appuntamenti

Nadea e Sveta a Firenze

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VENERDÌ 17 MAGGIO

ORE 21.00

CINEMA STENSEN

VIALE DON GIOVANNI MINZONI 25, FIRENZE

 

“Come molte donne moldave, Nadea e Sveta sono emigrate in Italia per ragioni economiche. Le loro famiglie sono rimaste in Moldavia: Nadea ha lasciato figli ormai grandi, mentre Sveta ha dovuto affidare alla nonna la sua bimba di tre anni. Nel 2010 Sveta riceve i documenti che le permettono di tornare in Moldavia e rivedere finalmente la figlia dopo due anni e mezzo di lontananza. Alla partenza dell’amica, Nadea rimane sola a Bologna e cerca di reagire alla solitudine. Le due amiche continueranno a confidarsi ed aiutarsi a distanza. I loro destini si incroceranno fino ad invertirsi, in una storia di donne sempre pronte a ripartire.”

Al termine della proiezione incontro con la regista Maura Delpero, Michela Balocchi (Associazione Libere tutte di Firenze), Mercedes Frias (Associazione Prendiamo la parola), Francesca Moccagatta (Associazione Punto di partenza), Nicola Ruganti (rivista Gli asini).

Sull’ultimo numero degli Asini: Nadea e Sveta. Le domestiche della globalizzazione di Cecilia Bartoli

 

www.nadeaesveta.com – www.stensen.org – www.facebook.com/nadeasveta

 

 

il libro

I bambini di Dagerman

Dagerman1di Giacomo Pontremoli

Scrittore anarchico dall’altissima sensibilità esacerbata, “bambino bruciato” (secondo il titolo del suo romanzo più importante) sconosciuto ai più nonostante il prezioso lavoro editoriale di “Iperborea”, che ne pubblica l’opera in Italia e propone ora una sua raccolta di scritti non solo narrativi sull’infanzia (Perché i bambini devono ubbidire?, novantasei pagine, nove euro, postfazione – da leggere – di Fulvio Ferrari), Stig Dagerman è il più necessario dei fratelli di Camus (laddove è invece criticamente fratellastro di Strindberg) e il più autentico degli innumerevoli figli di Kafka, sicuramente uno dei pochissimi capaci di restituire “il male terrestre”. Cuore delle opere dagermaniane è infatti la crudeltà del mondo e l’utopia concreta alla quale, pretendendo di cancellarla, quell’orrore rimanda invece ad urlo, a sussurro, sempre a bisogno; sulla società e la condizione umana, una sola delle sue pagine vale cento volte quella di qualsivoglia tomo dell’esistenzialismo europeo, un suo solo racconto riferisce dell’incubo dell’integrazione e della corruzione esistenti con profondità pari e ulteriore rispetto a qualsiasi volume francofortese. È infine il massimo artista dell’infanzia e della giovinezza offese, è il ragazzo di fronte alla Gorgone.

Perché i bambini devono ubbidire? contiene infatti due Memorie di un bambino iniziali (la parte più bella della raccolta, che poteva dare il titolo all’intero libro), una sezione centrale (Difficoltà di genitori) di tre saggi narrativi, sei bellissime poesie (mi limito a citare da una, amarissima sull’infanzia nella guerra mondiale: “Che del bimbo sia questo il secolo / l’ha per certo affermato qualcuno. / Perdonate se un poco trasecolo / e l’assioma mi pare importuno”), e il racconto (già pubblicato ne Il viaggiatore, sempre “Iperborea”) Uccidere un bambino, fondamentale e sconvolgente, che vede un “uomo felice” travolgere per errore un bambino con l’automobile che avrebbe dovuto portarlo al mare con una ragazza.

In Dagerman il mondo, non intenzionalmente (qui la tragedia: per come è fatto), o svilisce l’infanzia nel suo fondo più intimo o l’uccide. Ha scritto giustamente Giorgio Fontana (l’autore dell’eccellente romanzo Per legge superiore) nella sua breve recensione del libro (“Il Sole24ore”, 20 aprile 2013): “Nelle figure di bambini si concreta al meglio quello scontro fra innocenza e crudeltà del mondo ‘adulto’ che, trascinato ed esasperato anche in età più matura, è una cifra caratteristica dell’opera dagermaniana”. Rifiutando le caricature idilliache così come le speculari nerezze forzate, e in generale confliggendo naturalmente qualsiasi genericità di comodo sui bambini e i ragazzi, Dagerman racconta un’infanzia e una giovinezza reali come la nuda verità.

appuntamenti

Riflessi d’ascolto

orecchioCinque incontri per ripensare la testimonianza
Chiunque voglia scandagliare di proposito vicende collettive non può che farlo mediante la testimonianza di singoli uomini. Attraversare la marginalità significa incontrare storie paradigmatiche, storie che svelano, a volte indicibili quanto impossibili da tacere. Come farsi testimone, veicolo di queste storie? Come renderle patrimonio della consapevolezza collettiva? Generatrici di empatia sociale e non di morbosa curiosità o peggio di distaccata assuefazione? Proponiamo un ciclo di incontri di riflessione sull’ascolto come pratica portante per la narrazione, la raccolta, la registrazione, restituzione delle storie e del pensiero di quegli uomini e di quelle donne che ci sembrano “fare la Storia” spesso pagandone il prezzo. Storie che ci investono incidentalmente, o che a volte ricerchiamo e ricostruiamo attentamente, o che ancora ci vengono offerte come un inconsapevole dono.

Ne parliamo con :

Alessandro Portelli: 17 maggio 17.30/20.00 e 18 maggio 10.00/13.00
Maria Nadotti 26 maggio 17.30/20.00
Vittorio Moroni 31 maggio 17.30/20.00
Alessandro Leogrande 6 giugno 17.30/20.00
Roberta Passoni e Franco Lorenzoni 13 giugno 17.30/20.00
Gli incontri si terranno presso il Centro Interculturale Miguelim,
di Asinitas Onlus: via Policastro,45. Secondo piano.

Alla fine degli incontri sarà offerto un aperitivo. L’ingresso è a sottoscrizione.
Posti limitati, gradita l’iscrizione al 3389919926 o ceba@hotmail.it o contatti@asinitas.org

bambini e città

Bologna e i bambini. Ancora sul referendum

Pollicino

Pollicino di Anthony Browne

di Giovanni Cocchi. Incontro con Luca Lambertini e Federico Cinetto 

Giovanni Cocchi, maestro per oltre 20 anni, da alcuni insegna in una scuola secondaria di primo grado di Bologna ed è un attivista del “Comitato articolo 33” che ha promosso un referendum consultivo sull’abolizione dei contributi comunali alle scuole dell’infanzia paritarie private. Lo abbiamo intervistato a proposito della vicenda referendaria che vede schierato in forze il partito di maggioranza dell’amministrazione comunale (il PD) nella difesa del finanziamento delle scuole private e del sistema scolastico misto pubblico-privato. Ci sembra significativo che questa vicenda si svolga proprio nella città che, negli anni ’60, è stata luogo fondamentale di elaborazione e sperimentazione della scuola dell’infanzia pubblica. Uno scontro che poteva essere evitato e depotenziato dall’amministrazione in più occasioni, dando vita a un ragionamento ampio e partecipato (più volte promesso ma realizzato solo tardivamente e in modo estremamente parziale) sul futuro dei servizi scolastici ed educativi in un contesto legislativo che da anni non fa che tagliare i fondi e impedire alle amministrazioni pubbliche la gestione diretta dei servizi. È stata invece preferita la via dell’autoreferenzialità, dello scontro frontale contro quello che dovrebbe essere il proprio bacino elettorale che chiede con forza di poter dire la propria su questioni fondamentali per il futuro della città. Una vicenda che, ci pare, ben si inserisce nello scenario di “suicidio politico” che la sinistra italiana sta compiendo in queste settimane anche a livello nazionale.

 

Partiamo dalla storia del referendum, ovvero, dove’ è nata l’idea, in quali contesti e che percorso è stato fatto?

Dunque, la storia del referendum di Bologna è lunga, l’inizio del percorso lo si può ricondurre al 1994, quando venne deciso dalla giunta Vitali di stanziare il corrispettivo di 295.000 euro annui di finanziamento alle scuole materne private convenzionate; finanziamenti che sono via via cresciuti, di giunta in giunta, fino a raggiungere nel 2012 la cifra di ben 1.189.000 euro annui.

Già allora vi fu chi cercò di contrastare quei finanziamenti e quelli deliberati dalla successiva legge regionale del 1995. Fu promosso un ricorso (da parte del Comitato Bolognese di Scuola e Costituzione, Comunità ebraica, Chiesa evangelica metodista, Chiesa cristiana avventista), che portò il TAR dell’Emilia Romagna a sollevare il dubbio di incostituzionalità della legge regionale. Nel 1999 la Regione tentò di allargare i finanziamenti a tutti gli ordini di scuola introducendo (Legge Rivola) il rimborso delle spese scolastiche sostenute. I primi due anni di applicazione mostrarono che i beneficiari del provvedimento erano al 90% genitori di scuole private. Furono raccolte 60.000 firme per un referendum regionale. La regione sostituì la legge da poco approvata con un’altra abrogativa della precedente che il comitato dei garanti giudicò tale da soddisfare la richiesta referendaria e annullare il referendum. Tale Legge (Bastico) eliminò il rimborso delle spese sostenute sostituendolo con un assegno a tutti i bisognosi ma mantenne il finanziamento alle scuole materne convenzionate. Tale impostazione fu poi ripresa nella legge nazionale di parità n. 62/2000.

il libro

L’esordio di addio di Matteo Marchesini

atti-mancati-matteo-marchesinidi Giacomo Pontremoli 

“Per chi cerchi di conquistarsi un po’ d’onestà e di rigore intellettuale (…), la difficoltà originaria sta nel tentativo di superare lo iato sempre maggiore tra una generica e magari generosa volontà di critica, e la capacità mediamente scarsa d’individuarne i bersagli nei nuovi dettagli del costume sociale, cioè anche al di fuori del contesto della cultura (post)umanistica, della filosofia o dell’arte”: così nel 2011 il poeta trentaquattrenne Matteo Marchesini, in un saggio critico su Piergiorgio Bellocchio raccolto nella miscellanea di Soli e civili. Savinio, Noventa, Fortini, Bianciardi, Bellocchio (“Edizioni dell’Asino” 2012). La posizione critica espressa in quelle righe ci è ora utile a comprendere larga parte delle ragioni che fondano il suo esordio narrativo, Atti mancati, pubblicato nel marzo di quest’anno dalla collana “Intrecci” della casa editrice romana “Voland”.

Questo piccolo e doloroso romanzo nervosamente antiletterario nella sua prima parte dà l’impressione (vedremo quanto ingannevole) d’essere un’operazione evasiva, priva della volontà se non di precorrere quantomeno di interpretare i problemi di fondo che travagliano più urgentemente il nostro presente (non per l’argomento impiegato ma per l’ottica – su questo ha però già “risposto” lo stesso Marchesini, che è lucido critico della cultura, in un intervento radiofonico sull’ultimo romanzo di Siti: “siamo circondati da romanzi-affresco o romanzi-reportage in cui si dà per scontato che Il grande fratello o la criminalità siano più reali di una piazza di provincia”). Il protagonista Marco Molinari è un giovane aspirante scrittore (e già critico) che vede tornare dal passato la vecchia fidanzata Lucia, portatrice di ricordi, giudizi, esigenze e anche una sorta di segreto (in definitiva due); la ragazza trascina Marco per i luoghi della città che avevano frequentato insieme, fino alla clinica nella quale è ricoverato un vecchio amico comune: la peregrinazione conduce il protagonista ad un’angoscia che diventa autoanalisi, discorso sulla miopia esistenziale e sul prezzo del privilegio che a sua volta rivela le sue miserie (un privilegio cioè i cui profitti sembrano non meritarne il costo): Marco si sfianca e meccanizza nella nuvola verbale del suo tentato romanzo, solo in parte allontanatosi dall’ombra del suo mentore Pagi (che dicono avere molti tratti di Alfonso Berardinelli); cornice e deus-ex-machina della storia, elegante e distaccato uccello diurno pieno d’amor proprio, allegro asceta fedelissimo a sé, Pagi si è ritirato da tempo in un paesino isolato e ha un carattere distaccato che gli impedisce di prendere del tutto sul serio, anche se gli vuole molto bene, la crisi del protagonista: “Non si può avere tutto. E poi anche quello è un lavoro: Wille zur Macht, fare i manager di sé stessi, imbastire sceneggiature che contengano almeno un sessanta per cento di déjà vu… Lo vuoi? Fallo. Altrimenti, ‘sta sereno’”.