In casa

Lo chiamavano Jeeg Robot

di Alice Giacopini

Il tempo dei tuffi nel Tevere è finito. A meno, ovvio, che tu non sia un supereroe, o un incosciente. Con lo Lo chiamavano Jeeg Robot. Gabriele Mainetti. Ha centrato il bersaglio, a modo suo e il film è forse la prima storia di supereroi tutta italiana.

Menotti, a partire dalla sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti realizza un film molto radicato in Roma e nell’italianità e, insieme, lontanissimo alla nostra produzione corrente: malavita capitolina, camorra, manga giapponesi (Jeeg Robot) e supereroi disfunzionali hollywoodiani,.

Protagonista è Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria, ingrassato ad hoc), criminale di quart’ordine, una smodata passione per il porno e lo yogurt: sfuggendo ai poliziotti, si immerge appunto nel Tevere, dove entra in contatto con dei fusti contenenti un liquame radioattivo. Smaltita l’intossicazione, scoprirà di avere guadagnato una forza sovrumana, tanto da poter staccare un bancomat dal muro e portarselo a casa sotto braccio Nel palazzone di Tor Bella Monaca dove abita, risiede pure Alessia (Ilenia Pastorelli): una “matta scocciata”, vittima di plurime violenze, e convinta di vivere nel manga Jeeg Robot d’Acciaio. Per farla breve, eleggerà Enzo a suo Hiroshi, l’eroe di Jeeg Robot, ma le cose sono più complicate del previsto: mentre Roma è bersaglio di attentati terroristici, forse orchestrati dalla camorra in risposta al blocco degli appalti pubblici, Enzo deve fare i conti con la banda dello Zingaro (Luca Marinelli)
Effetti speciali senza strafare ma molto ben fatti, sceneggiatura che dialettizza il canovaccio fumettistico e supereroistico e i dialoghi indolenti e cafoni a indicazione geografica tipica romana, interpreti in stato di grazia
sia Santamaria, che regala a Enzo chili in esubero, inadeguatezza e nonchalance, che Marinelli, il Joker de ‘noantri per un approdo financo paradossale.

il libro

Un altro romanzo inutile sulla scuola

 di Sara Honegger

illustrazione di Tuono Pettinato

illustrazione di Tuono Pettinato

 

Sulla rivista “Gli Asini” di scuola si parla da sempre e quasi in ogni numero. Se ne parla attraverso esperienze, sguardi critici, letture, teorie. Se ne parla con durezza, ma anche con l’affetto, se mi è lecito usare una simile parola, di chi si ostina a credere che la scuola possa e debba svolgere un ruolo importante nella formazione di una società, e che sia anche uno degli ultimi ambiti in cui un singolo può agire senza venir meno alle proprie convinzioni. Anzi, traducendole in una quotidianità in cui mezzi e fini possono andare avanti di pari passo, innescando un circolo virtuoso fra prassi e teoria, azione e ricerca, slancio e critica. Attenzione particolare, quindi, si riserva sempre ai romanzi che parlano di scuola, perché la narrativa ha talvolta qualche carta in più per proseguire laddove il saggio deve necessariamente fermarsi, restituendo l’indicibile del fare pedagogico, ovvero sia quel che davvero accade, al di là dei metodi e degli approcci, in una classe. Così, non si poteva non leggere Tranquillo Prof, la richiamo io, Einaudi, l’ultimo romanzo di Christian Raimo, insegnante romano, classe 1975. Un romanzo scritto da chi la scuola la conosce dal di dentro, e di taglio comico – così è stato presentato a Fahreneit /Radio 3, qualche settimana fa.
Voglio essere sincera: non mi è piaciuto. Sono andata a comprarlo per due ragioni. La prima: il desiderio di ridere. Una sana, grassa risata suscitata da una pagina scritta, da un romanzo! Una rarità assoluta, e sa Dio quanto ne abbiamo bisogno. La seconda: la riflessione sulla scuola, su questa istituzione così importante, così aggredita, infine così negletta, sulla quale in tanti, credo, sentiamo il bisogno di far volare il pensiero del come: la dura pratica di tutti i giorni che Raimo sicuramente ben conosce, visto che tutti i giorni deve varcare le porte di un’aula e cercare di costruire qualcosa di sensato con i suoi studenti. Sincera ancora una volta: non ho riso.

educazione e politica

I feticci della legalità e della memoria

di Luca Rastello

Illustrazione di Ericailcane

Illustrazione di Ericailcane

È indubbio che la lucidità con cui Luca Rastello, morto prematuramente lo scorso luglio, ha saputo raccontare alcune delle questioni più complesse di questi anni – la guerra jugoslava e le ambiguità degli interventi umanitari; le migrazioni forzate e la condizione dei profughi; il mercato della droga; i conflitti intorno all’alta velocità ferroviaria – nasca dal suo anomalo “posizionamento”. In proporzione a quanto la malattia via via gli concedeva, non si è limitato a osservare da vicino le vicende di cui scriveva. Ha tentato anche di intervenire per modificarle. Non è solo in ricordo della sua figura che abbiamo deciso di dedicare a Luca Rastello l’incontro di chiusura del Salone dell’editoria sociale di quest’anno (Roma, domenica 25 ottobre, ore 18, Porta Futura, via Galvani 108), ma per discutere dei suoi temi, dei suoi libri, delle contraddizioni che sollevano. Anticipiamo un brano dell’articolo che aprirà il prossimo numero de “Gli asini”: si tratta del montaggio di un intervento raccolto durante la presentazione de I buoni, che si è tenuta nel giugno 2014 al Circolo degli artisti di Roma. (Gli asini)

 

Sugli alti luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità. Comincio dalla memoria.
La memoria è oggi un ricatto permanente. Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto. La narrazione dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore, sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del passato col culto della memoria.
Primo Levi, riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso da guardare con sospetto. Perché come ha scritto recentemente Daniele Giglioli nella sua Critica della vittima, la memoria istituisce con il passato un rapporto proprietario. La memoria si appropria del passato. Non è mai neutra; è sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria di qualcuno nel cui nome si parla. E serve per lo più a legittimare l’azione nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei possessori di memoria. Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di massa che ci ha accecati. Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera.

educazione e politica

Di questo passo. L’Europa nel 2030

di Francesco Ciafaloni

illustrazione di Andrea Bruno

illustrazione di Andrea Bruno

Francesco Ciafaloni ha letto gli ultimi rapporti Onu e Unicef sulla popolazione mondiale a uso dei lettori di “Una città” (n. 224), tratteggiando un quadro demografico utile a tutti coloro che lavorano con gli immigrati e nell’ambito dell’accoglienza: non si può essere buoni medici da campo se ogni tanto non si alza lo sguardo per osservare la piega che sta prendendo la battaglia. (Gli asini)

La cultura del mondo globalizzato sembra fondata su due dogmi: l’economia, per sua natura, cresce al 2-3% l’anno; gli indicatori economici e demografici convergono. Se in qualche momento, in qualche luogo, l’economia non cresce, vuol dire che qualcuno o qualcosa – tipicamente lo Stato, i sindacati, i lavoratori organizzati – ne impedisce il naturale sviluppo. Basta fare le riforme, cioè escludere lo Stato dalla gestione delle imprese, di qualsiasi tipo, ridurlo alla sua funzione militare; distruggere i legami sociali; ricondurre gli individui alla loro naturale condizione di concorrenti, impedendo la collaborazione e la contrattazione collettiva, e l’economia riparte. Se alcuni individui, o alcuni gruppi, o alcuni Stati diventano ricchi, la ricchezza si diffonde – trickles down – dai ricchi agli altri; se alcune popolazioni crescono perché le donne (tipicamente le povere e ignoranti) fanno troppi figli e altre popolazioni si contraggono perché le donne (tipicamente le agiate e istruite) ne fanno troppo pochi, basta che la ricchezza si diffonda perché le povere investano nei figli, e perciò ne facciano di meno, e le agiate, adeguatamente dotate di servizi, acquistino sicurezza e ne facciano di più. Perciò le popolazioni in contrazione (tipicamente le europee, in particolare la Germania, soprattutto orientale, e l’Italia, soprattutto meridionale) torneranno a crescere e si stabilizzeranno e quelle in rapido aumento, tipicamente quelle africane, in particolare del Niger, della Nigeria, dell’Etiopia, della Tanzania, rallenteranno e si stabilizzeranno anche loro. Durante il rallentamento potranno incassare il dividendo demografico (siamo tutti capitale umano, che diamine; ci daranno ben un dividendo), l’aumento della percentuale di popolazione in età di lavoro, che deriva dalla diminuzione dei minori, prima che si accumulino molti anziani, effetto indesiderato della diffusione della ricchezza.

immigrazione

Quando il confine cede il passo alla frontiera. Roske la porta orientale d’Europa

di Francesca Carbone (per Ospiti in Arrivo) 

roske

Un normale pomeriggio al Parco Moretti di Udine, alle abituali lezioni di italiano che l’associazione Ospiti in Arrivo organizza per tutti coloro, principalmente di origine afgana e pakistana, che giungono in città per richiedere protezione internazionale. Gruppi informali di persone, tra migranti e volontari di ogni età, seduti in piccoli cerchi sul prato a scambiar gesti e parole ben scandite, sia in pashtu che in italiano. Semplici momenti di incontro e confronto, di inte(g)razione. Ed è proprio da un dialogo con uno di questi alunni che nasce la riflessione contenuta in questo articolo.

“L di letto”, si cerca di associare al suono un’immagine, facendo uno schizzo in penna su un pezzo di carta. Dopo un momento di esitazione, durante il quale si sospetta delle abilità artistiche dell’insegnante, uno tra gli alunni sorride, prende la penna in mano ed abbozza la sua immagine di letto. Nessun cuscino, nessuna coperta, giusto una rete. “Noi abbiamo questi letti in Afghanistan, quello è un lusso” spiega in inglese. In quel preciso momento ci rendiamo conto della potenza di alcuni incontri ed esperienze che caratterizzano sempre più la nostra quotidianità. Momenti in cui le distanze geografiche sembrano accorciarsi ed il “qui” risulta così inaspettatamente vicino al “laggiù”.

Se ce lo concedessimo, queste situazioni sarebbero all’ordine del giorno per noi cittadini cosmopoliti, di diritto e di fatto. Invece, permettiamo che si costruiscano muri, o meglio recinzioni, concretizzazione di un ideale di potere che mira alla stabilizzazione dell’ordine e alla gestione delle persone in un’ottica di protezione e messa in sicurezza dei confini. Degli effetti di questo dispositivo, ne sono campanello d’allarme le sempre più diffuse utopie che vogliono separare il “noi” da tutto ciò che “noi” non è, e che fa paura. In questo tipo di sistema ognuno deve essere identificabile, gli viene attribuita un’identità, che sia personale e allo stesso tempo in linea col globale. E come effetto collaterale del sistema, tutto ciò che sfugge perché non chiaramente classificabile diventa marginale, un avanzo imprevisto (eppure nel caso degli afgani e dei pakistani in arrivo a Udine, di imprevedibile c’è ben poco. Ce lo ricordava già Tiziano Terzani nelle sue Lettere contro la guerra: “L’Afghanistan ci perseguiterà perché è la cartina tornasole della nostra immoralità, delle nostre pretese di civiltà, della nostra incapacità di capire che la violenza genera solo violenza e che solo una forza di pace e non la forza delle armi può risolvere il problema che ci sta dinanzi”).

Consapevoli della trappola dell’attribuzione identitaria, che fa sì che i “profughi” siano trattati come una categoria omogenea di soggetti marginalizzati e in soprannumero, Ospiti in Arrivo ha deciso di intraprendere un viaggio lungo le strade percorse dai migranti in Ungheria e in Serbia, anche con l’obiettivo di dare un nome e un volto allo “straniero”. Si è voluto comprendere meglio almeno una parte della tribolante peregrinazione che vivono molti dei richiedenti protezione internazionale prima di giungere sul nostro territorio. In effetti, durante il viaggio non sono mancate le occasioni per parlare con le persone e conoscerne le storie. Racconti simili tra loro, certo, ma mai uguali, ognuna da raccontare e valorizzare. Tuttavia, c’è un’immagine che più di tutte ritorna tra i ricordi e che vale la pena rievocare.