematografico romano; e infine la madre Rossana, depressa cronica, con la quale è impossibile e misterioso un dialogo madre-figlia. Dieci racconti di cui l’ultimo, Brooklyn Sailor Blues, è il più spiazzante perché l’autore si mette sullo stesso piano dei comprimari del suo personaggio (“Quanto a me, la prima volta che ho visto Sofia Muratore…”), passando da quella confidenziale seconda persona di tutto il romanzo alla prima, per raccontare da testimone diretto l’incontro newyorkese con questa donna sfuggente e affascinante.

il libro

La guerra come scenografia

Questa recensione è stata pubblicata sul numero di dicembre dei Quaderni del Teatro di Roma.

di Giuliano Battiston

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, Il corpo umano (Mondadori, pp. 312, euro 19). Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte  tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

Si prenda uno dei protagonisti principali, il tenente Alessandro Egitto: abituato a tenersi da parte, “uno spettatore, prudente e scrupoloso: un eterno secondogenito”, Egitto è alle prese con “certi antichi conflitti privati” da cui non riesce a liberarsi. Per farlo, per “tenere a distanza ogni genere di affanno e coinvolgimento emotivo”, ricorre metodicamente agli psicofarmaci, di cui è ormai assuefatto, perché nascondono “una grande, burrosa piacevolezza”, simile a quella che gli deriva dall’autocommiserazione. Ha cominciato a prenderli qualche giorno dopo la morte del padre Ernesto, medico come lui, attaccato alla figlia Marianna in modo ossessivo e patologico, tanto da spingerla a rendersi “impenetrabile a chiunque”. Il tenente Egitto vorrebbe “scavare una trincea tra passato e presente”, ma non ci riesce, perché la vischiosità di questa storia familiare arriva perfino nel Gulistan. Neanche questa sua ennesima, tacita fuga gli consente di “riposare, di scomparire”. Le pillole che trangugia lo aiutano, ma i fantasmi del passato, le conferme del suo torpore e della sua indolenza continuano a inseguirlo, per incarnarsi in Irene Sammartino, una donna con cui tempo addietro ha avuto una breve storia d’amore conclusa senza che lei se ne rassegnasse del tutto, arrivata in quel posto sperduto “come un cavallo di Troia che il destino ha introdotto nottetempo nel suo nascondiglio”.

immigrazione

Appello per volontari a Rosarno

Dal 2010, una rete  (campagneinlotta.org) composta da organizzazioni di contadini, di consumo critico, di braccianti stranieri, da associazioni di attivisti antirazzisti, militanti politici e religiosi di diversi territori (in particolare Nardò,  Piana di Gioia Tauro,  Capitanata), sta intessendo una trama di relazioni, rivendicazioni e azioni sociali di cui abbiamo ripetutamente scritto su Gli asini (vedi n. 8 e n. 11) perché ci sembra uno dei movimenti più vivi e proiettati al futuro tra quelli attivi in questi ultimi anni in Italia. La loro critica ruota intorno alla questione dello sfruttamento del lavoro, ponendosi seriamente il problema di quali azioni intraprendere a fronte di un corpo sociale disgregato e di un feroce sistema i cui addentellati comprendono la filiera della produzione agro-industriale con le sue propaggini di criminalità organizzata, le leggi sull’immigrazione funzionali allo sfruttamento di manodopera a bassissimo costo (in alcuni casi in condizioni di semischiavitù) e il consenso di noi ignari consumatori.

Se, come diceva Tolstoj, il potere è la conseguenza della grave dipendenza che abbiamo nei confronti degli altri, forse solo con il riconoscimento dell’interdipendenza – tra conflitti, classi sociali, politiche del lavoro, accesso alla terra, diritti degli immigrati, sovranità alimentare, come in nuce si sta intravedendo in quelle zone – sarà sperabile un movimento capace di opporsi alla crisi. Si stanno giocando in quelle campagne partite importanti che non hanno niente a che vedere con l’arretratezza con cui tendiamo a leggere i conflitti sociali del mezzogiorno, ma presagiscono forme di oppressione e di resistenza che ci riguarderanno tutti presto e da vicino.