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Riscrivere l’economia dall’università

di Armanda Cetrulo

 

All’inizio della crisi, in molti avevano ritenuto che questa sarebbe stata l’occasione, per quanto negativa, per mettere finalmente in discussione il sistema economico che caratterizza le nostre società ed abbandonare le politiche neoliberiste che hanno dominato le economie occidentali dalla fine degli anni Settanta. In molti indugiavano sull’etimologia della parola crisi che deriva dal greco krino e significa scegliere,decidere. Crisi quindi intesa come possibilità di scelta e opportunità per invertire la rotta. Oggi, a distanza di oltre 4 anni, possiamo dire che se una scelta è stata fatta, essa va esattamente nella direzione opposta a quella che avremmo voluto. Mentre l’economia dei paesi affronta grosse difficoltà, la teoria economica dominante è viva e vegeta come dimostra l’imposizione di misure di intervento del tutto inefficaci e inadeguate. Anzi, possiamo dire che la crisi è stata sfruttata proprio come occasione per portare a compimento alcune delle più feroci misure neoliberiste, volte a ridimensionare il ruolo dello Stato, ridurre salario e potere contrattuale dei lavoratori e tagliare le spese sociali, determinando così un ancora ulteriore peggioramento delle condizioni dei cittadini.

Allora, da crisi si è passati a catastrofe, se come diceva Benjamin la catastrofe è quando “tutto continua come prima”, o probabilmente peggio di prima se guardiamo per esempio alla distribuzione del reddito nei paesi occidentali negli ultimi cinque anni, alle misure di austerity imposte ai paesi europei meridionali e specularmente, all’aumento degli introiti dei grossi gruppi finanziari e delle società di investimento. Lungo è l’elenco degli elementi mancanti, in particolare si è parlato dell’assenza della politica e della sua sottomissione all’economia, dell’assenza di forze antagoniste capaci di difendersi dal “ricatto dello spread”. Più di tutto però, partendo dal mio punto di vista, come studentessa di economia credo sia essenziale sottolineare la mancanza di una discussione approfondita capace di interrogare i contenuti della scienza economica stessa. Infatti, in un contesto in cui ogni scelta è stata neutralizzata dal punto di vista politico, e giustificata in virtù di qualche legge economica che non ammette replica, proprio l’economia e quelle teorie che hanno orientato le politiche degli ultimi anni, non sono state messe in discussione. I cittadini sono continuamente recettori passivi di numerosi discorsi basati su implicazioni e valutazioni economiche secondo un linguaggio unico che principalmente afferma l’assenza di un’alternativa, e la necessità di una “gestione tecnica e super partes” della politica. Molte delle scelte adottate appaiono dunque irrevocabili e lo spazio dell’agire collettivo si riduce fortemente.

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L’ascesa dei creativi

 di Daniela Ranieri

 

 

Creativity is the source of how we live, work and play, recita il claim del dirompente movimento che sponsorizza questo cambiamento epocale. Sapete che vuol dire (ammesso che lo prendiamo per buono)? Che tutto ciò che viviamo, il modo in cui lavoriamo, come ci organizziamo il tempo libero (altra espressione che fa ridere), viene deciso da questa fantomatica classe creativa. Fosse così, non vedete il fascismo in questo scenario? Non posso credere che abbia preso piede una concezione tanto superficiale e dominante, che sostiene la rigenerazione del concetto rinascimentale di creatività dopo la tirannia delle macchine e all’interno della nuova società della conoscenza, della produzione del sapere, della condivisione digitale, ovvero delle nuove forme di proprietà. Allora, voglio dire qui una volta per tutte che quel tipo di società non solo non esiste, ma la sola idea di vederla come vigente è una pericolosa costruzione, soprattutto in un paese come il nostro, dove sarà pure vicino alla realtà che le città si sono popolate di musicisti, artisti, gay, lesbiche e gruppi di high bohemians, ma dove innegabilmente tutte queste individualità rischiano sulla propria pelle di essere usate, rigettate, anzi rivoltate come guanti o come vesciche di vacca da un contesto sociale e culturale, bene che vada, post-rurale, dove l’alfabetizzazione è ancora in corso ed è stata per decenni del tutto in mano alla televisione, dove il livello salariale non va di pari passo con il grado di istruzione più elevato, dove il numero degli scrittori supera quello dei lettori, dove i gay saranno pure cool in certi ambienti, ma i trans, i deformi, gli immigrati, gli handicappati, i malati terminali e gli obesi, per quanto «creativi» possano essere, sono dei groppi in gola al corpo sociale.

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Di fronte alla crisi: Nicola Chiaromonte

 Questo articolo di Chiaromonte uscì su La Stampa del 2 febbraio 1969 (oggi in N. Chiaromonte, La rivolta conformista, Una città 2009). Fa parte di un corpo di articoli, interventi e brevi saggi che Chiaromonte scrisse in dialettica con i giovani del movimento. Una dialettica che non si è sottratta alla critica, basata su una saggezza, a volte eccessiva, che secondo il filosofo non poteva essere mai barattata, nemmeno con la generosità, le intuizioni e il vitalismo dei “giovani arrabbiati”.

Sostituendo, “ragion di Stato” con “ragion di Finanza”, l’interesse del testo risiede a nostro avviso in una attualissima e necessaria opposizione alla “retorica della crisi”. In nome di tale retorica si impongono decisioni comuni date come inevitabili e vendute, molte volte in buona fede, come male minore e necessario.

Crisi si intende oggi in relazione a un ordine che ha retto finora e sembra non farcela più. Quest’ordine, capace pur sempre di determinare la vita di ognuno, era in realtà, scrive Chiaromonte in quegli anni, una rappresentazione fantasmatica. Una fede in cui, già da molti decenni, nessuno credeva più.

Non è necessario inventarsi una fede alternativa per abbattere il simulacro che regge le rappresentazioni, i discorsi, le politiche attuali. Possiamo accontentarci di qualche “ferma credenza”, fatta di buon senso, piacere della sfida, empatia e, a chi le concede spazio, un pizzico di grazia. Convincersene potrebbe abbassare una certa ansia da prestazione e permettere, anche a noi asini, di accelerare il passo. (Gli asini)

 

Si parla di crisi, e si rischia di compiacersi dell’idea che, siccome siamo in crisi, non abbiamo che da restarci fino a soluzione avvenuta. Mentre addirittura nell’origine della parola, se molto lontano (nella radice indo-europea) c’è l’idea di “taglio” e di “ferita”, c’è anche poi quella di “divisione” che, nella forma più vicina del vocabolo quale noi l’usiamo, diventa “passare al vaglio”, “discernere” e, finalmente, “giudicare” e “decidere”.

Naturalmente, se si tratta di speculare attorno a una nuova religione, o di stabilire i piani di una società perfettamente funzionante, son faccende da lasciare a quelle bizzarre congreghe di specialisti che in America si chiamano Think Tanks, “serbatoi di pensamenti”. Ma ciò di cui si tratta in verità è guardarsi attorno, riflettere a ciò che accade attorno a noi e ai discorsi che attorno a noi si sentono fare, e dir la propria senza rispetti umani.

lavoro

Come riformare il mercato del lavoro?

 

 

 

 

di Michele Raitano

incontro con Simone Calabrò e Elisa Castellucci

 

Durante il decimo Forum di Sbilanciamoci! abbiamo intervistato Michele Raitano, esperto di mercato del lavoro e di welfare state. 

 

Come riformare il mercato del lavoro?

Il punto essenziale su cui ragionare parte da un’evidenza empirica: l’area di vulnerabilità delle giovani generazioni nel mercato del lavoro è molto ampia e questa non riguarda soltanto chi lavora con un contratto a progetto o con contratti a termine. Se osserviamo i giovani nel lungo periodo di tempo, troviamo moltissimi episodi di frammentarietà, di intermittenza e di vulnerabilità dei lavoratori, anche in seguito all’ottenimento di contratti a tempo indeterminato. In altri termini, noi non possiamo preoccuparci soltanto di politiche che ci dicano se e quando i lavoratori ottengono un contratto a tempo indeterminato, perché in Italia sia nelle piccole ma anche nelle grandi imprese il contratto a tempo indeterminato non è sinonimo di garanzie, non è un punto d’arrivo immodificabile. In più, in Italia c’è un problema strutturale ed endemico: una quota enorme di lavoratori autonomi, veri o falsi che siano, non sono tutelati. Dunque bisognerebbe chiedere a una riforma degli ammortizzatori sociali di affrontare questi nodi, e quindi di creare un sistema di tutele effettivamente universali. Che riesca, quindi a dare adeguate garanzie a tutti i lavoratori, soprattutto a quelli che incorrono in maggiori rischi di interruzione dell’attività, ovvero collaboratori e dipendenti a termine. L’attuale riforma, di fatto, non ha realizzato una significativa estensione della platea di beneficiari degli ammortizzatori sociali. L’unica misura adottata, a parte l’aumento delle tutele degli apprendisti e di alcune figure di lavoratori dipendenti, è stata quella di inserire la mini Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) , che ha eliminato alcune mostruosità del precedente schema delle indennità di disoccupazione a requisiti ridotti. Ma, purtroppo, il sistema degli ammortizzatori sociali continua a offrire garanzie soltanto ai lavoratori dipendenti e, con le tutele maggiori, soltanto ai dipendenti che stanno nel mercato del lavoro da almeno due anni. Nulla è stato fatto, invece, per i lavoratori parasubordinati per le partite iva (e per queste, d’altronde, bisognerebbe trovare soluzione al problema derivante dalla traslazione in minor reddito da lavoro, da parte di datori e committenti, delle eventuali maggiori garanzie di welfare) Al contrario, sono state ridotte le tutele per i lavoratori anziani: si è cancellata la mobilità e non si sono introdotte politiche attive del lavoro di active ageing; quando, invece, l’altra parte delle riforme estendeva enormemente l’età pensionabile, lasciando in una condizione di debolezza moltissimi futuri anziani che avranno difficoltà ad incontrare una domanda di lavoro a loro rivolta.

no Tav

Il cantiere delle meraviglie

di Enzo Ferrara


La lotta popolare in Val di Susa dura da almeno 17 anni; la prima manifestazione contro il progetto, tenuta a Sant’Ambrogio di Torino, risale al 2 marzo 1995. I propugnatori dell’opera, che vedono nella linea Tav nuova – perché una ferrovia ad alta velocità fra Torino e Lione è già in funzione ma sottoutilizzata – la soluzione di problemi che vanno dall’occupazione, ai trasporti, alle emissioni di CO2, alla crescita economica di una macroregione europea che chiamano AlpMed e che unirebbe Rhone Alpes e Provenza in Francia, a Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, parlano di maggiore competitività, abbattimento delle distanze, progresso, assi strategici, interconnessioni e piattaforme logistiche “che sono in grado di generare valore aggiunto dai traffici e non si limitano a gestire i flussi di transito”. Sostengono di rappresentare il futuro, immaginando che un ritocco tecnologico a un progetto di sviluppo vecchio di due secoli possa funzionare come novità. Puntano all’innovazione, non al cambiamento, alla sostituibilità più che alla sostenibilità, e non si curano dei rilevanti rischi tecnici, economici e ambientali ai quali vanno incontro. Molti seguono le proprie passioni e i propri pregiudizi, senza considerare che su questioni così complesse le ipotesi morali possono essere molteplici. È però importante che di fronte a ogni prospettiva di rischio si abbiano chiari i vantaggi, gli svantaggi e i problemi che potrebbero sorgere, per evitare poi di reagire in emergenza.

In valle, l’idea diffusa è che al massimo si spenderanno i soldi ancora disponibili per la discenderia. Poi non ci saranno più risorse, né dall’Europa né dal governo italiano. Intanto, il corridoio con le sue fantomatiche merci non potrà più collegare Lisbona a Kiev, perché a marzo, il governo portoghese nella morsa dell’austerità ha abbandonato il faraonico progetto ferroviario dentro il quale è inserita la Torino-Lione. Luca Rastello ha appena pubblicato un’inchiesta, “I fantasmi dell’alta velocità”, che segue l’intero tracciato dell’ex “corridoio 5”, ora “corridoio mediterraneo”, dal nuovo punto di partenza – non più in Portogallo ma nella piccola Algeciras, in Andalusia – fino al profondo Est dell’Ucraina, dove “nessuno ha mai sentito parlare di corridoi, e poi c’erano gli stadi da fare e qui non c’è un’Unione che finanzia”. Il tratto dell’Alta velocità tra Lisbona e Madrid non compare più nemmeno sulle carte governative italiane. Almeno, un importante successo del movimento è stato il ridimensionamento del progetto – che ora è low cost – e la sua suddivisione in fasi diverse. Nei documenti governativi si legge che “nell’accordo italo-francese del gennaio 2012 e nella deliberazione del CIPE si prevede di realizzare l’opera per fasi: prima realizzare il tunnel di base e gli interventi di adeguamento del nodo di Torino e, solo in una seconda fase, qualora le dinamiche del traffico dovessero evidenziarne l’effettiva necessità, la tratta in bassa Valle di Susa (Bussoleno-Avigliana)”; un’ammissione d’incertezza non di poco conto.