immigrazione

Dopo le stragi di Lampedusa. Uscire dai labirinti della politica e dell’informazione

di Anna Brambilla

greder

Illustrazione di Armin Greder

Prima ancora dell’immagine (evocata e fortunatamente non trasmessa) dei “morti abbracciati” è arrivato l’eco delle voci. Di 500 e più voci che devono aver gridato, pregato, pianto all’unisono. Davanti a questo pensiero, coloro che già avevano denunciato e predetto, che già si erano trovati a fare la triste conta dei morti senza nome avrebbero solo voluto portare il lutto, chiudersi, almeno per un po’, in doloroso silenzio. Il dilagare confuso di voci che si è levato dopo non lo ha però consentito.

Davanti all’immanità del disastro, quasi tutti i rappresentanti politici italiani ed europei si sono sentiti in dovere di intervenire. Ma, come osservava il lettore di un noto giornale, citando Leopardi, “senza sdegno ormai la doglia è stolta”. Nel susseguirsi di affermazioni e proclami le parole che si sono susseguite sono state tante: canali umanitari, esternalizzazione delle procedure di asilo, abolizione del reato di immigrazione clandestina, abrogazione della Bossi-Fini. Tutti passaggi fondamentali che meritano però la giusta attenzione e soprattutto che devono essere affrontati in modo giuridicamente oltre che moralmente corretto.

Il reato di immigrazione clandestina deve essere abolito perché indegno non perché, come ha affermato qualcuno, è causa di sovraffollamento carcerario. Dal 2011, a seguito di una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza El Dridi), nessun  imputato o condannato per il solo reato di clandestinità può finire in carcere perché la pena prevista non è più la reclusione bensì l’ammenda. Ripensare a nuove procedure per il riconoscimento della protezione internazionale è corretto ma non si può sbandierare questi proclami senza ricordare anche che in materia di asilo è stato adottato a livello di Unione Europea un pacchetto normativo (il cd. Sistema europeo comune di asilo) che non prevede riforme rilevanti nemmeno per ciò che riguarda il tanto discusso Regolamento Dublino. Modificare la Bossi-Fini e soprattutto allontanarsi dal suo impianto repressivo è fondamentale ma ancora più urgente appare essere la necessità di lasciarsi alle spalle la logica emergenziale e di scegliere una visione culturale, politica e normativa che tenga conto che le persone partono, si muovono e scelgono di vivere in un altro Paese per garantirsi una vita migliore e che quindi è anche ai modelli di accoglienza che si deve ripensare.

appuntamenti

Gli asini in Canton Ticino

 
Programma - Arcolaio
Biblioteca cantonale Bellinzona
venerdì 27 settembre, ore 20:30
 

Arcolaio- Percorsi sociocultruali e la Biblioteca cantonale di Bellinzona, riconoscendo il contributo fornito da Gli asini in termini di riflessione e spunti operativi per chi opera nel settore sociale, ma anche per tutti coloro che vivono il sociale come parte importante della propria quotidianità, organizzano per venerdì 28 settembre alle 20.30 presso la Biblioteca cantonale di Bellinzona una serata pubblica di presentazione della rivista. In questa occasione cinque collaboratori della rivista: Sara Honegger, Federica Lucchesini, Giulio Vanucci e Nicola Villa, daranno vita a una tavola rotonda dove il contributo dei presenti permetterà di sviluppare riflessioni comuni inerenti sia al lavoro svolto dalla rivista che alle esperienze e alle idee che ogni partecipante vorrà portare. Un modo per tessere ponti attraverso una rivista che crediamo possa davvero essere considerata terreno comune.

La presentazione è nell’ambito di  “5 anni in viaggio: Piazza aperta – Giovani in movimento”

Il programma delle giornate

 

i diritti non sono un costo

Marino Sinibaldi sottoscrive il nostro appello

 

Questo teaser è un’anticipazione di un video, realizzato da alcuni studenti del Centro sperimentale, che verrà presentato durante il Salone dell’Editoria Sociale dal 31 ottobre al 3 novembre 2013 presso Porta Futuro a Roma. Intellettuali e personalità della cultura hanno firmato l’appello che segue:

 

Appello 

È in atto nel mondo una battaglia, talvolta molto chiara e talvolta molto confusa, che può essere decisiva tra una idea di società e un’altra. La prima è basata sulla rispettosa convivenza degli uomini, le donne e i popoli tra di loro, e anche con gli animali e con la natura; sulla responsabilità che ciascuno deve assumersi, con le proprie forze e non cedendo agli alibi e ai ricatti del proprio “particolare”, nei confronti degli altri. Questa idea di convivenza è fondata sulla garanzia dei diritti delle generazioni future, e non potrebbe essere altrimenti. L’altra è basata su una logica di rapina, a vantaggio di chi più già ha, e senza alcuna considerazione per il futuro se non degli assolutamente privilegiati.

È in questo contesto che si colloca, venendo così ad assumere per noi e per il nostro paese un significato di estrema rilevanza, la normativa che regola la vita dei migranti sul nostro territorio e il nostro rapporto con loro.

Per partecipare in ugual modo alla sfera pubblica, a tutti i soggetti devono essere garantiti gli stessi diritti umani, sociali, di cittadinanza.

“Loro” sono persone titolari di diritti che ogni convenzione internazionale e ogni paese civile dovrebbero non solo riconoscere, ma far rispettare. Quei diritti che invece la legge nega riducendo i migranti a “macchine da lavoro” strumenti di un moderno schiavismo “usa e getta”, utili solo finché servono alle nostre economie. Oggi, nel pieno di una crisi economico-finanziaria che non accenna a concludersi, i migranti tendono a scomparire (o vi compaiono del tutto marginalmente) dalle agende politiche.

La globalizzazione neoliberista fa circolare (più o meno) liberamente merci, denari, a eccezione ovviamente dei migranti. A meno che non ci servano. E a casa nostra (e non solo) si fa il peana della “flessibilità”, ma non certo per i migranti: a loro è chiesto di avere il lavoro “a vita” se vogliono venire da noi. Se poi vogliono ricongiungersi con la propria famiglia, i governanti – che un giorno sì un giorno no innalzano i valori della “famiglia” – si oppongono: i migranti non ne hanno bisogno per stare da noi. Al massimo vengano i figli, ma solo se minorenni.

E poi non ci si appelli al garantismo: i richiedenti asilo vengano ricacciati al loro paese senza aspettare l’esito del ricorso al diniego dello status di rifugiato respingendoli tra i loro torturatori e persecutori. Dei modi in cui l’Europa ha creduto di poter affrontare il fenomeno delle migrazioni, il modo italiano è stato in passato il più schizofrenico e incerto, ma è diventato nel tempo esplicitamente razzista e discriminatorio.

Oggi ci sembra prioritario partire di nuovo da noi stessi e dalle nostre possibilità di agire, criticare, sollecitare altri cittadini, intellettuali, esponenti della società civile a richiedere leggi più giuste. Attraverso la nostra capacità di dire “no” a tutto questo.

Vogliamo che l’annuncio di una riforma della legge sulla cittadinanza si trasformi finalmente in realtà.

Vogliamo che il Mediterraneo torni a essere un mare di pace anziché di morte.

Vogliamo che finisca la disumanità dei Centri di Identificazione e Espulsione.

Vogliamo che sia finalmente data attuazione all’art. 10 della Costituzione grazie al varo di una legge organica sull’asilo.

Vogliamo che il futuro governo abroghi immediatamente la legge Bossi-Fini e le norme introdotte con “il pacchetto sicurezza” 2008/2009.

Vogliamo che lo scandalo della segregazione dei campi rom scompaia dalle nostre città.

appuntamenti

PortaUniverso a Scampia

Festa Mammut_24 settembre 2013

 

festa grande col LunaParkMammut, narrazioni, pittura, sport, ciclofficina, break dance, le merende delle MammeMammut e molto altro per passare insieme sotto la porta del nuovo anno.

La giornata sarà l’occasione per la presentazione delle attività del Centro territoriale per l’anno 2013–14.

Giano bifronte, le porte dell’Ade, il mito di Er di Platone, l’arte ermeneutica dell’urbanista e designer Riccardo Dalisi (che condurrà una delle giostre del LunaParkMammut) e altre esplorazioni mitologiche saranno il filo conduttore per chi a scuola ci va e per chi s’è disperso, per “periferici” e “centristi”, per rom e non rom, per bambini e vecchietti e per tutti quelli che in questi sei anni di Mammut hanno imparato a darsi appuntamento nell’ex piazza della droga.

L’archetipo della “porta” e i “miti di passaggio” sono lo sfondo integratore per le scuole e gli altri gruppi di Napoli e del resto d’Italia che parteciperanno quest’anno alla VII edizione del Mito del Mammut: PortaUniverso diventa così la festa di avvio non solo delle attività Mammut a Scampia, ma anche per tutti i gruppi che in vari quartieri di Napoli e di altre città italiane lavoreranno al recupero di spazi e servizi pubblici cambiando al tempo stesso il modo di fare scuola.

urbanistica del disprezzo

Rom, il linguaggio violento allontana la soluzione

illustrazione di Maja Celija

illustrazione di Maja Celija

 

di Nicola Ruganti*

Ci sono tre campi abitati da cittadini rom e sinti a Pistoia. Uno di questi dalla fine degli anni Sessanta è abusivo ed è situato in un luogo prossimo a una discarica che progressivamente è diventato sempre meno dignitoso. Si parla del campo del Brusigliano, vicino al nuovo ospedale e alla discarica che presto verrà bonificata. Non da oggi i Servizi sociali del Comune di Pistoia, insieme alla Caritas diocesana, si occupano del campo affinché la situazione di degrado non degeneri.

 La notizia oggi è che la città di Pistoia, amministrazione e cittadini, ha un’occasione importante: superare, in modo concertato, una situazione indecente dal punto di vista ambientale e dei diritti della persona. Perché il nuovo campo verrà spostato lì accanto? Perché incrociando le tre possibilità a disposizione (via degli Armacani, Sant’Agostino e area Sciatti) con le esigenze dei cittadini rom che sarebbero stati coinvolti nello spostamento quella è risultata l’ipotesi migliore. Che questo si intrecci con l’ipotesi dell’amministrazione di fare a Sant’Agostino una stazione per lo scambio merci ferro-gomma, magari anche per treni che vengono dalla Porrettana, di fatto rivitalizzandola, non mi sembra un problema, ma l’occasione per osservare una pianificazione territoriale complessa in cui le destinazioni dei terreni non compaiono per caso, o peggio per interessi personali, ma in ragione di una lettura attenta dei bisogni di tutta la città, ai quali si cerca di rispondere. Conosco un certo numero di cittadini rom e sinti e proprio per questo non concepisco l’idea di forzare il dibattito pubblico con un linguaggio duro che addirittura apre all’idea di ghettizzazione. L’interlocutore privilegiato, perché ne ha cognizione storica e ha la titolarità e la professionalità necessarie, è il Comune, in particolare i Servizi sociali. Il bando europeo a cui il Comune ha partecipato prevede anche un monitoraggio sulla qualità dell’integrazione dei cittadini rom con la comunità locale anche per i due anni successivi. Le parole sono importanti e si fa spesso fatica a decidere per se stessi se non si è ponderato accuratamente tutto quello che è sul tavolo della discussione, figuriamoci se non è vero quando si decide per gli altri e in nome di altri. Bisogna essere cauti con le definizioni: chi in questi giorni ha usato le parole “isolamento” e “segregazione” ha fatto una scelta lessicale molto violenta che non è possibile, con i fatti, associare al lavoro lungo mesi di tutta l’amministrazione. Quando si alzano i toni non si cerca la soluzione, la si allontana: l’aut aut schiaccia le sfumature e spesso rischia di penalizzare i più deboli. Stiamo per chiudere una vicenda difficile che restituisce dignità al contesto abitativo di una parte dei cittadini rom e sinti di Pistoia, mi pare difficile che questa notizia non venga salutata con sollievo dai cittadini pistoiesi e dall’associazionismo laico e religioso.

Esistono molte forme di integrazione per i cittadini rom: il superamento dei campi, l’inserimento in contesti abitativi diversi, alloggi popolari e altro. Ma è altrettanto vero che ogni contesto ha la sua storia. A Pistoia i campi sono tre e non è accaduto che si concentrassero in un’unica zona. Questo ha fatto sì che, escluso il campo del Brusigliano, non si assistesse a Pistoia al disastro dei “campi nomadi” di alcune grandi città italiane. “L’urbanistica del disprezzo” si supera in molti modi, noi abbiamo trovato questo e crediamo che sia una pianificazione dignitosa, progressista e, soprattutto, concreta. Si possono rinviare sempre le scelte in attesa della Città del sole di Tommaso Campanella; che ci sarà, ma sempre domani, sempre mai… Oppure si può pensare che la città sia di tutti, anche dei cittadini rom e sinti,  e che si possa iniziare a costruirla oggi; che si possa contribuire a far sì che le cose siano fatte, e bene.

*Consigliere comunale, capogruppo Insieme per Pistoia