il libro

Partecipazione e lavoro sociale

di Maurizio Braucci

Josephin Baker, cantante, ballerina e filantropa, si chiese se la vocazione fosse “la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”. Riprendendo questa definizione e, tra le righe, la sua implicazione vocazionale, Giovanni Laino ha intitolato il suo saggio Il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo – la partecipazione come attivazione sociale (Franco Angeli, pag. 238, euro 31).

Raccolta di scritti inediti e di articoli rimaneggiati, il libro propone teorie, memorie e analisi di un professore che non attende solo ai corsi universitari, quelli della Facoltà di Architettura di Napoli, ma che da anni opera anche nell’ambito dell’attivismo sociale. Infatti, in una premessa vocazionale, Laino scrive che nelle pratiche sociali “è meglio essere misurati, possibilmente miti anche se facendo i conti con i propri limiti spesso si riesce ad essere solo tiepidi” a sottolineare che la pazienza e l’umiltà negli obiettivi dovrebbero essere virtù dell’attivista sociale.

Nei primi capitoli, Laino scruta nella tradizione partecipativa italiana, definendola “carsica” all’interno di una storia nazionale egemonizzata dai partiti e dalle organizzazioni a loro legate, e ritraccia così i percorsi di élites illuminate, cioè di minoranze, che dal dopoguerra hanno perseguito l’attivismo sociale come strumento per l’ottenimento di riforme a vantaggio dei più deboli. La proposta di brevi schede biografiche di importanti esponenti di queste minoranze – Zanotti Bianco, Guido Calogero, Aldo Capitini, Manlio Rossi-Doria, Sebregondi ed altri – ha lo scopo di dimostrare che il tema della partecipazione, tanto decantato ai giorni nostri, è di fatto una pratica in Italia assai consolidata.

Negli ultimi anni “coloro che si sono interessati alla partecipazione hanno guardato con molta attenzione ai lavori elaborati in ambienti Nord europei, Nord americani e latino americani” mentre Laino ritiene che “una rivisitazione del patrimonio di tante esperienze italiane possa ancora sostenere la ricerca di una declinazione meno ideologica e formale della democrazia partecipativa”.

appuntamenti

Convegno L’ambiente che educa a Genova

In occasione di ABCD + Orientamenti,  Salone dell’educazione, dell’orientamento e del lavoro, a Genova da oggi fino al 16 novembre, segnaliamo il convengo “L’ambiente che educa”  venerdì 16 novembre dalle 15e30 alle 18 presso la Sala Riviera della Fieracongressi di Genova.  Al convegno, moderato da Doriana Allegri del Comune di Genova, parteciperanno il pedagogista Raniero Regni, Alessandra Montemurro del Centro Nascite Montessori di Roma, la preside dell’Istituto Comprensivo Montessori di Bolzano Heidi Niederkofler e la nostra Beatrice Borri, ricercatrice presso la Freie Schule am Mauerpark di Berlino. In questa occasione Borri parlerà del suo anno di formazione presso una scuola alternativa tedesca,  racconto già pubblicato sul numero 10 della rivista

Alla fiera sarà possibile acquistare l’ultimo numero della rivista e gli arretrati.

 

Convegno L’ambiente che educa
Genova
16 novembre 2012
Fieracongressi h. 15.30 | 18.00
Sala Riviera

 

intervengono
Raniero RegniIl vestito dell’anima: dall’amore all’ambiente al paesaggio –  Docente di Pedagogia Sociale  Facoltà di Scienze della Formazione Università Lumsa di Roma
Alessandra MontemurroUn nido a misura di bambino – Formatrice Centro Nascita Montessori di Roma
Heidi NiederkoflerL’ambiente educativo: dall’ atteggiamento pedagogico degli adulti agli ambienti predisposti agli apprendimenti – Dirigente Istituto Comprensivo Montessori di Bolzano (lingua tedesca)
Beatrice BorriRacconto di un anno in una Freie Alternativschule in Germania – Ricercatrice Freie Schule am Mauerpark
modera Doriana Allegri – Responsabile Coordinamento Tecnico Pedagogico – Comune di Genova

maestri

Consigli a un aspirante lettore

 di Nicola Villa 

 

Più che a un aspirante scrittore i testi, i saggi, le pagine dei Diari e gli interventi di Virginia Woolf sembrano diretti a un aspirante – consapevole e critico – lettore. Consigli a un aspirante scrittore è il titolo di questa agile ma utilissima antologia della scrittrice inglese, uscita nei Bur-Rizzoli a cura di Roberto Bertinetti (256 pagine per 7 euro), che raccoglie alcuni scritti finora inediti in Italia estratti sia dalla monumentale summa dei saggi woolferiani, da poco ultimata (sono sei i volumi degli Essays of Virginia Woolf), che dalle pagine dei Diari, grazie alle traduzioni di Bianca Tarozzi e Giordano Vintaloro. Per Woolf, le attività di scrittrice e di critica sono sempre andate di pari passo, sin da giovanissima quando, appena ventiduenne, iniziò a collaborare con diversi e prestigiosi giornali londinesi, fino a ridosso del suicidio nel 1941. Leggere la saggistica di Woolf può aiutare a comprendere come il processo di formazione della scrittrice sia stato lungo e precoce già dall’infanzia passata nella biblioteca di famiglia (il padre, Sir Leslie Stephen, era un noto intellettuale e storico), mentre quello creativo sia stato concentrato e intenso per venti anni, di cui quelli veramente prolifici sono stati appena dieci. Nonostante pensasse di essere lenta, Woolf ha scritto i suoi libri più riusciti e più sorprendenti in pochi anni e le date aiutano a capirlo: Mrs Dalloway, Gita al faro, e Orlando, i suoi capolavori, vedono la luce dal 1925 al ’28, e Gli anni viene pubblicato dieci anni dopo, a conclusione di un ideale sviluppo della sua sperimentazione letteraria che oggi viene considerata un caposaldo del modernismo. Nella Lettera a un giovane poeta la Woolf scrive una sorta di dichiarazione poetica: “forse è questo il tuo compito – trovare le relazioni tra cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità, assorbire ogni esperienza che ti passa davanti senza paura e saturarla completamente, così che la tua poesia sia un tutto, non un frammento”. Questo per dire che per buona parte della sua vita, 59 anni, Virginia Woolf si è dedicata più “ai libri degli altri” e al dibattito culturale del suo tempo, aspetto mondano che aveva sicuramente contribuito ad accrescere la sua fama. Quello della fama, del riconoscimento, è un tema non trascurabile nel ragionamento di Woolf, che emerge dagli scritti personali come un punto cruciale in rapporto al suo bisogno di indipendenza economica, la celebre “stanza tutta per se” dove scrivere e leggere senza bisogno di altri lavori e dipendenze, ma soprattutto collegato alla sua depressione e al suo bisogno di “attaccarsi” alla vita: “perché la vita è così tragica, così simile a uno stretto sentiero a strapiombo sull’abisso?”, scriveva sul suo diario già il 25 ottobre del 1920. Le sue riflessioni sul denaro rivelano non tanto un carattere ossessivo per il bisogno di riconoscimento, ma più che altro da un aspetto farmaceutico concreto e da un aspetto di reale autonomia politica: “la libertà intellettuale dipende da cose materiali. E la poesia dipende dalla libertà intellettuale. E le donne sono sempre state povere, non solo per duecento anni ma dall’inizio dei tempi”.   

visioni

Il posto in cui vivere. L’amore secondo Haneke

di Arianna Lodeserto

Georges e Anne hanno ottant’anni, sono sposati da molto tempo, condividono la passione per la musica, le minuscole abitudini d’ogni giorno, i pasti, le pulizie, le letture, gli ascolti. Un giorno, la malattia colpisce inattesa le loro vite. Mentre Anne dovrà imparare a difendersi dalla paralisi progressiva, dall’insostenibile perdita dell’autonomia del corpo e della parola, Georges le sta accanto, prova a sorreggere la loro vita così com’era per ostacolare la resa, la morte che infine separa moglie e marito.

Eve, figlia di Georges e Anne trasferitasi in Inghilterra, appare a tragedia avvenuta, chiedendo con incredibile distacco: “cosa posso fare per voi?”. Di fronte a una madre paralizzata, insiste in dettagliati sproloqui su investimenti immobiliari, insoddisfatta attende risposte, esibisce la sua nevrosi, piange quand’è troppo tardi. Come in ogni buona famiglia francese, i nostri stessi figli ci son estranei. Non appartengono più a quegli interni, non possono accedervi se non come intrusi, testimoni di un’altra epoca.

Anche Parigi è uno scorcio ben lontano, un rapido fotogramma inserito in un’unica scena, esterno freddo del domus coniugale, della casa in cui esiste l’amore, di quella camera da letto che il protagonista vorrebbe rendere inaccessibile per proteggere l’amata, per avvolgerla, tenerla stretta a sé. Ma niente sembra poter resistere al destino senza colpa della malattia, neanche la dignità di cui entrambi danno prova.