altre scuole

L’alfabeto per insegnare a pensare (II parte)

illustrazione di Slim Fejjari, Else edizioni

di Marco Carsetti

La forza della parola

La prima cosa che un maestro di scuola impara insegnando una lingua straniera è la forza della parola. Se non la conosce il maestro, non la potrà mai scoprire neppure lo studente. Può anche accadere che sia lo studente a farla scoprire al maestro e così è accaduto a noi. Persino la lettera acquista un senso e una sua forza in quel faticosissimo lavoro che è far corrispondere segno e suono. Le lettere hanno un senso perché il loro apprendimento scatena una reazione psichica per nulla banale. Vale una conquista, l’inizio di uno svelamento, una porta che si apre.

Anche sul nome e sulla sua forza evocativa, sul suo essere scrigno prezioso, ci viene in aiuto la ricerca della Montessori. Nel suo inedito Psicogramatica afferma che un nome non indica soltanto una persona o una cosa. Non è una parola che sostituisce materialmente un dito indicatore rivolto verso un oggetto. Il nome è qualcosa pieno di vita e di segreti che infiamma la nostra curiosità. Bisogna conoscerlo per amarlo, e amarlo per farne una conoscenza sempre più esatta: “Nella loro moltitudine i nomi corrispondono alla moltitudine delle idee che poté percepire l’anima umana. E mentre gli uomini di generazione in generazione morivano i nomi restavano e si accumulavano.

La mente dell’uomo è come uno specchio dove tutto si riflette: e da lì partono le idee, sotto forma di parole”.

Secondo Maria Montessori l’invenzione dell’alfabeto fu l’invenzione più importante per il progresso della civilizzazione, perché con l’alfabeto non si rappresentano pensieri, come  avveniva con i primi disegni nelle grotte o con i geroglifici, bensì lo stesso linguaggio parlato.

Il grande progresso portato alla civilizzazione coll’alfabeto, consisteva in questo semplice meccanismo: l’avere stabilito un segno grafico per ogni suono della lingua parlata.

L’alfabeto ci costringe a soffermarci sul linguaggio parlato per esaminarlo, è un invenzione che ci spinge a guardarci dentro per analizzarne i suoni.

Quindi leggere e scrivere ha origine da un atto di coscienza. È rendersi consci di un dono che ci venne inconsciamente per opera della natura. E che cos’è analizzare la propria parola? È un’attività interiore dell’intelligenza, e perciò un lavoro capace di perfezionare e di sviluppare il proprio linguaggio e l’intelligenza insieme.

Una lettera separata dall’alfabeto che compone una parola e che rappresenta un suono è, per Maria Montessori, uno stimolo psichico. Questo stimolo psichico è potentissimo rispetto al bisogno che un adulto immigrato ha di fare ordine nella propria vita in un paese straniero. È come se attraverso lo studio dell’alfabeto si potesse rimettere in ordine la propria vita, coscientizzarla, farla uscire da un caos emozionale e sociale.

appuntamenti

L’inchiesta sociale in Italia dal dopoguerra a oggi

L’INCHIESTA SOCIALE IN ITALIA DAL DOPOGUERRA AD OGGI
Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Pier Paolo Pasolini ….


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì 21 gennaio 2012, ore 17.00
Detour – Via Urbana 107 (Roma – Rione Monti)

La storia dell’inchiesta sociale nel dopoguerra in Italia, attraverso il lavoro e
il contributo di operatori sociali, sociologi, scrittori, registi: le esperienze più
significative, i metodi e le buone pratiche di uno strumento indispensabile per la
conoscenza del paese e dei suoi problemi e per l’intervento sociale.


Con: GOFFREDO FOFI, critico e saggista

Coordina: Giulio Marcon, Scuola del Sociale della Provincia di Roma

Verranno proiettati estratti di Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini

 

A causa del numero limitato dei posti è necessario registrarsi scrivendo a: scuoladelsociale@gmail.com

 

immigrazione

I diritti non sono un “costo”

 

 

 

 

 

 

 

I diritti non sono un “costo” è un progetto promosso da Lunaria in collaborazione con la cooperativa Berenice, le associazioni Gli Asini e OsservAzione, la campagna Sbilanciamoci! e la rivista Lo straniero.

Nel contesto dell’attuale crisi economica, l’attenzione istituzionale riservata alle politiche strutturali (riordino della finanza pubblica, rilancio dell’economia) rischia di relegare in secondo piano le politiche di inclusione sociale e di garanzia dei diritti umani dei migranti e delle minoranze; di aumentare a livello sociale le occasioni e il livello di conflittualità tra nativi e migranti sia nel mondo del lavoro che nell’accesso al welfare. I pur necessari interventi di riordino e razionalizzazione della spesa pubblica dovrebbero mantenere la capacità di assicurare la garanzia dei diritti umani fondamentali di tutte le persone residenti sul territorio.

Il progetto I diritti non sono un “costo” prevede attività di ricerca, di informazione e di sensibilizzazione culturale finalizzate ad approfondire la conoscenza del reale impatto sociale ed economico della presenza dei cittadini stranieri e delle minoranze rom nel nostro paese.

 

università

L’università italiana dà i numeri?

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 149 de “Lo straniero” Novembre 2012.

di Alessandro Dal Lago

 

Lo confesso: sono in tutto e per tutto un accademico. Ho iniziato a lavorare in università nel 1970, subito dopo la laurea, e da allora non ho fatto altro, con un breve intermezzo d’insegnamento nelle scuole superiori. Vivo da quattro decenni tra libri, studenti, progetti di ricerca, riunioni di facoltà, lezioni, seminari. Sono stato anche preside della mia facoltà per due mandati e ho anche avuto altre responsabilità amministrative. Per fortuna ho diversi altri interessi (dalla cucina alla letteratura, per non parlare di politica e calcio…), ma sono del tutto identificato con il mio mestiere: mi ritengo uno dei fortunati e privilegiati che possono dire di fare quello hanno sempre desiderato.

E tuttavia non ne posso più, al punto che oggi, cinque anni prima di raggiungere l’età in cui sarei costretto a ritirarmi, ho fatto domanda di pensionamento anticipato (ecco un altro privilegio). Non sopporto più l’università come carapace burocratico, organizzazione dalle procedure insensate, apparato in cui decine di migliaia di ricercatori e professori s’industriano a fare il loro lavoro, esattamente come nelle università del resto del mondo, ma vessati da stravaganze ministeriali, amministrazioni indifferenti alla ricerca, mancanza patologica di fondi, riforme incessanti, in cui plus ça change, plus c’est la même chose, e così via. Potrei diffondermi su questa desolazione per pagine e pagine, ma mi limiterò a un solo aspetto – che, secondo me, riassume mirabilmente il marasma in cui è affondata l’università italiana: la valutazione della ricerca e, di conseguenza, del merito dei ricercatori. Un osservatore esterno potrà pensare che si tratta di una trascurabile questione di bottega, ma non è così. Se è vero che l’università è la principale istituzione deputata a sviluppare il sapere in tutti i campi (scientifico e umanistico, teorico e pratico, contemplativo e tecnico…), stabilire chi ha le competenze per lavorarci, e quindi merita i piccoli privilegi della professione – stipendi più o meno decenti, libertà di ricerca, auto-organizzazione del lavoro, eccetera – è decisivo. Se c’è un settore in cui ignoranti e scaldasedie non dovrebbero avere cittadinanza è proprio quello della ricerca e della formazione superiore. Ebbene, in Italia è così? Come è organizzata la valutazione dei ricercatori, oggi, in Italia? E, di conseguenza, quali sono le regole del reclutamento e della promozione?