visioni

I film che raccontano i minori

di Dario Zonta

Nell’ultimo anno cinematografico sono apparse delle opere interessanti, a volte molto notevoli, che hanno raccontato il viaggio dell’infanzia e dell’adolescenza. Nella selezione che qui vi proponiamo ci siamo limitati a presentare le opere di produzione indipendenti se non addirittura “anarchiche” americane, del centro e del nord perché numerose e tali da immaginare un percorso.

la_gabbia_dorataLa gabbia dorata
Diego Queimada è un giovane esordiente, ha quaranta e passa anni ed ha svolto diversi lavori in produzioni sparse in tutto il mondo. Spagnolo, ha studiato all’American Film Institute e ha lavorato a vario titolo con molti registi diversi per impostazione e formazione. Tra quelli che lo hanno più segnato c’è Ken Loach di cui è stato assistente alla fotografia e dal quale, dice, ha preso molto. Come una spugna che filtra e trattiene solo quel che gli serve, Quemada ha preso quello che gli è sembrato giusto definendo poi un percorso autonomo e originale, lontano da vizzi e vezzi dei suoi più accreditati colleghi.
Il film d’esordio lo firma a quarantaquattro anni, un esordio maturo. Il “metodo” che ha seguito per girare La gabbia dorata è più vicino al cinema documentario che a quello di finzione (pure realizzando alla fine un film a soggetto e finzionale). Ha impiegato infatti dieci anni, Quemada-Diez per raccogliere le informazioni e per prepararsi a girare questo film sull’epica contemporanea dell’immigrazione clandestina sulle rotte centroamericane. Rifacendosi a modalità vicine all’inchiesta sociale, Quemada-Diez ha raccolto e realizzato centinaia  di interviste a immigrati di diversa età e provenienza che hanno attraversato la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Li ha avvicinati da solo e senza alcuna strumentazione che non fosse il taccuino e la penna. Non ha voluto neanche usare la videocamera perché sostiene che sia un mezzo che altera la verità del racconto. Queste interviste hanno rappresentato la base per la scrittura di un film “a soggetto”, finzionale, completamente basato sul solco di storie vere.

il libro

Normali e diversi nel nuovo Coetzee

"Child and aunt" di Paul Klee

“Bambino con zia” di Paul Klee

di Giacomo Pontremoli 

Tra i più intelligenti e necessari scrittori in lingua inglese della sua generazione, tra i più irrequieti, il sudafricano J. M. Coetzee è anche il più familiare alla dimensione dell’apologo e dell’allegoria. Due sembrano esserne le ragioni, la seconda in parte determinata dalla prima: l’esperienza dell’apartheid, dove il pensiero per esprimersi deve eludere con degli stratagemmi il controllo autoritario; e la potenziale radicalità della parabola, che permette di restituire la realtà non limitandosi ad elencarne i fenomeni ma restituendone il senso di fondo (in Coetzee, l’orrore, di un esistente e di un sistema, di una “situazione del potere” conformista e razzista). Dagli esordi di Terre al crepuscolo e Nel cuore del paese fino al celebre Vergogna, passando dal più importante e grande di tutti secondo chi scrive, Aspettando i barbari, questa chiave dell’apologo ne segue e segna l’intera opera (fa parzialmente eccezione l’autobiografica trilogia romanzesca di Infanzia, Gioventù e Tempo d’estate, essenziale alla comprensione del suo percorso come a quella della sua ideologia dell’artista).
Anche L’infanzia di Gesù (Einaudi 2013, traduzione di Maria Baiocchi), il nuovo romanzo, è un’allegoria. Ma la sua necessità è contemporanea ed europea: oltre ad illustrare la declinazione attuale delle scelte di Coetzee, ne illumina il giudizio sul fondo non meno persecutorio e omologante dei nostri conformismi e razzismi avanzati; denuncia, del vecchio vincolo, il nuovo volto “moderno” e “civile”.
Lo sfondo della narrazione è un futuro astorico: un misterioso paese dove si parla spagnolo. La memoria è dissolta. Il protagonista Simòn, abituale individuo coetzeeano famigliare al lettore, sussiste centrale e rivela anzi qui le sue fondamentali caratteristiche (e le sue carte); ma l’autentico centro del romanzo è un bambino chiamato David, che l’adulto incontra su una nave in rotta per il “campo” che porta a Novilla, l’altro mondo, e segue nella ricerca della madre con tranquillo affetto spontaneo.

teoria e pratica

Pratiche sensate di resistenza all’epidemia valutativa

di Franco Lorenzoni e Roberta Passoni

 

Questo articolo è uscito sul numero 18 de “Gli asini”, ottobre/novembre 2013Abbonati ora per avere la versione cartacea. 

illustrazione di Michele Rocchetti

Non dobbiamo mai dimenticare che la scuola, oltre a un luogo di socialità e di apprendimento, ha anche le caratteristiche di una istituzione totale, dove bambini e ragazzi sono sottoposti a frequenti arbitrii da parte di noi insegnanti, praticamente insindacabili.

Ci sono naturalmente coloro che cercano di operare per sviluppare libertà e intelligenza critica e altri che non si accorgono neppure dello spirito di coercizione che permea molti nostri atti. Se ragioniamo sui voti e la valutazione, tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che si tratta degli strumenti più potenti di cui disponiamo noi insegnanti per tenere a bada e addomesticare gli allievi. Strumenti che possono provocare sofferenze e discriminazioni, perché si tratta di oggetti contundenti che a volte feriscono, anche gravemente.

Cattivi apprendimenti o fallimenti precoci, vissuti da bambini o nella prima adolescenza, possono condizionare grandemente il futuro e orientare verso un allontanamento dallo studio e dalla conoscenza, intesa come luogo di crescita e costruzione di libertà e possibilità personali più ampie.

 

La grande confusione e gli avvoltoi dell’editoria pornografica

All’uscita di scuola tre anni fa una bambina di Giove, alla domanda della mamma che le chiedeva com’era andata, ha risposto: “A ma’, nelle prove invalsi non si danno i voti. Quelle sono fatte per vedere se gli insegnanti sanno insegnare”.

L’idea che ci siano strumenti per monitorare l’efficacia di alcuni insegnamenti in sé non è sbagliata. Potrebbe anzi essere uno strumento democratico di verifica, limitato ma interessante, particolarmente necessario in un paese in cui più di metà della popolazione non è in grado di decifrare un testo minimamente complesso.

Ma in Italia la trasparenza e la responsabilità verso i propri doveri sociali sono ospiti indesiderati e un’esigenza giusta ha provocato meccanismi perversi.

I nuovi dirigenti entrati in servizio sono stati imbottiti di ore e ore di lezioni sulla valutazione e nelle scuole ormai non si parla d’altro. Proporre le prove invalsi a maggio, poi, le trasforma in una sorta di mini esame e, inesorabilmente, durante l’anno, sempre più ci si prepara a quella prova, che nella percezione collettiva ha completamente cambiato natura. Da monitoraggio di sistema per raccogliere informazioni su alcune abilità acquisite ad esame su metodi e scelte dei singoli insegnanti, che infatti, a volte, cominciano ad arretrare e a rinunciare a sperimentazioni più innovative, intimoriti dal dovere comunque preparare i loro alunni ai test invalsi.

Le case editrici, straordinario strumento di potere e condizionamento del fare scuola, da buoni avvoltoi si sono gettate a capofitto sul corpo ferito della scuola, sfornando valanghe di manuali di preparazione ai test invalsi, spesso di pessima qualità, per lucrare sulla pigrizia di troppi insegnanti, le crescenti paranoie di molti dirigenti e la confusione di genitori, che ritengono che i loro figli debbano imparare a rispondere a test che trasformano l’apprendere in un’infinita prova teorica a quiz di scuola guida. Vittoria Gallina, esperta di sistemi di valutazione, denuncia a ragione l’oscenità di questa editoria pornografica, che sta invadendo le scuole.

Il pasticcio è ulteriormente dilagato quando è stata introdotta, al termine della scuola media, una Prova nazionale che concorre alla determinazione aritmetica del voto finale, che tutti chiamano a ragione test invalsi, perché proviene dalle stesse stanze.

visioni

Il Natale del tossicomane

 di William Burroughs William Burroughs

Era il giorno di Natale e Danny il Lavamacchine uscì in strada senza un soldo e in crisi di astinenza dopo settantadue ore nella guardina del commissariato. Era una bella giornata limpida, ma non c’era calore nel sole. Danny rabbrividiva di un freddo interiore. Tirò su il bavero del suo soprabito nero, liscio e unto. 
Questa palandrana, non mi darebbero neanche una moneta a impegnarla, pensò. 
Era verso la Novantesima Strada West. Un lungo isolato di pensioni dalla facciata di pietra scura. Qua e là una ghirlanda in una finestra nera e pulita. I sensi di Danny registravano tutto nitidamente con la dolorosa intensità dell’astinenza. La luce gli feriva gli occhi dilatati. 
Passò di fianco a una macchina e lanciò uno sguardo furtivo dei suoi occhi azzurro pallido in una rapida valutazione. C’era un pacco sul sedile e uno dei deflettori non era chiuso; Danny continuò a camminare per qualche metro. Nessuno in vista. Fece schioccare le dita ed eseguì una pantomima come di chi si ricordi di qualcosa, e girò su se stesso. Nessuno. 

l'altro teatro

Cicatrici e guarigioni

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Fausto ha 27 anni e da quando ne aveva 19 è stato quasi ininterrottamente recluso. Di fronte a lui c’è Fiorita che, lavorando in banca, ha subito ben cinque rapine. Altre due voci ricostruiscono il filo di queste vite e le guidano, in un primo momento, verso un dialogo che a poco a poco si fa diretto.

Sul palco delle Fonderie Limone di Moncalieri ci sono due sgabelli e una rete di filo rosso. È un talkshow non convenzionale, quello che è stato messo in scena l’ultimo venerdì del mese di novembre; si parla di reato, dell’autore che lo ha commesso e della vittima che lo ha subito.

Questo dialogo privato, regalato al pubblico, era la tappa conclusiva del progetto “Cicatrici e Guarigioni”, un confronto che aveva avuto luogo, a ottobre, all’interno della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino.
 
Claudio Montagna, regista dell’evento, che da oltre venti anni lavora in carcere, racconta come “il progetto è una formula esportabile poiché si fonda sull’incontro tra due persone potenzialmente antagoniste. Queste attraverso la mediazione artistica si incontrano. È qualcosa che si può quindi applicare anche ad altri conflitti come quello tra genitori e figli, per esempio”.

 Sul palco fa il suo ingresso anche una palizzata di legno, su cui piantare un chiodo per ogni errore. Chiodi che poco a poco, con una buona pinza e un’indomita volontà, possono sfilarsi; resteranno delle cicatrici, certo, ma nulla è veramente irreparabile. Fausto parla un italiano pulito, studiava al liceo classico prima della condanna, la maturità, infatti, la sta prendendo solo ora, in carcere. Quando Fiorita gli chiede “perché?”, il ragazzo racconta di un vuoto, un disagio e della ricerca di un proprio ruolo. Anche quello dello spacciatore, del vandalo, del rapinatore purché lo faccia diventare qualcuno, di diverso e felice; “non era quello che volevo ma forse era quello che gli si avvicinava di più” dice.