università

Culi di piombo e récupération

disegno di Daniel Clowes

di Goffredo Fofi

 

Quella della récupération fu un’ossessione del Maggio francese, e uno dei manifesti prodotti artigianalmente dagli studenti di Beaux Arts mostrava uno studente in fuga inseguito da un barbuto vecchione con la scritta Cours, jeune homme, le vieux monde est derrière toi, Corri, ragazzo, il vecchio mondo ti vuol riagguantare.

Il senso era ed è chiaro: un movimento coglie le novità, fa analisi, lancia parole d’ordine, agisce, ma subito alle sue spalle il “vecchio mondo” cerca di riacciuffarlo, di usare le sue idee cambiandone il segno, “recuperandole” nella sua logica, alterandone fini e mezzi, scimmiottandole e mercificandole, tradendole e castrandole. Riportandole nell’alveo di quel che il “nuovo” ha invece combattuto e cerca ostinatamente di combattere. È successo tante volte e continua a succedere, e si resta sconcertati per la superficialità con la quale le cose che tu hai detto e proposto vengono poi usate, mai ricordandone l’origine, da profittatori che usandole pensano di poter  restare a galla e che se ne servono soltanto per proteggersi, per apparire all’altezza dei tempi, per “imbiancare il sepolcro”. In sostanza, per rimanere nel vento e seguire la moda, per profittare delle nuove situazioni così come hanno profittato delle vecchie.

Questo succede oggi massicciamente, in modi a volte più scandalosi e a volte più comici che in passato, perché di mezzo c’è la crisi, che ha cambiato le carte in tavola abbastanza radicalmente. E però, nei settori che ci riguardano – la scuola, la pedagogia, l’università, gli “intellettuali” del ramo – senza ancora produrre quei cambiamenti positivi che sarebbero necessari, ma neanche dei drastici interventi dall’alto che agiscano immediatamente sull’assetto del sistema scolastico e sulle sue gerarchie e sui loro modi di fare  Insomma, la scuola – e in particolare l’università – tirano avanti senza cambiamenti notevoli rispetto ai micidiali interventi dei precedenti governi e ministri. Però nel frattempo c’è stata… la crisi. E i discorsi che nella scuola e sulla scuola fanno i pedagogisti e gli educatori sono cambiati abbastanza rapidamente, dopo l’agosto dell’anno scorso, meno di un anno fa.

scuola

Montessori e coltelli

di Milvia Spadi 

Il bambino è un essere completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali.

Maria Montessori

Le….PATATEEEeeeeeeeeeeeeeeee……. un’invocazione, un urlo collettivo che invade la classe in fondo al corridoio, poi si sfalda nella disordinata corsa di massa di un’orda, una mandria sfrenata di piccoli bufali aizzati verso la mensa in un terremoto di piedi che battono sul pavimento rimbombando e perdendosi infine nel lungo androne fin dentro il refettorio.  PATAteeeeeeeee… atateeeeee… ateeeeeeeee…

Lo ha detto la maestra Anna che ci sono le patate oggi a pranzo e questo ha scatenato l’immediata furia infantile in una esplosione di grida inneggianti al tubero e alla sua gloria da rincorrere al galoppo per niente ritmico della campanella che suona.

È questo il momento di apice, dopo 4 o 5 ore di lezione dei bambini di una 2a classe elementare, se non ricordo male la sezione G di un Istituto comprensivo di Ostia Lido che ospita dalla materna alle scuole superiori.

visioni di infanzie

Storie per bambini, storie di bambini

di Emilio Varrà e Nicola Galli Laforest. Incontro con Damiano Pergolis

 

Nata nel 1996 dalla collaborazione di alcuni studiosi ed educatori formatisi intorno alla cattedra di Antonio Faeti accomunati dalla passione per la letteratura per l’infanzia, il fumetto e l’illustrazione, l’associazione bolognese Hamelin opera in un territorio situato all’incrocio fra pedagogia, arte e società. Oltre a un fittissimo calendario di incontri con le scuole e con le biblioteche, sono anche i curatori del più importante festival italiano di fumetti, BilBOlBul, al quale va il merito di aver saputo coniugare la divulgazione del fumetto d’autore e lo studio critico di quello popolare e “di genere”.

Da dieci anni rendono conto del loro lavoro, critico e pedagogico, attraverso un quadrimestrale, Hamelin, che si è costruito una sua nicchia di lettori attenti e affezionati. In occasione del rinnovamento della sua veste grafica con il numero appena uscito (“Contro i libri a tema”), 30 numeri e dieci anni di pubblicazione ci sembrava un buon periodo per chiedere a due degli animatori dell’associazione, Emilio Varrà e Nicola Galli Laforest, di tentare un bilancio, spiegando le ragioni del cambiamento della rivista e, insieme a lei,  della letteratura e delle immagini per l’infanzia, che Hamelin ha osservato, studiato, criticato e usato per nutrire l’immaginario di tutti i bambini, i ragazzi e i loro educatori incontrati in questi anni.

educazione e politica

La lotta di classe in classe

illustrazione di Marco Smacchia

di Luigi Monti

Una cosa positiva se non altro la crisi l’ha determinata. Se volessimo essere modesti potremmo metterla così: anche “gli asini” come noi iniziano a capirci qualcosa di finanza. Se volessimo azzardare, potremmo addirittura avanzare l’ipotesi che le condizioni culturali per la sopravvivenza dell’ideologia neoliberista stanno iniziando a vacillare. I nostri sociologi ed economisti marxisti più lucidi (da ultimo Luciano Gallino, con La lotta di classe dopo la lotta di classe e Mario Pianta, con Nove su dieci, inaspettatamente due fra i libri più venduti da Laterza in questi mesi) si stanno rinvigorendo, ascoltati, letti e presi sul serio come mai prima d’ora. E non a torto visto che la storia sembra dare loro ragione.

Che la finanza governasse la politica l’avevamo intuito da tempo. Come lo facesse, lo stiamo scoprendo ora. L’accelerazione improvvisa della crisi l’ha costretta a riportare entro i nostri confini le strategie di strozzinaggio attuate sinora soltanto nei confronti dei paesi in via di sviluppo consentendoci con ciò di osservarne più da vicino i meccanismi di funzionamento. Quando a febbraio il governo Greco approvava il programma di riforme chiesto dalla Ue, dalla Banca centrale e dal Fondo monetario internazionale, disposti a garantire un piano di salvataggio a condizione che il parlamento tagliasse salari minimi, posti di lavoro, sanità e welfare sembrava di essere improvvisamente tornati agli anni in cui il movimento antiglobalizzazione svelava gli effetti perversi dei debiti pubblici del sud del mondo nei confronti dell’occidente industrializzato. Con la differenza che ora il processo assomiglia a una sorta di auto-colonizzazione di una parte dell’occidente nei confronti di se stesso.

il libro

Come sognano le formiche verdi

 

Gli Asini n. 10 

giugno/luglio 2012 

  

Le cose corrono così velocemente che rischiamo di montarci la testa. Anche noi “asini” iniziamo a capirci qualcosa di finanza e dei “piani” che la governano. Quella tecnica e compassata di Monti potrebbe essere l’ultima versione, fra le “pacifiche”, con cui il sistema economico ha determinato le nostre vite in questi ultimi decenni. L’opera pedagogica dei governi tecnici non sta funzionando. Anche i moderati e beneducati stanno capendo che non è il debito pubblico il loro maggior problema, che non sono le pensioni a scavare i buchi nel bilancio dello Stato, che il costo complessivo del welfare è tutt’altro che insostenibile, che quella del deficit, quando non è un’isteria, è una scusa per prendere dalla spesa sociale anche le briciole che prima della crisi la finanza poteva permettersi di prendere altrove.

Non sappiamo se esista un “piano del Capitale”, che così pensato rimane in sostanza un concetto, un modello. Di certo c’è che quello della finanza è un “piano di realtà”, il primo più evidente e immediato, di cui non possiamo non tener conto anche nel nostro lavoro sociale, pedagogico o culturale.

Ma i piani del Capitale non cadono nel vuoto. Quello che si è degradato nel frattempo non sono solo la nostra situazione materiale o le nostre condizioni contrattuali, ma anche la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra immaginazione, la nostra capacità di reazione. L’auto-colonizzazione è avvenuta evidentemente in maniera ancor più radicale nel territorio della nostra cultura e del nostro immaginario. E questo, per chi si occupa di educazione non è particolare di poco conto…