maestri

Omaggio a Mario Lodi

 

di Grazia Honegger Fresco

Nel 1963, sposata e con due bambini, ero arrivata in Lombardia, con vivo rimpianto per aver perduto, a causa della cittadinanza di mio marito, il diritto già conquistato a insegnare nelle scuole statali. Il codice Rocco vigente mi aveva costretto a rinunciare alla mia cittadinanza e di conseguenza ai diritti civili connessi. Per “loro” non ero più italiana e così fu – se non erro – fino al 1992! Ecco la principale ragione per cui, dopo inutili tentativi,  creai una  scuola che divenne col tempo parificata.

Cercai aiuti diversi: il passato fascista della maggior parte di maestre e maestri incontrati non faceva presagire grandi rinnovamenti personali, ma già l’aver frequentato un corso Montessori secondo il quale era impostata la nostra scuola ed essersi messi in un percorso di relazioni maestro –allievo non più punitivo, senza giudizi, né voti comportava un mutamento notevole. Avevamo anche stretti contatti con molte esperienze di scuola attiva, soprattutto tramite i Cemea toscani, e questo sosteneva non poco il nostro percorso.

università

Ancora sulla cultura pedagogica all’italiana

di Walter Baroni 

Luigi Monti sostiene che, attraverso lo stile di Frabboni, è possibile “rinvenire l’esatta condizione di salute della nostra cultura pedagogica”. Mi sembra un’osservazione interessante, che vale la pena svolgere ulteriormente.

Il testo che egli cita è di una comicità involontaria irresistibile. Si inizia con un’atmosfera vagamente kafkiana – un pubblico ministero che misteriosamente arringa a favore della Scrittura contro il Mediatico, entrambi rigorosamente con la maiuscola, a indicare che ci muoviamo nell’ambito difficile dell’allegoria. Senza soluzione di continuità si passa a un campo analogico che piacerebbe a Marchionne, scoprendo – almeno credo di aver capito – che la Scrittura è il “turbo formativo” che fa viaggiare l’educazione a quattro cilindri, mentre il Mediatico la spinge con un cilindro solo. Infine, arriviamo a Dumas padre, e improvvisamente compare un “Robin Hood della Scrittura” che scocca “quattro frecce”. Peccato non sapere se il “Robin Hood della Scrittura” sia alla guida del veicolo pedagogico a quattro cilindri o se rubi i manuali di didattica di Frabboni ai ricchi di ingegno per donarli ai poveri di spirito.

primo piano

Alcune riflessioni sul caos creato da Equitalia

di Maurizio Braucci

Equitalia non combatte l’evasione fiscale, è un’agenzia di riscossione, essa non ha strumenti per individuare gli evasori se non l’incarico da parte dello Stato a farli pagare una volta che questo li abbia individuati. Oltretutto, i grossi evasori, una volta stanati dalla Finanza, si accordano direttamente con l’Agenzia delle Entrare. Equitalia si occupa solo dei piccoli evasori (coloro che sono individuati automaticamente e che non pagano per lo più perché non hanno i soldi per farlo) ma Equitalia persegue più di ogni altri i cittadini che devono pagare ammende, spesso relative alla circolazione stradale. Il legame Equitalia-lotta all’evasione è molto blando. In pratica Equitalia sta all’evasione fiscale come una guardia penitenziaria sta alla prevenzione del crimine.
Il suo operato è quello di un’azienda privata che ha individuato un nuovo settore commerciale: quello dell’insolvenza finanziaria. Garantita da leggi parlamentari, apparentemente per interesse pubblico, Equitalia agisce invece secondo la logica neoliberista e si serve dello Stato per vedersi garantiti i suoi profitti. La sua esistenza è diventata un nodo cruciale per la democrazia italiana, il popolo se ne sente oppresso, Equitalia dice di agire in nome della Legge, e allora se è la legge ad opprimere il popolo, nel rispetto della democrazia la legge va cambiate ed Equitalia va chiusa . Ecco tre punti che lo dimostrano.

il libro

Prendere a calci il presente

di Pino Ferraris

L’intervento che pubblichiamo è la sbobinatura (curata da Giacomo Pontremoli) del discorso tenuto da Pino Ferraris alla presentazione del suo libro Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione dal presente, avvenuta a Roma il 30 settembre 2011, alla “Festa della parola”. 

L’impegno della storiografia per me ha un significato prima di tutto politico. Mi considero un politico in esilio da trent’anni. Ma nonostante questo la maggior parte della mia vita è stata occupata dalla militanza politica. Sono un animale politico e non lo nascondo. E una delle prime considerazioni che faccio e che mi ossessiona è che la perdita della memoria, l’annientamento del passato, significa anche annientamento del futuro. Non c’è possibilità di costruire futuro se non si spreme la memoria, se non la si elabora. L’amnesia, come in parte la nostalgia, afferma la dittatura del presente. Oggi viviamo a tutti gli effetti nella dittatura del presente…

Ieri e domani è la versione, più efficace, che Goffredo Fofi ha dato al titolo che io avevo pensato per il libro: Passato e futuro. Passato e futuro era in origine la proposta che io avevo fatto per il titolo di Parole chiave, la rivista tutt’ora esistente sui “problemi del socialismo”.

L’ispirazione mi venne in opposizione polemica alla rivista di storia contemporanea Passato e presente, dove traspare un elemento di filosofia della storia in cui il presente sembra già contenuto nel passato, mentre il problema mio e credo nostro è quello di affermare la libertà nella storia: libertà condizionata, libertà che può sfuggirci di mano… però il principio di fondo è la libertà nella storia, non un determinismo storico che ci annienta.