appuntamenti

Cambio di rotta

Pubblichiamo il discorso di apertura di Giulio Marcon, portavoce della Campagna Sbilanciamoci al decimo Forum della L’impresa di un’economia diversa dal 7 al 9 settembre presso la Comunità di Capodarco.

di Giulio Marcon

 

Vorrei innanzitutto ringraziare la Comunità di Capodarco per l’ospitalità che dà a questo nostro forum. Siamo orgogliosi di tenere questa nostra “controcernobbio” in un luogo storico dell’impegno, della solidarietà, dell’emancipazione sociale e civile del nostro paese. Una straordinaria esperienza di cui dobbiamo essere sempre grati. Come siamo grati agli enti locali che hanno aderito o contribuito concretamente a questa edizione del forum: il Comune e la Provincia di Fermo, la Regione Marche.
Vorrei poi dire -in premessa- che ancora una volta svolgiamo questo appuntamento negli stessi giorni di Cernobbio dove da 38 anni lo Studio Ambrosetti organizza il suo workshop sugli scenari futuri e fa incontrare -a pagamento- il gotha dell’impresa e dell’economia italiana: una sorta di “posto al sole” -senza ironia- che ormai appartiene di diritto ai riti di un’epoca che fu. Forse, anche per noi, è il momento di sganciarci da un luogo che se non fosse per il lusso di villa d’Este di Cernobbio, sa di stantio e di andato a male. Sicuramente è andato a male il modello neoliberista che in questi anni ci hanno esaltato da Cernobbio: la presunta ed ideologica efficienza dei mercati, la finanziarizzazione folle ed irresponsabile dell’economia, la precarizzazione disumana del lavoro, le privatizzazioni voraci di tutto, anche della vita umana, l’affossamento dogmatico dell’intervento pubblico.
Il tutto, per portarci dove ci troviamo oggi.
Al lusso di Villa d’Este noi preferiamo la sobrietà e la semplicità di questa Comunità e siamo contenti che per organizzare tre giorni di forum con oltre 70 relatori abbiamo speso quanto a Cernobbio lo Studio Ambrosetti spenderà per un coffee break.
Apriamo questa decima edizione del forum di Sbilanciamoci nel contesto di una crisi economica sempre più grave. I dati sono noti: quest’anno il PIL diminuisce del 2,4%, 1/3 dei giovani non ha lavoro, la spesa sociale si è di fatto dimezzata provocando uno smantellamento del welfare, abbiamo oltre 160 gravi crisi industriali con il rischio di perdere altri 300mila posti di lavoro, più di 1 miliardo di ore di cassa integrazione nel 2012, più di un milione di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, il potere d’acquisto dei salari tornato ai valori di 10 anni fa, oltre 50 comuni di media grandezza che il prossimo anno rischiano il dissesto finanziario e di non poter pagare più gli stipendi ai propri dipendenti. 116 milioni di persone in Europa sono a rischio di povertà. E’ una crisi tremenda, drammatica.

no Tav

La tecnica della verità

di Luca Mercalli. Incontro con Enzo Ferrara


Dopo tutto il lavoro fatto dai tecnici della comunità, non vedo novità nelle risposte del governo, nel senso che le posizioni sono sempre rigide. Forse c’è il fatto che ora cominciano ad uscire dati che prima erano tenuti nascosti, o non dichiarati in modo esplicito. Adesso il nostro gruppo tecnico ha uno spazio maggiore per l’analisi e la critica. Quando si parla di numeri, si arriva prima o poi a una verità oggettiva. O l’una o l’altra: o sono giusti i numeri che indicano i No Tav, oppure sono giusti quelli del governo. Dalle verifiche che sono state fatte, secondo noi moltissimi dati del governo non sono corretti. Ci piacerebbe che ci fosse una procedura con un certificatore terzo. La grande differenza fra i due – chiamiamoli così – schieramenti è che i tecnici No Tav lavorano gratis, su base volontaria, ma ad altissimo livello. Perché ormai la nostra critica ha raccolto competenze elevatissime e specialistiche, anche se ognuno fa con il tempo che ha: di notte o nei week end.  C’è un grandissimo sforzo, il massimo possibile in queste condizioni. Ma per un’opera di questo genere bisognerebbe avere certificazioni e studi a livello raffinatissimo, cosa che implica anche la disponibilità di finanziamenti. Fare valutazioni energetiche ed economiche su quest’opera presuppone l’impegno di studi professionali che, lavorandoci, possano produrre dati che invece noi non vediamo, che non ci sono. Sarebbe utile se il governo, uscendo da questa impasse di dire a tutti costi “i dati giusti sono i nostri”, avesse il coraggio di convocare una commissione paritetica, eventualmente non pagata – ma non pagata da tutt’e due le parti – dove ognuno possa discutere di questi famosi dati, come si fa in ambito scientifico, cioè senza pregiudizi. Se uno dice che la pendenza della linea storica è il 33 per mille – ed è per questo inutilizzabile con i treni moderni – e l’altro dice che è minore, basta andare con un geometra e con il GPS sulle rotaie e misurare metro per metro; uno dei due avrà ragione e la verità, almeno quella tecnica, verrà fuori.

Siamo ancora a questo livello: da un lato c’è lo schieramento dei tecnici No Tav che sta facendo il possibile, almeno per sollevare il dubbio e suggerire le procedure di valutazione di questi dati, dall’altro c’è il governo che invece li ritiene oro colato, senza possibilità di discussione. Questa chiusura è una cosa che ci angoscia profondamente. Ci accusano di sostenere il pensiero unico, ma non è questione di pensiero unico, è questione di verificare se è un numero vale dieci o vale cento. è pensiero scientifico, non pensiero unico.

no Tav

Ascoltateli!

di Edoardo Acotto. Incontro con Enzo Ferrara


La forza con cui nascono i comitati di opposizione territoriale dipende in buona parte dalla struttura squilibrata dei costi e dei benefici che discendono dai progetti di trasformazione: mentre i vantaggi (presunti) della cosiddetta modernizzazione ricadono su una vasta collettività (e proprio per questo si disperdono), i guadagni economici immediati, così come gli oneri, si concentrano solo su piccoli gruppi (che non coincidono). Quanti si sentono danneggiati raccolgono facilmente l’adesione attiva di buona parte della comunità. Se in passato questo non avveniva è probabilmente perché il vecchio sistema poteva contare su agenzie politiche radicate nella società, capaci di ascoltare i cittadini e trasferirne le domande alle istituzioni. Quanto fosse democratico quel processo è difficile da valutare perché le scelte erano fortemente condizionate dai gruppi dirigenti e segnate dalle relative culture politiche (Luigi Bobbio, Carlo Lazzeroni, Una mappa dei conflitti territoriali, Bollettino della Società Geografica Italiana, serie XII, volume VII, 4, 2002). Non essendo più disponibile neppure questa valvola di sfogo, oggi i cittadini agiscono per conto proprio dimostrando che la loro protesta non è affatto traducibile per intero solo nella contrapposizione politica e ideologica o negli scontri fisici e verbali.

A Torino, nel centro della città, di fronte al palazzo della regione, dal 17 marzo al 25 aprile 2012 si è svolta un’azione collettiva di impegno civile “per ripristinare una comunicazione corretta e democratica su questioni di interesse nazionale”. Centinaia di persone digiunando a staffetta dentro una tenda sistemata in piazza Castello hanno chiesto l’avvio di un dialogo istituzionale sul Tav. Ne abbiamo parlato con il promotore dell’iniziativa, Edoardo Acotto, insegnante di storia e filosofia in una scuola torinese e con il valsusino Luca Mercalli, esperto tecnico della comunità montana. (E.F.)

 

 

L’idea si è concretizzata due giorni dopo gli arresti del 26 gennaio, quando i comitati No Tav hanno organizzato una marcia di solidarietà a Torino accusando la magistratura di aver compiuto quell’azione per screditare il movimento, chiedendo l’immediato rilascio degli arrestati. Già in passato avevamo discusso di cosa si sarebbe potuto fare per il conflitto sul Tav adottando una prospettiva nonviolenta, che non è certo maggioritaria nel movimento – come d’altronde non è maggioritaria la prospettiva violenta. Dopo quella manifestazione, però, il dibattito sui media si è incentrato in maniera insopportabile sul particolare delle scritte sui muri lasciate da alcuni No Tav. Ci chiedevamo come si potesse trascurare la questione centrale e concentrare tutta l’attenzione su queste scritte che, tra l’altro, sono state ripulite con spese analoghe a quelle dei festeggiamenti per una vittoria sportiva. Gli scandalizzati non dicevano nulla, invece, sui circa 90.000 euro al giorno spesi per le forze di polizia presenti a Chiomonte. Abbiamo visto, insomma, che è possibile tematizzare solo gli aspetti violenti di ogni forma di opposizione. Così, pur non essendo i portavoce del movimento No Tav, né della nonviolenza, abbiamo scelto il digiuno per dimostrare che non vi era una semplice contrapposizione fra bellicosi – chiamiamoli così – e forze di polizia: come minimo ci sono anche le posizioni dei nonviolenti e quelle delle persone pacifiche. Però essere nonviolenti non significa essere pacifici; non è che se stai tutto il giorno davanti alla televisione, allora sei un nonviolento.

no Tav

I fantasmi dell’opera

di Enzo Ferrara

“Una volta le comunità lottavano per avere una ferrovia nella loro valle. Oggi lottano perché non la vogliono. Non hanno torto, anche se non hanno ragione. Non hanno tutta la ragione, perché chi ha subito un torto ha perso ogni fiducia nell’altrui ragione”. Così Marco Paolini nel suo monologo sul treno, Scompartimento di pensieri, accenna alle vicende della Val di Susa, riconoscendo che se anche la concezione utilitarista considera giuste le infrastrutture che offrono benessere al maggior numero di individui, l’interesse di una comunità, per quanto vasta, non può però giustificare la lesione dei diritti di una minoranza. Questo principio è trascurato o ignorato da chi prende le decisioni, ma trova concretezza quando le comunità coinvolte nella rivendicazione dei propri diritti hanno la forza di proporlo all’opinione pubblica.
Al non cantiere della Maddalena di Chiomonte, dove dovrebbe sorgere una discenderia – un condotto secondario di 7 km, di servizio e soccorso per il tunnel principale lungo 57 km fra Saint Jean de Maurienne e Susa – della linea ad alta velocità Torino Lione, i lavori procedono adagio fra i tralicci dell’alta tensione: si tagliano alberi, si spianano i muretti a secco dei terrazzamenti agricoli, si alzano barriere metalliche e in cemento per difendere un fortino presidiato dalle forze dell’ordine. Lo scorso aprile, quando dopo mesi dallo sgombero i proprietari dei terreni sono stati convocati nel recinto per la formalizzazione delle procedure di esproprio (4 euro al metro quadro di rimborso), hanno constatato l’impossibilità di identificare i propri confini a causa del terreno smosso, della scomparsa di alberi secolari e di ogni altro riferimento che permettesse di orientarsi.

santarcangelo 12

Forme della partecipazione. Da Piazza Ganganelli a Tabarin Citadin

Illustrazione di Anna Deflorian

 di Lorenzo Donati

Quando ormai i 15 minuti di celebrità sono diventati 24 ore, ci si chiede cosa sia ancora in grado di fare la finzione. Quando la rappresentazione è diventata grammatica quotidiana di quasi tutte le nostre interazioni, ci si chiede che portata possano avere l’arte e il teatro, luoghi naturali di ciò che viene rappresentato. In queste note, vorremmo provare a fare un piccolo punto delle ricerche teatrali che ci sembrano mettere al centro tali domande, a partire dalla visione di alcune opere presenti a Santarcangelo 12. Si tratta quindi di appunti di lavoro vincolati a un contesto specifico di osservazione, ma che possono forse avere una portata più ampia per il carattere di ricerca internazionale del festival. Al centro sta lo spettatore, e non è una novità. Dopo che i vaticini di uno spettacolo integrato si sono verificati, dopo che il modo di stesso ragionare ha subito un mutamento radicale da quando ci siamo abituati a pensare per reti, interazioni, commenti e formule “social”, pare sempre più evidente lo sforzo di molti artisti di riportare lo spettatore al centro, o meglio al suo posto. Non mero consumatore di immagini-simboli-messaggi, ma parte attiva chiamata a prendere parte alla rappresentazione, a completarla, a conferirle un senso profondo attraverso un lavoro da svolgere. Niente di nuovo, si dirà, anche perché non c’è stato un maestro del teatro che non abbia in qualche misura affermato idee simili. Eppure negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di proposte sceniche che chiamano direttamente in causa il pubblico per farlo divenire un elemento della composizione drammaturgica, al punto che, senza l’intervento chi guarda, la drammaturgia dello spettacolo non si potrebbe svolgere. Basti pensare, citando solo due esempi legati alla storia recente del Festival, agli spettatori bendati e inseriti in un gioco di pedine fra noir e teatro sensoriale in Enimirc di Fagarazzi e Zuffellato, o al Domini Públic del catalano Roger Bernat, in cui ogni spettatore, indossando cuffie acustiche e rispondendo gestualmente a domande in audio, diventava al contempo attore per gli altri partecipanti e spettatore delle azioni altrui. A Santarcangelo 12 abbiamo assistito ad alcune possibili forme della partecipazione, e su queste conviene soffermarsi.

Avvicinare l’arte ai cittadini, e viceversa

Abbiamo assistito, nel luogo simbolo della comunità cittadina, a documentari di ricerca, a film di animazione italiani e internazionali, a spettacoli progettati per circuitare all’interno di sale teatrali. In Piazza Ganganelli, durante Santarcangelo 12, si sono avvicendate queste e altre proposte, in un tentativo che non ha in nessun caso scelto la via di una mediazione “al ribasso”. Cosa è popolare? Quando ci troviamo di fronte a una proposta artistica “per tutti”?

Il dramma dei nostri anni, che viviamo probabilmente un po’ tutti, è l’essere totalmente spaesati di fronte a domande simili. Chi programma le arti sceniche contemporanee, e anche chi le produce, si confronta quasi sempre con platee composte da poche centinaia di persone quasi sempre già persuase della bontà delle proposizioni artistiche in questione, o almeno con alle spalle un bagaglio di visioni cospicuo all’interno dell’orizzonte linguistico che incontrerà. Stiamo ovviamente parlando di un problema italiano e che andrebbe affrontato nel suo complesso, a partire dalla concezione generalmente conservativa che questo paese ha della cultura, dai ministeri alle circoscrizioni. Senza voler tentare strade rivoluzionarie, ed evitando discorsi massimalisti che rischiano sempre di scivolare nel populismo, la scelta della direzione di Santarcangelo è stata chiara, e soprattutto non ha tentato astruse previsioni rispetto all’identità del “cittadino medio”. Non si ci si è quindi messi nei panni di una fetta di popolazione che non si conosce, rischio sempre in agguato quando si discute dello scollamento fra arti contemporanee e cittadinanza, ma si è scommesso sulle proprie persuasioni e convizioni. In piazza si sono programmate opere “alte”, cioè quasi mai abituate a confrontarsi con un pubblico indeterminato, che giunge sul posto senza una precisa domanda di fruizione (dai Codice Ivan a César Brie, dal ballo liscio con la musica udibile solo dai ballerini degli Zapruder ai documentari di Zimmerfrei). Ci è sembrata una sfida altissima, una delle poche credibili se si vuole immaginare un pubblico vasto senza perdere la propria identità. Una sfida per adesso vinta, almeno a giudicare dalla cospicue presenze in piazza. Siamo certi che la direzione artistica avrà ora fra le mani qualche risposta alle due domande poste in precedenza, e che saprà farle proprie nei prossimi anni, alla ricerca di quel delicatissimo equilibrio fra verticalità dell’opera d’arte e (presunta?) orizzontalità delle aspettative di una piazza.