appuntamenti

Radio e infanzia

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“Radio e infanzia” è una parte del ricco programma di questa edizione del festival del teatro in piazza di Santarcangelo. “Radio infanzia”, a cura di Rodolfo Sacchettini, è un progetto che mira a ragionare sulla capacità educativa che ha avuto il “media invisibile”, la radio, nei confronti dei bambini nella storia, e a proporre una rivalutazione di questa per reagire alla crisi del teatro. Di seguito e sul sito del festival è possibile leggere il programma di questo progetto speciale.

 

lavoro

Rosarno, tre anni dopo. Dentro e oltre lo stato d’eccezione permanente

Pubblichiamo un’anticipazione dell’inchiesta della Rete Campagne in Lotta da Rosarno. Sarà possibile leggere l’articolo completo sul prossimo numero doppio de “Lo straniero” (n. 158-159 di agosto/semmbre 2013). In fondo rilanciamo l’appello ai volontari  per le iniziative della Rete che inizieranno a fine mese.

 

Rete Campagne in Lotta

 

Il ghetto vive di vita propria: ci sono docce, moschea, “ristorante”, e persino un piccolo bar dove con 50 centesimi si può entrare a vedere la Coppa d’Africa

Il ghetto vive di vita propria: ci sono docce, moschea, “ristorante”, e persino un piccolo bar dove con 50 centesimi si può entrare a vedere la Coppa d’Africa

Tende blu, bagni chimici, perimetro delimitato da una rete di recinzione, un piccolo spaccio alimentare: la tendopoli di San Ferdinando (inaugurata nel febbraio 2012) e il campo container di Rosarno (attivo dal gennaio 2011) sono la tardiva e inefficace risposta a quella che viene trattata dalle istituzioni come un’emergenza o un’invasione. Ma nei primi mesi del 2013 la stessa tendopoli è stata anche teatro di percorsi, in parte inediti, di auto-organizzazione dei lavoratori che la abitavano. Percorsi cresciuti anche a partire da due tende, attraverso le quali attivisti di varie nazionalità hanno dato vita a uno spazio “liberato”, di cui vogliamo raccontare, supportando i lavoratori nell’esprimere le loro rivendicazioni.

Nonostante i discorsi e i dispositivi emergenziali adottati dalle istituzioni, le condizioni di emarginazione vissute dai braccianti africani presenti nel territorio calabrese sono la normalità, e sono funzionali ad un sistema di sfruttamento del lavoro che è rimasto sostanzialmente invariato. Da almeno due decenni, gli africani (insieme a lavoratori dell’Est Europa) ogni inverno arrivano nella Piana di Gioia Tauro, in numero tendenzialmente crescente, per la raccolta degli agrumi. E si vedono negato l’affitto di una casa o una stanza per il razzismo e le speculazioni dei proprietari. Anche quando sono disposti ad affittare ad un “nero”, pretendono canoni altissimi. Dopo lo smantellamento delle fabbriche abbandonate nelle quali trovavano un precario riparo negli anni passati, gli africani alloggiano per lo più in abitazioni abbandonate nelle campagne, prive di acqua e luce, fino a stagione conclusa, per poi spesso spostarsi altrove. Aggressioni a sfondo razzista erano molto frequenti soprattutto prima della rivolta del gennaio 2010 (la seconda dopo quella del dicembre 2008), che accese i riflettori sulle condizioni dei lavoratori africani. Alla rivolta seguirono la deportazione di massa, la normalizzazione forzata del territorio e un impiego più massiccio nelle campagne di cittadini comunitari, bulgari e rumeni, i quali vivono condizioni in parte differenti da quelle dei “colleghi” africani.

Una delle attività "commerciali" interne al campo: la precaria ma efficiente ciclofficina, allestita all'esterno di una delle tende e aperta a tutti

Una delle attività “commerciali” interne al campo: la precaria ma efficiente ciclofficina, allestita all’esterno di una delle tende e aperta a tutti

ambientalismo

In attesa di sentenza. Una storia radioattiva

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Lettera di Gianfranco Bettin

 

Nei prossimi giorni giungerà a sentenza a Roma un processo che dura da anni, che riguarda una storia importante che forse molti hanno dimenticato e di cui magari non importa quasi più niente a nessuno, ma che potrebbe pesare molto sulla mia vita così come, in verità, sta già accadendo da tempo. È un processo che, a latere, ma non tanto, dell’argomento scatenante, per le modalità in cui si è svolto, chiama in causa anche la natura stessa della rappresentanza democratica e la possibilità, attraverso atti istituzionali così come attraverso la libera stampa, di porre domande scomode, di cercare la verità anche su fatti scabrosi.

È una storia che ri-comincia alcuni anni fa, nel 2005, ma che rinvia a qualcosa che è accaduto in tempi più lontani, nel 1990 a Porto Marghera, e che oggi sta per giungere a un primo  epilogo, dopo un lungo processo presso il tribunale di Roma, nel quale sono coinvolto come imputato. Rischio di essere condannato a pagare un milione di euro più le spese legali, somma che (perfino in dimensioni molto minori di queste) naturalmente non possiedo, con tutte le conseguenze del caso a mio carico. A scanso di equivoci, anticipo subito che lo scopo di questa mia nota è solo di far conoscere una storia che ha implicazioni pesanti di natura generale, non solo per me. Per quanto riguarda la mia vita, in ogni caso, cercherò di arrangiarmi. Qui vi chiedo soltanto, per favore, di leggere con un po’ di attenzione il racconto che segue.

 

Nel febbraio del 2005 a firma del giornalista Riccardo Bocca il settimanale “L’Espresso”, nel quadro di una più vasta inchiesta che si occupava tra l’altro delle piste seguite da Ilaria Alpi prima di essere assassinata insieme a Miran Hrovatin a Mogadiscio nel 1994, pubblicò un articolo su un traffico di rifiuti tossici e nocivi. In particolare si occupò del carico trasportato dalla motonave “Jolly Rosso” che nel 1989 il governo italiano aveva inviato a Beirut per recuperare circa 2 mila tonnellate di rifiuti tossici, contenute in circa 10 mila fusti, scaricate tempo prima da un’azienda lombarda (la Jelly Wax), secondo una prassi che aveva visto per anni molte aziende italiane smaltire, spesso con complicità mafiose e perfino di apparati dello Stato, rifiuti tossici in altri paesi, oppure affondandoli in mare (dopo averli a lungo smaltiti sul territorio nazionale in discariche abusive, avvelenando buona parte di certe regioni). Rientrata in Italia, la Jolly Rosso rimase dapprima all’ancora in rada e poi entrò nel porto di La Spezia in attesa che si decidesse come e dove smaltirne il carico tossico, cosa che infine fu stabilito dovesse avvenire in alcuni siti industriali, tra i quali Porto Marghera, precisamente nell’impianto SG31 della Monteco nell’area del petrolchimico.

È a questo punto che la storia di quei rifiuti diventa anche una nostra storia, e infine una storia mia.

altre scuole

Un orto come scuola

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di Asinitas

Uno dei principi che contribuisce a dar forma all’attività educativa e d’intervento sociale della scuola Asinitas di via Ostiense si può sintetizzare così: tenere la porta aperta. Per una scuola di italiano che lavora con uomini e donne provenienti dai paesi più diversi, spesso con storie di sradicamento ed esperienze di viaggi così lunghi da divenire quasi una condizione permanente, “tenere la porta aperta” significa provare ad offrire loro un piccolo approdo. La porta dell’Italia spesso obbliga chi vi transita a dover sostare per un tempo lunghissimo sulla soglia, per conquistarsi il diritto di restare. Si rimane in uno stato intermedio, né dentro né fuori, o forse fuori da tutto; non ancora qui, e non più lì da dove si è venuti. Aprire la porta, allora, significa per noi innanzitutto provare a riempire questo tempo vuoto della sosta obbligata, trasformarlo in un’occasione significativa di incontro e di recupero di coordinate elementari eppure essenziali – in primo luogo una lingua per parlare – per orientarsi nella nuova realtà. Così la scuola diventa uno dei pochi punti fermi, sia per noi italiani che per loro stranieri; un luogo di riferimento in un’epoca di crisi e precarietà che ci vede, per motivi diversi, disorientati e spaesati; un porto sicuro nel quale trovare e ritrovare la spinta necessaria per buttarsi in mare aperto. L’incertezza del futuro, l’ormai conclamata difficoltà di trovare un lavoro retribuito e legale, l’assenza di sponde e alleati esterni fanno sì che la scuola si assuma, oltre all’obiettivo di insegnare italiano, quello di essere anche altro: una proposta concreta su un piano educativo e relazionale, che si declina attraverso il fare insieme, la convivialità, lo studio e il sentirsi parte di uno stesso percorso. Una risposta, insomma, al deserto che a volte sentiamo tutti, sia dentro che fuori di noi. Ed è da qui che, ad un centro punto, abbiamo avvertito l’esigenza di uscire fuori, di cercare nuovi spazi in cui immaginare quell’anche altro. L’esigenza di fare un movimento contrario: aprire ancora la porta, ma questa volta verso l’esterno. Come una piccola comunità, ci siamo ritrovati insieme – stranieri ed italiani, studenti e maestri – a cercare il modo di fare un passo successivo. Abbiamo cercato di vedere la scuola che ci ha permesso di incontrarci, non più solo come un luogo protetto e accogliente in una città ostile, ma anche come un luogo che si apre alla città in modo nuovo, in cerca di un dialogo con essa.

il libro

Il lungo decennio di Wolfe

IL DECENNIO DELL'IO_Layout 1di Stefano Laffi 

A leggere il titolo di una delle ultime riproposte di Castelvecchi – Il decennio dell’Io – non è facile indovinare quale sia il decennio in questione perché l’egocentrismo, l’egoismo, l’egotismo, il protagonismo e tutte le varianti connesse al narcisimo ci sembrano tratti contemporanei ma difficile da cogliere nel momento di insorgenza, nel clic della storia che svolta dalla sobrietà dei padri all’egotismo dei figli. Oggi in Italia ne parlano gli psicologi come sindrome nuova degli adolescenti ma già negli anni ’80 Christopher Lasch aveva perfettamente identificato in quell’epoca e relativamente a tutta la popolazione la “cultura del narcisimo”, ovvero il ripiegamento su di sé in un mondo che cominciava a farsi avaro di possibilità e riduceva al presente e al personale la ricerca di gratificazioni.

Pare incredibile ma il saggio di Tom Wolfe che porta questo titolo è del 1976, quindi il decennio in questione sono gli anni ’70: ancora una volta, ahimè, occorre puntare il compasso sugli Stati Uniti, capire bene cosa sta succedendo e poi allargarlo poco alla volta, a cerchi concentrici, per aspettarsi altrettanto di lì a qualche anno altrove, secondo una logica del contagio che ben conosciamo. Wolfe, che è giornalista, saggista, scrittore, famoso per definizioni icastiche e immagini folgoranti sulla contemporaneità, qui ci appare come un vecchietto forse simpatico o forse insopportabile, da non invitare a cena per non ritrovarsi derisi di lì a poco su qualche giornale, ma capace di mettere insieme tutto quel che vede e che sente – fatti di cronaca, battute degli amici, relazioni da convention, fenomeni emergenti, ecc. – per cogliere lo spirito del tempo. Opinionista più che saggista, Wolfe si muove liberamente fra i reperti, irride tutto e tutti – il libretto di 90 pagine è davvero divertente, un po’ crudele ma piaceviolissimo – ma alla fine scopre una cosa atroce. I movimenti di liberazione politica, la cultura hippie, la rinascita dello spirito religioso di quegli anni non procedono verso chissà quali aspirazioni ideali, non sono governate dalla dura disciplina della fede  o delle ideologie, non portano ad astrarsi da sé per scoprire nuovi mondi e modi di stare insieme, ma precipitano verso l’io, divenuti patrimoni di massa si traducono in altrettanti alibi per rivendicare il primato dell’io.