altre scuole

Scuola Peio Viva: una minoranza di minoranza

illustrazione di Ericailcane

 

di Alberto Delpero

Peio non è dentro il territorio riconosciuto di una minoranza linguistica, perché qui? Perché la sua nascita deve molto alla scuola della minoranza provenzale di Sancto Lucio de Coumboscuro, Val Grana (CN); perché le scuole dei territori delle minoranze sono quasi sempre scuole di montagna e, quindi, hanno le stesse nostre risorse come le stesse nostre problematiche; perché siamo minoranza dal punto di vista sociale e politico; e, infine, perché tutti i dialetti (e i nostri bambini sono rigorosamente dialettofoni) sono lingue minoritarie. L’esperienza messa in campo da sei famiglie della comunità di Peio Paese investe molteplici aspetti che vanno dalla pedagogia alla politica, passando per la cultura del territorio e la sociologia. Cercherò, quindi, nel poco tempo che doverosamente deve avere un intervento da tavola rotonda di definirne i contorni e i punti salienti.

Do un ordine cartesiano al discorso per una praticità forse più funzionale alla sintesi e alla comprensione da parte di chi ascolta. Pars destruens: la protesta.

visioni di infanzie

Monsieur Lazhar, a scuola di dolore tra Algeria e Québec

di Caterina Grignani

Il film del regista quebecchese Philippe Falardeau narra la storia di Bachir Lazhar, algerino emigrato a Montreal, improvvisato maestro di una classe di dodicenni e al contempo riflette sul tema della morte suicida, muta e senza spiegazioni.

Il Canada è sotto una neve non proprio bianca, anzi, gialla o “marroncina” come spiega Alice, brillante e appassionata alunna della scuola. I cancelli si aprono ogni giorno, i maestri accolgono le classi, decorano pesci di cartapesta e allestiscono spettacoli teatrali. La routine educativa è improvvisamente sconvolta da Martine, l’amata maestra che si impicca nella stessa aula in cui faceva scuola ai bambini. Pochi occhi vedono il corpo, nessuno sembra inizialmente spiegarsi, o voler spiegare, questo gesto estremo e nel frattempo arriva Bachir. L’Algeria è lontana, è diversa, non c’è tutta quella neve ma c’è il bianco delle case stagliate sul blu del cielo.

Bachir si presenta alla preside della scuola con il curriculum in mano e dicendo di aver letto “la terribile notizia” sul giornale e così si propone, con una punta malcelata di cinismo, come sostituto della maestra scomparsa.

il libro

La pedagogia involontaria di Ugo Cornia

di Ivan Pagliaro

Dopo un percorso universitario (tendenzialmente in lettere e affini) che non abbia visto eterogenee illuminazioni, le strade sono due: carriera universitaria o insegnamento. O meglio il lungo e tortuoso percorso per accedere all’una o all’altro; e però se nella prima c’è un’immediata e patente compromissione con un essere umano (il barone, e allora è mafia, o il mentore, e il nome cambia in politica culturale), nella seconda questa non c’è (o c’è solo nei propri confronti, al tribunale della propria morale, perdendo la faccia, e i soldi, ricorrendo a master fasulli per accumulare micropunti in graduatorie da rat race), non c’è perché – se non altro! – l’individuo deve confrontarsi con il sistema stesso, da cui dipende in modo quasi imperscrutabile: dove finirà (se ci finirà), per quante ore in quali scuole e in quali classi… La casualità estrema che governa queste “scelte” e questi smistamenti di esseri umani nei mosaici degli orari scolastici fa sperare che, veramente, una risata li seppellisca. Di fronte ai sommersi e ai nominati delle varie graduatorie, a quelli di ruolo e ai precari, a un lavoro troppo spesso in bilico tra missione e frustrazione, viene da chiedersi se quella nelle prime pagine di Cornia non sia un’opzione da considerare.

Il professionale di Ugo Cornia (Feltrinelli, 2012) inizia così: come tutti i giorni, un uomo sta andando in macchina a lavorare, ma la strada è bagnata, la macchina sbanda e sta per schiantarsi contro un platano. L’incidente è scampato, ma la domanda – implicita – resta: per che cosa sto subendo questa routine quotidiana? Per che razza di lavoro sto facendo cinquanta chilometri all’andata e cinquanta al ritorno? Mi licenzio. Incidentalmente, il lavoro è quello di insegnante. Non esiste nessuna predestinazione, non c’è nessun senso di colpa nell’abbandonare gli studenti a metà anno, c’è un egoismo primario che è, in realtà, semplice principio di autoconservazione, garanzia della sanità personale e non martirio. Il protagonista non rinnega una vocazione (inesistente), la realtà è terrena e non c’è una metafisica della scuola.

appuntamenti

Festa d’ottobre al Mammut

Il 4 ottobre alle ore 16,30 in piazza Giovanni Paolo II di Scampia, il Centro Territoriale Mammut riparte con la “Festa d’autunno, festa al Castello”: laboratori di teatro e colore, il gioco dell’oca/colonna Big Bang, ping pong, il calcetto, il basket, gli scacchi, la dama, la break dance e molto altro, per presentare le attività 2012/13 dell’ormai famoso pachiderma napoletano arrivato al sesto anno di attività.

Attorno al Castello, sfondo integratore di tutte le attività dell’anno che si apre, si aggiungeranno le scuole del territorio. Agli ormai consolidati percorsi di mediateca e scuola alternativa per bambini, ragazzi e adulti italiani, migranti e rom che fino a notte frequentano il Mammut, si affiancheranno quindici classi di bambini iscritti alle elementari del quartiere.

Grazie al lavoro svolto in questi anni dal centro, la piazza delle siringhe e della droga non fa più paura ed è diventata punto di riferimento per chi cerca modi nuovi di stare insieme.

In questi 6 anni”, dichiarano gli operatori del Mammut, “è cambiato quasi tutto nel sistema degli aiuti di Napoli e del resto d’Italia. Ormai lo stato sociale, come organizzazione di metodi, servizi e strategie dello stato per combattere povertà e disagio non esiste più. Al di là della buona volontà di qualche assessore, a fronte dei tagli radicali operati da governo e regioni per questo settore, sprechi e inefficienze non sono finiti e i pochi spiccioli erogati dal pubblico bastano a mala pena a supportare il volontariato (non remunerato e non professionale) e ad assicurarsi il consenso delle poche organizzazioni diventate potenti negli anni d’oro del privato sociale. Per fortuna rimangono i cittadini e la loro capacità di auto organizzarsi. Il Mammut ne è una dimostrazione: non riceve fondi pubblici da quasi due anni e le sue attività sono addirittura raddoppiate. Questo solo grazie al sostegno di cittadini e fondazioni private che hanno voluto credere nel nostro progetto. Malgrado i tanti articoli e le molte promesse dei politici, le uniche mani che a Scampia si notano con continuità sono quelle armate dello Stato e dell’Anti-Stato.

Per ulteriori informazioni:

www.mammutnapoli.org

mammut.napoli@gmail.com

338.5021673

scuola

Salire a Barbiana non basta

di Cecilia Bartoli

Il 22 giugno scorso presso il Ministero dell’Istruzione a Roma è stato organizzato un convegno dal titolo evocativo: “Salire a Barbiana 45 anni dopo”. Casualmente quel giorno era anche la ricorrenza della morte di don Milani. Adele Corradi, ospite speciale per la sua stretta collaborazione alla scuola di Barbiana, ha svolto il ruolo di figura ponte, intervallando il confronto con la lettura di brani tratti dal suo bellissimo Non so se don Lorenzo. Le esperienze pedagogiche più ricche e rivoluzionarie come quella di Barbiana ci hanno lasciato qualcosa perché hanno incarnato in pieno la vocazione della pedagogia, che è quella di fondere teoria e prassi. La pedagogia è una scienza empirica. Il pedagogista dovrebbe essere un individuo che costruisce teoria sulla prassi e la cui tensione costante è sperimentare pratiche che mettano alla prova la teoria.

Se l’ambizione di questo convegno era dare spazio a entrambi gli ambiti della pedagogia, quello del metodo e quello dei contenuti, riconoscendo ad entrambi paritaria importanza, dall’altra ci sono apparsi così come sono: mondi scissi e affatto in dialogo, in particolar modo se la riflessione teorica proviene dall’università e le pratiche dalla scuola pubblica. Forse questo appare più evidente perché l’oggetto al centro della riflessione è sempre piuttosto generico; aiuterebbe credo restringere potentemente il campo: forse teoria e prassi s’incontrano meglio quando l’oggetto è altamente circoscritto e specifico, studiato da più parti, mettendo le pratiche al vaglio delle teorie e le teorie al vaglio delle pratiche, osservando i mutamenti, attingendo trasversalmente a varie discipline. Questa scollatura tra teoria e prassi ha come effetto principale la devastante invisibilità proprio di coloro che dovrebbero essere oggetto di attenzione e di studio e coinvolti in un processo di riflessione che parla di loro stessi e del sociale che vivono oggi e che si apprestano a vivere domani: i bambini, i ragazzi e, a volte, gli adulti che apprendono. Che significa davvero salire a Barbiana 40 anni dopo? Credo che don Milani coinvolgerebbe gli studenti stessi nell’analisi del presente, sia nelle sue riflessioni personali, nella costruzione del suo discorso pedagogico, sia nelle pratiche e nella ricerca di metodo. Questa infatti ci appare una delle sue tensioni fondamentali, introducendo l’esperienza e i processi personali come dimensione inalienabile dell’osservazione sui sistemi umani.