il libro

Uomini-bestie o uomini-uomini

 

Illustrazione di Bruno Zocca

Illustrazione di Bruno Zocca

Questo articolo è un anticipazione del numero 22-23 de “Gli asini” che sarà in tutte le librerie dal 15 settembre. Abbonati subito per riceverlo in anteprima.

 

 

di Nicola Villa

“In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte”. È un romanzo sorprendente sin dall’incipit, Quando eravamo prede, dello scrittore quarantenne Carlo D’Amicis (pubblicato da minimum fax). Siamo negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, preistorico e arcaico, al centro del quale, il Bosco, vivono i cacciatori, uomini che sopravvivono proprio grazie allo sfruttamento, all’uccisione della fauna che li circonda. Il Bosco è un luogo pericoloso, tantoché, proprio per la sopravvivenza del branco, le donne sono state relegate sugli alti pascoli, visitate ogni tanto da Toro, l’ultimo uomo rimasto fertile, capace di riprodursi, tra i cacciatori. Solo una donna si è ribellata alla regola, la Cagna, tentando con il vecchio e alcolizzato Alce di allevare Agnello, uno dei pochi giovani, nuovi nati e futuri cacciatori. Il mondo dei cacciatori vive nell’ignoranza: non si sa perché siano diventati sterili, non si sa che cosa ci sia dietro la Linea di confine e soprattutto che reale minaccia venga dalle Scimmie e Gorilla, le prime delle donne evolute, i secondi una sorta di polizia violenta e organizzata che vivono nel mondo esterno.

Siamo apparentemente negli anni del Cerchio, un tempo e un luogo indefinito, insieme preistorico e ultra-moderno, quasi all’origine e alla fine della Storia allo stesso tempo: i cacciatori possiedono, infatti, dei fucili semi-automatici browning e barattoli e bottiglie di birra che distillano da soli negli scantinati, mentre il fiume recapita dall’esterno oggetti sconosciuti e rottami che soltanto il vecchio Formica, l’unico che possiede la tecnica, sa riciclare in munizioni per i fucili.

visioni di infanzie

In un film, le cose brutte di Napoli e dell’Italia

Illustrazione di Jacob Stead

Illustrazione di Jacob Stead

Questo articolo è un anticipazione del numero 22-23 de “Gli asini” che sarà in tutte le librerie dal 15 settembre. Abbonati subito per riceverlo in anteprima.

 

 

di Goffredo Fofi

 

Dodici anni dopo aver raccontato quattro ragazzini e il loro ambiente – Napoli case e strade, assente per la sua irrilevanza la scuola – in un documentario di dodici anni fa, Intervista a mia madre, Ferrente e Piperno hanno avuto l’ottima idea, con Le cose belle, di verificare a distanza cosa è accaduto di quei protagonisti, due maschi e due femmine, figli di un proletariato marginale e metropolitano sempre a rischio di sottoccupazione o disoccupazione. Partono da ieri, ma quando affrontano l’oggi non esitano a fare confronti, a inserire con saggezza qualche immagine di ieri nel contesto di oggi. I quattro “minori” del documentario si sono fatti “maggiori”, hanno superato di molto la soglia dei 18 anni e si sono visti traditi dalla vita. Ora, c’è un tradimento delle speranze e delle aspirazioni che si hanno nell’infanzia e nella gioventù che può essere sia biologico (l’invecchiamento: le nostre cellule cominciano a morire assai presto) che metafisico (l’incontro-scontro con “la conoscenza”) e ce n’è uno con la società che sarebbe anche rimediabile se gli antichi sogni di costruire società rette da giustizia e solidarietà potessero avverarsi. Se quest’aspirazione non dovesse fare i conti con l’economia e con la politica – che, oggi in particolare, perché non c’è chi vi si oppone e propone altro, sono il regno dell’ingiustizia, dell’egoismo dei forti e dei furbi.

la poesia

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

di Bertolt Brecht

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

le donne nelle cartolerie dei sobborghi

comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.

Disperate cavano i loro ultimi soldi

dai borsellini logori, lamentando

che il sapere sia così caro. E dire che non hanno

la minima idea di quanto sia cattivo il sapere

destinato ai loro bambini.

visioni di infanzie

Family Hotel. Cattive pratiche del turismo per bambini

Tempo d’estate: anticipiamo dal numero di settembre degli Asini, questo articolo del giornalista e critico di teatro Alex Giuzio, esperto di politiche delle coste italiane dell’Adriatico, una osservazione da vicino delle cattive pratiche del turismo per bambini sulla riviera vacanziera. Contributi come questo possono aiutarci a costruire una piccola pedagogia di resistenza come cercheremo di fare sul prossimo numero. Abbonati per non perdere neanche un fascicolo della rivista. (La foto, pubblicitaria, è presa da internet)

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di Alex Giuzio

Il marketing del turismo lo ha capito appieno: per convincere le famiglie ad andare in vacanza al mare, occorre corteggiare i genitori puntando sul loro grande amore e la più bruciante preoccupazione: i loro figli. Villaggi attrezzati con ogni tipo di gioco gonfiabile e plastico, team di animatori che programmano le attività dei bambini dal mattino alla sera, assenza di qualsiasi pericolo naturale che possa far scorticare la pelle dei piccini: se la città costiera offre queste garanzie di base ed è supportata da attività pubblicitarie che le valorizzano, le famiglie la scelgono a colpo sicuro per trascorrere le loro due settimane agostane di ferie. In questo senso si è specializzata soprattutto la riviera romagnola, diventata negli ultimi decenni un’unica grande megalopoli in riva al mare che ogni anno attrae migliaia di famiglie italiane nei suoi parchi di divertimento, nel suo mare basso e privo di onde, nella sua sabbia fine e morbida e nei suoi alberghi-villaggi che possono intrattenere i bambini per tutto il giorno, sgravando i genitori del fardello per permettere loro di spalmarsi a vicenda le creme abbronzanti e di restare stesi sotto il sole dalle 8 alle 20 senza far nulla, eccetto sopportare qualche sporadico schiamazzo e i più invadenti megafoni dei “fonospiaggia” che chiamano le truppe di piccoli all’ordine e sparano la loro dose quotidiana di pubblicità radiofonica locale. È un certo modo di fare impresa turistica, quello di cui stiamo parlando, attento alle famiglie non per incontrare davvero le loro esigenze, ma solo per approfittare di un nuovo business, dove il problema principale sta in ciò che i bambini sono costretti a fare una volta arrivati al mare, e cioè nelle attività prive di stimoli che servono a tenerli in uno stato di quiete di cui il marketing stesso approfitta per coltivare la loro anima di consumatori passivi sin da piccoli. Senza che i genitori se ne rendano conto.

il libro

Un’opinione sui “Buoni”

di Anna Bravo

illustrazione di Sandra Dieckmann

illustrazione di Sandra Dieckmann

 

Davvero si può rispondere alla severità di Rastello verso un pessimo esempio di associazione non profit con l’argomento che siamo tutti un impasto di pulsioni opposte, e chi sono io per giudicare? tutti pedine di un’eterna partita tra il bene e il male con il potere come deus ex machina?
Alcuni recensori hanno pensato di sì, e guadagnato ascolto nell’opinione pubblica. A me pare di no. Raccontando scorci di vita di una vasta e influente organizzazione, I Buoni (Chiarelettere 2014) affronta il bene, il male, il potere nelle forme molto terrene e specifiche che assumono oggi, in una fase in cui i bisogni crescono e crescono gli aventi diritto, mentre lo Stato delega troppa parte dei suoi compiti di accoglienza e cura a una rete di enti privati detti “di utilità sociale”. I Buoni chiama in causa il qui e ora, non Dostoevskij, anche se lo si trova in esergo e in qualche tentazione didascalica.
La narrazione parte dal sottosuolo di una città dell’est Europa, dai bambini e ragazzi che vivono nei cunicoli delle fogne inalando colla e contagiandosi di Aids, pestandosi, aiutandosi. Prosegue a Torino, presso l’associazione “In punta di piedi” (detta “I piedi”) dove la ragazza esteuropea Aza viene accolta e poi cooptata nello staff che circonda il leader don Silvano. Di qui si snodano la seconda e terza parte del romanzo.