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Mare monstrum

Flussi di migrazione globale

Flussi di migrazione globale

di Domenico Chirico*

Operando da molti anni con “Un ponte per…”, associazione di volontariato per la solidarietà internazionale nata nel 1991 che lavora soprattutto in Medio Oriente e parzialmente in Nord Africa, tenterò di tracciare uno scenario globale sui grandi movimenti di persone a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, uno scenario in continuo mutamento. Non sono un esperto della materia, né uno studioso, ma un semplice osservatore che può analizzare e trarre delle conclusioni parziali dal suo lavoro.
È necessaria una premessa sul fenomeno migratorio, che coinvolge anche i richiedenti asilo politico: questo è oggi un tema di attualità e di cronaca particolarmente drammatico e discusso in Italia e in Europa, dove assistiamo a una crescente ondata di intolleranza politica che si potrebbe definire razzismo, ma che è forse più simile al fascismo perché i suoi effetti erodono il senso di comunità civile e democratica. Nell’ambito dello scenario globale, l’immigrazione – ma sarebbe più corretto parlare di persone in fuga – è oggi una sfida che non dovremmo lasciarci sfuggire, perché mette in crisi il nostro sistema economico e quello della giustizia a livello internazionale, mentre a livello locale intacca profondamente l’equilibrio delle nostre comunità, spesso impreparate culturalmente e spaventate dal contesto di “crisi” in cui già si trovano.
Qual è la portata del fenomeno migratorio? Dobbiamo innanzi tutto relativizzare. È ormai semplice procurarsi dati pubblici attendibili, disponibili in rete anche in forma di infografiche molto chiare. I dati ci dicono che nel 2014 si sono spostate nel mondo ben 400 milioni di persone e che l’Europa è un continente del tutto marginale rispetto al flusso maggiore, quello dal sud est asiatico all’Asia occidentale, o all’interno dell’Africa stessa. Gli spostamenti che coinvolgono il Mediterraneo (la Spagna soprattutto con i migranti dal Sud America e in misura minore l’Italia) è del tutto secondario rispetto agli altri flussi che riguardano il resto del mondo.

educazione e politica

Gallino e il tallone di ferro

Gallino 2

 

Non crediamo di esagerare dicendo che Luciano Gallino, morto l’8 novembre scorso, è stato uno dei più importanti punti di riferimento intellettuali della fine del ‘900. La lucidità e la chiarezza, priva di coloriture ideologiche, con cui nei suoi ultimi lavori (Finanzcapitalismo, Il colpo di stato di banche e governi, Vite rinviate, fino all’ultimo Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti) ha delineato il quadro socio-economico determinato dal capitalismo contemporaneo e gli effetti che questo ha sulla vita delle persone e delle loro comunità non ha eguali.
Ci appassionammo moltissimo, forse anche in ragione dello stile divulgativo e della persuasione che trasmetteva, per l’intervista che, tre anni fa, uscì da Laterza con il titolo La lotta di casse dopo la lotta di classe. Col tono moderato che lo contraddistingueva, dipinse in quel libro una situazione da Tallone di ferro, il romanzo fantapolitico di Jack London, scritto da un lontano 2600, che racconta la guerra planetaria, prima ideologica e poi armata, fra una ristrettissima oligarchia di capitalisti e il resto di un mondo sempre più proletarizzato. Certo, il quadro “materiale” non è sufficiente a comprendere tutti i tratti dell’oppressione contemporanea. Ma senza quel quadro, ogni critica risulta astratta e incapace di incidere su qualsiasi pratica politica, pedagogica e culturale.
Lo ricordiamo ancora con una recensione uscita nel giugno del 2102 sul n. 10 della rivista. (Gli asini)

La lotta di classe in classe
di Luigi Monti 

Una cosa positiva se non altro la crisi l’ha determinata. Se volessimo essere modesti potremmo metterla così: anche “gli asini” come noi iniziano a capirci qualcosa di finanza. Se volessimo azzardare, potremmo addirittura avanzare l’ipotesi che le condizioni culturali per la sopravvivenza dell’ideologia neoliberista stanno iniziando a vacillare. I nostri sociologi ed economisti marxisti più lucidi (da ultimo Luciano Gallino, con La lotta di classe dopo la lotta di classe e Mario Pianta, con Nove su dieci, inaspettatamente due fra i libri più venduti da Laterza in questi mesi) si stanno rinvigorendo, ascoltati, letti e presi sul serio come mai prima d’ora. E non a torto visto che la storia sembra dare loro ragione.

educazione e politica

In ricordo di Luciano Gallino

LAVORO: FORNERO A PRESENTAZIONE LIBRO 'ORIENTAMENTO E MONDO DEL LAVORO'


È morto ieri all’età di 88 anni Luciano Gallino, uno dei più importanti sociologi italiani, le cui analisi hanno svelato con grandissima efficacia e persuasione la natura e gli effetti del capitalismo contemporaneo. In varie occasioni anche noi abbiamo sentito il bisogno di prendere Luciano Gallino come interlocutore privilegiato per comprendere la direzione che l’Italia e il mondo stavano prendendo. E continueremo a farlo, a partire dall’analisi dell’ultimo libro, pubblicato poche settimane fa per Einaudi col titolo testamentario Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, a cui dedicheremo tempo e attenzione nelle prossime settimane. Lo ricordiamo intanto con un’intervista uscita sulla nostra rivista nel settembre del 2011, nella quale sottoponevamo a lui e ad altri quattro economisti italiani sei domande, un po’ massimaliste e asinine, sulla “crisi” , chiedendo loro di mettere da parte ogni circospezione e prudenza. (Gli asini) 

Sei domande sulla crisi
di Luciano Gallino 

1. Che la crisi non fosse terminata né che fosse congiunturale appare ormai evidente anche a chi non frequenta abitualmente i territori dell’economia e della finanza. Così come è probabile che gli effetti più virulenti, sia sul piano del benessere materiale sia su quello dell’immaginario, dobbiamo ancora vederli. Ma qual è realmente l’entità della crisi e cosa ci dobbiamo aspettare per i prossimi mesi e i prossimi anni?
La crisi che è cominciata nel 2007 e che a qualcuno sembrava attenuarsi, se non essere superata, è riesplosa con violenza circa un anno fa e ha assunto una connotazione un po’ diversa: prima sembrava che il problema fosse solo quello delle banche, adesso sembra che sia soprattutto quello degli stati, dei bilanci pubblici. È una crisi gravissima perché nasce dal fatto che è stato lasciato incancrenire un problema che avrebbe dovuto essere affrontato già nell’autunno 2008, quando fallirono alcune grandi banche negli Stati Uniti e in Europa (soprattutto nel Regno Unito). Le banche sono state salvate a suon di parecchi trilioni di dollari, somme che non potevano non influire sui bilanci pubblici. Parliamo di trilioni di dollari e di euro: più di sedici trilioni di dollari negli Stati Uniti, intorno ai tre, quattro trilioni di euro in Europa. Il sistema finanziario uscito da quella prima crisi si è rimesso in piedi, almeno in apparenza, con una certa rapidità e già nel 2010 i problemi che prima sembravano gravare sulle banche si sono scaricati sui bilanci pubblici, che essendo dissanguati dai salvataggi delle banche oggi hanno maggiori difficoltà anche per affrontare le spese ordinarie.