il libro

L’amata Morante come antidoto politico

di Giacomo Pontremoli

L’importanza dell’epistolario di Elsa Morante (L’amata. Lettere a e di Elsa Morante, Einaudi 2012; 700 pagine; 30 euro) è strettamente collegata all’importanza della Morante stessa. Non c’entra con la “curiosità biografica” che la lettura di ogni carteggio comporta e fuoriesce persino dalla stessa letteratura intesa come “campo” specialistico bastante a sé stesso, analizzabile solo dal suo interno.

Curato con amore rigoroso da Daniele Morante (autore dell’introduzione e del Commentario epistolare della vita di E.M. conclusivo), la raccolta consta di quasi tremila lettere delle cinquemila scritte e ricevute da Elsa Morante nel corso della sua vita; incomincia nel 1940, quando aveva ventotto anni, e si conclude nel 1985, anno della morte. Nel generale rispetto dell’ordine cronologico, il volume si struttura alternando la “corrispondenza varia” (con Landolfi, Carmelo Bene, Volponi, Saba, Fortini, Cases, Garboli e molti altri) a sezioni che concentrano scambi più fitti e compatti con un solo interlocutore (tra cui Moravia, Giacomo e Renata Debenedetti, Calvino, Pasolini, Wilcock, Fofi, Antonio Ricchezza); all’inizio di ogni sezione sono riportati tratti della biografia legata al periodo interessato, e alla fine di ognuna le lettere stimolate specificamente dalla lettura del particolare libro scritto e pubblicato dalla Morante in quegli anni.

Il nucleo di maggior concentrazione numerica sembra essere la fine degli anni ’60 e soprattutto quello degli anni ’70-’80: la frequenza di conoscenze e di scambi epistolari cresce e aumenta progressivamente nel tempo quanto cresce e aumenta l’allontanamento di Elsa Morante dal mondo dell’establishment letterario; ai compagni d’amore e intellettuali amici o conoscenti strettamente scrittori e critici si aggiungono via via (senza subentrare cancellandoli, e beninteso non si tratta di un capovolgimento meccanico) amici non letterati e alcune figure di quel movimento di Nuova sinistra che aveva trovato un manifesto nel Mondo salvato dai ragazzini (1968) e moltissime ragioni interrogative nella Storia (1974).

bambini e città

Operazione Mondo Nuovo (a partire da Scampia)

Uno aspetta l’aldilà, un altro la rivoluzione che verrà, quell’altro ancora la promessa che gli ha fatto un quaqquaraqquà…

Per noi il Mondo Nuovo è ora o non è: è il meglio che bambini, ragazzi e adulti  italiani, migranti e rom tirano fuori dal loro incontro, trasfromando sè stessi e quello  che c’è fuori. Senza aspettare che qualcun altro faccia al posto loro.

Questo è il Mammut, questo è il Mondo Nuovo in cui ti invitiamo a partecipare.

Il Mondo Nuovo non si compra, al massimo si regala. Per questo ti regaliamo una fetta del Mondo Nuovo, comprata con le nostre fatiche festose di ogni giorno nella piazza Giovanni Paolo II di Scampia e nelle altre periferie d’Italia dove lavoriamo.

E tu a chi regali la tua fetta di Mondo Nuovo?

Tutte i pezzi di Mondo Nuovo saranno il materiale di partenza per una scultura laboratorio permanente a Scampia guidata da Riccardo Dalisi. (Dal retro delle cartoline Mammut).

 

Campagna raccolta fondi al Mammut di Scampia

A Napoli diventa sempre più difficile vivere mentre le istituzioni pubbliche non garantiscono più sostegno al sociale: per associazioni e cooperative non resta che la chiusura o rivolgersi direttamente ai singoli cittadini perché scelgano di sostenerle. Per questo il Centro territoriale Mammutdi Scampia lancia la sua prima campagna di raccolta fondi volta a finanziare le sue attività con bambini, ragazzi e adulti del quartiere e del resto della regione, puntando come sempre su qualità e cambiamento sociale.

Grazie anche all’incontro con Riccardo Dalisi – architetto e artista, protagonista di celebri lavori, negli anni ’70, a cavallo tra urbanistica e pedagogia – il Centro territoriale lancia l’ “Operazione Mondo Nuovo”, nome altisonante che stavolta non copre l’ennesima operazione di polizia contro il crimine, ma fa da augurio alla campagna di raccolta fondi del pachiderma scampiota.

La sperimentazione che ha visto intrecciarsi la mano di Dalisi con quella dei frequentatori grandi e piccoli del Mammut, ha prodotto 300 stampe d’autore in formato cartolina, pezzi unici di Mondo Nuovo.

 

visioni

Nel corpo della città. Virigilio Sieni al Prenestino

Lunedì 10 e martedì 11 dicembre 2012 al Centrale Preneste –Teatro per le nuove generazioni di Roma (quartiere pigneto – via prenestina) sarà possibile incontrare le figure indimenticabili del nuovo laboratorio diretto dal coreografo e danzatore Virgilio Sieni. Il progetto, a cura di Debora Pietrobono, ha scelto uno specifico territorio di riferimento, coinvolgendo i partecipanti alle attività del teatro e dei Centri anziani municipali del quartiere Prenestino di Roma. L’interazione con la città e il quartiere riguarda innanzitutto la relazione tra i partecipanti, capace di trasformare il teatro in un luogo aperto: il lavoro paziente e attento di Sieni con e a partire dalle persone che abitano il quartiere è rivolto a un’esperienza concreta e condivisa, piena di grazia e mistero, che riscrive nell’incontro la sua epifania giocosa.

Mi rivolgo ad alcuni abitanti di questo territorio, per intraprendere insieme un gioco fondato su azioni coreografiche che intendono sprofondare nella natura del gesto come un dolce, o amaro, viatico all’incontro col corpo. Partendo dalle loro tracce, nei pensieri, nelle posture, nei gesti, nei margini e argini silenziosi, ma a volte urlati, nelle declinazioni dinamiche del corpo tra narrazione, storia e urgenza di apertura, cercheremo di dar vita ad un ciclo di apparizioni fantastiche che guardano a un passato urbano fatto di radure e prati, che si intravedono solo nelle tracce del corpo e nel desiderio di apertura. (Virgilio Sieni)

Francesca Bocchi, Rossana Bondi, Rosanna Bruni, Paola e Unico Campitelli, Virginia Di Consiglio, Angela Falanga, Elisabetta Mazzei, Cristiana e Daniela Minardi hanno lavorato insieme a Virgilio Sieni, con l’assistenza di Manuela De Angelis, ai capitoli di questa narrazione scritta da coppie di attori-presenze concrete e intensissime.

Lunedì 10 e Martedì 11 dicembre, alle ore 21

Praticelli in fiore, un progetto di Virgilio Sieni

parte dell’iniziativa Arte del gesto nel Mediterraneo

Centrale Preneste Teatro

via Alberto da Giussano, 58 – Roma

Biglietto 5 euro, ridotto 2 euro

il libro

Stoner, il racconto dell’accademia

di Nicola Villa

Gli schemi della letteratura occidentale si possono contare sulle punte delle dita di una mano sola. Ad esempio: un uomo nasce; viene colpito da diverse disgrazie nonostante sia una persona onesta e giusta mentre intorno a lui i malvagi prosperano; soffre e sebbene ne sia consapevole non scende mai a compromesso per non perdere la sua integrità; alla fine muore, solitamente per un male oscuro, per un tumore. Quest’uomo è Giobbe dei libri poetici della Bibbia, ma è anche William Stoner, il protagonista di Stoner, romanzo di John Williams, piccolo tesoro ritrovato della narrativa americana del Novecento.

Le due prime frasi del romanzo sono la sintesi di questa variazione sul tema giobbiano: “William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956”. Tra queste due date anonime, non vi è raccontata solo una carriera universitaria assai piatta di un professore che non riesce mai a superare il grado di ricercatore, ma anche un’esistenza prevedibile e monotona, punteggiata di scelte, o non-scelte, sempre infelici. Stoner non si è, infatti, allontanato molto dal paesino rurale e dalla sua fattoria, dove vivono i due genitori contadini (due perfetti estranei). Il suo matrimonio è un fallimento lungo quarant’anni, che si rivela sin dalla disastrosa luna di miele, perché sua moglie è una donna anaffettiva e depressa la quale gli impedisce, in modo spregevole e competitivo, di avere un rapporto con l’amata figlia unica. Non ultimo Stoner diventa vittima di un paradossale gioco di potere interno all’accademia, legato alla valutazione di un dottorando, protetto di un barone, che lo costringe, per più di trent’anni, nel ruolo di professore di matricole emarginato dal corpo docente.

educazione e politica

Gli studenti si muovono

Foto di Bianca Martella

Pubblichiamo oggi un articolo di uno studente romano, alla vigilia di un altro sciopero e di un’altra giornata di mobilitazione e protesta del mondo della scuola. Gli studenti si muovono e si sono mossi, in questi giorni, per dire molte cose, non solo a difesa del diritto allo studio e contro la dismissione della scuola pubblica, ma anche all’attacco della politica e dell’informazione complice e facilitatrice dell’accettazione.  Dopo il 14 e 24 novembre, gli studenti hanno indetto un nuovo sciopero nazionale insieme alla Fiom, a dimostrazione che sono gli studenti medi, più di altri, a rappresentare un’opposizione vitale alla crisi e all’ingiustizia. Non molto tempo fa il sociologo Carlo Donolo ha definito le proteste degli studenti come dei laboratori di democrazia necessari e oggi, sempre di più, gli studenti rappresentano una critica reale ai poteri forti e, di fatto, antidemocratici dell’Europa e del capitale in crisi. Chi è nato sotto il ventennio berlusconiano, i sedicenni-diciottenni di oggi, è costretto a convivere con molta più disilussione e con l’impossibilità di immaginare il futuro, ma, del resto, si fida molto meno degli adulti (padri, professori, giornalisti, politici). (Gli asini)   

di Alessandro Bautista

Non so se ve ne siete accorti ma in Italia esistono dei gruppi di giovani “violenti” che, a volte, si infiltrano nei cortei degli studenti “normali” per rovinare le proteste e vanificare le lotte. È questo che i giornali scrivono e i telegiornali dicono. Quando si parla di giovani e scontri nel resto dell’Europa mediterranea (Spagna, Portogallo e Grecia), i nostri giornalisti sono pronti a salutare quegli scontri come sintomi sociali definiti. Quando succede da noi, la tentazione a mistificare è molto più forte. 

Il 24 novembre, giorno dello sciopero della scuola e delle manifestazioni pacifiche, gli studenti erano gli stessi del 14 novembre, quando le manifestazioni sono state represse da scontri e da attacchi (anche alle spalle) da parte delle forze dell’ordine. Nonostante si voglia far credere il contrario, va ribadito che non esistono manifestanti violenti o pacifici, ma solo la rabbia di non poter esprimere il proprio dissenso sotto i palazzi del potere, l’esasperazione di non essere ascoltati e di non essere rappresentati.  
E i giornali, invece di cercare di comprendere le cause di questa rabbia, magari sondando le opinioni di chi questa esasperazione la vive e la esprime, continuano a lanciarsi in moralismi e giudizi superficiali. Gli studenti sono abituati a delle istituzioni sorde che non ascoltano le loro proteste, ma sono anche stanchi di un’informazione che questa rabbia si ostina a liquidarla come un semplice problema di ordine pubblico. In queste settimane sono passate sotto silenzio le proteste contro l’informazione ufficiale,come il sit-in che si è tenuto a viale Mazzini di fronte alla sede della Rai dopo un corteo spontaneo degli studenti del liceo Mamiani di Roma: in questa occasione e in tante altre gli studenti hanno ribadito il diritto a un’informazione che renda veramente conto delle loro proteste e analisi e di cosa si stia muovendo nelle scuole e nei quartieri. Proprio per questa necessità, non credendo più ai giornali e alle televisioni, gli studenti continuano ad intraprendere la via dell’informazione dal basso, dai volantini ai social network, per raggiungere senza mediazioni la cittadinanza. Una pratica che, insieme alle altre varie mobilitazioni delle scuole, l’occupazione, l’autogestione e altre forme di protesta, sta scandendo queste settimane. La routine delle città è stata ed è tutt’ora scossa da tutte queste azioni che hanno coinvolto non solo gli studenti, ma anche i docenti, il personale ATA e le famiglie,e continuano a farlo.